Dioniso, l’Orfismo e i Pitagorici: metempsicosi e riti salvifici tra greci, etruschi e romani
DIONISO
ORFEO
PITAGORA
IL CULTO DI DIONISO IN ETRURIA
IL PITAGORISMO IN ETRURIA
Il VI secolo a.C. è un’epoca molto importante per la storia della filosofia e delle religioni: é l’epoca di Confucio e Lao-Tze in Cina, del Buddha in India, del profeta Ezechiele tra gli Israeliti, di Zarathustra nell’Iran e di Pitagora nel mondo greco. Questo secolo è, per la Grecia come per l’Etruria, un’epoca di profonda trasformazione sociale che dal crollo delle antiche monarchie rispecchiate nei poemi omerici vedrà il sorgere di nuovi organismi statali come la democrazia ad Atene o la Repubblica a Roma.
E’ un periodo di gestazione travagliosa di una nuova epoca nelle quale agitazioni politiche e sociali portano al crollo delle forti oligarchie e i popoli all’acquisizione di una nuova coscienza dei propri diritti.
In Etruria, come nel mondo greco, accanto alle divinità maggiori che venivano venerate ovunque, esistevano delle divinità specifiche per ogni città. La religione delle grandi divinità mirava più specificamente a risolvere i problemi comuni all’intera città quali erano le guerre, le carestie o le epidemie; all’origine di questa concezione era il fatto che nella società non esisteva la differenza tra il cittadino e l’uomo privato. C’erano inoltre un gran numero di divinità ctonie, divinità della terra di ancestrale origine popolare, che avevano spesso a che fare con l’agricoltura, con i cicli delle stagioni e con la fertilità del suolo, come ad esempio Persefone. L’alternarsi del ciclo delle stagioni era osservato secondo una concezione della vita che paragonava la nascita e la morte dell’uomo a quella della natura.
Conseguentemente alle nuove esigenze imposte dal benessere e dallo sviluppo della società, si afferma l’esigenza individuale del singolo cittadino, il quale attraverso i misteri cerca una risposta all’eterna domanda sul senso della vita e sul destino oltre la morte. Parallelamente al culto di Dioniso si sviluppa così l’Orfismo, una setta misterica sorta intorno al VII secolo a.C. che si basava su due miti: quello di Dioniso e quello di Orfeo. Su questo stesso ceppo, sul suolo italico della Magna Grecia, dalla figura di Pitagora sorge anche la prima vera scuola filosofica del mondo ellenico; la scuola pitagorica si caratterizzerà come un circolo aristocratico di mistici destinato per un certo tempo a influenzare il governo di Crotone, ma la sua influenza avrà in seguito maggiori e più profonde ripercussioni sul pensiero occidentale.
Dioniso era una divinità molto antica che sembra appartenere al pantheon indiano pre-vedico; in oriente Dioniso era noto come Iacco. Eroe e protagonista di una leggenda complessa e ricca di spunti esoterici, il suo culto, attestato nell’area culturale micenea già alla fine del II millennio a.C., era probabilmente arrivato in occidente lungo la cosiddetta strada del vino, a seguito della prima ondata di migrazione degli indoeuropei. Dioniso era già conosciuto da Omero, che lo descrive con gli attributi che gli sono tipici e lo inserisce tra gli dei Olimpici.
La mitologia esiodea narra che Dioniso fu concepito da Zeus e da Semele, ma Hera, venuta a conoscenza delle tresca amorosa dei due, assunte le sembianze della vecchia nutrice di Semele, la convinse a far sì che Zeus le si mostrasse in tutta la sua divina maestà. Zeus, acconsentendo alla richiesta di Semele di esaudire ad un suo desiderio, fu costretto a rivelarsi nella sua fulgida natura divina e Semele ne morì folgorata. Ma Atena salvò il futuro nascituro e Zeus dovette provvedere al completamento della gestazione prestando la propria coscia a mo’ di utero. Il dio venne così partorito da una coscia del padre, nella quale era stato cucito alla morte della madre che non era riuscita a completare la gravidanza. Il dio neonato venne quindi allevato da Ino, sorella di Semele, finché non fu trasportato sui monti di Nisa, dove ne ebbero cura le ninfe che vi abitavano e venne educato dal vecchio satiro Silèno, figlio di Hermes e di una ninfa.
Ino sposò Atamante, re di Orcomeno in Beozia, ed ebbe due figli: Learco e Melicerte. Ma Hera, adirata con Ino, che tanta cura aveva avuto per il piccolo dio nato dal tradimento del suo sposo Zeus, chiamò Tisifone, una delle erinni infernali, e la inviò a casa di Atamante per invadere di follia il re e la sua sposa.
Ino, presa da furia violenta si diede a correre, come in preda all’esaltazione dionisiaca, con i figli tra le braccia; raggiunta dal marito Atamante, venne scambiata per una leonessa, e venne da questi aggredita finché il figlio Learco non rimase ucciso. Ino, rimasta col figlio Melicerte, riacquisì la coscienza ma presa dal terrore si diede alla fuga finché, giunta su una rupe a picco sul mare, strinse tra le braccia il figlio e saltò giù, scomparendo tra le onde.
Poseidone ne ebbie pietà, e accolti madre e figlio, diede a Ino il nome di Leucothea e a Melicerte quello di Palèmone, facendone due divinità marine.
Come tali furono venerati in Grecia e a Roma; mentre a Pyrgi, in Etruria, la divinità adorata dagli etruschi come Uni-Giunone e dai fenici come Astarte, venne identificata dai greci con Leucothea.
Divenuto adulto, Dioniso cominciò le proprie peregrinazioni tra Grecia ed Oriente; fu durante queste peregrinazioni che il dio si fece conoscere come benefattore dell’umanità, introducendo la coltura della vite e la produzione del vino. Tuttavia la diffusione della coltura della vite non si effettuò senza contrasti e non furono rari i conflitti che il dio dovette affrontare con i mortali, che ostacolarono la sua opera e perseguirono i suoi seguaci. Dioniso fu anche perseguitato da Hera, la gelosa e vendicativa e moglie di Zeus, che lo rese pazzo.
In Frigia, Dioniso venne guarito da Cibele e venne iniziato ai suoi misteri. Nelle sue peregrinazioni era seguito da un numeroso corteo, detto tiaso, composto dal suo vecchio maestro, il satiro Sileno e da una schiera di satiri e di ninfe che, nel tiaso dionisiaco prendevano il nome di baccanti. Tornato in Grecia, Dioniso vi introdusse le proprie feste iniziatiche: i Baccanali.
Nella sua essenza Dioniso-Bacco è una divinità enigmatica e contraddittoria, il cui luogo di origine costituiva un enigma già per gli antichi, che in alcuni racconti mitologici lo presentavano espressamente come un dio straniero, venuto da lontano, e ne ricordavano ancora la resistenza inizialmente opposta all’introduzione del suo culto nel mito di Pènteo, il re di Tebe nipote di Cadmo che, per essersi opposto, assieme alla madre Agave, all’introduzione del culto del dio, venne ucciso da quest’ultima che, resa folle da Dioniso, scambiò il figlio per una belva, lo uccise e lo sbranò assieme alle baccanti. Agave, figlia del re Cadmo di Tebe era appunto sorella di Semele, dalla cui unione con Zeus fu generato Dioniso.
Clemente Alessandrino, nelle sue invettive contro i greci pagani, fornisce dati molto precisi riguardo alle caratteristiche del culto di Bacco, al punto che è stato sospettato che sia stato egli stesso un iniziato.
“…I misteri di Dioniso sono addirittura inumani. Egli era ancora piccolo e mentre i Cureti danzavano intorno a lui una danza guerriera, i Titani essendosi introdotti con inganno, e avendolo allettato con giocattoli infantili, questi Titani dunque lo fecero a brani, che ancora era un bambino, come dice il poeta della Iniziazione, il tracio Orfeo: il turbo, il rombo, e i pupattoli dalle flessibili membra ed i begli aurei pomi delle canore Esperidi. E non è inutile, allo scopo di condannarli, esporre gli inutili simboli di questa vostra iniziazione: l’astragalo, la palla, la trottola, le mele, il rombo, lo specchio, il vello. Atena dunque, per avere sottratto il cuore di Dioniso, fu chiamata Pallade dal palpitare (pàllein) del cuore. Ma i Titani che lo avevano sbranato, posto un lebete su di un tripode e gettatevi le membra di Dioniso, prima le facevano cuocere e poi, conficcatele negli spiedi, “le tenevano sopra il fuoco “. Zeus, apparso dopo (forse, poiché era dio, per avere sentito l’odore delle carni che stavano cuocendo, che è ” l’onore dovuto”, che i vostri dei riconoscono ” di avere avuto in sorte”) fa scempio dei Titani col fulmine, e le membra di Dioniso le affida al figlio suo Apollo perché le seppellisca. Questi, giacché non disobbedì a Zeus, le trasporta sul Parnaso e qui depone il cadavere fatto a brani. Se vuoi contemplare anche i riti dei Coribanti, sappi che questi erano tre fratelli, due dei quali, avendo ucciso il terzo, avvolsero in un drappo di porpora il capo del morto e, dopo averlo incoronato, lo seppellirono, portandolo su uno scudo di bronzo ai piedi dell’Olimpo. E questo sono i misteri, per dirla in breve, niente altro che stragi e seppellimenti; i sacerdoti di questi misteri, chiamati Anactotelesti da coloro ai quali interessa chiamarli, aggiungono altri strani portenti a questo fatto luttuoso, quando proibiscono di porre sulla tavola apio con tutte le radici; giacché credono che l’apio appunto sia nato dal sangue coribantico versato: alla stessa guisa precisamente che le donne che festeggiano le Tesmoforie evitano di mangiare i frutti del melograno che siano caduti a terra, perché ritengono che i melograni siano nati dalle gocce del sangue di Dioniso. Chiamando poi col nome di Cabiri i Coribanti proclamano anche il rito dei Cabiri: giacché questi due fratricidi, presa, quasi spoglia del combattimento la cesta, nella quale erano posti i genitali di Dioniso, la portarono nella Tirrenia, mercanti di merce gloriosa; e qui prendevano dimora, essendo esuli, e trasmisero ai Tirreni il loro prezioso insegnamento di pietà, consistente nella venerazione di genitali e di una cesta. E questa fu non senza verosimiglianza la ragione per la quale alcuni vogliono dare a Dioniso il nome di Attis, perché privato dei genitali. E che meraviglia che i Tirreni, che sono dei barbari, siano così iniziati ai misteri di vergognose passioni, quando gli Ateniesi e il resto dell’Ellade, mi vergogno perfino a dirlo, hanno miti pieni di vergogna come quelli che si riferiscono a Deo? Deo infatti, errando alla ricerca della figlia Core, presso Eleusi (questa è una località dell’Attica) è vinta dalla stanchezza, e si siede su un pozzo, in preda al dolore. Questo è proibito anche ora a coloro che vengono iniziati, affinché non sembri che gli iniziati imitino la dea nel suo dolore. Abitavano in quel tempo Eleusi degli indigeni i cui nomi erano Baubò, Dysaules, Triptolemo, e inoltre Eumolpo ed Eubuleo. Bifolco era Triptolemo, pastore Eumolpo, porcaro Eubuleo; è da essi