La lingua etrusca e la “gorgia toscana”
DIFFUSIONE DELL’ALFABETO ETRUSCO: L’ALFABETO LATINO E LE RUNE
LA “GORGIA TOSCANA” COME SOSTRATO ETRUSCO
L’ETRUSCO COME LINGUA INDOEUROPEA
LA QUESTIONE DEI NUMERALI ETRUSCHI
IL MATERIALE DOCUMENTARIO
Secondo il famoso racconto di Erodoto, padre della storiografia occidentale, la lingua etrusca cominciò a parlarsi nell’Italia centrale, sulle coste prospicienti il mare Tirreno, fin dall’arrivo degli Etruschi, provenienti dalla Lidia nell’Asia Minore. Il racconto di Erodoto, confermato da altri 30 autori antichi, greci e latini. [1] è stato contraddetto dal solo Dionisio di Alicarnasso, la cui tesi, al contrario, resta isolata e non sembra abbia trovato nel mondo antico una qualche adesione.
Al presente, fermo restando l’unicità della formazione e dello sviluppo della civiltà etrusca, per come la conosciamo, sul suolo italico, ed ammettendo ulteriori apporti e compresenze di altre tracce di civilizzazioni, l’opinione di Erodoto è condivisa da un buon numero di studiosi moderni. [2]
Da quanto risulta, ancora in epoca tarda gli stessi etruschi conservavano memoria storica della loro migrazione in Italia - probabilmente collocabile nell’anno 949 a.C. - come dimostra un loro decreto ricordato da Tacito [3] e la tradizione presente in alcuni loro riti famosi, quali quello d’indicare il passare degli anni tramite l’infissione di chiodi (clavi annales) nel tempio della dea Norϑia e quello della fondazione delle città more etrusco: [4] entrambi i riti non hanno senso per un popolo presente sul territorio da tempo immemorabile, ma acquistano significato solo ammettendo l’esistenza di un popolo immigrato in un dato territorio, il quale teneva a conservare la memoria storica del suo arrivo ed eseguiva particolari cerimonie nella fondazione ex novo delle città. Anche la nota dottrina etrusca dei saecula, [5] e la connessa credenza della fine della nazione etrusca al termine del decorso di un certo numero di secoli, sembra decisamente appartenere ad un popolo che sapeva e ricordava di essere arrivato in Italia come immigrato.
DIFFUSIONE DELL’ALFABETO ETRUSCO: L’ALFABETO LATINO E LE RUNE
La lingua etrusca è stata parlata dal popolo che abitò l’italia antica tra la metà del X secolo a.C. fino all’epoca del suo assorbimento nello stato romano. A grandi linee, l’area di diffusione di questa lingua, oltre all’Etruria propriamente detta e compresa tra il corso dell’Arno, a nord, quello del Tevere, a sud, e la costa tirrenica con l’arcipelago toscano (Toscana centro-meridionale, Lazio centro-settentrionale ed Umbria occidentale), interessò i territori settentrionali detti Etruria padana (l’attuale Emilia-Romagna, fino a Mantova, Adria, Melpum nei pressi di Milano e probabilmente Verona e Cremona), raggiungendo la zona alpina abitata dai reti (tra il fiume Reno e il Ticino, l’Adige, l’Isarco, la Drava e l’Inn, ovvero le regioni delle Alpi Retiche con la Valtellina, la Val Camonica e l’Engadina, tra l’Italia, la Svizzera, il Trentino ed il Tirolo) ed arrivò ad includere a sud il Lazio Meridionale ed i territori meridionali dell’Etruria Campana fino oltre Salerno. La stessa origine di Roma, sorta appunto ai confini dell’Etruria meridionale, è rintracciabile nell’arcaico vocabolo Latino di origine Etrusca ‘Ruma‘ (mammella), riferibile probabilmente alla grande ansa formata dal Tevere di fronte all’isola Tiberina. Ad occidente, con la presa di Aleria, anche la costa orientale della Corsica fu interessata dalla colonizzazione etrusca. In Italia le iscrizioni etrusche sono state rinvenute in Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia ed anche in Liguria, in Piemonte. Ma sono state trovate iscrizioni in lingua etrusca, in Austria, Corsica, nella Gallia Narbonese, in Grecia, in Sardegna [6] e perfino in Tunisia ed Egitto, avvalorando la storia che riferiva di tardi stanziamenti o colonie etrusche in queste nazioni [7]
L’etrusco fu la prima lingua scritta dell’Italia centro-settentrionale; le più antiche iscrizioni etrusche risalgono alla fine dell’VIII secolo a.C., periodo nel quale gli Etruschi conobbero e adottarono l’alfabeto greco importato in Italia, e più in particolare nell’isola di Pithecusa (Ischia) ed a Cuma in Campania. Le iscrizioni etrusche proseguono per quasi otto secoli, con una documentazione che raggiunge l’età dell’imperatore Augusto.
I popoli italici appresero l’alfabeto per impulso degli Etruschi e con il loro alfabeto impararono a scrivere nelle rispettive lingue. Per comprendere quanto affermato è sufficiente ricordare che le più antiche iscrizioni rinvenute a Roma sono in lingua etrusca e non in lingua latina.
Dall’Etruria settentrionale l’alfabeto etrusco si diffuse lungo le vie dell’ambra, presso i celti. Proprio il ritrovamento di una monumentale iscrizione in alfabeto nord-etrusco su un architrave di pietra nei pressi di Como, ci permette di datare la presenza celtica in Italia almeno dal VI secolo a.C., confermando la narrazione di Tito Livio che indicava scontri armati tra celti ed etruschi sul Ticino.
Ai traffici etruschi lungo le rotte commerciali verso il nord Europa si devono le iscrizioni etrusche rinvenute nel 1957 da due escursionisti in una grotta austriaca a 1400 metri d’altezza nell’area dell’Achensee, nei pressi di Guffert-Steinberg am Rofan.
Alla diffusione nell’Europa settentrionale dell’alfabeto etrusco si deve l’origine alle Rune, presenti prevalentemente in Svezia, ma anche in Danimarca, Norvegia, alcune sulle isole della Frisia, una sessantina nel Regno unito e 6 (tra le più antiche) in Romania, portate dai goti. In Italia sono presenti alcune iscrizioni runiche: a Venezia l’iscrizione che si trova sul leone proveniente dal porto del Pireo in Grecia, è del IX-X secolo DC, ed è attribuibile ai vichinghi svedesi che si trovavano in Grecia in qualità di guardie dell’imperatore d’oriente (dette vareghi/variaghi). A Monte Sant’Angelo in Puglia due iscrizioni runiche dell’VIII-IX secolo, furono lasciate da pellegrini anglosassoni diretti a Gerusalemme.
