Natura e divinità tra mondo pagano e mondo cristiano
IL CONCETTO DI NATURA NEL MONDO PAGANO
Tracciando una storia sintetica per grandi linee sulle modalità secondo le quali il concetto di natura si è evoluto nel tempo, a partire dall’epoca preistorica della nostra civiltà, si può confrontare l’idea “precristiana” della Natura con l’idea “moderna” della Natura – della quale noi tutti coscientemente o incoscientemente partecipiamo e che rimonta, per gli aspetti “razionali”, al pensiero filosofico greco, mentre per gli aspetti “irrazionali” o “metarazionali”, alla tradizione ebraico-cristiana.
In epoca precristiana, la visione dominante del mondo era condivisa ovunque e da tutti i popoli grazie una “scienza” di tipo qualitativo, nonché da un vivere quotidiano che aveva un’idea approssimativa delle distanze e del tempo, scandito più dalle stagioni che dalle ore. In particolare, il mondo veniva distinto in una sfera atemporale e divina, dove anche i pianeti erano dei, ovvero, dotati di particolari caratteristiche e poteri, capaci di influire su una sfera sublunare, luogo di cose pesanti e abitazione di creature mortali e corrotte, le quali riflettevano inoltre, nella loro costituzione, una precisa corrispondenza con un mondo concepito come un grande essere animale. Si trattava, in sintesi, della nota corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo.
Presso le popolazioni primitive (e ancora oggi presso quelle che coesistono con il mondo civilizzato), non esistendo possibilità di distinzione fra mondo animato e mondo inanimato, era diffusa la concezione secondo la quale “tutto ha un’ anima”: tale credenza viene indicata con la parola animista. Con neologismo greco, da υ λ η (materia) e ζωη (vita), la filosofia moderna ha battezzato questa forma di pensiero con il termine di ilozoismo.
La concezioni animiste, connotate dall’idea che lo stretto senso di compenetrazione con la natura arrivi alla fusione tra animato e inanimato, riconoscono, dentro e dietro all’apparenza di ogni oggetto, la presenza di una forza spirituale e di un’intelligenza superiore che domina e pervade il tutto: l’intelligenza e la forza della Natura.
Per la comprensione di tali credenze che, contrariamente a quanto viene usualmente presupposto - generalmente a causa dei preconcetti largamente diffusi dalla letteratura e dalla cinematografia - sono ben lontane dal presentarsi simili a pratiche animalesche e bestiali, può risultare significativa una breve descrizione dello svolgimento di un rituale tuttora praticato durante le danze delle tribù americane dei Navajo. Durante questa cerimonia, il capotribù, nel silenzio dei celebranti, recita in una litanìa le seguenti parole:
“Ogni cosa che vede
vede con me;
ogni cosa che sente,
sente con me;
ogni cosa che ha fiato
ha fiato con me;
ogni cosa che esiste,
esiste con me!”
Subito dopo i celebranti, danzando, ripetono in coro le parole del capotribù e tutti concludono il rito con un’esclamazione ad alta voce:
“Tutto vede,
Tutto sente,
Tutto esiste con me!”
Partendo dall’etimologia della parola Religione (dal latino Religo: legare; Religio: scrupolo, pietà; Relego: relegare), appare evidente come anche il termine latino esprimesse inizialmente la funzione di collegamento unificatore tra macrocosmo e microcosmo, insita nella spiritualità pagana.
Associando la figura del mago-sciamano alla religiosità antica, appare evidente come il contrasto fra primitivo e moderno possa essere chiaramente riassunto da una felice affermazione di Frances Yates:
“La differenza fondamentale fra l’atteggiamento del mago e l’atteggiamento dello scienziato è che il primo vuole fare entrare il mondo dentro di sé, mentre il secondo fa esattamente il contrario: oggettiva e rende impersonale il mondo con un atto di volontà che si muove in direzione del tutto opposta”.
Il concetto di Natura dell’antico mondo pagano trova la sua sistematizzazione nell’assunto secondo il quale ciò che noi chiamiamo universo è un’enorme e smisurato organismo intelligente: la Natura.
