Corrado dei marchesi del Monferrato, signore di Poggiobonizio, cesare dell’impero d’Oriente e re di Gerusalemme
Storia negata: la Francigena e il ruolo di Poggiobonizio nell’ascesa di Firenze;
Sul ruolo dell’Abbazia di Marturi nella riscoperta del Diritto Giustinianeo: il Placito di Marturi, Pepone, la rinascita del Diritto e la nascita delle università;
Sul concetto di ‘castello’ e di ‘città’ nel medioevo; Poggiobonizio, città imperiale di Federico II: Il concetto di città dal medioevo all’epoca moderna;
Sulla cinta urbana: Mura urbane: crescita e sviluppo delle città medievali in Toscana tra XIII e XIV secolo;
Sulle fonti pubbliche: Poggiobonizio e le città toscane tra XII e XIII secolo: Le fonti pubbliche a confronto;
Sulle chiese urbane di Poggiobonizio: Poggiobonizio e le città medievali della Valdelsa: le chiese urbane;
Sull’edilizia civile: Poggiobonizio e le città toscane del medioevo: l’edilizia civile;
Sulla demografia e le corporazioni dei mestieri: Poggiobonizio e le città della Valdelsa nel medioevo: la demografia e i mestieri;
Sui patti di allenza e la popolazione delle città del Duecento: Giuramenti e popolazione nel Duecento. Lo studio di Enrica Salvadori sull’alleanza tra Pisa, Siena, Poggiobonizio e Pistoia del 1228; vedi anche lo studio di Enrica Salvadori sul patto tra Pisa, Siena, Poggiobonizio e Pistoia del 1228;
L’eresia medievale: Patarini e Catari in Toscana
Su Guido di Montfort e la presa di Poggiobonizio;
Su Arrigo VII e la fondazione di Poggio Imperiale: L’epopea italiana di Arrigo VII e la fine dell’utopia ghibellina;
Gli ebrei della Valdelsa nella Toscana tra medioevo e rinascimento
Nel 1122 il concordato di Worms, pur decretando la separazione tra la potestà pontificia e quella imperiale, non pose fine alle lotte di potere tra il papato e l’impero.
Le ostilità tra i due poteri antagonisti si riaccesero nel XIII secolo con rinnovato vigore, inserendo nella contesa le nuove forze politiche e militari che si andavano affacciando nel contesto europeo: i comuni e le prime grandi monarchie nazionali. Rispetto all’epoca della lotta per le investiture di Gregorio VII, la chiesa si trovava rafforzata ed i suoi ministri, nominati direttamente da Roma, obbedivano alle precise direttive dell’autorità pontificia. La curia, libera dalla tutela imperiale, governava energicamente tramite ambasciatori, leggi e tribunali tutto l’occidente cattolico, prospettando il trionfo dell’ideale teocratico di un governo sacerdotale, mascherato sotto l’efficienza organizzativa della burocrazia ecclesiastica.
La crescente potenza della chiesa tendeva a relegare l’imperatore al ruolo di un vassallo e pertanto l’autorità e l’ideale stesso dell’impero si erano andate progressivamente indebolendo.
Una svolta si ebbe nel 1152, con l’elezione a re di Germania di Federico I di Svevia detto il Barbarossa il quale, essendo legato da parentela con entrambe le dinastie in lotta, i ghibellini Hohenstaufen ed i guelfi Welf, venne acclamato come pacificatore e principe della pace. Appianati i contrasti affidando ai ghibellini il ducato di Baviera ed ai guelfi la marca di Tuscia ed il ducato di Spoleto, il sovrano decise di restaurare l’autorità imperiale tanto nei confronti dei comuni italiani quanto del potente papato, alleato dei normanni. Nel 1154 Federico I distrugge ed incendia alcune città del nord Italia, poi dirige verso Roma dove era stato cacciato il papa e si era costituito il comune governato dal monaco Arnaldo da Brescia, discepolo di Abelardo e fiero oppositore del primato temporale della chiesa.