che fiorì in Atene questa ierofantica stirpe degli Eumolpidi e dei Keryci. Ordunque (giacché non mi tratterrò dal dirlo) Baubò, avendo ospitato Deo, le porge un beverone, e Poiché questa rifiutava di prenderlo e non voleva bere (Poiché era in lutto), Baubò dispiaciutasi fortemente della cosa, ritenendo il rifiuto come un’offesa fatta a lei, alzate le vesti, scopre le sue vergogue, e le mostra alla dea. Essa invece, Deo, si diletta di quella vista e a stento finalmente accetta la pozione, rallegrata da quello spettacolo. Questi sono i segreti misteri degli Ateniesi. Questi misteri riferisce anche Orfeo, e io ti citerò i versi stessi di Orfeo, affinché tu abbia nel mistagogo un testimone della loro svergognatezza: Così dicendo, i pepli si tirò in alto e mostrò un’immagine oscena del corpo; era quella di Iacco fanciullo, ridente (Poiché l’agitava) di sotto al seno di Baubò; e allora la dea, Poiché vide, sorrise dentro il suo cuore, e accettò il lucido vaso con dentro la mista bevanda. E il motto dei misteri eleusinii è: ” digiunai, bevvi il cyceone, presi dalla cesta, avendo fatto quello che dovevo fare, riposi nel canestro e dal canestro nella cesta “. Begli spettacoli davvero, e che si addicono a una dea! Questi riti di iniziazione sono dunque degni della notte e del fuoco e del “magnanimo”, o piuttosto insensato, popolo degli Erettidi, e, inoltre, anche degli altri Elleni, cui ” dopo morte attendono cose che neppure si aspettano”. A chi vaticina Eraclito di Efeso? Ai ” nottivaghi, ai maghi, ai baccanti, alle baccanti, ai mysti “, a costoro egli minaccia le pene dopo la morte, a costoro vaticina il fuoco; ” giacché empiamente essi si iniziano ai misteri che sono in uso fra gli uomini ” . Consuetudine dunque e vana credenza sono i misteri, e cioè un inganno teso dal serpente, inganno che gli uomini venerano, allorché con falsa pietà coltivano queste iniziazioni che non sono in realta iniziazioni e questi riti pieni di empietà. E quali sono anche le ceste mistiche! Bisogna infatti rivelare le cose sacre che si contengono in esse, e denunziare le cose non dicibili. Queste cose non sono dolci di sesamo, e piramidi e dolci in forma di gomitoli e focacce dai molti ombelichi e grani di sale e un serpente, il mistico simbolo di Dioniso Bassareo? Non sono melagrane, oltre a ciò, e rami di fico, e ferule, e tralci di edera, e oltre a ciò, focacce rotonde e papaveri? Sono queste le loro cose sacre! E, inoltre, gli ineffabili simboli di Ge Temide (cioè Demetra): l’origano, la lucerna, la spada, il pettine femminile, che è, in linguaggio eufemistico e mistico, l’organo femminile. O che sfacciata impudenza! Una volta la notte, che copriva il piacere per gli uomini temperanti, era silenziosa: ora, divenuta una tentazione all’intemperanza per coloro che si iniziano, la notte è piena di voci; e il fuoco con la luce delle fiaccole rivela le oscene passioni. Spegni, o ierofante, il fuoco. Risparmia, o daduco, le lampade; la luce accusa il tuo Iacco; lascia che la notte nasconda i misteri; i riti siano onorati dalle tenebre; il fuoco non rappresenta una parte da teatro: il suo compito è di convincere e di punire. Questi, i misteri degli atei: atei giustamente io chiamo costoro, che non hanno conosciuto Colui che è veramente Dio, e venerano un bambino sbranato dai Titani e una donnetta in lutto, e le parti che veramente, ma soltanto per pudore, non si possono nominare…” [1]
Occorre qui ricordare un’analogia tra la figura del dio Bacco e il successivo culto cristiano. Dioniso infatti, ucciso e divorato dai Titani, dopo tre giorni veniva fatto risorgere dal padre Giove: “…subito dopo la sua sepoltura, egli risuscitò dalla morte e salì al cielo” [2]
Una delle prime avventure di Dioniso è volta alla ricerca della madre Semele, attraverso una discesa nell’Ade. Il mito, tramandato con scandalo da Clemente Alessandrino, è legato ai misteri di Lerna e la vicenda, che condurrà Dioniso in un viaggio di andata e ritorno nel mondo dei morti, costituisce un prototipo del viaggio iniziatico che caratterizzerà il culto del dio:
“…Ma i misteri che si tengono ad Agra e quelli che si tengono ad Alimunte dell’Attica sono stati limitati ad Atene; ma gli agoni e i falli che si consacrano a Dioniso, i quali hanno infestato la vita umana, sono, invece, una infamia mondiale. Dioniso desiderava vivamente discendere presso Ade, ma non conosceva il cammino; un certo Prosymnos promette di spiegarglielo, ma dietro una ricompensa che non aveva niente di bello, se non per Dioniso: gli si chiedeva di prestarsi ai piaceri dell’amore. Il dio accoglie con piacere la richiesta e promette di corrispondervi. Informato sul cammino, si allontana; ritorna e non ritova Prosymnos (che era morto); per sdebitarsi nei confronti del suo amante, Dionysos si reca, pieno di desideri impuri, alla sua tomba. Taglia, a caso, un ramo di fico, gli da la forma di un membro virile e, sedendovi sopra, se ne serve per adempire alla sua promessa nei confronti del morto. E’ allo scopo di ricordare misteriosamente questo fatto che nelle città della Grecia si dedicano dei falli a Dioniso. ” Giacché, se non fosse in onore di Dioniso che fanno il corteo solenne e cantano l’inno alle vergogne, sarebbe vergognosissimo quello che compiono ” - dice Eraclito -, ” Ade è lo stesso che Dioniso, in onore del quale folleggiano e baccheggiano “, non tanto, come io credo, per l’ubbriachezza del corpo, quanto per la vergognosa rivelazione sacra della licenza.” [3]
In realtà, anche seguendo le probabili origine indiane di Dioniso, l’autopenetrazione del dio che tanto scanadalizza l’autore cristiano sembra alludere all’apertura di quel “Primo Chakra”, “Chakra Radice” o “Chakra Basale” - il cosiddetto Muladhara - che ottenuta tramite la meditazione, porta al risveglio dell’energia vitale di Kundalini, mediante la quale è possibile raggiungere l’”eterna conoscenza”. Non a caso le concezioni sulle corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo, ravvisabili anche nella Etrusca disciplina, ad esempio nelle corrispondenze tra le zone del fegato degli animali sacrificati e le aree celesti delle varie divinità, vengono sintetizzate in epoca ellenistica nell’antico assioma ermetico di tradizione gnostica, riportato nella famosa “Tabula Smaragdina” attribuita a Ermete Trismegisio, che recita: “Come in alto, così in basso”.
In epoca classica gli elementi essenziali che costituiscono la complessa figura di Dioniso provengono principalmente dalla Tracia: qui si credeva che il dio abitasse tra le cime boscose dei monti, proteggendo al contempo l’agricoltura e presiedendo ai riti fondati sull’esaltante ebbrezza del vino, nei quali le menadi, nella notte, si abbandonavano a orge mistiche.
Recentemente è stata scoperta tra i monti Rodopi, al confine tra la Bulgaria e la Grecia, un’antica sala ovale per riti religiosi che sembra essere proprio il tempio di Dioniso descritto dallo storico greco Erodoto, del quale finora non e’ mai stata scoperta la localizzazione esatta. Il tempio si trova all’interno di un complesso edilizio eretto dai Traci nella città morta di Perpericon, circa 250 km a sud est della capitale Sofia, già centro politico e religioso dall’antichità al medioevo. La sala presenta un diametro di 30 metri; in mezzo alla sala sorge un altare rotondo alto tre metri che corrisponde esattamente alle descrizioni dei riti nel tempio di Dioniso, durante i quali si versava vino sul fuoco dell’altare e dalle dimensioni della fiammata si prediceva il futuro; nelle descrizioni antiche il tempio appare privo del tetto, esattamente come questo ora rinvenuto. Stando ad Erodoto, i monti Rodopi erano abitati dai seguaci traci fedeli al culto di Dioniso e il leggendario tempio di Dioniso ospitava un oracolo di importanza pari a quello di Apollo a Delfi. L’oracolo del tempio di Dionisio aveva previsto il successo della spedizione di Alessandro Magno e la fondazione dell’impero romano da parte dell’imperatore Augusto.
Svetonio nella sua Vite dei Cesari scrive appunto che Ottavio, padre dell’imperatore Ottaviano Augusto, consultò l’oracolo di Bacco ed ebbe conferma degli altri prodigi che, fin dal momento della nascita, avevano annunciato la grandezza del figlio: “… Ottavio, mentre alla testa delle sue truppe attraversava le solitudini della Tracia, consultò a proposito di suo figlio gli oracoli barbari in un bosco consacrato a Bacco e i sacerdoti gli confermarono la stessa dichiarazione, perché il vino sparso sugli altari aveva fatto crepitare la fiamma così in alto, che, superato il fastigio del tempio, era salita fino al cielo, prodigio che si era verificato soltanto per Alessandro Magno, quando aveva fatto sacrifici su quegli stessi altari. Nella notte seguente, poi, Ottavio ebbe l’impressione di vedere suo figlio, dotato di una grandezza sovrumana, che portava il fulmine, lo scettro e gli attributi di Giove Ottimo Massimo, il capo cinto da una corona raggiante, su un carro coperto di lauro, trascinato da dodici cavalli di abbagliante bianchezza…” [4]
Orfeo si recò nel mondo dei morti per riavere indietro Euridice, la donna amata, e l’avrebbe ottenuta se non si fosse voltato a guardarla durante il tragitto che risaliva al mondo dei vivi, ma non seppe attendere e perse la sua amata.
Il piccolo Dioniso, figlio di Zeus, venne ucciso e divorato dai Titani; Zeus, adirato, scagliò la folgore, distrusse i Titani e con la loro cenere generò gli uomini che possiedono appunto una duplice natura: sono malvagi per la loro origine dai Titani, mentre il lato buono deriva da Dioniso, che da questi era stato divorato; gli Orfici sostenevano che la natura umana é costituita da due elementi, uno positivo e l’altro negativo. Dentro di noi alberga un “daimon“, un’anima, che é propriamente qualcosa di diverso dall’anima come la intendiamo noi (e come la intende Platone): l’anima è il nostro ego, ciò che effettivamente siamo; il daimon è un qualcosa di estraneo al corpo, è un qualcosa di sublime che si trova imprigionato nel corpo.
Per gli orfici il corpo non é il domicilio dell’anima, ma una situazione artificiale che deriva dalla natura dei Titani; infatti il corpo in greco si dice soma, ma con diversa accentuazione la stessa parola significa prigione; il corpo é quindi la prigione dell’anima e anche la sua tomba (in greco sema). Durante l’esistenza l’anima, ostacolata dal corpo, non può quindi manifestarsi che nei momenti in cui la fisicità é più debole, ovvero nel sonno o in punto di morte.
La morte assume quindi un valore positivo di sublimazione essendo il momento nel quale si raggiunge la liberazione dalla nostra parte peggiore: il corpo.