Questa concezione era già stata avanzata dalla antica sapienza degli egizi; Plutarco, nel nono capitolo del suo trattato su Iside e Osiride, menziona l’iscrizione della immagine velata nella piramide di Sais, nella quale erano incise le seguenti parole:
“Io sono tutto ciò che è, è stato e sarà, nessun mortale ha sollevato il mio velo”
Traducendo la formula greca in lingua egizia, “l’ultima parte può suonare come nn kjj wp hrj, espressione che può essere resa in due modi diversi. La traduzione corretta sarebbe: Non c’è nessun (Dio) all’infuori di me. Questo è un motto di ispirazione monoteistica che compare più volte negli inni di Ekhnatòn …. ma un dragomanno, non particolarmente versato nella lingua classica, poteva anche intendere le aprole wp hr ( = all’infuori) nel significato letterale di scoprire il volto.” [1]
Il concetto espresso si sintetizza nell’assioma “Tutto è Dio e Dio è inseparabile e indistinguibile dal tutto“: quindi Dio e Natura coincidono: Natura naturans e Natura naturata appaiono in questa concezione la stessa cosa e anche l’uomo, inserito e disperso nell’immenso Tutto-uno, è parte integrante e indistinguibile del tutto. Appare quindi evidente l’assenza della moderna distinzione soggetto-oggetto: in questa concezione - realistica ed obiettiva - l’uomo, armonizzato nell’unicità del cosmo, vi recita la sua parte allo stesso modo e con la stessa importanza di un vegetale o di un’animale, per i quali appunto nessuno ipotizzerebbe mai di stabilire una distinzione soggetto-oggetto.
Dalla Grecia, con il mito di Orfeo, si fa strada l’idea filosofica dell’essere, principio e substrato di tutte le cose.
Lo stesso Aristotele, sostenendo che “le forme perfette”, secondo le quali era determinato il comportamento delle cose “risiedessero nelle cose stesse”, riteneva che le leggi naturali fossero immanenti agli stessi oggetti fisici.
In questo contesto trovano chiara spiegazione anche quegli aspetti dell’antico mondo pagano che a noi appaiono ingiusti e crudeli; in base alla legge naturale del più forte, anche nella relazione tra gli individui, la cultura naturista giustifica ampiamente quegli aspetti, apparentemente a noi estranei, di sfruttamento e sopraffazione sugli individui più deboli come la schiavitù ma che, nonostante il rivoluzionario apporto della cultura cristiana sono perdurati ufficialmente nell’occidente, sia pur con ben altre giustificazioni, per tutto il rinascimento ed oltre, fino alle guerre di secessione americane (1861-1865).
IL CONCETTO DI NATURA NELLA TRADIZIONE GIUDAICO-CRISTIANA
Fin dal libro della Genesi si attribuisce al peccato la grande imperferzione naturale che provoca la morte (primo grande difetto della Natura), concetto ripreso da Paolo apostolo con la lapidaria affermazione “il salario del peccato è la morte“. Tutto il filone della mistica ebraica è allineato su questa posizione. La Cabala, liberatasi acrobaticamente dalla accusa di panteismo (Dio è in tutta la Natura, ma tutta la Natura non è Dio), si avventura sulla scivolosa strada di dettagliare il processo secondo cui la creazione avrebbe avuto luogo. Il grande cabalista Isacco Luria tenta addirittura una spiegazione pseudoscientifica delle ragioni in base alle quali la creazione non è perfetta. L’atto creativo avverrebbe in tre movimenti: Tzim-Tzum, Shevilat chelìm, Tiqqùn. Lo Tzim-Tzum sarebbe il processo secondo cui l’En Sòph (Dio, come infinito) si ritira in se stesso per far spazio alla creazione, che si sviluppa attraverso dieci potenze mediatrici chiamate sephiròth. L’energia creatrice che si sprigiona dal creatore può essere sopportata solo dalle prime tre sephiròth, quelle gerarchicamente più elevate, mentre le altre sette si spezzano non potendo resistere a questo insopportabile flusso. Da questa frattura, chiamata shevilàt chelìm (rottura dei vasi o degli strumenti) nasce l’imperfezione ed entra il male nell’universo. La terza fase Tiqqùn (ricomposizione) è ancora in atto e consiste nel lento lavoro di “riparazione”, cui può e deve partecipare anche l’uomo, per ripristinare lo stato di perfezione che è andato perduto. Il messìa potrà tornare solo quando l’opera di Tiqqùn sarà terminata. Si notino le differenze con l’escatologia cristiana.
Secondo la concezione giudaico-cristiana, la Natura, in conseguenza del peccato, è difettosa. Il sacrificio di Cristo è universale “Le cose celesti stesse dovevano essere purificate” (Ebrei, 9, 23) e il riscatto coinvolge ben oltre l’essere umano, la stessa Natura, compresa la morte, evento naturale a cui si contrappone l’evento soprannaturale della resurrezione per cui “…tutta la creazione geme ed è in travaglio, non solo essa ma anche noi…gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione, la redenzione del nostro corpo…” (Paolo, Romani, 8, 23).