Nel 1155 il Barbarossa, catturato Arnaldo, lo consegnò al papa in cambio della corona imperiale, ottenuta la quale tornò in Germania a consolidare la sua autorità minacciata dai principi elettori. Come depositario di un potere conferito dai principi tramite un sistema elettivo, Federico necessitava della corona imperiale per assicurarsi un potere indiscusso e incontrastato. Quindi la politica italiana divenne una necessità storica dato che solo attraverso l’incoronazione in Roma e per mano del pontefice si otteneva il dominio su tutta l’Europa cristiana.
Sei volte l’imperatore discese in Italia per restaurare l’ordine ed imporre il potere imperiale, finché a Legnano, il 29 maggio del 1176, la Lega delle libere città italiane appoggiate dal papa, sconfisse gli eserciti imperiali. Sette anni più tardi, a Costanza, la sconfitta militare divenne sconfitta politica e Federico fu costretto a riconoscere la Lega Lombarda e ad accettare la libera elezione dei magistrati comunali, limitandosi ad esercitare il potere di investitura. Per la prima volta il popolo e la borghesia si affermavano imponendosi all’imperatore.
Gli ultimi giorni del 1176 e i primi mesi dell’anno successivo, Federico I li trascorse al fianco del cugino Corrado, marchese del Monferrato, recandosi nel marzo a Coccorano presso Fano e quindi in Toscana, dove Corrado ricevette per conto della sorella Agnese le terre e le corti di Poggibonsi e Marturi. [1]
Corrado, nato attorno al 1146, era secondogenito di Guglielmo il Vecchio, marchese di Monferrato, e di Iulita, figlia di Leopoldo d’Austria e di Agnese di Svevia. Imparentato con le principali case regnanti europee, era cugino primo anche del re di Francia Luigi VII.
Come riporta il Pratelli, “nel 1177, non si sa per quale impedimento, fu sciolto il matrimonio tra Guido Guerra il giovane e Agnese del Monferrato, cugina dell’impertore. I marchesi del Monferrato, per i danni sofferti in questa faccenda, richiesero a Guido Guerra la cessione dei suoi diritti su Poggiobonizzo. Federigo Barbarossa, entrato come paciere tra le due potenti famiglie, si fece cedere i diritti comitali dei Guidi sulla terra poggibonsese, investendone il 22 marzo 1177 Corrado di Monferrato fratello di Agnese“. [2] Da qui, l’imperatore e il cugino proseguiranno fino a Ravenna, per raggiungere nell’agosto Venezia, dove si svolgevano le trattative per la pace con papa Alessandro III, ai cui rappresentanti Corrado aveva giurato di garantire la sicurezza.
Nel 1178, Federico Barbarossa, proveniente dal mezzogiorno, si incontra col nipote Guglielmo il Vecchio, marchese del Monferrato e con Corrado, suo figlio, giunti in visita al castello di Poggiobonizio, ottenuto in risarcimento da Guido IV Guerra che aveva ripudiato e sciolto il matrimonio con Agnese del Monferrato.
Guglielmo il Vecchio fu, per usare le parole di Ottone di Frisinga, il “solus ex baronis Italiae qui effugere potuit imperium civitatum.“. [3]
La cessione del castello di Poggibonsi da parte dei Guidi va quindi considerata alla stregua di un risarcimento per la dote di Agnese e, soprattutto, di una riparazione dell’offesa patita dagli Aleramici in seguito alla rinuncia di Guido al matrimonio con Agnese.
Il feudo di Poggibonsi e Marturi venne quindi ceduto dai conti Guidi al Barbarossa e da quest’ultimo ai marchesi Alerami del Monferrato, che lo ebbero prima nella persona di Corrado, in veste di procuratore della sorella Agnese, la quale lo concesse infine a Ranieri, fratello minore di Corrado - che appare ufficialmente citato per la prima volta proprio in questo documento - [4] cui era stata promessa in sposa Maria, figlia dell’imperatore di Costantinopoli Manuele Comneno.
Il 3 gennaio del 1178 Corrado è ad Assisi al seguito del Barbarossa. Successivamente dovette ritirarsi nelle terre di Poggibonsi e Marturi che amministrò fino al maggio dello stesso anno, quando la sorella Agnese trasferì il dominio all’altro fratello Ranieri. E’ presumibile che Corrado risiedesse nel grande edificio porticato, identificato come probabile palazzo di Guido Guerra, i cui resti sono riemersi a lato della chiesa di Sant’Agnese.
