Associazione O-zone

Articoli e risorse sul territorio della val d’elsa

Museo virtuale

Tra le finalità dell’associazione, la ricerca e lo studio per la valorizzazione del territorio ci portano verso alcune considerazioni sullo stato dei beni storico-artistici locali, spesso già formulate da molti cittadini, desolati nel constatare l’abbandono e la trascuratezza di quanto ancora rimane da tutelare. L’amministrazione comunale di Poggibonsi è impegnata su vari fronti, più o meno da circa un decennio, nella valorizzazione e nella riscoperta del passato storico della nostra città. Esiste purtroppo ancora, e da troppo tempo, un gap che ci differenzia negativamente dalle altre realtà comunali toscane e della provincia senese; è l’assenza di un vero e proprio museo-pinacoteca dove conservare ed esporre, a residenti e turisti, le opere pittoriche ed i resti archeologici di epoca antica provenienti dal territorio comunale. Spesso, a giustificare questa situazione, viene ribadita la carenza di un ricco patrimonio di opere pittoriche e beni archeologici; nel caso dei dipinti, sarebbe sufficiente raccogliere quanto finora si è lasciato dispedere in altre collezioni statali o diocesane; per le opere antiche crediamo, più realmente, che sia invece possibile, attraverso un’attenta ricerca, recuperare quanto è stato reperito in passato ed è tuttora giacente in qualche magazzino di museo: al riguardo, l’esempio fornito dalla Dott.ssa C. Cianferoni nel caso del rinvenimento dei materiali da S. Martino ai Colli, dimenticato nei magazzini della Soprintendenza di Firenze, è sufficientemente illuminante. Promuovere la cultura e spingere ad incentivare gli investimenti pubblici nella realizzazione di un museo-pinacoteca che raccolga le opere di pertinenza locale, è un tema che si inserisce a pieno in questa valorizzazione territoriale, in maniera conforme alle recenti tendenze in atto, da tempo, anche nelle più piccole entità comunali d’Italia e della nostra regione.
A seguito delle recenti oculate scelte di valorizzazione culturale che stanno finalmente interessando la fortezza medicea e l’area archeologica di Poggiobonizio, ci chiediamo quindi come sia possibile che, tuttora, la seconda città della provincia senese, al centro dei più importanti itinerari del turismo toscano, spesso scelta come luogo di soggiorno dal quale indirizzarsi verso le vicine città d’arte e ormai percepita dagli stessi turisti come meta turistica parte dell’itinerario toscano, non abbia provveduto a raccogliere sul proprio territorio quel che resta di quanto vi è stato accumulato dai nostri predecessori in tre millenni di storia.

La presentazione, in un museo virtuale, di quanto il nostro territorio ha prodotto e conservato nei secoli, intende stimolare la cittadinanza alla salvaguardia e all’attenzione verso l’eredità artistica e storica pertinente alla nostra area comunale.
Si tratta di una piccola, ma non insignificante parte del più vasto patrimonio dell’umanità, della quale abbiamo la diretta responsabilità di custodia, per rispetto verso i nostri predecessori e per il dovere di preservare le testimonianze storiche del luogo nel quale abitiamo, affinché vengano tramandate alle generazioni che in futuro abiteranno la nostra città.
L’iniziativa è un’invito rivolto alle autorità locali competenti - regionali, provinciali, comunali ed ecclesiastiche - e, soprattutto, ai singoli cittadini, a riflettere sull’importanza dell’istituzione di una struttura museale di questo tipo, finora assente nella nostra città. Occorre infatti risvegliare l’attenzione verso la nostra città ed il nostro territorio, che possiede un passato importante ma degno di cure; anche la posizione centrale ed il definitivo ingresso della nostra città, come piccola protagonista, nel circuito dei grandi itinerari toscani, richiede che sia incentivata soprattutto quell’offerta di arte e tradizione antica, che costituisce l’attrazione e la caratteristica principale della nostra regione e che non manca certamente al nostro territorio, il quale necessita casomai di maggiori investimenti in questa direzione.