Questa logica ebraico-cristiana, già proclamata un migliaio di anni prima della nascita di Cristo nell’Antico Testamento, che ordinava (Levitico, 19, 18): “Amerai il prossimo tuo come te stesso“, non può accettare ed anzi, esclude di fatto la legge naturale per cui il pesce piccolo viene divorato dal pesce grosso. Opponendo una visione per la quale i “i deboli e gli oppressi dovranno essere rispettati”, proclamando “Beati mites: quoniam ipsi possidebunt terram” (Matteo, 5, 4), e che gli ultimi saranno i primi, la religione dell’amore, la grande eredità della tradizione ebraica (poi cristiana), con un capovolgimento della natura affermerà quel valore della vita umana per il quale non sarà più lecito precipitare i neonati deformi dal monte Taigeto”.
“L’antica visione pagano-panteista fu ripresa ed esposta con notevole chiarezza e rigore logico da Barùch Spinoza. Secondo questo grande filosofo la Natura ci appare in due grandi manifestazioni, la res cogitans e la res extensa, fra loro armonicamente corrispondenti in quanto attributi di un’unica sostanza Dio-Natura (Deus sive Natura). Sotto questo punto di vista, la stupefacente concordanza fra il mondo reale ed il mondo ideale trova facile spiegazione. Res extensa e res cogitans si
armonizzano in quanto attributi della stessa sostanza unica. Ordo et connectio rerum est idem ac ordo et connectio idearum, dirà felicemente il filosofo. Come è noto Spinoza, a seguito di questa sua posizione che riproponeva antiche credenze pagane, fu violentemente perseguitato sia dalla Comunità ebraica cui apparteneva che dal mondo cristiano di quei tempi (cattolico e protestante). Questo punto di vista, con i dovuti aggiornamenti, è abbracciato da molti fisici moderni e lo stesso Einstein non si è riguardato dall’affermare più volte che “il suo Dio era quello di Spinoza”. ” [2]
Il concetto di Natura, così come lo intendiamo noi moderni, risale a Mosè, della cui figura non appare nessuna traccia nella storiografia egizia, così come nessuna menzione si ha della vicenda della fuga degli ebrei dall’Egitto. Una teoria di Sigmund Freud, in contrasto con la storiografia ufficiale che vede in Mosè un contemporaneo del Faraone Ramses II (1200-1330 a.C.), avanza l’ipotesi che questo personaggio sia vissuto in Egitto sotto il regno del Faraone Amenofi IV (1372-1354 ca. a.C.), dal quale avrebbe accolto il culto di un “Dio unico”; una “controreligione” per la quale non possono essere assimilate le divinità di differenti culture, come invece avveniva trasparentemente tra le diverse culture antiche nel politeismo (Zeus-Tinia-Giove-Ammone). La controreligione, fungendo in ciò da mezzo di estraneazione culturale tra le varie culture e rivendicando per sè la verità, si andava ad opporre a tutti i falsi idoli pagani. In seguito all’affermazione del cristianesimo, il concetto di pagano ha assunto valenza dispregiativa e gli antichi culti sono stati definiti come idolatrie pagane.
Amenofi, che fu infatti il promotore della prima grande riforma monoteista della storia, fece distruggere tutte le immagini e gli idoli dei vari dei che fino ad allora si erano venerati, promuovendo il culto di un solo Dio, Atòn, parola che significa disco e che si riferisce al “disco solare”.
Il Faraone Amenofi, che cambiò il suo nome in Ecknatòn (colui che è gradito ad Atòn), aveva intuito e scoperto il ruolo essenziale del Sole per la vita terrestre: il Dio unico che conveniva adorare era quindi il Dio Sole, origine della vita e di ogni cosa che sia sulla terra. Come sappiamo, la riforma del faraone non ebbe seguito e alla sua morte, la casta sacerdotale che era stata estromessa dal potere, rimise le cose al suo posto, abbattendo i suoi monumenti, distruggendo le sue immagini e arrivando addirittura a cancellare, come punizione per l’eresia da lui predicata, il nome del Faraone dalla lista ufficiale dei re per eliminare ogni traccia della sua esistenza terrena.
