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Politica e storia: l’illuminismo, la felicità e l’attuale politica della Guerra

Valorizzare la nostra memoria storica e prendere coscienza del nostro passato è strumento utilissimo a comprendere e leggere con maggiore chiarezza le tematiche del nostro quotidiano; attraverso la lettura obiettiva del nostro trascorso storico acquistano valore e significato quegli argomenti che costituiscono il fronte di gran parte degli scontri dell’attuale scena politica italiana necessariamente in transito (ed in anomalo contrasto) verso quella che dovrebbe essere la più ampia concezione politica di stampo europeo - che dovrebbe comunque basarsi su una concezione più umanitaria e popolare - finalmente sganciata dalla semplicistica, grossolana e colonialistica influenza economica - che non esitiamo a definire di troppo limitate vedute - della belligerante politica imperialistica americana.
L’articolo che segue si pone come una limitata critica storica a chi, attualmente, detiene il triste primato della guerra; è la breve storia della nascita e dello sviluppo di una grande nazione, fondata sul diritto alla proprietà, alla libertà e alla felicità; diritti a quanto pare godibili solamente da parte (quella ricca) dei suoi cittadini.
A chi non avrà la pazienza di arrivare al termine della pagina, segnaliamo che alla fine dell’articolo sono presenti i links ai video di alcune inchieste giornalistiche di rainews24 che dovrebbero fare molto riflettere sull’utilizzo della guerra in generale: a voi la scelta della visione.

ABROGAZIONE DELLA PENA DI MORTE, RIVOLUZIONI E DIRITTO ALLA FELICITA’:
LA NASCITA DELLA SOCIETA’ MODERNA.

In realtà si può affermare che la storia moderna prende avvio nel ‘700, il secolo dell’illuminismo e della ragione; in quest’epoca si assiste ad una generale rivoluzione del pensiero europeo che, sulle basi degli studi e delle ricerche scientifiche del secolo precedente, inizia decisamente a distaccarsi dall’oscurantista visione del mondo proposta dall’epoca della controriforma.
La dignità della condizione umana, anche nei suoi aspetti più miseri, viene finalmente presa in considerazione: sembra che infine quel messaggio cristiano di pace e fratellanza trovi finalmente ascolto, e il tutto avviene in base alla “ragione” e proprio al di fuori di quelle istituzioni religiose preposte alla sua divulgazione.

Dopo il trionfo della violenza dei due secoli precenti, quando, in nome della ragion di stato, la tortura e la pena capitale erano applicate senza remore persino nella punizione dei reati minori, nel 1764 la pubblicazione del libro “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria stimolò una riflessione sul sistema penale vigente; in realta’ Beccaria, non discostandosi affatto dal principio utilitaristico dominante della ragion di stato, ammetteva la pena di morte purche’ fosse utile al potere, in alternativa però, Beccaria suggeriva la pena dell’ergastolo.

Le idee del Beccaria trovarono apprezzamento soprattutto presso principi illuminati come Giuseppe II d’Asburgo e Leopoldo I Granduca di Toscana che addirittura si spinsero ben oltre. Spetta infatti a Leopoldo I con la legge del 30 novembre 1786 l’abolizione sia dell’uso della tortura sia di quello della pena di morte; questa norma, in realtà, codificava una prassi già consolidata in Toscana dal 1775, anno dal quale non erano state eseguite più condanne capitali a Firenze, mentre ancora nella metà del Settecento, a Parigi si poteva assistere alla tortura e allo squartamento pubblico dei colpevoli nelle piazze. Purtroppo tali disposizioni restarono in vigore solo fino al 1790 quando lo stesso Leopoldo stabilì con un editto la reintroduzione della pena di morte, prima contro i ‘ribelli’ ed i ’sollevatori’, in seguito per altri reati.
Circa un secolo più tardi, e ancora in Toscana, il governo provvisorio toscano, con un decreto datato 30 aprile 1859, abolì la pena di morte dalle leggi vigenti nel proprio territorio. L’”anomalia” toscana creò non pochi problemi al governo della nascente Italia unita poiche’ la legislazione penale si trovo’ divisa in due spezzoni: da un lato tutta la penisola con la pena capitale, dall’altro la Toscana senza.