Per la realizzazione di questo piccolo itinerario virtuale, ci siamo quindi ispirati ad altre iniziative, molto simili, di musei virtuali presenti in rete; tanto per rimanere in Toscana, possiamo citare l’ esempio del museo virtuale pratese o quello del museo virtuale del gruppo archeologico Archeoempoli.

La galleria intende riportare il maggior numero di opere provenienti dal nostro territorio; l’elenco si propone quindi come un archivio virtuale che presenta anche affreschi ed oggetti inamovibili che si trovano quindi benissimo nella loro sede naturale (lungi da noi l’idea di un dissennato distacco). Tra le opere presentate, alcune sono attualmente esposte o in custodia nei magazzini dei grandi musei, come gli Uffizi, altre sono pertinentemente conservate nel piccolo museo parrocchiale di Staggia, molte sono state preventivamente raccolte nel piccolo museo diocesano di Colle val d’Elsa.

Un pregiudizio largamente diffuso vede in Poggibonsi un centro esclusivamente moderno, erede di un’importante passato medioevale che, assieme ad ogni pregevole testimonianza artistica, è stato però cancellato dalla storia; primi responsabili di questo grave preconcetto - e delle sue peggiori conseguenze - sono gli stessi poggibonsesi che, finora caratterizzati esclusivamente da spirito pratico e mercantile, certamente anche a causa delle travagliate vicende storiche protrattesi fino ad un passato abbastanza recente, hanno lasciato poco spazio a più profonde riflessioni o aspirazioni di tipo culturale.
Certo, la storia ha lasciato pesantemente i suoi segni sul nostro territorio e le vicende del passato acquistano spesso il sapore delle occasioni perdute: lo fu certamente, col senno di poi, l’ostinato atteggiamento filo-ghibellino che portò nel 1270 alla distruzione della città di Poggiobonizio; d’altronde questa stessa ostinazione motivò, grazie agli ovvi mutati motivi politici ed alla vicinanza con l’ormai affermata città di Firenze, la scelta dello sventurato imperatore Enrico VII di ricostruire nel 1313, sul sito della vecchia città, la nuova città di Poggio Imperiale, volutamente scelta a manifestare la potenza dell’impero ma destinata a seguire, entro breve, il destino dello sventurato “ultimo ghibellino”.
Più tardi, dopo i tragici eventi della Congiura dei Pazzi e della Battaglia di Poggio Imperiale, che portarono a minacciare la stessa Firenze, il grande Lorenzo de’ Medici scelse di ricostruire qui una nuova ambiziosa città, il cui aspetto, nel filone ed a confronto delle coeve realizzazioni delle città ideali del rinascimento, quale città voluta dall’uomo che più di tutti incarnò lo spirito di quest’ epoca, possiamo solo immaginare a partire dall’imponente e rivoluzionaria cortina muraria sopravvissuta.
Ancora una volta la morte prematura del Magnifico e le mutate condizioni politiche intralciarono un luminoso progetto per la nostra città.

Ma le ragioni di questi successi - e di questi fallimenti - stanno nella stessa orografia della zona, fulcro e ‘ombellico” della toscana; le tracce degli uomini che portarono a questi avvenimenti sono tuttora visibili nelle caratteristiche del paesaggio, antropizzato dalle vicende dei secoli di una lunga storia e che, dalla più remota epoca etrusca, hanno lasciato testimonianze, più o meno chiaramente visibili, nei successivi monumenti medioevali quali le chiese, le pievi, le torri ed i numerosi castelli.