Ma l’orfismo si basa sul concetto della trasmigrazione delle anime, ossia la reincarnazione, che costituisce una minaccia del perpetuarsi della sofferenza che accompagna la vita sulla terra.
La vita terrena appare come una sorta di peccato originale, derivato dalla nostra parte maligna originata dai Titani: conducendo una vita retta, una volta morti l’anima vive libera evitando la reincarnazione; una vita vissuta tenendo un comportamento sbagliato produce inevitabilmente la reincarnazione in un’altro corpo fino a che il nostro ego non si sarà evoluto. Ovviamente alle azioni compiute in vita corrisponde un migliore o peggiore corpo nella successiva reincarnazione. Lo stesso Platone crede nella reincarnazione.
Per porre fine al ciclo delle reincarnazioni e far si che l’anima possa vivere senza il fardello del corpo occorre purificarsi attraverso la sofferenza, o la scelta di una condotta di vita non violenta, che oltre alla partecipazione ai riti comporta anche un’alimentazione vegetariana. Un regime alimentare vegetariano, oltre a ribadire il concetto di non violenza nella scelta di non uccidere gli animali, si accompagnava a ribadire la rinuncia a tutto ciò che lega l’uomo alla vita terrena.
E proprio questa scelta vegetariana costituiva un punto di rottura con la religione dei grandi dei, che prevedeva i sacrifici animali. Infatti, mentre la religione degli dei olimpici richiede la massima esaltazione delle caratteristiche umane e naturali e il sacrificio di beni materiali, la religione orfica, di matrice ascetica, cerca un distacco dalla materialità della vita terrena che culmina nella richiesta di essere strappati alla vita terrena.
Per l’Orfismo l’inizio coincide con l’unità perfetta, l’uovo primordiale o notte, che una volta scisso origina esseri separati. Conseguentemente a questa frattura succede necessariamente un ciclo reintegrazioni delle diverse parti nell’unità del tutto: é così che, tramite tecniche di purificazione, l’Orfismo si propone come dottrina di salvezza.
Per comprendere quanto fosse diffuso l’Orfismo nell’Italia preromana, si può ricordare che scavi condotti in Italia meridionale hanno riportato alla luce iscrizioni in esametri su piccole lamine d’oro del IV-III secolo a.C.
Alcune di queste forniscono le istruzioni per garantire all’anima del defunto il giusto percorso che dovrà affrontare nell’Ade: le indicazioni ci mettono a conoscenza di una scelta tra due percorsi: quello di sinistra, negativo, e quello di destra, positivo. A sinistra si trova infatti la sorgente del Lete, ovvero dell’oblio, mentre a destra sta quella di Mnemosine, ossia la memoria. All’acqua del Lete, che cancella la memoria del vissuto, si abbeverano i più, e così facendo continuano il ciclo delle reincarnazioni; chi invece, avendo vissuto in purezza, berrà l’acqua del Mnemosine, verrà indirizzato a vivere con gli eroi, nella sede dei beati.
L’Orfismo, che si presenta come una sistemazione teologica dei misteri di Dioniso, viene a rappresentare in quest’epoca l’anelito alla libertà da regimi oppressivi e violenti, un rifugio per gli spiriti migliori che possono trovare conforto nel presente e libertà nel futuro. Presso gli Orfici si ritrova l’avversione alla violenza e il desiderio della giustizia (Dike) e della legge (Nomos) che infatti sono spesso citati nei frammenti orfici.
Dioniso, il più giovane e popolare tra gli dei, venuto dalla Tracia e caratterizzato soprattutto dalle sue sofferenze e dalla sua ingiusta morte, assume il ruolo di divinità centrale dell’Orfismo; Dioniso, il più giovane degli dei greci, segnato dalle sue sofferenze e dalla sua morte ingiusta: il dio straniero e popolare venuto dalla Tracia si oppone alle vecchie divinità che avevano fatto la gloria delle vecchie aristocrazie guerriere celebrate da Omero. E’ per questa ragione che questo movimento mistico viene accolto specialmente presso quei tiranni che si appoggiano sul favore popolare per abbattere le oligarchie: alla corte dei Pisistratidi, troviamo infatti Onomacrito, fondatore della comunità orfica ateniese e il tiranno di Sicione, Clistene, attribuirà a Dioniso gli onori mitici della spedizione dei Sette contro Tebe e proibirà l’ingresso a Sicione ai rapsodi omerici che esaltavano l’aristocrazia e i Dori Argivi.
Alla figura di Orfeo, il mitico cantore, tracio come Dioniso, capace di incantare e ammansire tutta la natura al suono della sua lira, sono attribuiti inni, oracoli e formule catartiche che staranno alla base dell’orfismo posteriore. Orfeo, morto in maniera dionisiaca, sbranato dalle baccanti, piuttosto che il fondatore, appare più come lo sviluppatore di una cosmogonia filosofica del preesistente mistero Dionisiaco, che viene sviluppato attraverso prescrizioni morali riservate all’anima dell’iniziato ai misteri orfici.
Gli orfici accettando nella figura di Dioniso la divinità più estranea al pantheon olimpico, considerano il rituale dell’uccisione dell’animale sacro con ingestione delle sue carni crude come il memoriale e la riproduzione del sacrificio primordiale nel quale Dioniso, sotto forma di toro, subì la violenza dello sbranamento, l’odioso deicidio gravido di conseguenze per la dolorosa storia dell’umanità, dal quale é comunque scaturita la scintilla divina nascosta nella cenere della nostra materia, che attraverso la disciplina orfica può liberarsi e ricongiungersi al suo principio.
Il mito di Dioniso viene inquadrato nella cosmogonia esiodea ma, tra gli Orfici, secondo l’elaborazione conservataci dai frammenti del Pentemuchos di Ferecide di Siro, che sarebbero le cinque parti o elementi dell’universo: acqua, aria, terra, fuoco e tartaro, il mondo si sviluppa dal caos primordiale a causa di impulsi successivi causati da figure divine che però assumo un valore filosofico e morale conforme al pensiero orfico.
Tre essenze primordiali, Zas (da zhn = vivere) che è il principio della vita, Chronos, il principio del tempo e Chthoniè, il principio della materia, ordinano il mondo dopo la lotta che Chronos sostiene contro il serpente Ophioneus, che è il principio del caos. Secondo un’altra versione delle Rapsodie orfiche, tramandate da Damascio, neoplatonico del VI secolo d.C., i tre elementi primordiali sono Chronos, Aither e Chaos. Chronos genera nel seno di Aither un uovo da cui esce Phanes, il Brillante. Questi si accoppia con la Notte oscura e produce la coppia terra e cielo, da cui – secondo la ferrea legge di Adrastea, la Necessità che impera su tutto l’universo – nasce il vecchio Krono, che genera Zeus il quale a sua volta genera, da Persefone, Dioniso. Con Dioniso il mondo divino si riannoda all’umano.
L’accoppiamento del luminoso Phanes con con la tenebrosa Nyx, è un motivo nuovo nella teogonia greca. La coppia generatrice primordiale non è più il cielo e la terra, ma è la luce e le tenebre, ovvero il bene e il male, l’elemento dionisiaco e l’elemento titanico.
Dioniso, figlio di Zeus e di Persefone, riceve nell’orfismo il nome particolare di Zagreo, il gran cacciatore (di anime) che travolge ogni cosa: divinità ctonia e perciò considerata come figlio di Persefone, col quale si riannoda in modo tutto speciale al mondo infero.
Dioniso ha ricevuto dal padre Zeus lo scettro del mondo, ma i Titani, figli della terra - elemento oscuro e tenebroso che si ritrovano anche nel culto durante la spalmatura di argilla (titanoz) sulla faccia degli iniziati - aizzati dalla gelosia di Hera ne minacciano l’esistenza e mentre Dioniso-Zagreo, ingenuo fanciullo, gioca nei campi, lo ingannano con oggetti che corrispondono agli strumenti secondari del rituale orfico, tra i quali uno specchio. Il dio cerca di fuggire cambiando di forma, ma proprio quando assume la forma di un toro i titani lo catturano, lo smembrano e lo divorano crudo. Athena salvò il cuore di Dioniso e lo portò a Zeus, il quale lo trangugiò e generò poi da Semele un nuovo Dioniso, gloriosa resurrezione dell’antico.
I Titani vennero puniti dalla folgore di Zeus e dalle loro ceneri si formò il genere umano, nel quale perciò si trovano riuniti i due elementi, il bene dionisiaco e il male titanico, fusi insieme fin da quando i Titani divorarono il corpo divino di Zagreo, il primo Dioniso. [5] Secondo Pausania [6] Onomacrito – che era stato il primo ad introdurre ad Atene, al tempo di Pisistrato, il culto segreto di Dioniso – fu colui che introdusse i Titani nel mito di Zagreo.
La discipina orfica consiste in questa liberazione dell’anima, elemento dionisiaco luminoso e celeste, dal corpo, elemento titanico oscuro e materiale.
Nel mito di Zagreo si ritrovano tutti gli elementi fondamentali dell’antico sacrificio dionisiaco: Dioniso sotto il nome di Zagreo, il toro sacrificale, lo sbranamento della vittima (omofagia) e il pasto delle carni crude.
Questi elementi rituali, indipendentemente dalle orientazioni del mito, producono tutta la virtù religiosa dato che il rito trae sempre dalle sue proprie viscere l’efficacia della sua azione.
Ma mentre nel concetto dionisiaco il sacrificio aveva l’inebriante valore di una comunione estatica col dio, volta per volta rinnovata, nella teologia orfica il sacrificio è la memoria di una primitiva immolazione che è un misfatto: il deicidio dal quale deriva la triste condizione dell’uomo sulla terra e la sua oscura prigionia, dalla quale è lunga e difficile la liberazione. Sul destino dell’anima e sui mezzi per raggiungerlo si basa il significato della morale e dell’escatologia orfiche, che hanno offerto alla speculazione posteriore le più ricche fonti di ispirazione e alle anime dei fedeli le ebbrezze più dolci e le certezze più consolatrici. L’anima per gli Orfici è dunque di origine divina, mentre il corpo è la tomba (swma, shma) in cui essa è precipitata in seguito a una colpa primordiale. La distanza che separa la prigione oscura del corpo dalla sede beata a cui l’anima anela di risalire si può abbreviare e sopprimere soltanto a prezzo di una espiazione purificatrice, di una catarsi. Questa espiazione si può compiere seguendo due strade. La prima è quella del ciclo delle rinascite; dato che non basta una sola vita a compiere l’espiazione e l’anima è condannata a trasmigrare di corpo in corpo, in una successione di esistenze che ritorna in se stessa come un circolo. E’ il cerchio della generazione (o cucloz thz genesewz) che gira inesorabilmente, come una ruota: la ruota del Destino (o thz Moiraz trocoz). Quest’idea, derivata dalla credenza nella trasmigrazione delle anime, che è presente nelle tradizioni di tutti i popoli e che in India è assurta a grande altezza di significato filosofico, trova grande sviluppo nell’Orfismo. La visione di questo ciclo inesorabile pesa sugli occhi e sull’anima dell’orfico, la cui gioia maggiore consiste nell’interruzione della ruota del Destino che assicura il ritorno dello spirito liberato al suo principio.