Pietro Leopoldo, per grazia di Dio, principe reale d’Ungheria e di Boemia, arciduca d’Austria, granduca di Toscana

Con la più grande soddisfazione dei Nostro paterno cuore Abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le reazioni, e mediante la celere spedizione dei Processi, e la prontezza e sicurezza della pena dei veri Delinquenti, invece di accrescere il numero del Delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi Siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della Legislazione Criminale, con la quale abolita per massima costante la pena di Morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla Società nella punizione dei Rei, eliminato affatto I”uso della Tortura, la Confiscazione dei beni dei Delinquenti, come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto e sbandita dalla Legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di Lesa Maestà con raffinamento di crudeltà inventati in tempi perversi, e fissando le pene proporzionate ai Delitti, ma inevitabili nei rispettivi casi, ci Siamo determinati a ordinare con la pienezza della Nostra Suprema Autorità quanto appresso.( … )
LI. Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti anco non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della Pena deve essere la soddísfazíone al privato ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperdersi la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio, che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti, ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci coi minor male possibile al Reo; che tale efficacia e moderazione insieme si ottiene più che con la Pena di Morte, con la Pena dei Lavori Pubblici, i quali servono di un esempio continuato, e non di un momentaneo terrore, che spesso degenera in compassione, e tolgono la possibilità di commettere nuovi Delitti, e non la possibile speranza di veder tornare alla Società un Cittadino utile e corretto; avendo altresì considerato che una ben diversa Legislazíone potesse più convenire alla maggíor dolcezza e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo Toscano, Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo, sia presente, sia contumace, ed ancorché confesso, e convinto di qualsivoglia Delitto dichiarato Capitale dalle Leggi fin qui promulgate, le quali tutte Vogliamo in questa parte cessate ed abolite.( … )
Tale è la Nostra volontà, alla quale Comandiamo che sia data piena Esecuzione in tutto il nostro Gran Ducato, non ostante qualunque legge, Statuto, Ordine, o Consuetudine in contrario.

Dato in Pisa li 30 Novembre 1786.

(Trascrizione del Proemio e dell’articolo LI (Abolizione della pena di morte) della Legge di riforma criminale del 30 novembre 1786, n. LIX.)

Nel ‘700 prende avvio quell’anelito all’autodeterminazione dei popoli che porterà alla formazione delle moderne repubbliche. Le vicende della rivoluzione Americana, iniziata nel 1773 con la rivolta del tè (Tea Party of Boston), la Dichiarazione d’Indipendenza (4 luglio 1776) e la successiva guerra d’indipendenza (1776-1781) degli Stati Uniti si posero come significativo antecedente alla sanguinaria Rivoluzione Francese (12 luglio 1789).
Nel 1776 un gruppo di uomini illuminati da un “entusiasmo” filosofico e civile, nel redigere la Dichiarazione d’Indipendenza americana concepirono un diritto mai affermato prima: il diritto alla felicità.
In realtà la bozza della prima stesura del documento, in quel punto recitava: “l’uomo ha diritto alla proprietà”, ma la proposta che era di John Locke non convinse Benjamin Franklin, il padre della Rivoluzione americana, che non ne era soddisfatto. Benjamin Franklin, che comprendeva l’importanza della completezza di quel documento, mandò quindi una delegazione in Italia.
Franklin inviò il testo della Costituzione a Gaetano Filangieri (Cercola 1752 - Vico Equense 1788), terzogenito del principe di Arianiello, Gaetano Filangieri, usando due intermediari di suggestivo valore simbolico: Luigi Pio, diplomatico napoletano a Parigi, sostenitore di Robespierre, e l’abate Leonardo Panzini che aderì alla Repubblica Napoletana e ne fu rappresentante presso il Direttorio.