Tra le ipotesi fatte sulle origini di questo alfabeto (dall’etrusco al greco, fino ad una improbabile derivazione dal latino arcaico - che come abbiamo visto si sviluppa dall’etrusco - il quale avrebbe comunque dovuto attraversare i territori degli etruschi per raggiungere, grazie alle mediazioni commerciali di questi ultimi, il nord Europa), l’ipotesi etrusca trova precisa conferma nel confronto con i caratteri tipici dell’etrusco-venetico, mentre anche l’utilizzo dell’interpunzione a due punti per la separazione delle parole che rimanda ancora all’ambito etrusco.
Come scrive la Francovich Onesti: “Una tappa intermedia di questa trasmissione [dagli etruschi ai popoli germanici] può essere documentata da una interessantissima iscrizione, quella dell’elmo di Negau (Austria) del II secolo a.C. circa; è in alfabeto venetico, ma il testo è linguisticamente germanico; non sono quindi ancora rune, ma qualcosa che porterà nel nord Europa, qualche secolo dopo, alla nascita dell’epigrafia runica. Il testo di Negau dice: ‘harigasti teiva’. Il primo nome è sicuramente germanico (< harja-gastiz' = ospite dell'esercito, qui forse già nome proprio). Il secondo probabilmente germanico ('teiva' = dio, cfr. Tyr), influenzato forse dal venetico" [8]
Le fonti classiche, e in primo luogo Tacito, nella sua “Germania”, testimoniano che i popoli dei territori del nord Europa “tagliano un ramo d’un albero da frutta in piccoli pezzetti, e li segnano con certi segni”. Appare chiaro che il testo riporta le modalità di utilizzo rituale di questi segni magici nei quali appare logico scorgere una prima descrizione delle rune. Ed è probabilmente proprio all’usanza di scrivere su supporti lignei che si deve la tardiva datazione al I secolo d.C. delle più antiche di queste iscrizioni che, incise su pietra, diverranno particolarmente diffuse tra l’VIII e il XII secolo d.C.
Non a caso le tracce degli etruschi sulla antica rotta dell’ambra si riscontrano nel nome della mitica isola di Tule (forse l’Islanda), che deriva chiaramente dall’etrusco tul- (plur. tular) e che significa “confine/i”. La misteriosa “Ultima Tule”, posta ai confini settentrionali del mondo, si trovava nelle terre all’estremo nord dell’Europa visitate attorno al 330/325 a.C. dall’esploratore greco Pitea di Marsiglia (Pytheas), che descrisse il suo viaggio nel libro “Intorno all’Oceano”, sfortunatamente andato perduto. Tule è stata immortalata dal poeta Virgilio, il quale esaltando la grandezza del principato di Augusto, scrisse: “Tibi serviat ultima Thyle.” [9] Altri accenni all’isola di Tule sono presenti in Strabone [10] e nella Storia Naturale di Plinio il Vecchio, [11] il quale parla anche dell’isola di Abalo (Avalon-Albione-Gran Bretagna?), sulle cui coste l’ambra veniva gettata dal frangersi delle onde.
È significativo ritrovare diffuso, nei paesi del nord Europa, il nome Lars, di chiara matrice etrusca (Laris-Larϑ); inoltre occorre notare che nella mitologia dei norreni (gli antichi vichinghi), gli dèi venissero ripartiti in due grandi classi, gli Æsir ed i Vanir. Mentre gli Æsir erano gli dèi del cielo e della potenza guerriera, i Vanir erano gli esseri legati alla terra, alla fecondità ed al piacere. Se il termine Æsir è già stato relazionato alla parola etrusca per dei, Aesar, occorre notare che anche il nome dell’altra categoria di divinità, i Vanir, legati alla terra ed al piacere, ricorda molto da vicino la dea etrusca Vanϑ, divinità ctonia collegata alla morte, nel cui nome è da scorgere l’origine della parola latina vanitas.
Wilhelm Schulze, nella sua fondamentale opera Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen, ha stabilito strette connessioni linguistiche fra l’antroponimia etrusca e quella latina, che alcuni storici e linguisti hanno ritenuto eccessivamente filoetrusche.
Premessa l’ineccepibilità linguistica e l’indubitabilità delle affermazioni dello Schulze, occorre ricordare che tra le numerose iscrizioni funerarie dalle quali lo studioso ha tratto il suo materiale antroponimico, una buona parte, nonostante fosse scritta con l’alfabeto e nella lingua degli Etruschi, in realtà apparteneva ad individui di etnia latina, osca, umbra o venetica. Appare quindi evidente che, se questo gruppo di iscrizioni è scritto in grafia e in lingua etrusche, la causa è da individuare nel fatto che l’opera di alfabetizzazione di Romani, Latini, Osci, Falisci, Umbri e Venetici venne effettuata dagli Etruschi, la cui lingua aveva nell’Italia di quei secoli l’autorità di unica lingua scritta e di lingua di cultura; il fatto è confermato dall’abitudine romana di educare i giovani aristocratici in Etruria, come conferma appunto, per i figli della classe patrizia romana, un passo di Tito Livio [12] relativo all’anno 310 a.C.: “…il fratello del console Marco Fabio (altri sostengono si chiamasse Cesone, altri ancora Gaio Claudio, indicandolo come fratello del console soltanto per parte di madre) disse che sarebbe andato in avanscoperta e che di lì a poco avrebbe riportato notizie sicure. Cresciuto a Cere presso suoi ospiti, aveva avuto un’istruzione a base di lettere etrusche e parlava bene l’etrusco. Secondo alcuni autori, come adesso si ha l’abitudine di istruire i ragazzi romani nelle lettere greche, allo stesso modo in quel tempo li si istruiva in quelle etrusche. Ma è più vicino alla verità il fatto che l’uomo che andò a mescolarsi tra i nemici con una messinscena tanto temeraria avesse già avuto qualche esperienza in tal senso. A quanto sembra fu accompagnato soltanto da uno schiavo, che era cresciuto con lui e quindi aveva una certa competenza in quella stessa lingua.”