La seconda strada espiatoria è quella che vede la purificazione dopo la morte nell’Ade, visto come luogo di terrore o di delizie, dove comunque l’anima non trova sollievo neanche nella più felice delle situazioni: il suo unico desiderio è infatti quello di ricongiungersi al principio originale, che è appunto Zagreo. L’orfico si impone quindi una vita di ascetismo e di purificazioni cerimoniali, le cui prescrizioni, contenute in appositi rituali, venivano eseguite dai sacerdoti orfici a beneficio di privati e città, e i cui meriti erano applicabili anche ai defunti, al fine di fondersi in quell’Uno che soffre e si perde effondendosi nella pluralità delle creature: così si esprimevano filosoficamente i neoplatonici cresciuti nel solco del pensiero Orfico.
Gli orfici si distinguevano anche esteriormente nell’uso di portare una veste bianca, e in alcuni atteggiamenti, come ad esempio nell’orrore di tutto ciò che implica un contatto mortuario, quale la vicinanza alle tombe, il nutrirsi di legumi che sono appunto l’offerta precipua ai defunti, il vestire di lana anche nella tomba, dato che la lana era il mantello di un’animale, il cibarsi di uova e carne, dato che erano anch’esse in contatto con le anime peregrinanti nei vari cicli della metempsicosi, l’astenersi dalla generazione dei mortali (cenesin broton), nel senso di evitare il contatto con le partorienti.
Tutte queste prescrizioni sono contenute in un frammento euripideo che appartiene a una tragedia perduta, “I Cretesi”, che rimane il maggior documento della liturgia orfica, la quale si spiega nel culto di Zeus Ideo, anch’esso dio che nasce e muore, dal nome ignoto, diffuso a Creta mischiandosi al mito di Dioniso, e che solo per la sua grande importanza nell’isola venne assimilato dai greci alla loro massima divinità olimpica: “Io meno una vita santa da quando son divenuto iniziato di Zeus Ideo ed essendo pastore del nottivago Zagreo, ho compiuto la celebrazione omofagica ed ho agitato le fiaccole in onore della madre dell’Ida. Santificato ho ricevuto il titolo di Bacco, tra i Cureti. Ora io indosso bianchissime vesti e fuggo il parto dei mortali, né mi accosto alle tombe e mi guardo dal cibarmi di esseri animati“.
A coloro che hanno condotto un’esistenza pura, oltre la morte si prospetta quella gioia che ha fatto palpitare di speranza generazioni di orfici ed ha dettato a Pindaro un’alata descrizione.
Il modo di sepoltura prescelto dagli Orfici, quale almeno è possibile studiare nella necropoli di Thurii (Terranova di Sibari), attesta il nuovo orientamento di pensiero e di vita apportato da questa religione. Gli Orfici, che seguivano indifferentemente il rito della inumazione (tomba detta Timpone piccolo) o della cremazione (tomba del Timpone grande), ponevano il cadavere o i resti cremati sottoterra, ricoperti da un lenzuolo bianco tra massicci blocchi di tufo. Vicino alla testa o alla mano destra erano collocate delle preziose laminette d’oro. Senza lusso di marmi, privi di iscrizione a ricordo di nomi, i sepolcri potevano essere utilizzati da più persone della stessa famiglia o dello stesso sodalizio, ma non estranei alla fede orfica, in conformità alla prescrizione contenuta in una iscrizione funeraria cumana: [7] ou temiz entouqa ceisqai ei mh ton bebacceumenon: “Non è lecito seppellire qui chi non sia iniziato a Dioniso”. Le sepolture sono andate crescendo in forma di tumuli emergenti sul piano di campagna a causa dei resti delle celebrazioni funerarie compiute sopra di essi, da cui il nome caratteristico di timponi (da tumboz, tumulo funebre), che ancora essi conservano. [8]
Nell’Ade orfico regnano Eubuleo (il ben consulto) che è epiteto di Dioniso infero, Ade detto anche Eukles (il ben nomato) e soprattutto Persefone, che predomina la concezione Orfica popolare. All’ingresso dell’Ade sono due vie principali che, in forma di Y, dirigono a destra o a sinistra e portano ai prati fioriti dei beati o al Tartaro punitore dei malvagi, dove scorre il Lete o fiume dell’oblio, proprio dell’Ade dove non c’è ricordo della vita, concetto caro agli Orfici che hanno abbandonato la vita oscura del mondo per attingere in Zagreo la scaturigine della vita divina. Appena entrato nell’Ade, l’Orfico non deve prendere la via di sinistra, contrassegnata da un pioppo bianco, che è la infausta via degli spiriti maligni, ma la destra che lo guida alla fonte di Mnemosine, dove appositi guardiani allontanano chi non ha avuto il privilegio dell’iniziazione. Pronunciata la formula che lo dichiara figlio di Urano e Gaia, del cielo e della terra, e partecipe del composto dionisiaco e titanico conforme al mito cosmogonico della setta, chiede alla Regina degli Inferi, Persefone, di essere giudicato (è questo un concetto nuovo prettamente Orfico) e destinato alla dolce primavera dei suoi campi nell’attesa del finale ritorno nell’Unico Zagreo. Tutta questa escatologia ci è esposta dall’una o dall’altra delle laminette auree trovate in tombe orfiche della Magna Grecia, a Creta e a Roma.
Queste laminette, lunghe poche centimetri e ripiegate più volte, sono state rinvenute appese al collo o vicino alla mano del defunto in funzione di guida, promemoria e amuleto per il suo viaggio nell’oltretomba.
Riportano brevi formule (due di esse incomprensibili) di carmi orfici apocalittici nei quali si descrive la vita devozionale degli adepti e si afferma la loro fede esaltandone la speranza.
Cinque di queste lamine sono conservate al museo di Napoli, due nel British Museum e quattro a Creta.
Per comprendere la realtà dell’Orfismo non si può prescindere dalla lettura di questi documenti originali dai quali traspare un desiderio di purificazione e di speranza, una sete di vita divina che non trova paragone nell’esperienza religiosa dell’antichità classica e che è la fonte di quanto i greci Eschilo, Pindaro, Platone ed i latini Cicerone e Virgilio hanno scritto ad esaltazione della speranza religiosa.
Nella lamina del IV-III secolo a.C., proveniente dall’antica Petelia presso l’attuale Strongoli in Calabria, trovata nel 1834 e ora nel Museo Britannico, si legge: “E tu troverai a sinistra della casa di Ade una fonte e ritto nei pressi un cipresso bianco; a questa fonte tu non ti accosterai; un’altra ne troverai di acqua fresca scorrente dal lago di Mnemosine, vigilata da guardiani. Dirai: “Io sono figlio di Gea o di Urano stellato, celeste è la mia stirpe e ciò voi sapete. La sete mi arde e mi consuma; datemi subito della fresca acqua scorrente dal lago dì Mnemosine”. Ed essi ti lasceranno bere alla fonte divina e tu in seguito regnerai con gli altri eroi“. Questa lamina è la più importante per la topografia dell’Ade Orfico per quella formula, breve e recisa, in cui è racchiusa la dottrina fondamentale dell’orfismo, emoi genoz ouranion: “la mia stirpe è celeste“. Nella certezza di questa dottrina l’Orfico affidava la sua sorte futura in quanto l’Orfico proviene dal cielo ed al cielo deve tornare.
Le altre quattro lamine, del IV-III secolo a.C., che provengono dalle due diverse tombe presso l’antica Thurii (Terranova di Sibari), e che, rinvenute nel 1879, sono ora conservate nel Museo di Napoli, offrono ulteriori elementi. Di queste la prima, scritta in verso e prosa, è stata trovata nel timpone (o tomba a tumulo) grande di Thurii, e dice: “Ma quando l’anima ha abbandonato la luce del sole bisogna che vada da un tale, di sagace intelligenza, che osserva bene ogni cosa. Salve! Col sopportare questo patimento tu hai posto fine alle sofferenze e da uomo sei diventato dio: capretto caduto nel latte. Salve. Salve o tu che hai preso la via destra verso i sacri prati e i boschi di Persefone“.
Quel “tale di sagace intelligenza” è Ade, il giudice degli inferi; concetto nuovo nell’escatologia dei Greci per i quali l’oltretomba racchiudeva in una vita uguale ed incolore i buoni e i cattivi, i valorosi e gli inetti, Achille e Tersite. Con gli Orfici si introduce la scissione del bene e del male, che cambia l’orientamento morale della vita ed è indice di un elevamento della coscienza, non solo individuale, ma anche sociale e collettiva. La sofferenza sopportata dall’anima è il ciclo delle nascite, la dura legge della trasmigrazione, dalla quale è possibile liberarsi attraverso l’espiazione di una vita condotta secondo i principi della tradizione Orfica.
Le altre laminette, “a”, “b”, “c”, trovate pure a Thurii ma nel timpone piccolo, in una sepoltura unica di famiglia o di adepti, sono la copia di uno stesso originale, eccetto, nella seconda e nella terza, per un’affermazione capitale per la teologia orfica e per un maggiore sviluppo della prima sul volo dell’anima dopo la rottura del ciclo delle reincarnazioni. La laminetta “a” recita: “Io, pura fra i puri, vengo a voi o regina degl’inferi o Eukles o Eubuleo, e voi altri dèi immortali! Poiché io mi pregio di appartenere alla vostra stirpe beata. Ma la Moira e il balenare del fulmine mi abbattè inaridendomi. Ma io me ne volai via dal cerchio luttuoso e duro e con rapido piede raggiunsi la bramata corona, e discesi nel grembo della signora regina infernale. Felice e beatissimo te che da uomo divenisti dio. Capretto, io caddi nel latte“. Le laminette “b” e “c” recitano: “Io pura fra i puri vengo a voi o regina degl’inferi, o Eukles, o Eubuleo, e tutti quanti altri siete déi e spiriti. Poiché io mi pregio di appartenere alla vostra stirpe beata. Ma la Moira e il balenare del fulmine mi abbatté inaridendomi. Questa punizione fu inflitta a causa di opere non giuste. Ora io supplichevole vengo innanzi alla santa Persefone affinché benigna mi mandi nelle sedi dei pii“.
Nelle tre laminette (”a”, “b”, “c”), di Thurii si afferma la purezza che contraddistingue l’orfico, il quale si definisce come puro che vive in una schiera di puri: “Io pura fra i puri vengo a voi ecc.“; nelle lamine “b” e “c” si afferma che a causa della ingiustizia, della colpa iniziale (che è il deicidio di Zagreo) tutte le anime subiscono la folgorazione di Zeus nella persona dei Titani, soffrendo, nel corpo che le imprigiona, di una sete che le inaridisce; tuttavia attraverso lo slancio, paragonato al volo (exeptan) di un uccello liberato dalle reti, l’anima dell’orfico spezza i lacci della sua prigionìa e si libera dal giogo delle reincarnazioni.
Significativa è la frase “Capretto, io son caduto nel latte” che si trova in “a” e che ricorda quella (formulata in seconda persona) del timpone grande di Thurii: “tu capretto sei caduto nel latte“: l’iniziato, assimilandosi al divino capretto che è Dioniso (il quale è definito erijoz nei cosiddetti inni orfici), compartecipa della natura del dio: e con l’immersione nel latte, cibo del capretto appena nato, anche l’Orfico, attraverso l’iniziazione, si tuffa in una vita nuova e divina, pura come il candido latte, l’alimento dei neonati e dei vegetariani che per gli Orfici doveva equivalere alla frase “Io nuovo Dioniso, ho raggiunto la vita divina“. Difatti, nei due casi in cui è ricordata, la frase segue l’affermazione “da uomo sei diventato dio“, che esprime la trasmutazione dell’Orfico e il suo assorbimento nel dio attraverso l’iniziazione mistica.