Gaetano Filangieri, una delle voci più alte della coscienza europea, a 19 anni scrisse la “Pubblica e privata educazione” (testo poi rifuso nella “Legislazione”). Avvocato nel 1774 per volere dei suoi, invece di dedicarsi alla professione si concentrò nella stesura degli “Aforismi politici” (da Platone ad Aristotele) e allo studio per ridurre la legislazione all’unità di una scienza normativa. Dei sette libri progettati per la “Scienza della legislazione” (opera che attaccava dalle fondamenta i privilegi feudali dei baroni), uscirono nel 1780 le “Norme generali”, nel 1783 il “Diritto e la procedura penale”, nell’85 il “Libro sull’Educazione”; nel 1784 l’intera opera fu messa all’Indice. Oltre a Franklin che gli chiese più volte consiglio per la redazione della Costituzione americana, Filangieri fu stimato da Goethe lo e ancora da lui prese avvio il pensiero di Giambattista Vico.
L’autore de “La scienza della legislazione” fu l’ispiratore, il legislatore-filosofo e il vero padre della Rivoluzione che non vide. Il Platone di Napoli, che consacrò solennemente la sua vita allo Stato, firmò le “Riflessioni politiche sull’ultima legge del Sovrano” che, apparse nel Settembre del 1774 rappresentarono il vero inizio della Rivoluzione napoletana ed il suo manifesto.
L’opera dell’intelligenza e della passione civile di Gaetano Filangieri venne comunque incastonata da Benjamin, come un gioiello, insieme al diritto alla vita e alla libertà, in quella unanime Dichiarazione dei tredici Stati Uniti d’America che resterà monumento alla speranza dell’umanità di diventare un giorno una specie felice e immortale.
Resta comunque il distinguo che, tra la frase “l’uomo ha diritto alla felicità”, coniata da Filangieri e inserita nel testo dalla Dichiarazione, e l’originale proposta materialistica di Locke, “l’uomo ha diritto alla proprietà”, c’è un abisso incolmabile.
Oggi appare evidente che quella prima promessa di felicità, fatta al mondo dalla nascente società americana, in una prospettiva di significato universale, capace di abbracciare in una ampia visione dialettica popoli e civiltà, non si è compiuta.
Anche la Toscana svolse un ruolo fondamentale in questi avvenimenti; il nobile fiorentino Filippo Mazzei (Poggio a Caiano, 1730 - Pisa, 1816), che nel 1773 partì alla volta dell’America settentrionale con un folto gruppo di contadini lucchesi fu infatti particolarmente amico e consigliere di George Washington, John Adams, Thomas Jefferson, James Madison e James Monroe, i primi cinque presidenti americani: Mazzei fu tra gli esponenti del movimento d’indipendenza delle colonie inglesi e venne eletto deputato all’assemblea della Virginia. Stabilitosi in seguito a Parigi come rappresentante diplomatico, prima degli stati Uniti, poi del re di Polonia, seguì con sguardo critico le vicende della rivoluzione francese, della quale condannò gli sviluppi giacobini e la rovina economica. Tra l’altro,”Philip” Mazzei negoziò un grosso prestito in oro tra la piccola Toscana e la nascente grande nazione americana, all’epoca bisognosa di denaro liquido. Un naufragio fece perdere al Mazzei le credenziali granducali e rimandare il prestito “sine die”.

LA DOTTRINA MONROE ED IL SUO AMPLIAMENTO:
NASCITA E AFFERMAZIONE DI UN IMPERO

In Europa, il terribile bagno di sangue della rivoluzione francese terminò con l’ascesa napoleonica. Della situazione dell’Europa, sconvolta dalle guerre napoleoniche e dalla sanguinosa occupazione francese della penisola iberica, approfittarono le colonie spagnole e portoghesi dell’ America latina che, ribellandosi ai rispettivi Stati colonialisti, fra il 1808 e il 1826 proclamarono la loro indipendenza. Caduto Napoleone e finito l’incubo giacobino e rivoluzionario, gli stati europei riuniti dopo il Congresso di Vienna nella Santa Alleanza si adoperarono per ripristinare la situazione politica precedente alla rivoluzione. Per difendere gli antichi interessi della monarchia spagnola le attenzioni della Santa Allenanza dovevano necessariamente rivolgersi anche a quelle nazioni dell’America centro-meridionale dalle quali la Spagna era stata espulsa. Le pretese europee incontrarono però l’opposizione dell’Inghilterra (che come prima potenza navale stava iniziando a costruire il suo immenso impero) e degli Stati Uniti, che temevano il ritorno degli stati europei sul nuovo continente. In particolare, nel suo annuale messaggio al Congresso, il 2 dicembre 1823 l’allora presidente repubblicano degli stati Uniti, James Monroe, delineò la linea politica che sarebbe poi passata alla storia come “Dottrina Monroe”.