I marchesi del Monferrato, tradizionalmente filoimperiali, erano naturalmente schierati dalla parte del Barbarossa. Tuttavia Guglielmo il Vecchio, padre di Corrado, intratteneva da tempo buoni rapporti anche con l’imperatore di Oriente Emanuele Comneno, il quale volendo acquisire influenza nell’Italia centrosettentrionale, cercava di sfruttare il contrasto tra i Comuni e Federico I sostenendo i primi contro il secondo.
Nella seconda metà del 1178 Corrado interruppe bruscamente la sua fedeltà al partito imperiale. Nello stesso 1178, a Viterbo, Corrado venne improvvisamente fatto imprigionare dall’arcivescovo Cristiano di Magonza, cancelliere imperiale, e dovette pagare una consistente somma di riscatto, per raggiungere la quale - probabilmente - furono vendute dal fratello Raineri e dal padre le terre di Poggibonsi e Marturi. [5] I diritti furono ceduti a Siena e Firenze, “che li comprarono al prezzo di 4000 libbre di moneta pisana“. [6]
Corrado e la sua famiglia accentuarono i legami con Emanuele Comneno, una cui figlia, Maria, stava per andare sposa, a Costantinopoli, al fratello di Corrado, Raineri. Il 29 settembre 1179 a Pioraco, presso Camerino, Corrado assalì il campo del cancelliere imperiale Cristiano di Magonza e lo fece prigioniero, trasportandolo a Montefiascone e poi ad Acquapendente, dove lo affidò al fratello Bonifacio e quindi partì per Costantinopoli. [7] Qui, convocata la corte nel palazzo delle Blacherne, il matrimonio del fratello diciassettenne con la ventottenne Maria fu celebrato dal patriarca di Costantinopoli Teodosio I Boradiota nel febbraio 1180; durante la cerimonia Ranieri fu insignito del titolo di cesare e il suo nome fu mutato in quello di Giovanni in onore di Giovanni II Comneno, padre del basileus. Sulla vicenda, Guglielmo di Tiro nel suo Chronicon, scrisse: [8] “redeunte quoque domino imperatore circa Epiphaniarum dies in urbem, mense februario in palatio novo, quod Blaquernas dicitur, convocata curia sua, cum imperiali magnificentia per manum Theodosii, eiusdem urbis patriarche, eidem filiam suam nomine Mariam uxorem dedit et de nomine patris sui Iohannem appellatum, Cesarem constituit“. Secondo la Cronica di Roberto di Monte o di Torigni, scritta tra il 1182 e il 1186, anno della morte dell’autore, Ranieri sposò Maria figlia di Manuele e questi insignì l’Aleramico della dignità di cesare dandogli nel contempo “honor Thesolonicensium qui est maxima potestas regni sui post civitatem Constantinopolitanam.” Sulla morte dei coniugi, Sicardo, vescovo di Cremona, [9] scrisse nel suo Chronicon “Sed modico tempore diademate regali fruentes, ambo [Ranieri e la moglie Maria] de hoc seculo migraverunt.” : entrambi i coniugi morirono avvelenati nel 1183 durante le lotte che, nel periodo della reggenza, insanguinarono Bisanzio dopo la scomparsa di Manuele e portarono all’ascesa al trono di Andronico Comneno e alla conseguente caduta dei cesari.
Rientrato in Italia da Costantinopoli nel 1182, Corrado condivise la politica del padre e dei fratelli, che si erano riavvicinati a Federico Barbarossa. In questi anni il regno di Gerusalemme era retto da Baldovino V (destinato a morire nel 1186), figlio del fratello di Corrado, Guglielmo Lungaspada, il quale aveva sposato Sibilla, figlia del re di Gerusalemme Amalrico I d’Angiò, morto nel 1174, e sorella maggiore del giovane erede, Baldovino IV che, malato di lebbra, era già morto nel 1177.