Prima degli eventi bellici che inaugurarono il secolo passato, sembra che il relativo benessere raggiunto dai poggibonsesi, avesse maturato anche nei nostri predecessori, e prima che altrove, una sensibilità ed una coscienza verso il nostro passato e le testimonianze della storia locale; è quanto traspare da un articolo di Rossella Merli apparso mesi fa sul “Portale” del comune di Poggibonsi.
Una notizia, pubblicata sulle pagine della “Miscellanea storica della Valdelsa”, riporta che, negli anni 1911-1912, ai tempi di Giolitti e della prima conquista coloniale della Libia, il Municipio di Poggibonsi nominò una speciale commissione per studiare la costituzione di un museo cittadino d’arte e di storia. Nel 1911 la commissione, di cui fu primo presidente il Prof. Marcello Galli-Dunn, allora proprietario del castello di Badia, affermò in un manifesto di intenti, di avere come programma quello di raccogliere quanti oggetti avessero interesse storico-artistico e di voler “inculcare” e ottenere il rispetto ai pubblici monumenti. Con una circolare del 30 giugno 1912 il Comune sancì formalmente tale commissione e decise che il museo avesse sede nell’antico palazzo del Podestà del quale, fino al 1890 si era deciso il restauro con tanto di progetto della “Soprintendenza ai monumenti”. Intanto la commissione aveva raccolto non pochi oggetti, provvisoriamente collocati nel Palazzo comunale, e progettava di corredare il museo di una biblioteca di consultazione.
Non è questa la sede per approfondire il significato di tali propositi alla luce del ceto che li promuoveva, dello spirito proprio di quei tempi prossimi alla grande guerra e della relazione con analoghe operazioni che si andavano allora compiendo in altri comuni valdelsani. Sta di fatto che a Poggibonsi lo sforzo non sortì efficacia immediata. Infatti dell’iniziativa suddetta si perde traccia fino agli anni trenta, epoca in cui se ne ritrova il filo sul diario di Giuseppe Del Zanna, dove, in data 12 dicembre 1932, si legge che i materiali raccolti dalla commissione furono trasportati dalla sala capitolare di San Lucchese, dove erano evidentemente stati traslocati in un momento imprecisabile, al palazzo scolastico “Vittorio Veneto”. Purtroppo intorno al 1933 il Del Zanna annotava sul suo diario che mancava l’autorità che prendesse a cuore di condurre a termine la definizione del museo. E questo non ebbe mai luogo. Nelle fonti di prima istanza sopra citate, rimane ignota la consistenza e la qualità dei materiali raccolti per il museo, ma di certo devono averne fatto parte alcuni reperti romani rinvenuti a Gavignano intorno al 1920, che, dai resoconti di scavo, risultano depositati al “Museo di Poggibonsi”, ma che oggi sono dispersi.

Del materiale collezionato dalla commissione tra il 1912 e il 1932 non rimane purtroppo traccia.

Un’altra occasione per il recupero e la salvaguardia di molto del materiale lapideo proveniente da Poggiobonizio, venne perduta alcuni anni orsono, al momento della trasformazione in hotel della Villa San Lucchese; il parco conservava infatti numerosissimi reperti litici quali basi, fusti e capitelli di colonne, oltre a numerose iscrizioni medioevali e lapidi sepolcrali. Tra questi reperti, utilizzati come arredo da giardino o portavasi, erano anche presenti numerosi elementi architettonici di epoca rinascimentale, probabilmente pertinenti a strutture del complesso di San Lucchese.
Tutto questo importante materiale, certamente utile, oltre che allo studio delle caratteristiche stilistiche utilizzate localmente in architettura e scultura in epoca medioevale, anche per eventuali riscontri su personaggi e famiglie citati nei documenti di archivio, venne purtroppo messo in vendita dai nuovi proprietari e andò disperso nel mercato antiquario.

Una più recente ennesima “occasione perduta”, sempre a causa della solita assurda e purtroppo radicata ed ignorante concezione del patrimonio storico-culturale, è stata la dispersione di quanto rimaneva della collezione dei conti Sangiorgi, i cui pezzi (che comprendevano alcune tavole a fondo oro del XIV-XV secolo, opere di vedutisti fiamminghi e paesaggi del XVI-XVII secolo), erediati dalla governante e successivamente trasferiti, alla morte di quest’ultima, in lascìto ai frati di San Lucchese furono, dall’amministrazione comunale dell’epoca, giudicati “estranei alla storia locale” e vennero così ceduti ad un prezzo ridicolo al primo intelligente acquirente, andando così ad impinguare le ricche collezioni di un munifico collezionista, recententemente donate alla città di La Spezia, della quale formano il più cospicuo complesso museale: il Museo Comunale Amedeo Lia.
Occorre ricordare invece che proprio al concittadino conte Francesco Sangiorgi, nella figura di sindaco di Firenze, va il merito di avere promosso, nel 1907 e di concerto con esperti eccellenti quali Giovanni Poggi, Ugo Ojetti, Bernard Berenson ed altri, il riallestimento di Palazzo Vecchio come museo. A lui si deve il restaurato del Guardaroba Mediceo con le sue preziose carte geografiche cinquecentesche; grazie a lui furono resi fruibili il Salone dei Cinquecento, lo “Studiolo” di Francesco I, i quartieri monumentali, gli affreschi, le logge e le numerose opere d’arte e suppellettili sapientemente collocate nell’edificio che fanno di Palazzo Vecchio uno dei musei più visitati della città.