Altre tre laminette, tutte uguali e più tarde, appartengono al II secolo a.C. e sono conservate nel Museo di Atene; vennero ritrovate nel 1893 presso Eleutherna in Creta, dove il culto di Zagreo aveva, come abbiamo accennato, una larga diffusione. Contengono tre soli versi che dovevano appartenere al medesimo carme apocalittico della laminetta di Petelia: “Ardo di sete e mi consumo. Or via, ch’io beva della fonte perenne, a destra, là dov’è il cipresso. Chi sei tu? donde sei? Figlio di Gea son io e di Urano stellato“. Questi versi nella loro brevità sono di una eloquenza impressionante. Quella sete che consuma l’anima non è più quella sofferenza materiale che veniva attribuita ai defunti e per la quale i congiunti offrivano al defunto preghiere e bevande per il suo refrigerio; è la sete di immortalità che sì attinge alla fonte di Mnemosine, unico sollievo per i figli del cielo stellato. E il desiderio di ricongiungersi al principio divino con cui si implora l’acqua rinfrescante dell’immortalità è indice dell’elevazione mistica a cui l’Orfismo portava i suoi fedeli.
L’ultima laminetta, databile al II secolo d.C., fu trovata a Roma sulla via Ostiense; pubblicata nel 1903, si conserva nel British Museum. Appartenne a Cecilia Secondina, matrona romana, ed è il primo caso in cui si trova il nome dell’iniziato; fatto comprensibile nella Roma imperiale.
Nella lamina di Cecilia Secondina è scritto: “Viene, pura fra i puri, a voi o regina degl’inferi, o Eukles, o Eubuleo, un’anima, nobile figlia di Zeus. Io Cecilia Secondina ho avuto da Mnemosine questo dono, tanto decantato tra gli uomini, perché ho sempre trascorso la vita nell’osservanza della Legge“. Dal testo traspare la differente concezione del mondo romano: Cecilia Secondina è chiaramente una Romana che, inquadrando il suo misticismo religioso entro una severa cornice etica, non si eleva ai voli mistici e non lamenta la sete tormentosa descritta nelle lamine di Thurii. Tuttavia Cecilia dichiara la sua prerogativa di “pura tra i puri” - cioè di orfica - vanta la sua stirpe divina ed afferma di aver avuto il dono di Mnemosine, cioè la beatitudine per aver sempre vissuto secondo la Legge, ovvero secondo la disciplina Orfica. Questa breve laminetta romana dimostra la persistenza dei sodalizi Orfici in piena epoca imperiale, all’interno di un ambiente completamente estraneo, sia come origine sia come tenore di vita, da quello in cui l’Orfismo fiorì; essa dimostra come questo ideale fosse ancor capace d’imprimere un nuovo orientamento alla vita e di farla trascorrere con l’austera gioia del dovere compiuto, nel solco della via tracciata dai suoi principi morali. La filosofia misterica Orfica ha avuto in ambito greco prima, e in quello ellenistico poi, delle ripercussioni religiose di prim’ordine. Innalzando la spiritualità dei Greci, ha nobilitato la concezione della loro vita, irradiando con la luce della beatitudine le oscurità dell’oltretomba, dando agli uomini la certezza divina di osservare il cielo come la loro vera patria, suggerendo loro i mezzi appropriati della Legge per trascorrere la loro vita in purezza, conservando l’anima candida come la veste prescritta dal rituale. L’influenza dell’Orfismo sul pensiero e sull’arte è incalcolabile: il Fedone, il più inebriante dialogo platonico, è un dialogo orfico; nelle Baccanti di Euripide, la tragedia dell’ebbrezza divina è una tragedia dionisiaca; il famoso Sogno di Scipione, al quale Cicerone consegnò in momenti di sconforto il suo grido di speranza e d’immortalità, è un sogno orfico; il sesto libro di Virgilio, la cui lettura tanto commosse Livia, fu scritto sotto l’ispirazione orfica. Anche all’alba del cristianesimo, nello gnosticismo che dilagò dall’Oriente, si ritroveranno quegli elementi della grande corrente neoplatonica che costituiscono il pensiero centrale dell’Orfismo: all’essere umano, concepito come un miscuglio di bene e di male, la cui anima è un raggio di luce divina nelle tenebre della materia, spetta il dovere di procurarsi la gnosi, la vera dottrina che insegna la realtà della sua situazione e gli addita la via della liberazione; rafforzati in seguito da suggestioni dualistiche iraniche e da speculazioni astrali babilonesi, questi elementi culmineranno poi nella religione manichea, sopravvivendo nella fede degli eretici patavini e catari del medioevo, fino a riemergere nelle tendenze pagane del pensiero neoplatonico del rinascimento.
I fondamenti di questo pensiero – che come intuizione oscura è presente nella mentalità popolare di ogni tempo – sono già suggeriti dal culto orgiastico di Dioniso il quale, sollevando lo spirito a uno stato sopranormale durante l’ebbrezza mistica, dette quella sensazione reale di una vita divina ed eroica, più gaudiosa di quella ordinaria, che l’anima può percepire solo in quei momenti speciali.
Il grande movimento Orfico, sorto in un’epoca in cui gli spiriti migliori sentirono il bisogno di uscire dalle penose strettezze di un mondo in convulsione, assorbì il mistero dionisiaco, facendone la base del suo sistema teologico, la fonte dispensatrice dei suoi carismi religiosi; con il pensiero orfico l’antichità raggiunge il più alto livello di esperienza mistico-religiosa.
Cecilia Secondina apparteneva ad uno di quei collegi orfici che, nonostante la severissima repressione dei Baccanali, ordinata dal Senato romano, avevano continuato ad esistere in Italia; i Baccanali, ritenuti un aspetto orgiastico del culto di Dioniso, erano distinti dall’orfismo, che si differenziava dalle celebrazioni dionisiache per il suo particolare carattere filosofico e mistico.
Le circostanze che indussero il Senato alla soppressione del culto di Dioniso sono lungamente narrate da Tito Livio, [9] il quale rileva - con giudizio sicuramente forzato - il carattere orgiastico proprio di quei misteri. Il Senatusconsultum, di cui parla Livio, ci è conservato da una tavola di bronzo, ora a Vienna, destinata all’”Agro Teurano” e ritrovata nel 1640 presso Catanzaro. Le disposizioni furono severissime: potevano sussistere congregazioni dionisiache, quando un decreto del pretore urbano le avesse permesse, previa autorizzazione del Senato, purché non comprendessero più di cinque membri di cui due uomini e tre donne. L’episodio va spiegato come una misura di repressione politica in quanto il Senato, vincitore dei Cartaginesi e dei Cisalpini, temeva una coalizione del mondo ellenico (Macedonia e Siria) che avrebbe potuto trovare un appoggio efficace nell’Italia meridionale e in Etruria; tutta la vicenda della esagerata repressione si inserisce nel periodo in cui, dopo la decadenza del predominio degli Scipioni, vennero a prevalere le vecchie tendenze conservatrici di Catone il censore. [10]
Anche Pitagora (Samo ? 571 - Metaponto 496 a.C.) professa la medesima dottrina dionisiaca, ma come gli Orfici l’attinge alla stessa mentalità popolare. Casomai, Pitagora è tributario dell’Orfismo dato che Diogene Laerzio [11] lo fa discepolo di Ferecide di Siro. Orfismo e pitagorismo sono due aspetti della stessa tendenza religiosa: più entusiasta, visionario, individualista, democratico, lirico, l’orfismo; più ponderato, dotto, disciplinato, aristocratico, scientifico, il pitagorismo. Pitagora nacque a Samo e vi restò finchè non salì al potere un tiranno - Policrate di Samo - sfavorevole all’aristocrazia, nella quale Pitagora si identificava pienamente. Quello di Policrate non è un caso isolato: il V secolo costituisce, tanto in Grecia come in Etruria, la fase del passaggio dal regime aristocratico alla democrazia (i tiranni infatti erano appoggiati dal popolo). Pitagora, esule a Crotone, fondò la sua scuola, che incontrò ben presto grande successo presso i ceti aristocratici. I Pitagorici acquisirono un peso determinante nella vita politica di Crotone e delle località limitrofe. Originariamente nella scuola l’insegnamento non era affidato allo scritto, ma era impartito oralmente. Entrare a far parte della scuola pitagorica era molto difficile e quando si entrava non vi era libertà di agire a piacimento: ai nuovi arrivati, definiti acusmatici, toccava un periodo di prova consistente nell’ ascoltare i precetti impartiti dai Pitagorici già maturi. Aristotele, [12] quando parla dei vari filosofi che l’hanno preceduto, lo fa singolarmente, mentre nel caso dei Pitagorici li descrive collettivamente: la scuola era infatti caratterizzata da una vita religiosa e politica collettiva, con tanto di comunione dei beni, in cui i legami interni erano fortissimi.
Pitagora assurse alla figura del profeta che sfumò ben presto nella leggenda. Le dottrine della scuola erano segrete e anche dopo la morte di Pitagora continuarono ad essergli attribuite variazioni ed evoluzioni di pensiero, immaginando che egli parlasse tramite la divinità: da qui nacque la famosa espressione ipse dixit, per la quale ogni elaborazione del pensiero veniva indicata come uno sviluppo delle dottrine del maestro Pitagora.
Attorno al 510 a.C. una rivolta democratica a Crotone portò alla distruzione della scuola, che era di schieramento aristocratico. Secondo la tradizione l’opposizione democratica crotoniate fu guidata da un certo Cilone, il quale assalì i Pitagorici nella loro sede e ne fece morire un gran numero tra le fiamme.
Una volta crollato l’organismo politico creato nella Magna Grecia con centro a Crotone, la parte scientifica del pitagorismo venne ereditata dalle scuole filosofiche e quella morale dall’orfismo. [13]
L’unica dottrina attribuibile con certezza a Pitagora è quella della metempsicosi: se il corpo è la prigione dell’anima occorre sfuggire alle influenze negative del corpo attraverso riti di purificazione, mentre attraverso la filosofia è possibile sganciarsi dalla catena delle sofferenze provocate dal corpo; per i pitagorici il massimo depositario di questa sapienza divina era lo stesso Pitagora che, proprio a causa di questa superiorità, non poteva essere contraddetto. Ai pitagorici si deve l’assurgere della matematica a scienza che riscontra nei numeri l’essenza delle cose; se le cose son fatte dai numeri il mondo stesso diviene qualcosa di misurabile: in quest’ottica si sviluppa un simbolismo numerico per il quale l’uno è cifra pari-impari e indivisibile; il dieci, rappresentato dalla figura della Tetratide (triangolo con il lato di quattro punti) assurge a emblema della perfezione.