Nel 1185 Guglielmo, padre di Corrado, partì per la Terrasanta, lasciando il governo del marchesato a Corrado e all’altro figlio Bonifacio. I due fratelli mantennero l’alleanza con l’Impero: nel 1186 Corrado risulta ancora al seguito di Federico I Barbarossa il quale si porta di nuovo in Poggiobonizio dove, con un atto che segna l’inizio dell’autonomia comunale di Poggiobonizio, annulla quei diritti che, ceduti nel 1177 da Guido Guerra al marchese del Monferrato, erano stati acquistati da Firenze e Siena nell’anno successivo. Il 24 marzo dell’anno successivo, ad Asti, Corrado è tra i testimoni dell’atto con cui re Enrico VI, lasciato dal padre Federico I a governare l’Italia, acquistò dal marchese di Saluzzo la Val di Susa.
Nonostante il rientro in Italia di Corrado, i rapporti dei Monferrato con l’impero bizantino non si erano interrotti. L’imperatore Isacco II Angelos, che aveva conquistato il trono l’anno precedente, si rivolse a loro nel 1186. Allo scopo di avere un fedele condottiero a sostegno del suo governo, questi propose a Bonifacio di trasferirsi a Costantinopoli, offrendogli in sposa la sorella Teodora. Poiché Bonifacio aveva già moglie, la proposta di Isacco venne accolta da Corrado che, sposatosi nel 1179, era rimasto vedovo. Poco dopo il marzo 1187 Corrado si imbarcò per Costantinopoli: qui le nozze furono celebrate subito dopo il suo arrivo e Corrado ricevette il titolo di Cesare.
Subito dopo le nozze Corrado noleggiò una nave genovese e partì per la Siria. Giunse a San Giovanni d’Acri in Palestina alla fine di luglio o all’inizio d’agosto 1187, ma la sua nave corse il rischio di essere catturata dai Musulmani, che da poco avevano occupato la città. Allora Corrado si diresse a Tiro, dove trovò una situazione disperata: l’esercito più numeroso mai messo in campo dal Regno di Gerusalemme era stato completamente distrutto il 4 luglio nella battaglia di Hattin; il nuovo re Guido e lo stesso padre di Corrado figuravano tra i prigionieri dei Musulmani. Alla metà di ottobre, Tiro era l’unica città che ancora restava in mano ai cristiani, ma Il suo capo stava negoziando la resa e il Saladino aveva già inviato gli stendardi da esporre sulla cittadella.
Corrado, strettamente imparentato con gli Staufen ed i re Capetingi, nonché zio dell’ultimo re di Gerusalemme, fu naturalmente proclamato capo della città che, sembra, avrebbe dovuto tutelare fino all’arrivo di una nuova crociata guidata da un re d’Occidente. Corrado, che a quanto pare aveva associato al suo governo un “comune” composto da un’associazione giurata di prelati, cavalieri e borghesi, pretese che a lui e ad ogni suo eventuale erede venisse riconosciuto il titolo di signore. Quindi gettò nel fossato gli stendardi musulmani e respinse le richieste del Saladino, provvide a rinforzare le fortificazioni, reclutò nuove truppe e cercò l’aiuto dei Comuni marittimi d’Italia, Provenza e Spagna. Pochi giorni dopo, quando il Saladino apparve davanti alla città, offrendo la libertà del padre in cambio della consegna della città, Corrado continuò a sfidarlo. A novembre il Saladino assedio nuovamente Tiro, ma i difensori riuscirono a catturare la metà delle dieci navi musulmane incaricate di bloccare la città dal mare, facendone arenare diverse altre finché il sultano fu convinto a ritirarsi il 1° gennaio del 1188. Per merito di Corrado fu mantenuta una presenza cristiana in Palestina che consentì al Regno di Gerusalemme di sopravvivere per un altro secolo.
Nell’aprile 1189 Guido - che era stato rilasciato dal Saladino nel 1188 - seguito dai suoi più importanti vassalli, marciò per cingere d’assedio San Giovanni d’Acri e Corrado, nonostante dimostrasse di non sottostare alla sua autorità, fu costretto a seguirlo.