Vorremmo quindi riuscire a stimolare e coinvolgere i cittadini nell’azione di recupero del patrimonio culturale locale e dei beni artistici andati dispersi in sedi non strettamente pertinenti al territorio di appartenenza. A fronte della popolazione residente e di quella, numerosa che, proprio grazie al recente risveglio culturale, gravita sul nostro territorio comunale, ci sembra veramente disdicevole che il maggior centro della valdelsa non sia dotato di un’istituzione museale che raccolga le opere superstiti commissionate o prodotte dai nostri avi. Tanto per restare in ambito locale, occorre ricordare che ogni amministrazione comunale della valdelsaa o della provincia ha istituito da tempo e con intelligenza una o più sedi museali nelle quali raccogliere le collezioni archeologiche e le opere pittoriche presenti sul territorio e già sparse nelle piccole chiese di campagna.

Nella Valdelsa e nel Chianti fiorentino, sono ampiamente diffusi i musei che raccolgono le collezioni pertinenti ai singoli territorio comunali.
A Certaldo troviamo il Museo Civico del Palazzo Pretorio ed il Museo d’Arte Sacra, istituito nella piccola Chiesa di San Tommaso, raccoglie le opere provenienti dalle chiese del Vicariato di Certaldo. Tra le varie opere, si segnalano in particolare gli affreschi del noto Tabernacolo dei Giustiziati, affrescato da Benozzo Gozzoli; degna di nota una pala del maestro Meliore (Firenze, c. 1255-1285) raffigurante la Madonna col Bambino in trono e due angeli (ca. 1275-1280).
A Castelfiorentino il Museo di Arte Sacra Santa Verdiana e la Raccolta Comunale d’arte
con gli affreschi di Benozzo Gozzoli
.
A Gambassi Terme il Museo del Vetro; a Montaione il Museo Civico;
Ad Empoli, il Museo della Collegiata di Sant’Andrea, il Museo Civico di Paleontologia, il Museo della Casa Busoni;
a Montespertoli il Museo di Arte Sacra-Pieve di San Piero in Mercato; a Montelupo il Museo Archeologico e della Ceramica.
A Tavarnelle Val di Pesa il Museo d’arte sacra ed il Museo Emilio Ferrari; a Barberino Val d’Elsa l’Antiquarium di Sant’Appiano;
all’Impruneta, il Museo del tesoro di Santa Maria; a San Casciano Val di Pesa il Museo d’arte Sacra; a Greve in Chianti il Museo d’Arte Sacra.