Tornando all’ipotesi di Freud, questa si basava sul fatto che Mosè non fosse ebreo, ma egizio. Nella storia di Mosè un bambino miserabile, figlio di schiavi, viene abbandonato sulle acque del Nilo che miracolosamente lo fanno approdare proprio là dove la figlia del Faraone è pronta a salvarlo; il bimbo, cresciuto a corte, dopo una vita da potente principe egizio torna al suo popolo di schiavi.
Per Freud il racconto tramandatoci appare sospetto, essendo capovolto rispetto a tutta la letteratura fiabesca medio-orientale. Infatti, un’ampia tradizione di novelle e racconti che arriva fino alle storie contenute nel famoso libro de “Le Mille e una Notte”, presenta il tema di un bambino di nobile nascita che, per le strane contingenze della vita, viene abbandonato per essere ospitato presso una famiglia povera, finchè, alla fine, per circostanze fortunate, viene riconosciuto e reintegrato nel suo status originale. Secondo Freud, il capovolgimento della storia sarebbe stato operato per far diventare ebreo un egizio: la tradizione ebraica non poteva accettare che il personaggio principale della sua storia fosse uno straniero. Il racconto biblico tramandato racconta che la figlia del Faraone che raccolse il bimbo trovato lo chiamò “Mosè”, in quanto Mosè significa “tratto dalle acque”. Freud, non si spiega perché la figlia di un faraone avrebbe dovuto chiamare con un nome ebraico (lingua di schiavi) il bambino; inoltre anche il nome si presta a discussioni, in quanto, pur immaginando un’origine ebraica del nome, la parola presenta un significato attivo, ossia “Colui che trae” e non “colui che è tratto” (che suonerebbe Mashùj). Per Freud appare molto più verisimile che la figlia del Faraone, dopo aver tenuta nascosta una gravidanza accidentale – come farebbe qualunque giovinetta ancora oggi – per giustificare al padre la nascita di un figlio si sia inventata la storia della cesta e del ritrovamento del bambino. Il figlio avrebbe poi ricevuto un comunissimo nome egizio: Mosè (bambino), assai diffuso in antico Egitto specialmente come nome teoforo (Thut-mose, Aj-mose, Ra-mose, Ptah-mose, Amun-mose).
Quindi Mosè sarebbe stato un’antico egizio, nato, cresciuto ed educato alla corte del faraone “in tutta la sapienza degli Egizi” (Atti 7-22).
Stimato a corte “… Mosè era in grande considerazione nel paese di Egitto” (Esodo, 11:3), egli avrebbe abbracciato con entusiasmo l’idea monoteista e quando i vecchi culti furono restaurati, adottò le popolazioni di schiavi monoteisti ebrei e fuggì assieme a loro; dal fatto di essere stati scelti e salvati da un principe egizio sarebbe nata la convinzione ebraica di essere un popolo eletto.
Gli ebrei d’Egitto adoravano una loro divinità JHWH (Jahwè) il cui nome, dopo che dovettero adottare il Dio ATÒN adorato da Mosè, divenne un nome impronunziabile che essi chiamarono in modo leggermente diverso: ADÓN. Ancor oggi nella Bibbia ebraica dentro l’ultima H del nome JHWH viene inscritto in caratteri più piccoli il nome ADÓN, che è quello che si può e si deve pronunciare nella lettura ad alta voce in sua vece. Le due differenti divinità vennero dunque identificate in una sola.
Nella storia della rivelazione sul monte Sinai, Mosè raccontò al popolo che il suo Dio gli si era rivelato con le famose parole: “Io sono colui che è, non c‘è nessun altro dio all’infuori di me“.