Nel settembre dello stesso anno Corrado fu convinto dal crociato margravio Luigi di Turingia a partecipare all’assedio di San Giovanni d’Acri; quando il 4 ottobre i Cristiani tentarono di reagire alle forze del Saladino giunte alle loro spalle, Corrado stesso riuscì a sfuggire alla cattura grazie all’aiuto opportunamente offertogli da Guido in persona. In seguito egli mosse le sue postazioni nei pressi del mare, all’estremità nordoccidentale del fronte d’assedio, dove costruì un nuovo porto nel quale far convergere i rifornimenti provenienti da Tiro, chiamato in seguito, e per lungo tempo, il “Porto del marchese”. Grazie a questa nuova struttura portuale, il 4 marzo 1190, di ritorno da Tiro, egli si presentò con una nuova flotta che al largo di San Giovanni d’Acri riuscì a sconfiggere le navi egiziane cariche di uomini e rifornimenti che l’avevano intercettata. L’ 11 aprile dello stesso anno si giunse ad un accordo fra Guido e Corrado, il quale ebbe confermati i suoi diritti di signoria sulle città settentrionali di Tiro, Sidone e Beirut (di queste tre, solo Tiro era in mano cristiane).
Il 10 giugno 1190 l’imperatore Federico I annegava durante la crociata; il 21 dello stesso mese i resti della crociata tedesca sotto la guida del duca Federico di Svevia, uno dei figli dell’imperatore, raggiunsero la città siriana di Antiochia. Corrado fu inviato a San Giovanni d’Acri per incontrarsi con Federico.
Si disse che il Saladino gli avesse pagato 60.000 bisanti per incoraggiare i Tedeschi ad allontanarsi da Antiochia, dove, si asserì, sarebbero stati molto più utili che a meridione; ma è più probabile che Corrado avesse ricevuto l’incarico di far venire i Tedeschi a San Giovanni d’Acri.
Nell’autunno del 1190 morirono la regina Sibilla di Gerusalemme e le sue due figlie. Il re Guido doveva la corona al matrimonio con la regina Sibilla, che era la maggiore delle due sorelle del re Baldovino IV. Fin dal 1186 una parte consistente dei baroni aveva sostenuto la rivendicazione al trono della sorella minore Isabella. Alla morte di Sibilla le rivendicazioni in favore di Isabella furono rinnovate, nonostante fossero sminuite dalla personalità del marito, Umberto di Toron, giudicato inadatto a salire al trono.
Forte dei suoi legami con la dinastia degli imperatori d’Oriente, Corrado si alleò con Maria Comnena madre di Isabella e regina di Gerusalemme in quanto erede del titolo del marito, e assieme ad un gruppo di nobili capeggiato dal secondo marito di Maria, Balian di Ibelin signore di Nablus, progettarono di far annullare il matrimonio di Isabella con Umberto e di far sposare Isabella a Corrado. In quel momento era diffusa la convinzione, sostenuta dai più grandi baroni, che gli interessi del regno sarebbero stati avvantaggiati dal matrimonio fra Corrado e Isabella. Perciò Isabella, che sembra amasse sinceramente Umberto, venne rapita dalla sua tenda che si trovava accanto a quella del marito nell’accampamento davanti a San Giovanni d’Acri. Il rapimento causò una grande agitazione nel campo cristiano e Isabella, che inizialmente rifiutò l’annullamento, alla fine venne convinta a dare il suo consenso. Più tardi alcuni crociati attribuirono le loro disgrazie alla punizione divina causata da quest’azione peccaminosa.
Grazie all’appoggio del legato papale, l’arcivescovo Alberto di Pisa, e del vescovo di Beauvais, primo cugino del re di Francia e quindi parente stretto di Corrado, venne costituita una corte ecclesiastica che, dichiarando invalido il matrimonio tra Umberto e Isabella, permise a quest’ultima di sposare Corrado.