Nell’area della Valdelsa e del Chianti pertinente alla provincia senese, segnaliamo, a San Gimignano, oltre alle note collezioni dei Musei Civici di San Gimignano, Palazzo Comunale, Pinacoteca, Torre Grossa, del Museo Archeologico, del Museo di Arte Sacra, della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” , del Museo Ornitologico e della Spezieria di Santa Fina.
A Castellina in Chianti è stato recentemente inaugurato il Museo Archeologico del Chianti Senese.
A Casole d’Elsa una interessante raccolta è ospitata dal Museo Archeologico e della Collegiata.
A Colle val d’Elsa si segnalano il Museo Civico Archeologico “Ranuccio Bianchi Bandinelli”, Il Museo Diocesano d’arte Sacra, il Museo del Cristallo
In particolare, il regolamento del Museo Civico,Archeologico “Ranuccio Bianchi Bandinelli”, intelligentemente costituito col fine della conservazione, la valorizzazione e la fruizione da parte dell’utenza, dei beni storico-archeologici , con particolare riguardo al territorio del comune di Colle di Val d’Elsa e a tutta l’alta Valdelsa e, in generale, alla storia e alla cultura dell’età preistorica e dell’epoca etrusca, utilizza materiale ricevuto a seguito di donazione, acquisto, deposito, etc. Le collezioni sono in parte di proprietà comunale (ex. collezione Terrosi) e in parte di proprietà statale.
Queste ultime sono state concesse in deposito con convenzione stipulata tra l’Amministrazione Comunale di Colle di Val d’Elsa e la Soprintendenza Archeologica per la Toscana, in data 19 marzo 2005, a Colle di Val d’Elsa, con Deliberazione di Giunta n. 47 Del 15 marzo 2005.
Certamente ad osservare la testata del sitoTerre di Arnolfo, si resta amareggiati nel vedere esposto in primo piano il trittico di Ventura di Moro, lo pseudo Andrea di Baldese, proveniente dalla chiesa Poggibonsese di San Michele a Padule.

A Poggibonsi risulta invece presente il piccolo Museo di Paleontologia, il piccolo e interessante, ma trascurato Museo di Staggia Senese e, nonostante il recente allestimento del piccolo Museo del Parco Archeologico di Poggibonsi, manca ancora una ampia collezione museale che raccolga i dipinti e le opere provenienti dal territorio Poggibonsese, dispersi in altri musei.

Nella nostra provincia la presenza di associazioni o gruppi archeologici locali ha permesso la ricerca, la raccolta e la valorizzazione di reperti che, anche grazie al contributo delle varie amministrazioni comunali tese all’acquisizione di quanto possibile, sono poi confluiti in piccoli ma preziosi istituti museali. A Chianciano l’istituzione del museo si è ben presto arricchito delle donazioni di intelligenti cittadini… (la donazione della Signora Casini, la donazione Palazzi, e la Terrosi). Proprio grazie ad una munifica donazione, anche la piccola località di Romena in Casentino può vantare un suo piccolo ma interessante museo di reperti etruschi.

Una proficua ed intelligente concertazione tra le amministrazioni locali e la Soprintendenza, ha spesso reso possibile l’esposizione di molti reperti altrimenti destinati a giacere nell’oscurità dei magazzini: è questo il caso del museo archeologico di San Gimignano che, oltre ad esporre la collezione comunale, espone parte della collezione statale di reperti rinvenuti sul territorio, anche se purtroppo al contempo, per carenza di spazi espositivi, a sua volta è costretto ad ospitare molti materiali nei magazzini. Grazie alla collaborazione fra la soprintendenza, il comune di Barberino e la diocesi fiorentina è stato possibile l’allestimento del piccolo Antiquarium di Sant’Appiano, che espone alcuni materiali provenienti dalle tombe di San Martino ai Colli.
Certamente la funzione di cerniera tra l’area senese, quella fiorentina ed il Chianti, svolta da sempre dalla città di Poggibonsi, potrebbe portare, con una intelligente collaborazione anche del comune di Barberino Val d’Elsa, a creare uno o più spazi museali a carattere tematico, interprovinciali o regionali, di più ampio respiro ed inseriti in una più vasta rete come è stato fatto, sempre però restando nel ristretto ambito provinciale, nell’ area Empolese e nella Valdelsa inferiore.