Nella concezione pitagorica viene affermata la sfericità della terra e dei corpi celesti attorno al fuoco centrale che origina, ordina e plasma la materia circostante e l’intero universo. Attorno a questo fuoco si muovono, da oriente ad occidente, i dieci corpi celesti: il cielo delle stelle fisse, i cinque pianeti (Saturno, Giove, Marte, Mercurio, Venere), il Sole, la Luna, la Terra e l’anti-Terra (la cui esistenza era ammessa per raggiungere la cifra perfetta di dieci). Nel III secolo a.C., con Aristarco di Samo, filosofo peripatetico, l’ipotesi pitagorica fu modificata mettendo al posto del fuoco, come centro dell’universo, il Sole. I discepoli di Pitagora erano divisi in due gruppi: vi erano quelli appena entrati, gli acusmatici, che ascoltavano le dottrine, mentre quelli già iniziati ai misteri erano chiamati matematici.
I pitagorici del VI secolo a.C. costituiscono, sia pure in forma arcaica e rudimentale, la prima vera scuola filosofica che assume il carattere di scuola mistica: i contenuti rispecchiano infatti, sia pur parzialmente, quelli della cerchia degli Orfici, mentre le pratiche sono esattamente le stesse. Per entrare a far parte della scuola, entro la quale erano accettate anche le donne, occorreva essere sottoposti ad un rito di iniziazione; i membri vivevano in comune, conducendo una vita ascetica; a causa dell’accettazione della teoria della trasmigrazione dell’anima negli esseri appartenenti al mondo animale, era diffusa l’astensione dal consumo di carne, il che obbligava i pitagorici a nutrirsi di soli vegetali. Proprio la credenza Orfica della trasmigrazione delle anime e della loro espiazione nei corpi restano i pilastri di questa filosofia che, nell’osservare il corpo come la tomba dell’anima, segnerà in maniera indelebile, prima attraverso Platone poi tramite il cristianesimo, la cultura occidentale.
IL CULTO DI DIONISO IN ETRURIA
I culti dionisiaci ebbero enorme importanza sul suolo italico, anche se non sappiamo con certezza se l’orgiasmo collettivo assumesse forme evidenti o se avesse una diffusione di massa.
In base al materiale iconografico sul quale si basano le nostre informazioni relative alla presenza del culto di Dioniso in Italia meridionale ed in Etruria, appare difficile una precisa collocazione degli antecedenti storici del culto di Bacco. In Magna Grecia il dionisismo aveva goduto di larghissima popolarità ed era diffuso più o meno ugualmente presso tutti i ceti sociali. La tematica dionisiaca é presente in tutte le produzioni artistiche, da quelle più umili e vascolari di uso funerario a quelle di destinazione templare. Nell’Etruria arcaica, per quel che si può desumere dai grandi sarcofagi e dagli ipogei gentilizi, il dionisismo sembra aver avuto in origine una pratica prevalentemente élitaria, per poi godere di un’enorme popolarità a partire dal IV secolo a.C..
In Etruria, il nome della città di Populonia (Pupluna-Fufluna), evoca chiaramente quello di Dioniso, noto in Etruria come Fufluns o Paχa (Bacco), al quale la città era dedicata.
A Vulci, un’iscrizione di epoca recente [14] attesta l’associazione dell’etrusco Fufluns con il greco Bacco (bakkheios).
fuflunsul paχies velclϑi
“a Fufluns Bacchico in Vulci”
Da Plinio [15] sappiamo che “Nella città di Populonia (in urbe Populonio) si può vedere una statua di Giove, integra malgrado i secoli (tot aevis incorruptum), ricavata da un’unica vite“; la relazione indiretta con il culto di Bacco, a parte il legno di vite utilizzato per realizzare tale statua cultuale, ricordata da Plinio tra i mirabilia del suo tempo, si chiarisce probabilmente tramite il vino, con la connessione che legava il culto di Giove a quello di Venere nella grande festa dei Vinalia priora. Il 23 aprile sarà in Roma il dies natalis del tempio di Venere Ericina, [16] giorno che, sin dal più remoto calendario, era dedicato al vino nuovo dell’ultima vendemmia, avviata il 19 agosto nell’altra grande festa dei Vinalia rustica, dove ritorna il binomio Giove-Venere, [17] che ritroviamo nell’epiteto di Venere Iovia a distinguere la dea del santuario pestano di S. Venera. [18]
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Che la figura di Dioniso fosse nota da tempi remoti in Etruria, regione nella quale, stando a quanto afferma Clemente Alessandrino, [19] il culto di Bacco doveva essere particolarmente diffuso, traspare anche dal mito riportato da un antico inno omerico che ricorda il rapimento del dio da parte di pirati tirreni; pur non essendo questa la sede per discutere sull’effettiva identità di questi tirreni, ovvero se si tratti di pelasgi, etruschi, abitanti di Lemno o se tutte queste popolazioni siano effettivamente appartenute alla stessa etnia, la vicenda appare spesso raffigurata in Etruria, sia su vasi importati dalla grecia, che su vasi di produzione etrusca.
Inno Omerico a Dioniso: [20]
“Dirò di Dionysus, il figlio della gloriosa Semele, di come è apparso su un promontorio riparato dalla riva dello sterile mare; sembra un’adolescente nel primo sbocciare della virilità: i suoi ricchi capelli scuri ondeggiavano intorno a lui, e sulle forti spalle portava un purpureo mantello. Subito da una nave dai bei fianchi, velocemente apparvero i pirati sull’oscuro mare: erano Tirreni e li guidava un cattivo destino. Quando lo hanno, visto ammiccandosi tra loro, sono balzati afferrandolo rapidamente ed esultando, lo hanno issato a bordo della loro nave, pensando di essersi assicurati il figlio dei re del cielo. Hanno cercato di legarlo con rozze funi, ma i lacci, ricadendo lontano dalle mani e dai piedi del dio, non lo hanno trattenuto ed egli si è seduto con un sorriso nei suoi occhi scuri. Allora il timoniere ha capito tutto e immediatamente piangendo ha detto: “pazzi! quale potente dio è questo che avete preso e legato? Neppure la miglior nave può trasportarlo. Questo è certamente Zeus o Apollo dall’arco d’argento, o Poseidone, perche egli assomiglia non agli uomini mortali ma agli dei che abitano sull’ Olimpo. Venite allora, e lasciamolo subito libero sulla sponda scura: non allungate le mani su di lui, affinchè non si volga adirato e agiti pericolosi venti e tempeste.” Così egli disse: ma il capitano lo zittì con parole di scherno: “matto, marca il vento e aiuta ad alzare la vela sulla barca; prendete tutti le vele. Quanto a questo amico, noi uomini baderemo a lui: ora che la provvidenza lo ha messo sul nostro cammino, credo che lo trascinerò fino in Egitto o a Cipro o fino all’ Iperbore, ma alla fine parlerà e ci dirà dei suoi amici e di tutta la sua ricchezza e dei suoi fratelli.” Detto questo, fece innalzare l’albero e la vela sulla nave, il vento riempì il telo e l’equipaggio tirò gli ormeggi su ambo i lati. Ma presto strane cose si videro tra loro. Prima di tutto il vino, dolce e fragrante, iniziò a fluire lungo la nave nera, spargendo un profumo divino, e tutti i marinai furono presi dallo stupore quando lo videro. All’improvviso una vite, con molti rami che pendevano da essa, li separò verso l’esterno su ambo i lati dall’alto della vela ed una pianta scura di edera intrecciata all’albero, sbocciò con fiori e ricche bacche che vi crescevano e tutto il fasciame chiodato venne ricoperto di ghirlande. Infine quando i pirati osservarono tutto questo, concordarono col timoniere di mettere la nave a terra. Ma il dio, mutato in un terribile leone, là sulla nave inarcato, ruggì ad alta voce: nel centro della nave mostrò le sue meraviglie creando un’ispida orsa che si sollevò infuriata, mentre il leone abbagliante, che ferocemente accigliava la fronte, avanzava. E così i marinai fuggirono a poppa stringendosi attorno al saggio timoniere, finchè il leone improvvisamente balzò sul capitano afferrandolo; quando i marinai videro questo saltarono fuori nell’acqua nel mare brillante, sfuggendo ad un miserabile destino, e furono mutati in delfini. Ma Dioniso ebbe pietà del timoniere e lo trattenne, facendolo in tutto felice, dicendogli: “Abbi coraggio, tu che sei buono hai incontrato il favore del mio cuore. Sono Dioniso forte e ruggente che la figlia di Cadmo Semele mostrò dall’unione con Zeus.”- “Salve, figlio della bionda e giusta Semele! Anche colui che ti olvida può senza giudizio ordinare dolci melodie“.
Ultimamente è stata resa nota una scoperta che, data anche la zona di provenienza, prossima ai luoghi dell’antica Tracia dove il culto di Dioniso ebbe le sue origini, sta suscitando grande scalpore nel mondo delle ricerche archeologiche sugli etruschi e sui riti orfici; si tratta di un reperto etrusco, ormai noto come “Il Libro d’oro”, recentemente riapparso in Bulgaria. L’oggetto, conservato nel Museo Nazionale di Sofia, è composto da sei placchette d’oro, tenute assieme da anelli dello stesso metallo: sei lastre a 24 carati del VI secolo a.C., larghe cm. 5 x 4,5, ciascuna del peso di 100 gr., punzonate e decorate da bassorilievi figurati: un cavallo con cavaliere, una sirena, una lira, e dei soldati. Sono accompagnate da un testo in lingua e caratteri etruschi, attualmente in corso di studio a Londra, ma che sembra indicare che il libro fu confezionato per la sepoltura di un’antico aristocratico, adepto dei riti orfici. [21]
Sia in Etruria che in Magna Grecia la religione dionisiaca ebbe comunque una larga caratterizzazione funerario–escatologica, dato ché il culto di Dioniso si proponeva ai propri seguaci come un culto salvifico.
Alla metà del III secolo ca., risale un coperchio di sarcofago in calcare, rinvenuto nel 1830 a Tarquinia e forse proveniente dalla tomba del Triclinio; la figura femminile, come molte altre donne etrusche dell’epoca, indossa attorno al collo un torques celtico e una collana con cinque bullae. La presenza del lungo tirso, del kantharos e del capretto indicano chiaramente che la defunta era una seguace del culto dionisiaco. [22]
Ancora un riferimento al culto di Bacco si può cogliere dal un bel sarcofago in terracotta della fine del III-metà II secolo a.C., dalla tomba degli Statlane a Tuscania; sulla cassa, sotto la bella e malinconica figura del giovane defunto, due grappoli d’uva, chiaro riferimento a Dioniso, inquadrano due colombe che si alzano n volo ai lati di un rosone.
Per quanto riguarda gli aspetti associativi, alcune iscrizioni rinvenute in Etruria documentano l’esistenza di magistrature e di collegi bacchici.