Con la storica frase “l’America agli Americani” egli dichiarò davanti al congresso che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti negli affari europei e che altrettanto doveva fare l’Europa nei confronti dell’America; naturalmente non si riferiva ai nativi americani, ma a coloro che l’America avevano colonizzata.
L’inizio della linea di non intervento e della completa non ingerenza in qualsiasi affare europeo si basava su quattro punti essenziali:
-”Avendo i continenti americani assunto e mantenuto condizione di libertà e di indipendenza, non potranno essere considerati oggetto di future colonizzazioni da parte di alcuna potenza europea”.
-”Il sistema politico delle potenze alleate (gli Stati della Santa Alleanza europea) è assolutamente differente […] da quello dell’America […]. Noi dovremo considerare qualsiasi loro tentativo mirante a introdurre il loro sistema in una qualsiasi parte di questo emisfero come pericoloso per la nostra pace e la nostra sicurezza”.
-”Non siamo intervenuti e non interverremo nei riguardi delle attuali colonie o territori dipendenti da qualsiasi potenza europea”.
-”Non abbiamo mai preso parte alcuna alle guerre combattute dalle potenze europee per questioni riferentesi ai loro specifici interessi, né il farlo sarebbe consono con la nostra politica”

The Monroe Doctrine
Enunciated by President James Monroe, December 2, 1823.

In the discussions to which this interest has given rise, and in the arrangements by which they may terminate, the occasion has been deemed proper for asserting as a principle in which rights and interests of the United States are involved, that the American continents, by the free and independent condition which they have assumed and maintain, are henceforth not to be considered as subjects for future colonization by any European power… We owe it, therefore, to candor and to the amicable relations existing between the United States and those powers to declare that we should consider any attempt on their part to extend their system to any portion of this hemisphere as dangerous to our peace and safety. With the existing colonies or dependencies of any European power we have not interfered and shall not interfere. But with the governments who have declared their independence and maintain it, and whose independence we have, on great consideration and on just principles, acknowledged, we could not view any interposition for the purpose of oppressing them or controlling in any other manner their destiny by any European power in any other light than as the manifestation of an unfriendly disposition toward the United States.

La puntuale applicazione dei primi due punti ebbe come conseguenza lo smantellamento del potere coloniale spagnolo e l’espulsione delle potenze europee dal continente americano, che vennero sostituite dalla figura degli Stati Uniti come supremo protettore e padrone. Ogni successivo tentativo europeo di reinstallarsi in America venne rigettato con vigore: quando, fra il 1862 e il 1867, approfittando della Guerra Civile americana (la cosiddetta Guerra di Secessione), la Francia pose, a garanzia del proprio protettorato, l’arciduca Massimiliano sul trono del Messico, i Confederati che avevano goduto della prudente amicizia di Francia e Inghilterra vennero liquidati sanguinosamente, gli Stati Uniti fecero fucilare l’eroico Massimiliano, abbandonato al suo destino da Napoleone III, e cacciarono i Francesi.
Nel 1895 la stessa sorte toccò alle mire inglesi sul Venezuela. In quella occasione, sotto la presidenza di Grover Cleveland, lo stesso segretario di Stato americano Richard Olney dichiarò con brutale sincerità: “Oggi gli Stati Uniti sono praticamente sovrani di questo continente, e le loro decisioni sono legge per i soggetti che sono inclusi nella loro sfera di intervento”.
Nel 1898 la Spagna venne violentemente espulsa dalle sue ultime e storiche colonie di Cuba e Portorico.
Le dichiarazioni del segretario di Stato americano Richard Olney trovarono in seguito puntuale applicazione: il Messico venne numerose volte aggredito miltarmente (1846-1848, 1914-1916) e depredato di California, Nuovo Messico e Texas; Nel 1903 fu la volta di Panama, dove i Francesi stavano progettando di aprire il canale realizzato poi dagli Americani: già il presidente Rutherford Birchard Hayes nel 1879 aveva affermato che il canale era da considerarsi come “costruito sulle coste stesse degli Stati Uniti”.
Ma l’applicazione della “Dottrina Monroe” trovò ben presto generosi “ampliamenti geografici” verso ovest, quando nel 1867 vennero “liberate” le isole Midway, nel 1898 le Hawaii, Guam e le Filippine, e nel 1899 le isole Samoa.
Rispettando ed ampliando oltre i confini geografici i precetti espressi dalla “Dottrina Monroe”, gli americani dimenticarono ben presto l’origine della “Dottrina Monroe” e si guardarono bene da rispettare quel punto che doveva escluderli dall’intromettersi nelle vicende europee. La politica di non ingerenza venne abbandonata con l’ingresso degli Stati Uniti negli eventi bellici della prima guerra mondiale, e in misura maggiore dopo il secondo conflitto mondiale.