A favore della salvaguardia della locale memoria storica e religiosa ed a vantaggio dell’intera cittadinanza, per quanto riguarda le tavole con i dipinti medioevali e le pitture rinascimentali e barocche di pertinenza ecclesiastica già presenti sul nostro territorio, sarebbe auspicabile una collaborazione tra la Soprintendenza, le autorità comunali e quelle ecclesiastiche che, in base all’art. 12 delle Legge 25 marzo 1985, n. 121, ratificata con protocollo addizionale il 18 febbraio 1984, al successivo Decreto del Presidente della Repubblica del 4 febbraio 2005 n. 78 ed alla seguente intesa tra Ministero dei Beni Culturali ed il Presidente della Confernza Episcopale del 26 gennaio 2005, art. 2 comma 4, riunisse, preservasse ed esponesse sul territorio di appartenenza le opere pertinenti alla chiese presenti nel territorio comunale, attualmente accentrate nell’angusto e piccolo museo diocesano di Colle Val d’Elsa ma che, a quanto pare, dovrebbero confluire in un nuovo museo nei locali dell’ex ospedale colligiano.
Ci chiediamo il perché di questo accentramento di opere provenienti quasi esclusivamente da Poggibonsi (la maggioranza di quelle di epoca medioevale), mentre ad esempio a Casole, si ha la cura e la premura di conservare i propri piccoli tesori in casa. Eppure anche Casole, come San Gimignano, fa parte del territorio della vecchia diocesi colligiana.
Forse per invogliare gli amministrtori locali a comprendere il valore storico delle nostre opere d’arte e ad intervenire - di concerto con le autorità ecclesiastiche locali e con la diocesi senese - con l’istituzione di una pinacoteca sul territorio comunale occorre aggiungere che molte opere degli autori antichi presenti sul nostro territorio sono contese dai più grandi musei europei ed americani.

Finora l’irriducibile disattenzione delle autorità locali verso le memorie storiche ed artistiche provenienti dal nostro territorio hanno favorito l’accentramento in questo museo di molti beni pervenuti da varie località del vecchio territorio diocesano, eccezion fatta per le opere conservate a San Gimignano e quelle presenti nel piccolo ma prezioso museo parrocchiale di Staggia. La recente intenzione di realizzare un piccolo museo dei materiali votivi del santuario di Romituzzo, potrebbe rappresentare uno stimolo iniziale per un ripensamento in vista di una auspicabile esposizione sul territorio degli oggetti sacri di provenienza locale.

Tra le sole opere di ambito religioso che dovrebbero trovare la loro definitiva dimora nella loro sede naturale, possiamo elencare:

- Il rarissimo corredo eucaristico in argento, formato da quattro calici, una patena e un cucchiaio che fu ritrovato fortuitamente nel sottosuolo in località Pian dei Campi (1963). Già conservato a San Lucchese, costituisce la testimonianza della esistenza, nel VI secolo dopo Cristo, di una comunità cristiana di etnia ostrogota legata alla chiesa di S. Andrea a Galognano. Un calice porta l’iscrizione: “+ hvnc calice pvsvet himnigilda aeclisiae gallvniani”, mentre sulla patena si legge: “sivegerna pro animam svam fecit”.
- L’affresco duecentesco raffigurante una santa nella chiesa di San Pietro a Cedda.
- Madonna col Bambino, dipinto, databile intorno alla metà del Trecento, del raro ed elegante Niccolò di Ser Sozzo, testimonianza della lunga strada percorsa dalla scuola senese grazie alle esperienze gotiche dei fratelli Pietro e Ambrogio Lorenzetti e dei cognati Simone Martini e Lippo Memmi. Proviene dalla chiesa di S. Antonio al Bosco (Poggibonsi).
- Maestà (ora agli Uffizi), che fu dipinta nel 1340 da Taddeo Gaddi per la cappella Segni in S. Lucchese (Poggibonsi).
- Madonna con il Bambino e Santi, di Lorenzo di Bicci, proveniente da S. Giusto a Villore (Poggibonsi), nella quale Lorenzo dimostra di dipendere dalle esperienze di Jacopo di Cione e Agnolo Gaddi.
- Trittico, proveniente da S. Pietro a Cedda (Poggibonsi), dello Pseudo Ambrogio di Baldese (alias Lippo di Andrea).
- Trittico, già in S. Michele a Padule (Poggibonsi), attribuito a Ventura di Moro.
- Gli affreschi dipinti a mò di pala d’altare a S.lorenzo in pian dei Campi, a San Martino a Luco e a San Rocco a Papaiano.
- La resurrezione di Vincenzo Tamagni - o del Botticini - ora in San Lorenzo.
- La pittura di Pompeo Batoni, uno tra i maggiori artisti del settecento, dall’altare di S. Felice in San Lucchese