Il fenomeno sembra confermato sul piano toponomastico: alcuni toponimi dell’Italia antica, ben oltre le aree del predominio politico degli Etruschi, appaiono come la traduzione in lingua etrusca di quelli originari; ad es. il nome della città di Aesernia, nel Sannio, attuale Isernia, sembra connesso all’etr. aiser «dèi» ed è interpretabile quindi come “consacrata agli dèi”. [13] Anche l’esempio di Bergamo (Bergomum, Bergamum, Pergamum), costruita sulla cima di una ripida collina in Lombardia, è da confrontare col lat. pergamum «altura, edificio elevato, roccaforte, cittadella», e col greco pûrgamon «raccoforte, cittadella» (toponimo presente a Troia, Creta, Macedonia, Misia e Lidia); E’ molto probabile che questo vocabolo sia stato importato dall’Asia Minore in Italia dagli Etruschi, come lascia intendere l’antroponimo etr. Percumsna-Pergomsna, interpretabile come «nativo di Bergamo, Bergamasco.» [14]
Nonostante la scomparsa dell’etrusco nelle iscrizioni dalla prima epoca imperiale, da quanto si intravede, almeno nell’Etruria propriamente detta, l’uso della lingua etrusca proseguì per qualche altro secolo dell’Impero romano, andando comunque man a mano estinguendosi per venire sostituita dal latino, fino ad una definitiva scomparsa, della quale però gli gli studiosi moderni non sono riusciti in alcun modo a seguire o ricostruire le fasi.
In questa visione è implicito il concetto che quella etrusca è una “lingua morta”, della quale restano soltanto testimonianze scritte sotto forma di iscrizioni funerarie, dedicatorie, religiose, civili, di possesso, ecc.
Considerando però che la lingua etrusca era diffusa, come abbiamo visto, in quasi tutta l’Italia antica, appare logico e verosimile ritenere che, almeno sul piano lessicale, relitti di questa lingua si conservino ancora, come appellativi e toponimi, sia nell’odierna Toscana che in quelle regioni dove si era affermata la dominazione e la cultura degli etruschi.
Esiste pertanto una forte ipotesi che i vocaboli toscani e dialettali italiani delle regioni interessate, privi al presente di una sicura etimologia latina, siano appunto «relitti lessicali e toponimici della lingua etrusca».
E’ ormai appurato che un buon numero di vocaboli etruschi sono entrati nel lessico della lingua latina; di questi alcuni erano destinati ad un illustre e fortunato avvenire: atrium, favissa, fullo, histrio, lanista, mantissa, miles, mundus, persona, populus, radius, satelles, subulo, surϑir, virginis, ecc.
Appare quindi evidente e logico approfondire per quanto possibile la nostra conoscenza della lingua etrusca attraverso riferimento ai relitti lessicali, toponimici e perfino fonetici che si sono conservati nei dialetti toscani, in alcuni dialetti italiani e soprattutto nella lingua latina.
Ben oltre, facendo riferimento ad alcuni dei citati appellativi etruschi, già gravidi di notevoli valenze culturali, quali miles, mundus, persona, populus, radius, satelles e che, passati inizialmente alla lingua latina, sono in seguito confluiti nelle lingue neolatine e in alcune lingue germaniche, come l’inglese e il tedesco, si può legittimamente concludere che, pure in misura assai modesta, la lingua etrusca non è scomparsa del tutto, ma risulta ancora presente a livello planetario nella terminologia internazionale della cultura mondiale. Quindi alcuni di quegli antichi e “misteriosi” vocaboli di una lingua morta godono tuttora di buona salute e “circolano” ancora in tutto il pianeta; in particolare il vocabolo ” satellite”, adattandosi alle conquiste del mondo occidentale, ci accompagna verso un futuro spaziale consentendoci ogni giorno di comunicare anche a grandi distanze.
LA “GORGIA TOSCANA” COME SOSTRATO ETRUSCO
Nonostante la simbiosi linguistica latino-italica appaia più semplice, data la sicura affinità razziale tra queste popolazioni, se gli elementi sabini furono più facilmente assimilabili nel latino, occorre tuttavia ricordare che, storicamente, gli elementi italici non furono i soli ad entrare nel lessico latino, né tantomeno i dialetti italici compongono l’unico elemento del sostrato romanzo della penisola Italica. Da quanto si evince da Livio, [15] ancora in epoca repubblicana, l’etrusco era la lingua colta che veniva insegnata ai romani; del resto è noto che l’alfabeto latino, pur essendo come l’etrusco di origine greca, è pervenuto ai romani attraverso gli etruschi all’epoca del dominio della dinastia etrusca su Roma, durante la fase di alfabetizzazione della popolazione romana. Ciò appare evidente considerando che nell’antico latino il Γ (gamma) greco è reso con la sorda C e che la G, modificazione seriore di C, è una tarda innovazione del III secolo a.C. attribuita da Plutarco a Spurio Carvilio Ruga; infatti nell’etrusco, che non possedeva le sonore, il Γ greco aveva lo stesso valore di K. Se ciò non dava luogo a inconvenienti in etrusco, il problema si poneva per il latino, dove i fonemi c e g erano nettamente distinti.
Occorre comunque appurare se i dialetti romanzi, formatisi dall’evoluzione del latino parlato sul territorio che fu etrusco, conservino qualche traccia di reazione etnica etrusca. La questione si complica considerando che il territorio etrusco subì, nel corso dei secoli, variazioni notevoli dato che gli etruschi, nel periodo di massima espansione, furono presenti in Campania, nella pianura padana verso le Alpi e in Corsica. Per quanto riguarda le sopravvivenze etrusche nell’Etruria propriamente detta, corrispondente press’a poco all’odierna Toscana, Lazio settentrionale e Umbria occidentale, occorre notare la presenza in Toscana di un particolare fonetico, la cosiddetta gorgia toscana, che consiste nella tipica aspirazione o spirantizzazione in posizione intervocalica delle consonanti occlusive sorde –c-, -t-, -p- (pronunciate rispettivamente come χ (kh) - φ (ph) - ϑ (th) -) e, per fonetica sintattica, anche in formula iniziale, purché precedute da parola uscente in vocale non accentata. Per alcuni studiosi la gorgia toscana è un relitto fonetico risalente ad una tendenza di origine etrusca; più in particolare l’area nella quale viene aspirata la –c- (tipo: fiho “fico”, la hasa “la casa”) è maggiore di quella in cui viene aspirata la –t- (tipo: ditho “dito”, statho “stato”), mentre più ridotta è l’area dell’aspirazione di –p- (tipo: cuphola “cupola”, lupho “lupo”).