Rimase decisamente contrario alla decisione e alla procedura l’arcivescovo di Canterbury, il quale nella corte ecclesiastica ebbe la funzione di rappresentare il patriarca di Gerusalemme, allora ammalato. Non c’era infatti alcuna prova che Teodora Angelos, lasciata da Corrado a Costantinopoli, fosse morta; e anche nel caso lo fosse stata, secondo il diritto canonico, il matrimonio sarebbe stato incestuoso dato che Sibilla, sorella di Isabella, era stata moglie del fratello di Corrado; inoltre in quel momento la stessa Isabella era bigama poiché l’annullamento del suo matrimonio con Umberto fu riconosciuto solo in seguito. Per questi motivi egli scomunicò tutti coloro che erano coinvolti nel nuovo matrimonio.
Isabella, come legittima erede, appena sciolta dal legame con Umberto, richiese formalmente il regno all’Alta Corte di Gerusalemme, che accettò la sua richiesta. Quindi Isabella si recò a Tiro con Corrado, il quale sembra essere tornato all’assedio nel febbraio 1191. Nonostante nel maggio 1191 Corrado si autodesignasse come re eletto, né lui né Isabella vennero incoronati: forse si comprese che con la riconquista della Palestina i re crociati provenienti dall’Europa si sarebbero trovati nella posizione di garantire o negare le rispettive conquiste all’uno o all’altro dei pretendenti al trono.
Il 20 aprile arrivò davanti a San Giovanni d’Acri il re di Francia e l’8 giugno giunse anche il re d’Inghilterra. Occorre ricordare che, se la casa di Monferrato era imparentata con Filippo dì Francia, la famiglia di Lusignano, cui apparteneva Guido, era invece vassalla francese di Riccardo Plantageneto d’Inghilterra, detto Cuor di Leone. [10]
La presenza dei due re e l’imminente caduta del porto più importante della Palestina accese le rivalità tra i due pretendenti e li incoraggiò i a rivendicare nuovamente i loro diritti: a Corrado, sostenuto dai crociati di Filippo, dai baroni di Gerusalemme, dai templari e dai Genovesi, si oppose Guido, il quale protestò formalmente davanti ai re, che acconsentirono ad emettere un verdetto. Tuttavia per Corrado solo l’Alta Corte di Gerusalemme aveva la competenza per decidere e riconoscere la legittimità dell’eredità della moglie. Quando il fratello di Guido, Goffredo di Lusignano, convocò Corrado di fronte ai re, accusandolo di fellonia, spergiuro e tradimento, egli rifiutò di sottoporsi al processo e partì per Tiro. Filippo e Riccardo Cuor di Leone concordarono di consegnare tutte le loro conquiste a colui che loro stessi avrebbero designato come legittimo sovrano. Corrado, resosi conto dell’importanza di assicurarsi che le conquiste di Filippo non fossero inferiori a quelle di Riccardo, affrettò il suo ritorno a San Giovanni d’Acri, onde consigliare Filippo sul come garantirsi un’equa spartizione dei beni.
Il 12 luglio San Giovanni d’Acri cadde in mano ai Cristiani. Corrado, che era al comando del gruppo che prese possesso della città ebbe anche un ruolo di primo piano nei negoziati con la guarnigione musulmana, e sembra che direttamente a lui e al suo seguito fossero pagati circa 14.000 denari del tesoro di San Giovanni d’Acri. Quindi, consigliato da Filippo, il 26 luglio Corrado si presentò davanti a Riccardo Cuor di Leone, accettando di sottomettersi al suo giudizio. Il giorno successivo i due contendenti richiesero il giudizio dei re e dell’esercito crociato. Il 28 Riccardo e Filippo resero nota la loro decisione, che consisteva in un compromesso: Guido avrebbe avuto il regno finché era in vita, ma i suoi figli sarebbero stati esclusi da ogni diritto di successione, e alla sua morte il trono sarebbe stato ereditato da Isabella e Corrado. Nel frattempo tutte le rendite reali dovevano essere divise fra i rivali; al fratello di Guido, Goffredo, sarebbe andato il vecchio appannaggio reale di Giaffa e Ascalona, mentre per Corrado fu stabilita una nuova contea, costituita in base a quanto concordato l’anno prima, da Tiro, Sidone e Beirut. Nel caso che Guido, Corrado e Isabella fossero tutti deceduti mentre Riccardo si trovava ancora in Oriente, quest’ultimo avrebbe disposto del regno a suo piacimento.