Dovrebbe trovare una simile collocazione anche il materiale lapideo soggetto a dispersioni e furti anche recenti; tra gli oggetti salvabili segnaliamo:

- I capitelli romanici e gotici già presenti nel chiostro di San Lucchese assieme ad altri frammenti archiettonici (un frammento con metà di arco trilobato e stemma degli Squarcialupi era già presente nel cimitero della chiesa fino a pochi anni fa, mentre venduti e dispersi sono andati i numerosi materiali lapidei medievali - molti provenienti da Poggiobonizio - e rinascimentali - da San Lucchese - già conservati nella villa retrostante al monastero).
- Il bassorilievo gotico con la madonna e il bambino in largo Gramsci.
- Il capitello di una chiesa di Poggiobonizio (S.Donato) presente a La croce presso la porta di Fortezza (dal cui piedistallo, all’epoca dei lavori per il restauro del cassero, è stato trafugato lo stemma del popolo di firenze, proveniente da una delle porte di fortezza…).
- I vari frammenti di capitelli e cornicioni in pietra che sono stati recuperati e vengono rinvenuti nello scavo della fortezza.

Ancora sarebbe doveroso il recupero dei corali miniati già presenti a San Lucchese: al riguardo il Pratelli, parlando della chiesa di San Lucchese, scriveva: “nel bel mezzo (del coro) trovasi sempre il leggio con i ripostigli dei tredici bei corali con pregevoli miniature di epoche e autori diversi e che, con storia curiosa a sapersi e a raccontarsi, al tempo del parroco Pellegrino Lisi, passarono alla cattedrale di Colle[1]