Sull’importanza di ritrovare nel Toscano, e in esso solo, la tendenza fonetica sicuramente etrusca - e non italica o celtica - delle tre aspirate sorde: ϑ, φ, χ, insistono alcuni studiosi, e tra questi C. Merlo. La stessa disposizione geografica delle aspirate toscane confermerebbe l’ipotesi del sostrato etrusco; infatti esse mancano alla Versilia, il cui sostrato fu ligure e non etrusco, e mancano nella parte meridionale dell’Etruria, a sud dell’Ombrone, nonché nell’estremo lembo orientale, ovvero nella regione di Arezzo e della val di Chiana, dove il sostrato fu probabilmente umbro.
Questa tesi, sostenuta anche dai linguisti G. Bertoni, M. Pittau, C. Battisti e C. A. Mastrelli, è stata oggetto di due obiezioni fondamentali da parte G. Rohlfs:
1ª) Mentre in Toscana la spirantizzazione delle occlusive tenui è regolata dalla posizione intervocalica, nelle iscrizioni etrusche mostra di non sottostare ad alcuna regola.
2ª) Inoltre “sicuri esempi che possano testimoniare per l’esistenza della ‘gorgia’ in Toscana non vanno oltre il 1525″ (nel “Polito” di B. Tolomei). [16]
A queste obiezioni il prof. M. Pittau, risponde che:
“1) L’etrusco mostra all’evidenza di essere stato una lingua notevolmente discontinua e frazionata nello spazio e nel tempo, la quale inoltre non ha mai conosciuto regole unitarie e rigorose di scrittura. In conseguenza di ciò un lapicida od uno scriba etrusco poteva confondere facilmente nella scrittura le occlusive tenui con quelle aspirate e viceversa (allo stesso modo in cui attualmente molti poeti che scrivono in lingua sarda fanno confusione fra il segno della zeta sonora z e quello della zeta sorda tz.). In ogni caso, la differenza grafica delle rispettive lettere mostra chiaramente che nella pronunzia gli Etruschi sentivano effettivamente la differenza fonetica tra le une e le altre.
2) La mancata registrazione della spirantizzazione nei più antichi documenti toscani - che ovviamente risalgono appena al Medioevo - in primo luogo sarà dipesa dalla mancata “coscienza linguistica” di questo fenomeno da parte dei Toscani, i quali rispetto ad esso saranno stati del tutto disattenti o insensibili, come in effetti lo sono tuttora. Anche attualmente, esclusi quelli che abbiano fatto studi superiori, i Toscani sono del tutto convinti di pronunziare nel medesimo modo ‘casa’ e ‘la casa’, ‘panna’ e ‘la panna’, ‘tana’ e ‘la tana’, mentre invece pronunciano rispettivamente: ‘casa’ e ‘la hasa’, ‘panna’ e ‘la phanna’, ‘tana’ e ‘la thana’, ecc.
3) Si deve considerare che per un qualsiasi scrivano o scrittore medioevale la grafia o scrittura della lingua latina costituiva l’unica norma ortografica che conosceva ed applicava e che si guardava bene dal contraddire per l’eventuale ghiribizzo di indicare fenomeni fonetici dei parlari neolatini, che egli riteneva non solo irrilevanti, ma addirittura devianti rispetto alla norma della ortografia latina.” [17]
Come indiziale convalida delle tesi sostenute da M. Pittau, ci sembra utile riportare il testo seguente, che risale appunto alla prima metà del I secolo a.C., ultimo periodo della nazione etrusca, ed è di mano del poeta romano Gaio Valerio Catullo (87 o 84? - 54 a.C.).
Catullo, Carmi, 84:
Chòmmoda dìcebàt, || si quàndo còmmoda vèllet
dìcere, et ìnsidiàs || Àrrius hìnsidiàs,
èt tum mìrificè || speràbat se èsse locùtum,
cùm quantùm poteràt || dìxerat hìnsidiàs.
Crèdo, sìc matèr, || sic lìber avùnculus èius,
sìc matèrnus avùs || dìxerat àtque avià.
Hòc misso ìn Syriàm || requièrant òmnibus àures:
àudibànt eadem haèc || lèniter èt levitèr,
nèc sibi pòstillà || metuèbant tàlia vèrba,
cùm subito àffertùr || nùntius hòrribilìs:
Ìoniòs fluctùs, || postquam ìlluc Àrrius ìsset,
iàm non Ìoniòs || èsse, sed Hìoniòs.
Traduzione:
“Homoda” diceva Arrio, se mai volesse dire
“comoda” e Per “insidie” “hinsidie“,
e davvero sperava d’aver parlato magnificamente,
quando aveva detto più che poteva “hinsidie“.
Lo credo, così la madre, così suo zio materno libero.
Così aveva parlato il nonno materno e la nonna.
Inviato costui in Siria a tutti le orecchie riposarono
sentivan queste stesse cose in modo liscio e lieve,
né tali parole temevano per sé in seguito,
quando all’improvviso giunge una notizia terrificante,
il mare Ionio, dopo che Arrio era andato là,
non era più Ionio, ma “Hionio“.
Secondo le ipotesi prevalenti, Arrio aspirava le vocali iniziali o per snobismo atticizzante (cioè nella convinzione di parlare “alla greca”), o perché di famiglia toscana.
Sulla definizione dello zio materno come “libero”, potrebbe derivare da una corruzione del testo. L’ipotesi che ci fossero stati degli schiavi in famiglia (magari lo stesso Arrio?) non convince, tant’è che alcuni correggono liber in libere, traducendo in “così [si era espresso] liberamente suo zio materno”; anche questa correzione, comunque non convince.
Sulla pronuncia aspirata dello Ionio, è probabile che Catullo ricorra qui ad un gioco di parole tra Ionius e hionius, comprensibile solo a chi sappia il greco e comunque intraducibile in italiano: infatti propriamente Ionio, da ιων (ìon) = “viola”, significa “(mare) viola”, mentre χιονηος (chiòneos) significa “bianco come la neve”; è verosimile che Catullo intenda dire che Arrio, con le sue aspirazioni, è riuscito perfino a far impallidire il mare Ionio (o a farlo ghiacciare).
La seconda congettura, se appare sulle prime un po’ forzata - si tratterebbe di supporre che già gli Etruschi, come i Toscani odierni, aspirassero le consonanti iniziali delle parole - in realtà è più persuasiva della prima, ed è avvalorata dal fatto che Catullo stesso, pochi versi dopo, ipotizzi che il difetto di pronuncia di Arrio fosse un’eredità familiare (dunque non un vezzo personale). A quanto pare al veronese Catullo davano fastidio certe caratteristiche dialettali proprie del centro Italia…
Il testo dell’autore latino, pur non permettendo di appurare la presenza della “gorgia” in Toscana durante i secoli del medioevo, rimane comunque una traccia significativa (e divertente) della remota presenza della stessa “gorgia toscana” tra gli ultimi etruschi.