Allo scoppio della prima guerra mondiale (4 agosto 1914-11 novembre 1918) gli americani si astengono dall’intromettersi nel conflitto, e lo fanno anche quando, nel 1915, il transatlantico inglese Lusitania, in servizio tra New York e Londra, viene silurato da un sommeribile tedesco; nell’attacco morirono quasi 2000 persone, delle quali 138 americani. Il presidente americano Wilson inviò una dura protesta al Kaiser tedesco, ma i rapporti diplomatici con la Germania continuarono regolarmente, nonostante poco dopo l’affondamento del Lusitania un’altro transatlantico, l’Arabic, venisse affondato dai tedeschi.
La guerra sottomarina rischiava una forte diminuzione dei commerci tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti; nel suo intervento al Congresso per giustificare la scelta di entrare in guerra, il presidente Wilson attacco’ duramente la decisione tedesca di riprendere la guerra sottomarina illimitata, resa effettiva dal 1 febbraio 1917, definendola “guerra contro tutte le nazioni” e dichiarando di voler combattere “per i valori che sono sempre stati piu’ cari ai nostri cuori: la democrazia, il diritto dei popoli piegati dall’autoritarismo, i diritti e le liberta’ delle piccole nazioni”. Tuttavia per tutto il mese di febbraio, nonostante la decisione tedesca, tanto il Congresso statunitense quanto quasi tutta l’opinione pubblica americana si mantennero in larga maggioranza contrari ad un coinvolgimento nella guerra.
Dall’inizio della guerra gli inglesi avevano messo a punto un ufficio di decrittazione, chiamato Stanza 40, capace di intercettare e decifrare i codici del nemico. In varie circostanze la Stanza 40, permettendo agli inglesi di conoscere in anticipo le mosse tedesche, consentì di poter predisporre le adeguate contromisure (La Stanza 40, resa ancora piu’ potente, svolse un ruolo fondamentale anche nella Seconda Guerra Mondiale).
Nel gennaio 1917 gli inglesi intercettarono un messaggio cifrato via cavo che il ministro degli esteri tedesco Zimmerman trasmise in un telegramma all’ambasciatore tedesco in USA, Bernstoff. Il messaggio riportava la notizia dell’imminente decisione di dare avvio ad una nuova dura guerra sottomarina e l’assoluta volonta’ dei tedeschi di mantenere gli USA neutrali, ma se la neutralità americana non si fosse mantenuta, sarebbe stato necessario avviare un’alleanza col Giappone e con il Messico in funzione antiamericana. Il Messico aveva duri contenziosi col governo degli USA per il possesso dei territori del Texas e dell’Arizona e piu’ volte uomini armati messicani avevano oltrepassato il confine con gli USA, alimentando una pericolosa guerriglia di rivolta, placata dall’ intervento dell’esercito americano. Pericolosa per gli USA sarebbe stata anche l’eventuale alleanza della Germania col Giappone, con il quale i rapporti statunitensi si erano deteriorati da tempo per ragioni commerciali. L’ipotesi di una guerra americana in Oriente profilava combattimenti con un nuovo e indesiderato avversario.
Una volta reso noto il contenuto del “Telegramma Zimmerman” al presidente americano Wilson, l’intero congresso degli Stati Uniti decise di prevenire al piu’ presto le mosse della Germania, giudicando pericolosissime le intenzioni tedesche di allearsi con il Messico e il Giappone. Il testo del telegramma fu consegnato alla stampa e in seguito alla reazione dell’opinione pubblica americana il Congresso decise di votare a maggioranza l’ingresso in guerra contro la Germania. Lo schieramento americano venne giustificato come una necessaria difesa dell’ideale democratico, ma è giusto precisare che se la guerra scoppiò il 2 agosto 1914, l’America intervenne soltanto il 2 aprile 1917; furono dunque necessari tre lunghi anni prima che gli Stati Uniti percepissero questo imperativo bisogno di difendere l’ideale democratico e si accorgessero che il Belgio democratico era sommerso, che la Francia democratica era svenata e che la stessa Inghilterra era ridotta agli estremi.
Tre lunghi anni, quindi, di insensibilità politica, che furono anche tre anni di vantaggiose e lucrosissime forniture all’Intesa. L’insensibilità non fu scossa nemmeno dall’affondamento del Luisitania. Solamente quando la guerra sottomarina iniziò ad imperversare, falciando anche la marina mercantile americana e impedendo i lucrosi affari a nemici e amici, solo allora Wilson alzò la voce e dichiarò al Senato che la guerra mette in costante pericolo i diritti (di vendita) degli Stati neutrali. Egli perciò non indisse una battaglia per il trionfo della Democrazia, ma insinuò prima la proposta di una pace bianca, senza vincitori e senza vinti; indubbiamente lo muoveva più l’interesse che la commozione di vedere calpestati gli ideali democratici. Finalmente, e solo in base al continuo affondamento di navi commerciali americane, il 2 aprile 1917 l’America votò l’intervento nella guerra e soltanto allora vennero diffusi i messaggi democratici contro l’imperialismo austro-tedesco.
La stessa lunga attesa prima di entrare in guerra e con lo stesso “imperativo democratico”, avvenne nella Seconda Guerra Mondiale; a distanza di tre anni dall’invasione Russa e Nazista della Polonia e dopo due anni dall’invasione del Belgio e della Francia.
Dopo la seconda guerra mondiale, ormai autoproclamatosi protettori dell’intero globo, i politici americani inizieranno ad applicare la “Dottrina Monroe” all’intero pianeta, che verrà estesa senza indugi dopo la caduta del blocco sovietico.