Tuttavia, contro i desideri di Riccardo, il giorno seguente, passando per Tiro prima di rientrare in patria, Filippo consegnava a Corrado la sua metà di San Giovanni d’Acri.
Da parte sua Riccardo, rimasto in Palestina, si affrettò a consegnare a Guido i territori da lui conquistati. Corrado, che sembra avesse rinunciato a farsi designare come re eletto, tentò con i suoi sostenitori di sabotare la campagna militare di Riccardo, trattando al contempo direttamente con i Musulmani, nella speranza di poter negoziare il possesso personale di territori che non sarebbero stati inclusi nel diritto di conquista di Riccardo Cuor di Leone. Quindi, rifiutandosi di aiutare Riccardo, nell’estate del 1191 si mise in contatto con i Musulmani e l’inverno successivo entrò in trattative dirette col Saladino. Sembra che i negoziati vertessero sulla stipulazione di un trattato che garantisse la sua contea, e che inoltre egli stesse cercando di ottenere dal Saladino la concessione di metà della città e del regno di Gerusalemme. Pare che Corrado avesse offerto ai Musulmani un’alleanza, per la quale egli avrebbe dichiarato guerra aperta a Riccardo ed ai suoi oppositori politici. Tuttavia Corrado venne assassinato appena prima della ratifica del trattato fra lui e il Saladino. Intanto, nel febbraio del 1192, i Genovesi ed i Francesi avevano tentato di impossessarsi di San Giovanni d’Acri in nome di Corrado, il quale accorse da Tiro, ma i Pisani riuscirono a salvare la città fino al ritorno di Riccardo. Dopo un infruttuoso incontro in cui Corrado rifiutò nuovamente di aiutare la crociata, Riccardo presiedette un’assemblea dell’esercito che privò Corrado delle sue rendite, ma risultando impossibile far rispettare questa decisione e sapendo di dover rientrare presto in Europa, attorno al 13 aprile 1192 Riccardo convocò una seconda assemblea dell’esercito; considerato che Guido non era stato in grado di rientrare in possesso della sua parte di regno e che le capacità di Corrado erano superiori a quelle dell’avversario, l’assemblea persuase Riccardo ad acconsentire a proclamare re Corrado.
La notizia ufficiale giunse a Corrado qualche giorno dopo il 21 aprile, ma il 28, mentre rientrava attraverso Tiro dopo una cena nella dimora dell’arcivescovo di Beauvois, Corrado cadde in un’imboscata e fu mortalmente ferito da due assassini ismaeliti: sembra che uno di essi, se non entrambi, fingendosi servi cristiani, fossero stati precedentemente al servizio di Corrado. Le fonti non sono concordi nel designare il responsabile dell’assassinio di Corrado; se è certo che gli ordini partirono dal capo degli ismaeliti siriani, i mandatari vennero individuati nei nemici di Corrado: Umberto di Toron, Guido di Lusignano, il Saladino e Riccardo di Inghilterra, [11] che proprio per questa ragione fu fatto prigioniero, durante il suo rientro in patria, da Leopoldo d’Austria, cugino di Corrado. Anche il conte Enrico di Champagne, che sposò Isabella subito dopo la morte di Corrado, è stato indicato come probabile responsabile della morte di Corrado, ma in realtà appare impossibile stabilire la verità su questa vicenda. Tuttavia l’influenza di Corrado nella storia dell’Oriente latino non terminò al momento della sua morte: egli infatti lasciò sua moglie Isabella incinta di sua figlia Maria la quale avrebbe a sua volta ereditato il Regno di Gerusalemme. [12]
Links utili
Haberstumpf W., Dinastie europee nel Mediterraneo orientale, Torino 1995, II, p. 47 n. 19.