Per quanto riguarda l’intervallo di tempo di circa 15 secoli, che separa il carme di Catullo dal “Polito” di B. Tolomei, da parte nostra possiamo solo lamentare la tardiva scoperta dell’America: sicuramente una precoce commercializzazione della “hoha-hola” avrebbe aiutato non poco ad appurare e chiarire definitivamente ogni eventuale dubbio sulle tesi dei linguisti ‘gorgiofili’.
Quella che indirettamente ci fornisce Catullo è una delle prove a sostegno della tesi del continuum genetico e culturale, ormai accettato anche per la discendenza fonologica degli altri dialetti italiani dalle rispettive popolazione italiche. [18]
Il carme di Catullo appare quindi attuale a tutti gli effetti: ogni buon toscano può confermare in prima persona che la critica mossa da Catullo alla vocale aspirata di Arrio, è esattamente la stessa che ancora oggi i toscani sentono indirizzarsi da chi, toscano, non è.
L’ETRUSCO COME LINGUA INDOEUROPEA
Ancora a Dionigi di Alicarnasso [19] si deve l’altro “luogo comune” secondo il quale l’etrusco sarebbe “una lingua del tutto isolata e differente dalle altre, una lingua non confrontabile né collegabile con nessun’altra”.
Dionigi di Alicarnasso, infatti, parlò degli Etruschi come membri di una «nazione a nessun’altra simile per lingua». Il giudizio appare comunque del tutto superficiale dato che, a livello empirico e soprattutto non specialistico, nessuno è in grado di affermare o negare le affinità di due o più lingue a meno che non sia un linguista di professione; inoltre l’affermazione è totalmente contraddetta dal silenzio che sull’argomento mantengono tutti gli autori latini. Occorre infatti considerare che se i romani, vissuti per secoli a stretto contatto con gli etruschi, non hanno mai affermato nulla di simile al giudizio di Dionisio, appare evidente e logico che essi non sentissero affatto tale totale diversità tra l’etrusco e la loro lingua latina. Al riguardo un passo di Livio sulla presa di Veio, [20] riferisce appunto di come i soldati dell’esercito romano - composto da “quei giovani nei quali erano riposte tutte le forze della plebe”, e dei quali, a causa della loro prolungata presenza all’assedio si ribadisce che “era stata messa in vendita la libertà della plebe” - nonostante fossero certamente poco istruiti erano comunque in grado di dialogare tranquillamente con gli etruschi di Veio. In un passo successivo, [21] “mentre i soldati romani e quelli etruschi si prendevano in giro dai posti di guardia e dalle garitte”, un vecchio di Veio “annunziò in tono da vaticinio che i romani non si sarebbero impadroniti di Veio prima che le acque del lago di Albano fossero tornate al livello di sempre”. A quanto pare i lunghi anni di assedio avevano causato una certa familiarità con i veienti. Il dato è infatti confermato dal fatto che “un romano in servizio presso uno dei posti di guardia domandò al veiente che gli stava più a portata di mano - la guerra durava ormai da così tanto tempo che assediatori e assediati si parlavano a distanza - chi fosse mai quell’uomo che osava profferire sentenze sibilline sul lago di Albano. Quando si sentì rispondere che era un’aruspice, poiché egli stesso era sensibile allo scrupolo religioso, adducendo come pretesto di volerlo consultare - se gli era possibile - per una cerimonia purificatoria circa un fatto prodigioso di natura privata, riuscì a indurre il vate a un colloquio”.
Il “luogo comune” che vede nell’etrusco una lingua non confrontabile né collegabile con nessun’altra è talmente radicato che, oltre ad essere divenuto opinione comune fra il grosso pubblico, non di rado è frequente anche fra gli stessi studiosi della lingua etrusca, soprattutto fra quelli di estrazione archeologica.
La specializzazione archeologica infatti non implica una corrispondente specializzazione glottologica o linguistica, ed è innegabile che fra l’una e l’altra disciplina esistano innumerevoli e profonde differenze di studio e di metodo; appare quindi strano che ottimi specialisti in archeologia, ma che per formazione non sono in grado di effettuare raffronti o connessioni fra le lingue, quella etrusca compresa, insistano sulla “non confrontabilità o non collegabilità dell’etrusco con alcun’altra lingua” [22]
Nei fatti occorre invece ricordare che connessioni tra l’etrusco ed altre lingue sono già state evidenziate, sostenute ed esplicate da numerosi linguisti: evidenti connessioni esistono con la lingua parlata, nel VI secolo a. C., prima della conquista ateniese, dai “pelasgi” dell’isola di Lemno nel Mar Egeo; altre connessioni sono inoltre individuabili con le lingue anatoliche, specialmente il lidio [23]
L’etrusco è stato oggetto di comparazione col paleosardo, la lingua parlata dagli antichi Sardi prima della loro latinizzazione linguistica (le relazioni e una provenienza dei Sardi dalla Lidia sono indiziate dal nome della capitale lidia Sardis, dalla quale i sardi avrebbero perfino derivato il loro nome e quello della loro isola). [24]
L’etrusco è stato relazionato, sia pure con differenti prospettive, con la grande famiglia delle lingue indoeuropee od indogermaniche da numerosi linguisti. [25]
Lo stesso Massimo Pittau scrive che “la totale ostilità che gli archeologi italiani hanno da tempo dimostrato e tuttora dimostrano a comparare l’etrusco con altre lingue è da loro espressa anche come totale opposizione a quello che essi non esitano a chiamare e definire il ‘famigerato metodo etimologico’. Senonché non si sono accorti né si accorgono che al concetto di “etimologia” essi danno un significato fortemente deviato e deviante. Infatti ‘etimologia’ significa ed implica ‘derivazione’, mentre comparazione non significa né implica necessariamente anche ‘derivazione’. Un linguista infatti può comparare - come alcuni hanno già fatto - l’etrusco puia ‘moglie’ col greco opyîein ’sposare’, e gli etruschi sem ’sette’ e nur “nove” coi lat. septem e novem, senza però arrivare ad affermare che gli uni derivano dagli altri. Dunque comparazione non significa automaticamente derivazione etimologica. Su questo punto è opportuno ricordare quanto ha scritto a più riprese Vittore Pisani: propriamente parlando, quelli indoeuropei non sono “vocabolari etimologici”, mentre sono ‘vocabolari comparativi’.