ECONOMIA E POTERE:
I NUOVI MITI E LE CAUSE DELLA GUERRA

Certamente, a causa dei guai prodotti dalle nostre gravi responsabilità nella follia nazi-fascista, dobbiamo essere riconoscenti all’aiuto fornito militarmente dagli americani durante l’ultimo conflitto bellico; oltre alla inevitabile perdita di milioni di vite e alla devastazione di intere città, purtroppo, quell’ultimo grande conflitto europeo ha portato come conseguenza una vergognosa sudditanza politica ed economica, che sembra averci fatto dimenticare la nostra storia ed il nostro passato ed ha reso comune l’accettazione di moderni e grossolani miti che, in tutta sincerità, hanno veramente ben poco di educativo da proporre. Già a partire dalla prima cinematografia autocelebrativa di stampo “western” o “antinazista”, o quella patinata dei “musical”, si sono prodotti i primi effetti - più negativi che positivi - di questa intensa campagna pubblicitaria cinematografica della politica statunitense. L’esempio è fornito dalla rappresentazione dei tanto odiati “selvaggi indiani”, sterminati all’infinito nelle scene (e purtroppo anche nella realtà) dei film del filone “western” fino agli anni ‘70; l’infinita filmografia dedicata a questo argomento ha infine prodotto profonda simpatia e comprensione per queste tribù che, prima di essere sterminate dai coloni occidentali, vivevano a stretto contatto con la natura. Al contempo, sono cresciuti la noia ed il rigetto verso le figure dei cow-boys e dei bigotti pionieri americani. Più grave invece l’effetto prodotto dalla cinematografia antinazista, che ha invece risvegliato, per rigetto e antitesi, quei sentimenti razzisti e nazisti, alla fine troppo pubblicizzati da un’ingenua, infinita ed infine noiosa rappresentazione dello stereotipo del buono e del cattivo: la politica proibizionista utilizzata degli stessi americani, prima nei riguardi dell’alcool, poi nella creazione del tabù delle droghe - tanto per fare un esempio - ha prodotto lo stesso effetto invitante sulle menti di tanti giovani deboli - e tendenzialmente sensibili - in cerca di identificazione in un’immagine “forte” di autostima di gruppo, incitandoli quindi ad identificarsi in un ruolo di branco decisamente negativo.
La mercificazione sfrenata, il consumismo spinto all’eccesso, sono ormai elementi purtroppo comuni a quel vuoto totale che si percepisce dalla rappresentazione gratuita della violenza - purtroppo sempre più spesso emulata - presente in tutta la cultura e la cinematografia americana fino a, giusto per fare un’ esempio recente, un qualsiasi film del tanto idolatrato Quentin Tarantino. Nonostante tutto, questa propaganda è del tutto normale in un paese che si pone come primo produttore di armi; l’industria bellica sorregge l’economia americana, ne supporta il potere e necessita, ovviamente di nuovi mercati e guerre di smaltimento. L’assenza della concezione della storia in un paese chiuso in se stesso - nelle scuole americane lo studio degli eventi anteriori agli antefatti della rivoluzione è riservato alle élite universitarie dei college - non ha fatto che incentivare il modello “easy” del bullismo delle gangs di strada al quale si propone, in antitesi alternativa, il riscatto nel sogno del successo: quanti di questi atteggiamenti siano ormai radicati nella nostra società è facile scorgere dalla cronaca quotidiana o nella leggerezza dell’aspirazione alla fama ed al successo delle giovani generazioni (da popolo di navigatori, santi ed eroi, ci ritroviamo tutti attori, calciatori, ballerini e veline?). Si tratta comunque di quel senso di “vuoto spazio-temporale” ben chiaro a chiunque abbia un pò di dimestichezza con la lingua inglese e si ritrovi a conversare, anche lungamente, con la maggioranza della popolazione cresciuta oltre oceano e - purtroppo - anche con gli odierni europei cresciuti sotto l’influenza della colonizzazione commerciale americana.
Ovviamente, questo “j’accuse” non può essere rivolto esclusivamente ai politici americani: la politica va a braccetto con l’economia dagli albori del mondo. Il problema si pone quando gli strumenti a disposizione della follia umana, nel suo sogno di onnipotenza, diventano dei giocattoli troppo pericolosi mentre, al contempo, la scena mondiale si fa più ristretta.