- F. SAVIO, Studi storici sul marchese Guglielmo III di Monferrato ed i suoi figli con documenti inediti, Torino, 1885, pp. 160-161; cfr. Haberstumpf W., Dinastie europee nel Mediterraneo orientale, Torino 1995, II, p. 47 nn. 18; 20; 21. ↩
- Pratelli F., Storia di Poggibonsi, p. 71 (S.T. ined. 526). La data del 22 agosto è sottintesa nella Scheda su Corrado del Monferrato pubblicata da J. S. C. RILEY SMITH in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXIX, Roma 1983, pp. 381-387. ↩
- OTTONIS EPISCOPI FRISINGENSIS ET RAHEWINI Gesta 1965, p. 312, rr. 24-26. ↩
- FICKER J., Forschungen zur Reich- und Rechtsgeschihte Italiens, IV, Innsbruck 1868-74 (ristampa anastatica Aalen 1961), doc. 151, pp. 191-192; cfr. Haberstumpf W., Dinastie europee nel Mediterraneo orientale, Torino 1995, II, p. 47 n. 19. ↩
- Ilgen T., Markgraf Conrad von Monrferrat, Marburg 1880 (trad. it. C. marchese di Monferrato, Casale 1890. ↩
- cfr. PRATELLI, op. cit., pp. 71-72. ↩
- MAGISTRI ROGERI DE HOUDENE Chronica 1869, p. 195: ‘[Corrado] incarceravit eum [Cristiano di Magonza] apud Eghependant, et tradidit eum Bonefacio fratri suo in custodia, et ipse Conradus profectus est ad Manuelem imperatorem Constantinopolitanum, cujus admonitione ipse ceperat praedictum cancellarium‘. Cfr. anche ILGEN 1890, p. 220; BRADER 1905, p. 24; BRAND 1968, p. 19. ↩
- WILLELMI TYRENSIS ARCHIEPISCOPI Chronicon, II, ed. R.B.C. HUYGENS , Turnholti 1976 [Corpus Christianorum Continuatio Medieualis, LXIII A], p. 1010, rr. 34-39. ↩
- SICARDI EPISCOPI CREMONENSIS Cronica, ed. O. HOLDER-EGGER, in M.G.H. SS., XXXI, Hannoverae 1903, pp. 22-181. ↩
- Riccardo Cuor di Leone (Riccardo Plantageneto), fu figlio di Enrico II Plantageneto e di Eleonora d’Aquitania e nacque l’8 Settembre 1157. Quarto di otto figli, si vide affidare, spartito con il fratello Enrico il Giovane, parte del regno paterno nel 1170, in occasione di una grave malattia del padre. Su consiglio della madre, sposò Berengaria di Navarra, dalla quale non ebbe figli; del resto stando a Rogier di Hoveden, Riccardo Cuor di Leone era dichiaratamente omosessuale e non amava la moglie. Partecipò con successo alla Terza Crociata, dove riuscì a riprendere San Giovanni d’Acri, ma rinunciò alla presa di Gerusalemme. Lodato per il suo coraggio anche dal nemico Saladino, il quale, una volta che Riccardo Cuor di Leone fu costretto a combattere a piedi, gli fece dono di due cavalli, nel viaggio di ritorno in patria venne imprigionato da Leopoldo d’Austria, che lo accusò di aver fatto uccidere Corrado di Monferrato, che venne in realtà eliminato dagli Assassini. Sulla profonda amicizia di Riccardo con il Saladino, è significativo ritrovare i due raffigurati in un mosaico medievale del XII secolo che li ritrae impegnati in una scena di sesso; ai nostri giorni l’oggetto, riprodotto in forma di gadget, viene ampiamente commercializzato nella regione del Basso Nilo. Quando Riccardo, nel 1194, finalmente venne liberato tornò in Inghilterra per riprendersi il regno usurpatogli dal fratello Giovanni Senza Terra. Morì il 6 Aprile 1199 in seguito ad una ferita di freccia ricevuta durante l’assedio del castello di Chalus. Alla sua morte gli successe il fratello Giovanni Senza Terra. ↩
- Cfr. Haberstumpf W., Dinastie europee nel Mediterraneo orientale, Torino 1995, pp. 23. ↩
- Maria (+ 1212) sposò nel 1210 Giovanni conte di Brienne (1148-1237), che a sua volta fu re nominale di Gerusalemme fino al 1225. ↩