Ovviamente col ricordare e ribadire la differenza che esiste tra la comparazione e l’etimologia, tra la comparazione e la derivazione, noi linguisti non possiamo non difendere la perfetta legittimità anche della etimologia. Pertanto non possiamo non respingere con fastidio - ma anche con senso di umorismo - la ricorrente frase degli archeologi nostrani ‘il famigerato metodo etimologico’. Si tolgano al linguista sia la comparazione sia la etimologia e ci si venga a dire che cosa resta da fare al povero glottologo o linguista storico!”.
LA QUESTIONE DEI NUMERALI ETRUSCHI
La constatazione dell’unicità dell’impianto della famiglia delle lingue indoeuropee prese il suo spunto iniziale da alcune evidenti corrispondenze fra i numerali del sanscrito, antica lingua letteraria dell’India, e quelli greci e latini, intraviste e segnalate da alcuni uomini di cultura, a partire dal fiorentino Filippo Sassetti (1540-1588).
L’apparente mancato inquadramento dei numerali etruschi della prima decina nella serie corrispondente dei numerali indoeuropei portò a considerare l’etrusco come una lingua non indoeuropea.
Il prof. Pittau ha dimostrato che tutti i numerali etruschi della prima decina trovano un congruente riscontro fonetico in altrettanti numerali indoeuropei. [26] Quindi, accettando il risultato di questi studi, d’ora in avanti sarà possibile sostenere la tesi, opposta alla precedente, che: «siccome anche i numerali etruschi della prima decina si inquadrano nella serie di quelli indoeuropei, si deve concludere che anche l’etrusco è una lingua indoeuropea.» [27]
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1968 |
Olzscha |
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1969 |
Pfiffig |
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1983 |
Bonfante |
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1984 |
Pallottino |
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1989 |
Rix |
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1990 |
Pittau |
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1991 |
Morandi |
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etr. |
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scr. |
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germ. |
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iran. |
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lat. |
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Inoltre molti altri caratteri linguistici, lessicali ma soprattutto grammaticali dell’etrusco, dimostrano di appartenere all’originario fondo linguistico indoeuropeo (qui segnalati dalla sigla ‘ieur.’ = indoeuropeo), ed in particolare alle più conosciute e documentate lingua greca e latina.
Sembra che finora la difficoltà nell’includere l’etrusco nella famiglia delle lingue indoeuropee sia dipesa soprattutto dall’abitudine prevalente di comparare l’etrusco con il latino, il che equivarrebbe a comparare una lingua indoeuropea fortemente conservativa con un’altra fortemente evoluta.
In proposito si è proceduto come se, nell’ambito della famiglia delle lingue neolatine, si fosse fatta la comparazione tra quella lingua fortemente evoluta che è il francese con quella fortemente conservativa che è il sardo…
Inoltre nel dichiarare, con troppa sicurezza e troppa precipitazione, che l’etrusco non era una lingua indoeuropea, si è commesso un notevole errore di metodologia linguistica, nel senso che si è trascurato di considerare che esistono argomenti validi per dimostrare che due o più lingue sono imparentate fra loro, mentre non esistono argomenti validi per dimostrare il contrario, cioè che esse non sono affatto imparentate. In altre parole vogliamo dire che sono argomenti validi per dimostrare la parentela genetica fra due o più lingue solamente quelli positivi, mentre non sono affatto argomenti validi quelli negativi. Ad es. si potrebbero presentare innumerevoli esempi della diversità del francese rispetto al latino, ma tutti questi, in ragione del loro carattere negativo, non costituirebbero affatto altrettante prove valide, cioè non sarebbero affatto sufficienti per distruggere le numerose prove positive che invece dimostrano la effettiva derivazione del francese dal latino.
D’altra parte è opportuno precisare e sottolineare che la tesi della matrice indoeuropea, ad esempio, della lingua lidia è stata comunemente e facilmente accettata dai linguisti in base ad un numero di concordanze linguistiche di molto inferiore a quello per il quale pure noi sosteniamo la tesi della matrice indoeuropea anche della lingua etrusca. E c’è da concludere logicamente che, se il lidio era una lingua indoeuropea, anche l’etrusco che - secondo Erodoto - ne è derivato, lo era.
Infine - continua Pittau - riteniamo molto importante premettere e precisare bene che, ai fini dell’analisi e della interpretazione dei fatti e fenomeni della lingua etrusca che facciamo nella presente opera, noi ricorriamo quasi sempre e quasi esclusivamente al metodo della «comparazione interna», quella che mira ad operare soltanto nel chiuso di un determinato sistema linguistico preso in esame e studiato - in questo caso la sola lingua etrusca - e facciamo ciò con le due operazioni che essa prevede ed implica: la «verifica combinatoria» e lo «sviluppo della corradicalità.» [28]
Pertanto il ricorso non frequente che noi facciamo alla «comparazione esterna» dell’etrusco con altre lingue indoeuropee, è volto soprattutto a trovare e mostrare una conferma per una interpretazione, nostra od altrui, di un certo fatto o fenomeno linguistico etrusco. Da questa «comparazione esterna» dell’etrusco con altre lingue indoeuropee, però, noi non deduciamo mai prove sostanziali ai fini della nostra interpretazione. Conferma di fatti e fenomeni sì, dunque, deduzione di prove no! Ciò è anche l’ovvia conseguenza del fatto che la finalità prima e principale del presente libro non è affatto quella di dimostrare la matrice indoeuropea dell’etrusco, ma è quella di effettuare la analisi e la descrizione della lingua etrusca, sia della sua grammatica sia del suo lessico, almeno nella misura in cui ciò è possibile con quanto la scienza linguistica ha fino al presente acquisito su di essa.
D’altra parte, anche per provare che non è affatto vero che l’etrusco sia “una lingua del tutto isolata e differente dalle altre, una lingua non confrontabile né collegabile con nessun’altra”, che non sia insomma una “lingua da Marziani”, anticipiamo che, tutte le volte che sarà possibile, noi faremo non soltanto comparazioni di carattere genetico fra l’etrusco e le altre antiche lingue indoeuropee, ma anche raffronti di carattere tipologico fra l’etrusco e varie lingue moderne. Con l’intento e col risultato di dimostrare che probabilmente non esiste alcun fenomeno grammaticale o di formazione lessicale della lingua etrusca che non trovi un suo corrispettivo in altre lingue, antiche o moderne.