La distruzione delle torri del World Trade Center dell’11 settembre “è soltanto il segno visibile di una lunga degradazione del ‘sogno’ che si è gradualmente trasformato in cupidigia, in volontà di potenza, e non infrequentemente in sfruttamento e sopraffazione.
La conflittualità, la criminalità, un’economia che è una macchina di morte, con al centro l’industria bellica più grande del mondo, vanno in direzione opposta a quei valori di dignità e di libertà indicati dal ‘sogno americano’.
Quando una società ha un numero di obesi che ha superato di molti punti il 50% non ha bisogno dei talebani per riconoscere il sabotaggio e il disastro.
La strage di civili in Afghanistan ha sporcato di sangue la Dichiarazione d’Indipendenza poche ore prima del suo anniversario. E’ un presagio che sarà bene scongiurare più che ignorare.
Filangieri idealista e giurista, ancora credeva che la felicità potesse arrivare dall’esterno. Come Rousseaux, credeva che il cambiamento delle leggi, la repubblica, la democrazia, la liberalizzazione delle istituzioni politiche e civili, potessero portare felicità ai popoli. Rousseaux nella prima pagina del “Contrat Social” osserva che l’uomo parla sempre di libertà “ma dovunque volgo lo sguardo lo vedo in catene”. Ignorava che la felicità è possibile solo all’individuo. Solo chi ha sconfitto in sé la logica conflittuale, le forze opposte che da sempre si combattono nel cuore di ogni uomo ha diritto alla felicità. E solo un uomo felice può cambiare l’economia e portare guarigione ai millenari problemi del mondo.
” (Stefano E. D’Anna)

Alle stragi dell’Afghanistan sono seguite quelle sulla popolazione - civile o militare, poco conta - della guerra in Iraq, in un’assurda lotta per il petrolio, mascherata da improbabile lotta ad un terrorismo casomai fomentato proprio dagli Stati Uniti. E’ ancora possibile una guerra tesa a salvaguardare i privilegi di chi, da solo e sbandierando una pretesa ed inquietante missione divina, consuma gran parte delle risorse del pianeta? L’Italia nell’occasione ha recitato una parte meschina e anche l’Europa è riuscita soltanto a mostrare la sua fragilità interna ed il suo servilismo ad un potere fondato e garantito dalla politica economica. Le rinnovate, continue minacce alla stabilità nei paesi medio-orientali, non possono che preoccuparci in prima persona e dovrebbero spingere l’Italia e l’Europa a riaffermare, assieme ai paesi arabi moderati, la sopita supremazia delle Nazioni Unite, affinché le pretese del diritto alla terra non si trasformino troppo presto nel naturale diritto della terra sui nostri corpi.

La spesa militare mondiale è stata nel 2005 di oltre 1.100 miliardi di dollari, cifra che corrisponde al 2,5% del Pil mondiale, ovvero a una quota media di 173 dollari pro capite per ogni cittadino del mondo (Stockholm International Peace Research Institute). La spesa è aumentata del 3,4% dal 2004 e del 34% dal 1996. Gli Stati Uniti sono responsabili di oltre l’80% di quest’aumento e la loro spesa militare ammonta a circa la metà del totale mondiale, seguono, a distanza, la Gran Bretagna, la Francia, il Giappone e la Cina che coprono circa il 4-5% ciascuno.

Alle basi di questa dissennata politica stanno gli enormi interessi delle lobby delle armi, come la statunitense Nra (National Rifle Association), che motivano i propri interessi con il fatto che la costituzione americana garantisce il diritto ai propri cittadini di possedere e portare delle armi.
Oltre agli Stati uniti anche la Russia, la Cina ed Israele intendono disciplinare il meno possibile la questione sollevata dal problema del traffico illegale delle piccole armi da fuoco che ogni anno uccidono mezzo milione di persone in tutto il pianeta.