Inoltre, nella lingua ebraica, per il verbo esistono solo due tempi che designano l’azione compiuta e l’azione incompiuta: perfetto e imperfetto; l’ espressione verbale nella forma incompiuta vale simultaneamente come imperfetto (azione incompiuta nel passato) e futuro (azione incompiuta nel futuro), in maniera simile al latino, dove le due forme non erano poi così differenti (amabo/amabam), la frase citata all’orecchio di una persona di lingua ebraica non può che suonare nel modo seguente:
“Io ero e sarò colui che sarò ed ero, non c’è nessun Dio all’infuori di me”
Il testo si presenta in maniera simile all’iscrizione di Sais, ma Mosè abbandona l’idea panteista del “Tutto-uno” e la sostituisce con quella della divinità unica, che esiste per se stessa, senza riferimento alla natura. Nel principio di esistenza dell’ “Io sono colui che è, ossia colui che esiste“, si scorge la divinità che scavalca il concetto del Tutto-uno”, il Deus sive Natura, diviene il Deus aut Natura e acquisisce propria indipendenza e autonomia. Così con Mosè la distinzione soggetto-oggetto entra prepotentemente nella storia, attraverso la concezione di un Dio soggetto per eccellenza. Il nuovo Dio esistente ed unico, è dio Creatore: da lui è stata creata quella che chiamiamo Natura e dunque, Dio è il soggetto e la Natura l’oggetto. L’uomo, per parte sua, riceve la scintilla divina (il ruach Elohim, lo spiraculum vitae) e, partecipando con Dio di esistenza autonoma, diviene anch’esso soggetto, al quale la Natura viene data in potestà. L’operazione di estraneamento dalla natura, la comparsa del binomio soggetto-oggetto parte da qui. Ed è a questa scoperta che rimonta l’impulso contrario a quello magico, ossia l’osservazione della Natura invece che l’immedesimazione in essa.
In base a questo nuovo impulso all’osservazione della Natura, contrario a quello magico-pagano dell’immedesimazione in essa, si legge il mito di Adamo, chiamato da Dio a dare un nome a tutte le creature che lo stesso Dio aveva creato: il primo uomo della tradizione giudaico-cristiana appare così simile a Linneo, il primo scienziato dedito alla classificazione degli oggetti naturali.
Con Mosè nasce quindi l’idea del Dio-spirito che, in opposizione all’idolatria, deve essere adorato in spirito e verità; parallelamente si fa strada l’idea della prevalenza dello spirito sulla materia: la materia, che ci appare eterna e indistruttibile è invece passeggera e caduca; la Natura è solo una creatura destinata a morire, contrapposta allo spirito che è eterno: “…I cieli periranno, ma Tu rimarrai, i cieli invecchieranano come un vestito, li avvolgerai come un mantello logoro e saranno cambiati…” (Ebrei 1:11-12)
Il concetto del “Dio che è”, ripreso dal filosofo Maimonide, costituisce la base dell’enunciazione della prova ontologica dell’esistenza dell’essere trascendentale. In Dio essenza ed esistenza coincidono: l’essenza divina è l’esistenza, quindi Dio semplicemente “non può non esistere” Metzi‘utò ‘atzmutò ve‘amittatò, ve‘atzmutò Metzi‘utò.
In senso assiomatico “la sua esistenza è la sua essenza e la sua verità, la sua essenza è la sua esistenza“; Tutta la scienza e la filosofia moderna sono il frutto della concezione per cui “La Natura è l’oggetto, l’uomo è il soggetto.” Dio – per chi ci crede – è il soggetto per eccellenza.
Lo stesso Galileo, per difendersi dalle accuse della chiesa, sostenne che Dio aveva fornito all’uomo due oggetti di indagine: la Rivelazione e la Natura. E, per lasciare autonomia alle sue ricerche, sostenne che la Rivelazione riguardava unicamente la morale e la salvezza dell’anima ed era, come tale, in mano completa della Chiesa, mentre la Natura riguardando la fisica, doveva essere in mano agli scienziati senza interferenze di nessun tipo: “Certamente non è intenzione dello Spirito Santo insegnarci l’Astronomia e la Fisica o di mostrarci che la terra si muove o non si muove … la Bibbia ci vuole indicare come noi ci dobbiamo muovere verso il cielo, piuttosto che spiegarci come i Cieli si muovono.” [3]
“C’è chi pensa e sostiene che la Chiesa si sia violentemente opposta a Galileo presagendo che lo sviluppo delle teorie fisiche avrebbe manifestato col tempo una divergenza sempre più incompatibile con l’insegnamento tradizionale da essa sostenuto. Questa interpretazione a mio avviso, fa troppo onore all’acume scientifico della Chiesa, io, più semplicemente, penso, ed in ciò sono confortato da tutta la storia alle nostre spalle, che la Chiesa si sia semplicemente opposta alle
idee di Galileo unicamente perché sostenevano in forma nuova e difficilmente confutabile, in quanto fondate su dati sperimentali, antiche verità (l’eresia pitagorica), seguendo una strategia elementare
ad essa consueta di operare come “freno assoluto della storia”, opponendosi per principio a tutto ciò che le possa creare immediatamente difficoltà, salvo ad integrarlo successivamente nella propria dottrina, non senza averlo preventivamente svuotato di quei significati che potrebbero tornarle svantaggiosi, con una reinterpretazione ad essa favorevole.” [4]