Il materiale lessicale e grammaticale relativo alla lingua etrusca di cui abbiamo la documentazione ci viene da due differenti fonti: le fonti della documentazione diretta e quelle della documentazione indiretta.
Sono fonti della documentazione diretta le circa ottomila iscrizioni che risultano scritte su pareti o frontoni di tombe, su sarcofagi od ossuari, su lapidi, su cippi, su ex-voto, su statue e statuine, su vasi, su specchi e finalmente sui resti del famoso Liber linteus della Mummia di Zagabria. È cosa abbastanza nota che nel secolo scorso un viaggiatore croato acquistò in Egitto e dopo portò in Europa una mummia egiziana, la quale in seguito fu donata al Museo di Zagabria, dove si trova tuttora. Quando si decise di svolgere le bende di lino che avvolgevano la mummia, ci si accorse che esse contenevano i frammenti di un lungo testo etrusco, il quale in seguito risultò essere un calendario rituale o cerimoniale di carattere religioso. Probabilmente esso costituisce la trascrizione, effettuata nel I secolo a.C., di un testo originario del V secolo. Sulle circa 200 righe conservate compaiono quasi 1200 vocaboli, i quali però, tolte le numerose ripetizioni, si riducono ad essere poco più di 500. È questo il testo etrusco di gran lunga più lungo degli altri; la sua interpretazione però fino al presente si è presentata come molto difficoltosa soprattutto perché è scritto in una lingua tecnica, quella dei riti religiosi appunto.
Il secondo testo etrusco, per lunghezza, è quello che risulta inciso, prima della cottura, su una lastra di terracotta a forma di tegola, rinvenuta a Capua ed attualmente in possesso del Museo di Berlino. Anch’esso è costituito da un calendario rituale, con un prevalente carattere funerario, forse uguale ai cosiddetti “libri Acherontici” riportati dalla tradizione romana. Contiene, su 62 righe superstiti, circa 300 vocaboli leggibili.
Di recente è stata rinvenuta a Santa Marinella (Roma) una lunga lamina di piombo, che riporta, incisa sulle due facce, una iscrizione di almeno 80 vocaboli, di cui però soltanto la metà risultano veramente leggibili.
Una lamina di piombo, a forma di disco irregolare, rinvenuta a Magliano (Grosseto) (antica Hepa/Heba) e conservata nel Museo di Firenze, presenta una iscrizione incisa sui due lati, con un andamento a forma di spirale e con le tracce di circa 70 vocaboli. Contiene anch’essa prescrizioni rituali.
Il modellino in bronzo del fegato di un ovino, rinvenuto presso Piacenza e appunto per questo noto come «Fegato di Piacenza», porta incisi i nomi di parecchie divinità, quasi sempre in forma abbreviata. Di certo era un modellino che aveva finalità didattiche, per l’insegnamento dell’arte della aruspicina o della divinazione fatta con l’osservazione del fegato degli animali sacrificati.
Molto importanti sono due lamine d’oro, ritrovate nel 1964 nei resti del santuario di Pirgi, dedicato a Giunone, presso Cerveteri, la maggiore della quali trova il suo riscontro - sia pure non esatto - in un terza lamina scritta in fenicio-punico.
Importante è anche il testo che è scolpito nel famoso Cippo di Perugia, il quale contiene un accordo intervenuto fra due famiglie per la divisione di terreni e per il possesso di una tomba. Il testo si presenta particolarmente difficile sia perché fa uso di un linguaggio tecnico-giuridico, sia perché noi moderni ignoriamo le cose ed i fatti concreti su cui era intervenuto l’accordo.
Pure importante è l’iscrizione scolpita su un volume tenuto aperto da un defunto, che è effigiato disteso sul coperchio di un sarcofago del 200 circa a.C., rinvenuto a Tarquinia ed attualmente conservato nel suo Museo. Si tratta certamente di un individuo che aveva ricoperto alte cariche sacerdotali.
Abbiamo tre differenti fonti della documentazione indiretta sulla lingua etrusca. Innanzi tutto possediamo le cosiddette glosse, in numero di circa 80. Esse sono costituite da vocaboli che autori antichi, latini o greci, hanno presentato come “etruschi”. Per queste glosse ovviamente non esiste il problema della interpretazione del loro valore semantico, dato che il loro significato è da noi conosciuto, segnalato appunto dagli autori antichi. Tutte queste glosse hanno subìto un processo di adattamento fonetico al latino od al greco; per alcune di esse è stato ritrovato il corrispettivo fra i vocaboli etruschi a noi giunti attraverso la documentazione diretta.
Appartengono alla “documentazione indiretta” dell’etrusco quei vocaboli che sono entrati nel lessico della lingua latina sia in virtù della lunga vicinanza geografica degli Etruschi coi Latini e coi Romani, sia in virtù dell’ampio e profondo influsso culturale che i primi hanno esercitato sui secondi fin dal tempo del dominio - durato oltre un secolo - della dinastia etrusca dei Tarquini sulla Roma primitiva. Questi vocaboli latini ma di origine etrusca sono molto più numerosi di quanto finora si era pensato. [29]
Un’ultima fonte di documentazione indiretta della lingua etrusca è costituita da un abbastanza ricco patrimonio di appellativi e di toponimi documentati in Toscana ed anche nelle regioni italiane dove si è affermato il dominio politico o almeno quello culturale degli Etruschi, appellativi e toponimi che fino al presente risultano essere privi di etimologia, nel senso che non risultano essere derivati dalla lingua latina né da quelle italiche, né infine da quelle germaniche di superstrato (gotico, longobardo, franco, normanno). Per questi appellativi e toponimi toscani e dialettali privi di etimologia esiste una forte ipoteca o presunzione che risalgano appunto alla lingua etrusca. [30] Invece comunemente avviene che questi appellativi e toponimi toscani e dialettali privi di etimologia vengano riportati al cosiddetto “sostrato mediterraneo”, il quale però è del tutto ipotetico ed anzi è un autentico flatus vocis, dato che non è confermato da nessun dato documentario, né archeologico né storico né linguistico. :”Si noti ciò che ha scritto di questo “sostrato mediterraneo” M. Durante, artic. cit., pagg. 23, 24: «L’unità linguistica degli strati non indoeuropei e non camitosemitici dell’area mediterranea è ormai un assunto insostenibile […] non è facile credere che focolai paleolitici, isolati e dispersi attraverso un’area vastissima, fruissero di un linguaggio più o meno omogeneo».”: A noi sembra persino molto strano che finora si sia dato tanto credito a questo nebuloso e fantastico “sostrato mediterraneo”, mentre non si sia pensato al “sostrato etrusco”, il quale è documentato da tante e consistenti prove archeologiche, storiche ed anche linguistiche. Oltre a ciò a maggior ragione noi escludiamo che a questo del tutto ipotetico “sostrato mediterraneo” sia da ricondurre - come troppi autori ancora ritengono - l’intera lingua etrusca.