La diffusione in Etruria del culto di Dioniso e dei Baccanali è attestata, oltre che dagli innumerevoli reperti iconografici, anche da alcune iscrizioni che testimoniano l’esistenza di collegi di Bacco, i quali ci indicano la presenza di culti, più ampiamente diffusi nella classe aristocratica che, in base alla teoria della metempsicosi, proponevano una salvazione dell’anima attraverso lo sviluppo di una coscienza in grado di garantire l’interruzione del ciclo delle reincarnazioni e la salvezza dalla sofferenza implicita nell’esistenza umana. E’ questo il caso dell’iscrizione sul famoso sarcofago di L(a)ris Pulena, datato a circa il 200 a.C. [23] da Tarquinia, la cui iscrizione riporta:
Lris pulenas larces clan laraϑl papacs
velϑurus nefts prumts pules larisal creices
an cn ziχ neϑśrac acasce creals tarχnalϑ spu
reni lucairce ipa ruϑcva caϑas hermeri slicaχeś
aprinϑvale luϑcva caϑas paχanac alumnaϑe hermu
melecraticces puts χim cusl leprnal pśl varχti cerine pul
alumnaϑ pul hermu huzrnatre pśl tenve eprϑne ci meϑlumt pul
hermu ϑutuiϑi mlusna ranvis mlamna (…)mnaϑuras par
niχ amce leśe hrmrier…
“Laris Pulena figlio di Larce, nipote di Larth
nipote di Velthur, pronipote di Laris Pules Greco
egli compose questo scritto aruspicino, (edile) cereale a Tarquinia
comandò la città da lucumone essendo pretore massimo addetto a fissare i giri di Catha
i ludi di Catha e i baccanali, confermato nell’ufficio
procurò un bacile per miele e latte in dono a Culsu Leprinia nel suo tempio
confermato nell’ufficio per la gioventù fu pretore tre volte nella confederazione (etrusca), poi
confermato nella città…… fu…. ”
Le iscrizioni sepolcrali da Tarquinia attestano che la funzione di magistrato del collegio dei baccanali era svolta da membri delle famiglie più eminenti. Nel secondo caso [24] l’iscrizione sul sarcofago di Larisal Crespe riporta che, oltre alla carica di pretore della confederazione etrusca, il defunto era stato sacerdote maronico e console per una volta, essendo stato marunuχu paχanati (maronico dei baccanali).
…(l)arisal crespe ϑanχvilus pumpnal clan zilaϑ rasnas marunuχ
(cepe)n zilc ϑufi tenϑas marunuχ paχanati ril lxiii
“Crespo, figlio di Laris e di Tanaquilla Pomponia, pretore della confederazione etrusca, sacerdote maronico, console per una volta essendo stato maronico nei Baccanali, di anni 63.”
L’iscrizione di Larϑ Statlane, [25] da un’altro sargofago della tomba degli Statlane di Tuscania, della fine del III secolo a.C. ca., qualifica il defunto con il ruolo di maru paχaϑuras (magistrato del collegio di Paχa-Bacco), e attesta l’esistenza di una “magistratura collegiale” in connessione alla divinità di Paχa-Bacco:
statlanes . larϑ . velus . lupu . avils . XXXVI
maru . paχaϑuras : caϑsc
lupu
Larϑ Statiliano (figlio) di Uel, morto a 36 anni (essendo) marone del collegio di Bacco e di Caϑa. [26]
Come confermano le iscrizioni, la pratica dei baccanali era diffusissima in Etruria, dove troviamo gli stessi sommi magistrati della confederazione etrusca, o personaggi che rivestivano la carica di pretore massimo, onorarsi anche della particolare magistratura dei baccanali.
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Nell’Etruria settentrionale, dove predomina il rito funebre dell’incinerazione, la diffusione capillare del culto dionisiaco è attestata, proprio a partire dall’età classica, dall’utilizzo di crateri importati dall’Attica o di Kelebai di produzione volterrana (queste ultime prodotte a partire dal IV secolo a.C.) che, caratterizzati dalla decorazione a tematica dionisiaca, vengono ampiamente impiegati come cinerari. Oltre alle varie scene che illustrano gli episodi del mito di Dioniso, riprodotte anche sulle Kylikes presenti nei corredi funerari, la presenza del culto di Dioniso appare indicata anche nella ceramica a vernice nera, dall’impiego, di decorazioni con motivi a tralcio di vite o di edera. Ne sono esempio, in ambito strettamente locale, il cratere a colonnette di produzione attica con Dioniso che insegue, minacciandolo con un sandalo, un satiro che solleva una piccola pantera maculata (secondo quarto del V sec. a.C.) o i frammenti della splendida kylix etrusca della seconda metà del IV secolo a.C., con una scena dell’amore tra Tinia (Zeus) e Semla (Semele), da cui nacque Paχa (Dioniso), entrambi rinvenuti a San Martino ai Colli.
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Questo credo è chiaramente individuabile negli affreschi di alcune tombe, come le due tombe Golini I e II ad Orvieto, del IV secolo a.C. con le figure di Aita e Φersipnai, la coppia regale degli dèi Inferi, o nei sepolcri tarquiniesi, come la Tomba dell’Orco II, dominata dalla rappresentazione di Aita e Φersipnai (Ade e Persefone), qui affiancati dal guardiano Cerun (Gerione); negli affreschi del sepolcro, accanto alle raffigurazioni delle di eroi quali Eivas (Aiace), &Thetasym;ese (Teseo), Achmemrum (Agamennone) e dell’hinϑial Teriasals (l’ombra di Tiresia), sono dipinte le piccole animulae dei defunti, descritte anche da Virgilio, [27] destinate - secondo la dottrina di Pitagora - a reincarnarsi. Forse anche la presenza delle uova, tenute in mano dai banchettanti negli affreschi delle tombe precedenti come quella dei Leopardi a Tarquinia, può essere ricollegata più chiaramente all’uovo primordiale del mito Orfico.
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Tra i Mediopitagorici, soprattutto di età ellenistica (ma alcuni, senza dubbio, anche di età imperiale), i quali si nascosero sotto il falso nome di antichi Pitagorici, abbiamo anche il già citato Numa Pompilio, Re di Roma. Thesleff [28] si limita a menzionarne il nome.
In maniera parallela nell’Italia meridionale pare che, a partire dal III secolo a.C., abbiano avuto particolare successo le associazioni a carattere misterico, ma non sappiamo se vi si praticassero rituali estatici - come sembra sia avvenuto in tutta Italia intorno al 186 a.C. - o se invece si trattasse di riunioni più moderate, come avveniva quasi nello stesso periodo in ambito greco-ellenistico.
Pur restando esclusa dalle nostre testimonianze iconografiche ed epigrafiche la possibilità di sapere che cosa abbiano fatto da vive quelle persone nella cui tomba i parenti avrebbero poi messo un vaso o un’urna a soggetti dionisiaci, abbiamo invece qualche indizio, come indica il culto di Stimula, sulla presenza di un certo numero di rituali di possessione, diffusi prevalentemente a livello rurale. Confronti più concreti, grazie alla documentazione disponibile, non solo iconografica, ma anche letteraria, sono possibili invece per i culti dionisiaci della Grecia classica ed ellenistica. Nella Grecia classica i rituali dionisiaci non godevano sempre di buona reputazione, anche perché erano spesso connessi al mondo dei piccoli contadini, ma ottennero comunque un’ascesa sociale e urbana, specie a partire dall’età di Pisistrato. L’età ellenistica vede definirsi un’ascesa non solo sociale ma anche politica della religione di Dioniso, che a partire da Alessandro Magno diviene uno degli strumenti dell’ideologia politico-religiosa dei singoli monarchi.
Le associazioni dionisiache greche e microasiatiche, conosciute attraverso l’epigrafia ellenistica, quasi certamente avevano rifiutato le forme più vistose della possessione tipiche del dionisismo classico. I riti dionisiaci erano complessivamente abbastanza integrati in una situazione urbana e piccolo-borghese che impediva espressioni rituali troppo cariche di emotività.
Attorno alla figura di Dioniso si polarizzarono immagini di libertà e di giustizia, che forse influirono anche nell’ideologia dei baccanali e parallelamente, in ambito ellenistico, divennero più numerosi i collegi dionisiaci, i quali però, a differenza dei baccanali, non entrarono mai in conflitto con l’autorità politica, ma anzi vennero usati soprattutto come strumento di integrazione dei ceti medi urbani che avevano goduto di una certa ascesa sociale.
A Roma Dioniso fu venerato col nome di Bacco o Libero e venne associato a Cerere e a Proserpina (o Libera); oltre che dio della vendemmia e del vino, divenne il protettore dei campi e della fecondità della terra. Era durante i Liberalia, celebrati il 17 marzo, [29] che i giovani romani, compiuti i 17 anni, in una solenne cerimonia davanti al magistrato deponevano con la toga praetexta, listata di porpora, i simboli della fanciullezza e indossavano la toga candida dell’età adulta, divenendo maggiorenni e acquistando tutti i diritti del civis romanus, non più soggetto alla patria potestà né ad alcuna altra limitazione della libertà civile, oltre quelle imposte dallo stato. Oltre alle feste primaverili del 17 marzo, si celebravano altre feste in onore di Bacco in autunno, al tempo della vendemmia.
Sembra che il Pitagorismo abbia influenzato anche le civiltà “barbare” e che lo stesso re Numa Pompilio sia stato un pitagorico. L’alone di leggenda che circondava il saggio Pitagora era ben condiviso fra i Romani, ed è molto probabile che anche le classi élitarie del mondo etrusco, in continuo contatto culturale e commerciale con la Magna Grecia, ne conoscessero il pensiero; gli elementi orfici e pitagorici sono spesso presenti nelle raffigurazioni etrusche. Pitagora già nell’antichità veniva definito sia come lucumo, il re-sacerdote etrusco, sia come tirreno, probabilmente perché per i greci l’intera penisola italiana veniva identificata nella Tirrenia. Ma è probabilmente nella stessa formazione di queste opinioni che è possibile riscontrare una forte testimonianza di quanto, queste filosofie e questi riti fossero diffusi in Etruria. Probabilmente avvallata dalla confusione tra i nomi di Crotone e Cortona, lo stesso Plutarco cita la dichiarazione di un certo Lucio, altrimenti sconosciuto, ma che in quest’occasione è definito come tusco, il quale affermava che i suoi compatrioti conservavano ancora i segreti di riconoscimento dati da Pitagora ai suoi discepoli, come ad esempio il gettare sottosopra le coperte al momento di alzarsi dal letto. Una tarda leggenda raccontava addirittura che Pitagora era stato il fratello del re Tirreno; analogamente vi sono antichi indizi della presenza di singoli pitagorici in Etruria: Giamblico di Calcide (250-325 d.C. ca.), filosofo siriano scolaro di Porfirio, conclude la sua celebre De vita pythagorica con un imponente catalogo di scolarchi, precisando che di molti si sono persi nome e memoria; l’elenco comprende ben 218 uomini e 17 donne disseminati dalla Grecia a Cartagine, dall’Italia Meridionale alla Sicilia fino agli ‘Iperborei’. Tra i personaggi dell’elenco spiccano nomi come Parmenide di Elea, Platone, Empedocle di Agrigento, Epaminonda di Tebe o il re di Roma Numa Pompilio: tra questi figura un altrimenti ignoto Nausitoo, definito come tirreno. Inoltre un’altro personaggio dato come da Sibari, viene appellato come Tirreno.
Fra i Neopitagorici che operarono più tardi in ambiente romano, e la cui filosofia ebbe una impronta prevalentemente etica, il primo e sicuramente il più importante fu l’etrusco Publio Nigidio Figulo, vissuto nella prima metà del I secolo a.C.
A Publio Nigidio Figulo (ca. 98-45 a.C.), che fu anche Senatore romano e grande astrologo, si deve la traduzione latina dell’Etrusca Disciplina e anche una famosa profezia, tramandataci da Svetonio: [30]
“Il giorno in cui Augusto nacque, in Senato si stavano prendendo decisioni a proposito della congiura di Catilina e Ottavio vi giunse in ritardo proprio a causa del parto; quando P. Nigidio - il particolare è noto a tutti - fu informato della causa del ritardo e seppe anche l’ora in cui era avvenuto il lieto evento, proclamò che era nato un padrone per l’universo intero.”