La stessa Unione Europea si dimostra incapace di fermare le conseguenze del sistema militare industriale che dominano la scena internazionale e che lei stessa contribuisce ad alimentare.
Se gli Stati uniti sono i massimi promotori dell’idea che la sicurezza si produca con le armi, anche il resto del mondo e in particolare l’Europa, fa fatica a scegliere una strada diversa: nel documento dell’Unione in materia di sicurezza “Un’Europa sicura in un mondo migliore”, approvato alla fine del 2003 dal Consiglio europeo, l’Europa, schierata per il multilateralismo nei processi decisionali e nelle relazioni internazionali, pur assumendo alcune riflessioni elaborate dai pacifisti e dalle organizzazioni non governative, pur riconoscendo i legami fra ingiustizie e insicurezza e il vantaggio della predominanza delle minacce non militari per il futuro del pianeta, in contraddizione con molte delle argomentazioni esposte, non cambia strada e insiste a considerare centrale l’elemento militare, nonostante l’evidenza che le strategie di sicurezza prevalentemente militari sono controproducenti e destinate a produrre insicurezza.

Chiunque abbia fegato (e stomaco) è invitato a guardare il documentario di rainews24 sugli effetti delle nuove armi all’uranio impoverito; dopo la visione di queste terribili immagini, dopo la vista dei bimbi deformati dagli effetti dei bombardamenti, dopo l’intervista ai nostri ingenui militari che operano, convinti dalle menzogne ufficiali, in territori che credono immuni dagli effetti di questi terribili bombardamenti, ci chiediamo fino a che punto possa essere giustificata una nuova guerra, in nome di quale dio, In base a quale economia e a vantaggio di chi può essere - e scusateci il termine - “sputtanato” il nostro pianeta? Possono la ricchezza ed il potere di pochi giustificare anche il prezzo di una singola vita?

L’orrore che sorge alla visione di questo e dei seguenti filmati non può che aumentare al pensiero che le supposte armi chimiche e le armi di distruzione di massa, motivo e scusa scatenante della guerra al petrolio in Iraq - e delle quali non è mai stat trovata traccia - sono state invece abbondantemente utilizzate senza scrupoli dagli stessi americani.

Parte del video del giornalista giapponese Naomi Toyoda sui bambini deformati all’ospedale di Bassora è visibile anche in inglese e in formato asf sul documentario 1 di rainews24
La parte del video di Naomi Toyoda sulla presenza di uranio impoverito e sulle bugie raccontate alle truppe italiane di stanza a Nassirya è visibile in inglese e in formato asf nel seguente documentario 2.
Per problemi di visualizzazione legati alla connessione degli utenti collegati via adsl o a 56kb si consiglia di scaricare i video direttamente da questa pagina del sito di rainews inchieste.

Una sequenza di video di denuncia dell’uso di armi al fosforo bianco a Falluja è scaricabile alla seguente pagina di rainews, tra i quali la Versione integrale dell’intervista al militare americano Jeff Engleheart sull’utilizzo di fosforo bianco su civili (30/11/2005).
Nella stessa pagina:
-L’intervista ad Adam Mynott, inviato BBC (21/11/2005) con parti del video girato a Falluja sugli effetti del fosforo bianco.
-L’intervista del 21/11/2005 al giornalista spagnolo Javier Couso sulla strage di Falluja
-L’editoriale del 14/11/2005 di Roberto Morrione, direttore di Rainews24 sulle inchieste di rainews24.

Altri riferimenti sulle recenti guerre e le loro cause:

-Sulla “Sindrome del Golfo”, seguita alla guerra della prima amministrazione Bush.
-Sull’egemonia dei Bush in America.
-Sulle parole di Wayne Madsen, ’’Chiunque e’ contro i Bush ed i neo cons e’ un target di questi tempi’’.
-Sulle ipotesi del complotto torri gemelle.
-Sull’implicazione della CIA nell’attacco alle torri gemelle.
-Riflessione sulle menzogne della politica internazionale.
-Sull’attacco israeliano al Libano: articolo in italiano e in spagnolo
-Sui disastri ambientali causati dal recente attacco israeliano in Libano.
-Sui danni al patrimonio storico e archeologico causati dal recente attacco israeliano in Libano
-Sui danni ai templi romani di Baalbek


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