- Ellanico, Timeo di Taormina, Anticle di Atene, Scimmo di Chio, Scoliaste di Platone, Diodoro Siculo, Licofrone, Strabone, Plutarco, Appiano, Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Silio Italico, Stazio, Cicerone, Pompeo Trogo, Velleio Paterculo, Valerio Massimo, Plinio il Vecchio, Seneca, Servio, Solino, Tito Livio, Tacito, Festo, Rutilio Namaziano, Giovanni Lidio, C. Pedone Albinovano Anche ammettendo che molti di questi autori abbiano fondato la loro opinione sugli autori precedenti, resta il fatto che la loro adesione alla versione erodoitea è di per sé molto significativa. ↩
- Archeologi, storici, storici dell’arte e delle religioni, linguisti quali: A. Akerström, C. Battisti, J. Bérard, V. Bérard, V. Bertoldi, K. Bittel, R. Bloch, A. Boethius, P. Bosch Gimpera, W. Brandenstein, E. Brizio, O. Carruba, R.S. Conway, A. Della Seta, P. Ducati, G. Dumézil, M. Durante, R. Dussaud, A. Furumark, G. Ghirardini, W. Georgiev, A. Grenier, J. Heurgon, A. Hus, G. Körte, H. Krahe, P. Laviosa Zambotti, M. Lejeune, D.R. Mac Iver, G. Maddoli, S. Mazzarino, B. Modestov, O. Montelius, L.R. Palmer, G. Patroni, G.B. Pellegrini, A. Piganiol, M. Pittau, I. Pohl, G. Pugliese Carratelli, H. Rix, G. Säflund, F. Schachermeyr, J.B. Ward Perkins. ↩
- Annales, IV, 55, 8. ↩
- Livio, VII, 3, 7. ↩
- Censorino, De die natali, 17, 5, 6. ↩
- Cfr.: M. Pittau, Nuova iscrizione etrusca rinvenuta in Sardegna, negli Atti del IX Convegno di studi «L’Africa Romana», Nuoro 13-15 dicembre 1991 - Sassari, 1992, pagg. 637-649; M. Pittau, Ulisse e Nausica in Sardegna, Nùoro, 1994, Edizioni Papiros-Insula, cap. 8 e nota 1 del cap. 12. ↩
- Cfr. M. Pittau, Gli Etruschi e Cartagine - i documenti epigrafici cit. nella nota 2 ↩
- N. FRANCOVICH ONESTI, Filologia germanica, Carocci, Roma, 2002, p. 135. ↩
- Virgilio, Georgiche, libro I, 30. ↩
- V, 5,5. ↩
- Nat. Hist., II, 186-187; IV, 104; XXXVII, 2, 40-41. ↩
- IX, 36, 3. ↩
- Cfr. Ernout A., Les éléments étrusques du vocabulaire latin, in «Bull. de la Soc. de Ling.», XXX, 1930, pag. 82 segg., e vol. Philologica, I, Paris, 1946, pag. 29. ↩
- Cfr.: M. Pittau, LELN, pagg. 210-211. ↩
- IX, 36, 3. ↩
- Cfr.: G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino, 1966, I, § 196. ↩
- Cfr. M. Pittau, Colpo di glottide barbaricino, gorgia dorgalese e gorgia toscana, in «Quaderni Bolotanesi», Cagliari-Sassari, XV, 1989, pagg. 285-290. ↩
- John Wight Duff, A Literary History of Rome. Vol. 1, From the Origins to the Close of the Golden Age. 3rd ed. 1963. ↩
- I,30,2. ↩
- V, 2. ↩
- V, 15. ↩
- Anche G. e L. Bonfante, Lingua e cultura degli Etruschi, Roma, 1985, pag. 9, implicitamente lamentano il fatto che ‘L’etrusco è stato studiato per lo più da archeologi e da storici, specialisti di etruscologia’. ↩
- Cfr. M. Durante, Considerazioni intorno al problema della classificazione dell’etrusco, in ‘Studi Micenei ed Egeo-Anatolici’, VII, 1968, pagg. 7-60. Purtroppo finora la comparazione fra l’etrusco ed il lidio è stata effettuata piuttosto superficialmente; d’altronde, anche una comparazione più approfondita è ostacolata dalla scarsità di iscrizioni lidie e dalla loro datazione relativamente tarda (poco più di 60 iscrizioni e tutte posteriori al V sec. a. C. ↩
- Cfr. M. Pittau, LELN, OPSE. ↩
- W. Corssen, S. Bugge, I. Thomopoulos, E. Vetter, A. Trombetti, E. Sapir, G. Buonamici, E. Goldmann, P. Kretschmer, F. Ribezzo, F. Schachermayr, A. Carnoy, V.I. Georgiev, W.M. Austin, R.W. Wescott, A. Morandi, F.C. Woodhuizen, F. Bader, F.R. Adrados, M . Pittau, ecc. ↩
- Massimo Pittau, La Lingua Etrusca, 1994, p. 69. ↩
- Cfr.: M. Pittau, La questione dei numerali etruschi, negli «Atti del Sodalizio Glottologico Milanese», XXXIII, Milano, 1994 (1996). ↩
- Cfr. M. Pittau, TET, pagg. 10 segg. ↩
- Il prof. Pittau lo ha dimostrato con due sue opere precedenti - M. Pittau, LELN; M. Pittau, OPSE - e con un intero vocabolario: il Dizionario Comparativo Latino-Etrusco. È stato anche in virtù del significato di non pochi di questi vocaboli latini di origine etrusca che l’autore è riuscito ad intuire e a dedurre il significato dei corrispondenti vocaboli etruschi. ↩
- Già molto significativi sono i risultati ottenuti dalle opere di S. Pieri, Toponomastica della valle dell’Arno, in «R. Accademia dei Lincei», appendice al vol. XXVII, 1918, Roma (1919); S. Pieri, Toponomastica della Toscana meridionale (valli della Fiora, dell’Ombrone, della Cècina e fiumi minori) e dell’ Arcipelago toscano, Siena, 1969; ma resta ancora moltissimo da fare nella direzione indicata. ↩