- Clemente Alessandrino, Protreptico ai Greci, II. ↩
- Macrobio, Commentarium in Somnium Scipionis. Origine, Contra Celsum. ↩
- Clemente Alessandrino, Protreptico ai Greci, II: …Bacchus enim descendendi ad Inferos desiderio flagrabat, sed viam ignorabat: hanc Prosymnus quidam promittit se monstraturum, verum non sine mercede. Merces ea in se quidem parum erat honesta, attamen honesta satis Baccho. Erat autem gratia Venerea, quam Bacchus postulabatur. Deo igitur non repugnanti petitio statim explicatur: isque iureiurando promittit, si redierit, se, quod vellet, facturum. Cum viam didicisset, abiit, rursusque rediit, nec offendit Prosymnum erat enim mortuus. Tum vero amatori ut debitum solveret, ad monumentum eius se confert, et muliebria patiendi desiderio flagrat. Cum ergo ficulneum excidisset ramum, instar virilis membri efformat; et ei insidens, promissum persolvit mortuo. Atque hoc facinus mystico ritu commemorant, qui Baccho Phallos fere per universas Graeciae urbes erigunt…. ↩
- Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 94: ‘Octavio postea, cum per secreta Thraciae exercitum duceret, in Liberi patris luco barbara caerimonia de filio consulenti, idem affirmatum est a sacerdotibus, quod infuso super altaria mero tantum flammae emicuisset, ut supergressa fastigium templi ad caelum usque ferretur, unique omnino Magno Alexandro apud easdem aras sacrificanti simile provenisset ostentum. Atque etiam sequenti statim nocte videre risus est filium mortali specie ampliorem, cum fulmine et sceptro exuviisque Iovis Optimi Maximi ac radiata corona, super laureatum currum, bis senis equis candore eximio trahentibus‘. ↩
- Cfr. Olympiod. ad Phaed. p. 68 [45]; Procli ad Remp. f. 55 v. [44]. ↩
- VIII, 37, 5, [38]. ↩
- Illustrata dal Comparetti, Laminette p. 47 ss. ↩
- Cfr.: CAVALLARI, Not. Scavi, 1879 p. 80 ss. riprodotta in COMPARETTI, Laminette p. 5 ss. ↩
- 39, 14-19. ↩
- REINACH S., Une ordalie par le poison à Rome et l’affaire des Bacchanales in ‘Cultes, Mythes et Religions’ III, 244 ss.; vedi anche DE SANCTIS G., Storia dei Romani vol. IV, I, Torino, 1923, p. 599. ↩
- 1, 119. ↩
- Metafisica, I. ↩
- Cfr. DELATTE, Essai sur la politique pythagoricienne, Paris 1922. ↩
- TET 336, p. 125. ↩
- Nat.Hist. XIV.9. ↩
- COARELLI 2000. ↩
- SABBATUCCI 1988, pp. 132 ss., 273 ss. ↩
- TORELLI 1999, pp. 55-61. ↩
- Protreptico ai Greci, II. ↩
- Εἲς Διώνυσον
ἀμφὶ Διώνυσον, Σεμέλης ἐρικυδέος υἱόν,
μνήσομαι, ὡς ἐφάνη+ παρὰ θῖν’ ἁλὸς ἀτρυγέτοιο
ἀκτῇ ἔπι προβλῆτι νεηνίῃ ἀνδρὶ* ἐοικώς*,
πρωθήβῃ: καλαὶ δὲ περισσείοντο ἔθειραι,
5 κυάνεαι, φᾶρος δὲ περὶ στιβαροῖς* ἔχεν ὤμοις*
πορφύρεον: τάχα δ’ ἄνδρες ἐυσσέλμου ἀπὸ+ νηὸς
ληισταὶ προγένοντο θοῶς ἐπὶ οἴνοπα πόντον,
Τυρσηνοί: τοὺς δ’ ἦγε κακὸς μόρος: οἳ δὲ ἰδόντες
νεῦσαν ἐς ἀλλήλους, τάχα δ’ ἔκθορον. αἶψα δ’ ἑλόντες
10 εἷσαν ἐπὶ σφετέρης νηὸς κεχαρημένοι ἦτορ.
υἱὸν γάρ μιν ἔφαντο διοτρεφέων βασιλήων
εἶναι καὶ δεσμοῖς ἔθελον δεῖν ἀργαλέοισι.
τὸν δ’ οὐκ ἴσχανε δεσμά, λύγοι δ’ ἀπὸ τηλόσε πῖπτον
χειρῶν ἠδὲ ποδῶν: ὃ δὲ μειδιάων ἐκάθητο*
15 ὄμμασι κυανέοισι: κυβερνήτης δὲ νοήσας
αὐτίκα οἷς ἑτάροισιν ἐκέκλετο φώνησέν τε:
δαιμόνιοι, τίνα τόνδε θεὸν δεσμεύεθ’ ἑλόντες,
καρτερόν*; οὐδὲ φέρειν δύναταί μιν νηῦς εὐεργής.
ἢ γὰρ Ζεὺς ὅδε γ’ ἐστὶν ἢ ἀργυρότοξος Ἀπόλλων
20 ἠὲ Ποσειδάων: ἐπεὶ οὐ θνητοῖσι βροτοῖσιν
εἴκελος, ἀλλὰ θεοῖς, οἳ Ὀλύμπια δώματ’ ἔχουσιν.
ἀλλ’ ἄγετ’, αὐτὸν ἀφῶμεν ἐπ’ ἠπείροιο μελαίνης
αὐτίκα: μηδ’ ἐπὶ χεῖρας ἰάλλετε, μή τι χολωθεὶς
ὄρσῃ ἔπ’ ἀργαλέους*+ τ’ ἀνέμους+ καὶ λαίλαπα πολλήν.
25 Ὣς φάτο: τὸν δ’ ἀρχὸς στυγερῷ ἠνίπαπε μύθῳ:
δαιμόνι’, οὖρον ὅρα, ἅμα* δ’ ἱστίον ἕλκεο νηὸς
σύμπανθ’ ὅπλα λαβών: ὅδε δ’ αὖτ’ ἄνδρεσσι* μελήσει.
ἔλπομαι, ἢ Αἴγυπτον ἀφίξεται ἢ ὅ γε Κύπρον
ἢ ἐς Ὑπερβορέους ἢ ἑκαστέρω: ἐς δὲ τελευτὴν
30 ἔκ ποτ’ ἐρεῖ αὐτοῦ τε φίλους καὶ κτήματα πάντα
οὕς τε κασιγνήτους, ἐπεὶ ἡμῖν ἔμβαλε δαίμων.
ὣς εἰπὼν ἱστόν τε καὶ ἱστίον ἕλκετο νηός+.
ἔμπνευσεν δ’ ἄνεμος μέσον ἱστίον: ἀμφὶ δ’ ἄρ’ ὅπλα
καττάνυσαν*: τάχα δέ σφιν ἐφαίνετο θαυματὰ ἔργα.
35 οἶνος μὲν πρώτιστα θοὴν ἀνὰ νῆα μέλαιναν
ἡδύποτος κελάρυζ’ εὐώδης, ὤρνυτο δ’ ὀδμὴ
ἀμβροσίη: ναύτας δὲ τάφος λάβε πάντας ἰδόντας*.
αὐτίκα δ’ ἀκρότατον παρὰ ἱστίον ἐξετανύσθη
ἄμπελος ἔνθα καὶ ἔνθα, κατεκρημνῶντο δὲ πολλοὶ
40 βότρυες: ἀμφ’ ἱστὸν δὲ μέλας εἱλίσσετο κισσός,
ἄνθεσι τηλεθάων*, χαρίεις δ’ ἐπὶ καρπὸς ὀρώρει:
πάντες δὲ σκαλμοὶ στεφάνους ἔχον: οἳ δὲ ἰδόντες,
νῆ’ ἤδη τότ’ ἔπειτα κυβερνήτην ἐκέλευον
γῇ πελάαν+: ὃ δ’ ἄρα σφι λέων* γένετ’ ἔνδοθι νηὸς
45 δεινὸς ἐπ’ ἀκροτάτης*, μέγα δ’ ἔβραχεν, ἐν δ’ ἄρα μέσσῃ
ἄρκτον* ἐποίησεν λασιαύχενα, σήματα φαίνων*:
ἂν δ’ ἔστη* μεμαυῖα: λέων δ’ ἐπὶ σέλματος ἄκρου
δεινὸν ὑπόδρα ἰδών: οἳ δ’ ἐς πρύμνην ἐφόβηθεν,
ἀμφὶ κυβερνήτην δὲ σαόφρονα θυμὸν ἔχοντα
50 ἔσταν ἄρ’ ἐκπληγέντες: ὃ δ’ ἐξαπίνης ἐπορούσας
ἀρχὸν* ἕλ’, οἳ δὲ θύραζε* κακὸν μόρον ἐξαλύοντες
πάντες ὁμῶς πήδησαν, ἐπεὶ ἴδον, εἰς ἅλα δῖαν,
δελφῖνες δ’ ἐγένοντο: κυβερνήτην δ’ ἐλεήσας
ἔσχεθε καί μιν ἔθηκε* πανόλβιον εἶπέ τε μῦθον:
55 θάρσει, †δῖε κάτωρ*†, τῷ ἐμῷ κεχαρισμένε θυμῷ*:
εἰμὶ δ’ ἐγὼ Διόνυσος ἐρίβρομος, ὃν τέκε μήτηρ
Καδμηὶς Σεμέλη Διὸς ἐν φιλότητι μιγεῖσα.
χαῖρε, τέκος Σεμέλης εὐώπιδος: οὐδέ πη ἔστι
σεῖό γε ληθόμενον γλυκερὴν κοσμῆσαι ἀοιδήν. ↩
- Sembra che ‘il libro d’oro’ sia stato scoperto intorno al 1940 in una tomba rinvenuta durante lo scavo di un canale lungo il fiume Strouma, nel sud-est del paese: il libro d’oro sarebbe arrivato dall’Etruria all’antica Bulgaria attraverso antiche rotte commerciali. Conservato segretamente per oltre 60 anni, il prezioso manufatto è stato consegnato anonimamente al museo di Sofia nei primi anni del secolo dal suo proprietario, un macedone di circa 80. Se l’autenticità del reperto venisse confermata, le sei placche sarebbero il più antico esemplare conosciuto di libro con pagine multiple; infatti pur essendo sono noti circa una trentina di reperti simili nel mondo, nessuno di questi è unito assieme a formare un libro. ↩
- Londra, British Museum, Sc. D 22. Tracce di colore sul viso della donna e sul cerbiatto. ↩
- TET 131, p. 66. ↩
- TET 137, p. 70. ↩
- TLE 190; TET 190. ↩
- Cfr.: M. PITTAU, TET 190, p. 89. ↩
- Aen., VI, 706 sgg. ↩
- H. Thesleff, An Introduction to the Pythagorean Writings of the Hellenistic Period, Abo Akademi, Abo 1961 in ‘Acta Academiae Aboensis’, Humaniora. XXIV. 3. ↩
- Cic. ad Att. VI. 1. ↩
- Suet., Aug. 94. ↩