Parlando della distruzione dell’antico Oratorio del Piano, il Pratelli ebbe a scrivere:
Quello che non fecero i barbari…lo fecero, lo permisero di fare quei che presiedevano alle cose di Poggibonsi nell’anno 1784!
Io non voglio essere troppo severo verso di essi, ma anche ricordare di quel celebre detto di Catone ‘che è difficil cosa far capire ad uomini, che verranno in altro secolo, ciò che giustifica la nostra vita’ nel caso nostro non è troppo dire che Poggibonsi, per lungo tempo, ebbe a capo della cosa pubblica uomini inetti e di bassa cultura.
E per esserne sicuri basta ricordarsi della casa attaccata alla facciata della chiesa di San Lorenzo; dello sfregio e poi della demolizione della vecchia collegiata, che era l millenaria e artistica Pieve di Santa Maria in Borgo Marturi; del trasferimento dei bei corali di San Lucchese, senza che alcuno sapesse aprir bocca e far qualche valevole protesta; basta infine ricoradarsi delle scene disgustose, che avvennero nei giorni della demolizione dell’Oratorio del Piano. Si disse che l’Oratorio era insalubre per le piene della Staggia, si prese motivo da alcune risse ivi, in qualche festa, avvenute, e si passò placidamente ad alleggerire il santuario delle sue ricchezze per portarle altrove. Levato il meglio, il resto si lasciò nel più desolato abbandono, e le belle colonnette in marmo che provenivano dalle chiese del distrutto Poggibonizzo, e che per tanti anni avevano adornato la cupola della chiesa ddella Madonna delle Grazie, andarono a finire vile sostegno di stalle di contadini. Racconto in ultimo un episodio avvenuto in quei giorni infeliccissimi. Per staccare gli emblemi votivi di argento dalle pareti dell’Oratorio, fu chiamato anche il sagrestano Vannini della Collegiata, che era il nonno di Carlo Vannini, detto comunemente Carlino di Bazza e che fu sagrestano quarant’anni fa, e da molti di noi abbastanza conosciuto più per la sua precisione e diligenza. Orbene quel vecchio Vannini sopportando a mala pena di fare ciò che gli si comandava, quando in ultimo gli s’impose di prenedere una scala per levare di fronta alla Madonna la corona in argento, tutto indispettito si mise a gridare dinnanzi a quei freddi spogliatori: Madonnina santa, fate subito accecare il primo che vi tocca la corona! Tutti gli astanti allibirono e la corona è rimasta per sempre sulla fronte della Madonna. Se tanto poté la voce del sagrestano, che cosa sarebbe avvenuto se a questa si fosse unita la voce dei preti e poi quella di tutti i fedeli? Che la storia insegni almeno per un’altra volta!
[2]
La stessa ignoranza portò invece all’alienazione della pala di Taddeo Gaddi, oggi agli Uffizi. Racconta ancora il Pratelli [3] che nel 1860, quando “la principesca famiglia Corsini, oriunda di Poggibonsi” vendé alla famiglia Vanni la tenuta che ancora possedeva a Poggibonsi, “in questa circostanza fu portata alla vicina chiesa di S. Pietro a Megognano la campana della cappella insieme ad una madonna dipinta in tavola, opera di grandissimo valore. Ecco la descrizione che fa l’egregio Cavalcasella nei suoi commentari al Vasari, di questo bel quadro: ‘rappresenta la Vergine in ricco trono col Bambino seduto sulle ginocchia. Il bambino ha sulla destra un uccellino ed un rotolo sulla sinistra. Ritti in piedi stanno ai lati due angeli rivolti alla madonna, alla quale offrono con bel garbo, quello a destra una corona e l’altro un cofanetto. Più sotto veggonsi in ginocchio altri quattro angeli, due per parte, egualmente rivolti alla vergine, i primi dei quali tengono colle mani un vaso di fiori, mentre gli altri hanno, uno la navicella e l’altro il turibolo in atto d’incensare. Esso porta l’iscrizione seguente: Taddeus Gaddi de Florentia me pinxit MCCCXV.” “Questa tavola fece fare Giovanni di Ser Segna per rimedio dell’anima sua et de’ suoi passanti.” Ma disdetta delle cose artistiche poggibonsesi! Anche quest’opera pregevolissima un giorno prese il volo per non tornarsene più. Un signore che usava venire da queste parti (e sarebbe stato meglio che non ci fosse venuto mai) si mise dietro al parroco di quel tempo, Can.co Becattelli, e tanto fece e tanto disse da indurlo a consegnare questa Madonna alla Pinacoteca di Siena. Ogni tanto delle comitive forestiere capitano a Megognano per vedere questo quadro meraviglioso e il parroco attuale deve rispondere con amaro sorriso: “Non c’é più, è nella Pinacoteca di siena, ci hanno levato l’incomodo!…
Il povero Pratelli certo non sarebbe più felice nel constatare la situazione ai giorni nostri!

Dei citati corali di San Lucchese, abbiamo trovato traccia in un file pdf del sito dell’Università di Pavia

Qui, genericamente assegnati al Maestro dei Corali di Poggibonsi, sono elencati i seguenti volumi dei quali viene riportata anche l’attuale collocazione:

M° Corali di Poggibonsi San Lucchese ? Coll. Privata, s. s. (= cor. F Colle Val d’Elsa)
M° Corali di Poggibonsi San Lucchese ? Coll. Privata, s. s. (= cor. F Colle Val d’Elsa)
M° Corali di Poggibonsi San Lucchese CLEVELAND Museum of Art, Wade 52.279 (cor. E)
M° Corali di Poggibonsi San Lucchese COLLE VAL D’ELSA (già), cor. E
M° Corali di Poggibonsi San Lucchese COLLE VAL D’ELSA (già), cor. F
M° Corali di Poggibonsi San Lucchese MONTEPULCIANO A Curia Vescovile, cor. s. s .

Che il museo virtuale possa quindi trasformarsi in un luogo reale della memoria e della storia locale, che ci aiuti a comprendere le ragioni storiche alla base del nostro presente e funga da polo attrattivo, di confronto e di scambio, con gli studiosi, gli storici dell’arte ed i numerosi turisti di passaggio che, nella più grande città della valdelsa - territorio piccolo ma storicamente “grande”, non può e non deve assolutamente mancare.

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