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Gli ebrei della Valdelsa nella Toscana tra medioevo e rinascimento

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Tra la fine del XIII e la metà, circa, del XVI secolo, diverse centinaia di centri, sparsi nei numerosissimi stati e staterelli dell’Italia centro-settentrionale, furono interessati in maniera capillare dall’insediamento di ebrei. La portata di questo fenomeno appare evidente se pensiamo che, fino alla fine del XIII secolo, in quest’area geografica la presenza ebraica era testimoniata in non più di una ventina di centri.
Le direttrici di massima di questi percorsi migratori furono due: uno da Roma verso l’Italia centrale e la pianura padana; l’altro dalla Germania verso l’Italia settentrionale e, almeno parzialmente, l’Italia centrale. Altre direttrici di immigrazione ebbero come punto di partenza la penisola iberica, con i regni spagnoli ed il Portogallo; la Francia, con la Provenza e specialmente la Savoia; l’Italia meridionale e, in misura minore, l’Europa orientale. Sulle ragioni ed i modi che stanno alla base di questo sistematico inserimento degli ebrei nell’Italia centro-settentrionale, è «communis opinio» che, a partire dal XIV secolo, l’occasione sia stata offerta dall’impegno ebraico nel piccolo prestito al consumo, che aprì loro le porte tanto dei centri urbani quanto delle località minori.
Certamente il fenomeno si inserisce nella maturazione delle nuove entità urbane, all’interno delle quali emerge la nuova classe della borghese imprenditoriale, sempre più caratterizzata da nuove necessità ed esigenze finanziarie.
Degno di considerazione per la valutazione del nostro caso è anche il contesto dell’ambiente culturale federiciano, che si avvantaggiava proprio anche grazie al fondamentale apporto garantito dalla presenza degli ebrei, ereditata dalla lungimiranza dei re normanni di Sicilia.
In effetti Federico II considerò gli ebrei servi della camera regia ed assicurò loro la più ampia protezione imperiale considerando che “non perché sono giudei noi vogliamo che siano tormentati senza colpa”; in seguito l’impertaore proibì che gli ebrei convertiti al cristianesimo venissero insultati con l’appellativo di “cani rinnegati”. Se da un lato Federico decretò che dovessero portare abiti che li distinguessero dai cristiani, escludendoli dai pubblici uffici e dalle professioni liberali e costringendoli a pagare tasse particolari come la iocularia in caso di nozze allietate da ioculatores, o la gabella fumi per ogni capo macellato per cui bruciavano alcune parti in omaggio a Iahvé, d’altro lato riservò loro il diritto esclusivo - negato ai cristiani - di prestare denaro ad interesse con un tasso di “un’oncia ogni dieci” (del 10%), il che consentì a molti commercianti ebrei siciliani di di controllare tutto il mercato mobiliare del regno.

Un documento del 1229 ricorda che in quel periodo gli ebrei erano già presenti a Siena, dove svolgevano l’attività di prestatori; nel secolo successivo gli ebrei senesi vennero accusati di essere i responsabili dello scoppio della grande peste del 1348. Non si registrano gravi atti di intolleranza contro la comunità senese fino alla caduta della locale Repubblica.
Nel 1555 Paolo IV, con la Bolla “Cum nimis absurdum”, istituisce formalmente i “ghetti”.
Gli ebrei vengono obbligati a cedere tutti i loro beni, viene loro vietato di esercitare attività commerciali e trattare granaglie, mentre possono vendere cibo in genere e abiti “di seconda mano” (stracci). Viene loro permessa una sinagoga per città (interna al ghetto). Tutti i loro libri vengono bruciati e in pubblico sono costretti ad indossare un cappello giallo (stesso colore della stella nazista). Devono parlare solo in latino o in italiano e non possono mai essere chiamati “signore”.
Nella Toscana Medicea un decreto granducale del 1570-71 impose di radunare tutti gli ebrei facendoli convergere a Firenze e a Siena, dove vennero fatti insediare nel ghetto. I maschi dovevano essere riconoscibili da un berretto giallo mentre le donne dovevano indossare una fascia gialla sul braccio destro; inoltre dovevano essere sempre a disposizione delle autorità, era loro proibito di tenere banchi di prestito, di avere al proprio servizio domestici cristiani e di uscire dopo il tramonto. Queste restrizioni vennero mitigate, almeno a Siena, fino al 28 giugno 1799, quando con l’avvento dei gruppi fanatici del “Viva Maria” la situazione precipitò: il ghetto senese fu saccheggiato e dato alle fiamme e 19 ebrei, considerati ricchi, nemici dei cristiani e, soprattutto, simpatizzanti dei francesi, vennero uccisi. Il massacro segnò l’inizio del declino della comunità ebraica senese, che dalle 500 unità del Settecento si ridusse alle circa 300 del secolo successivo fino ad arrivare ai nostri giorni con un numero inferiore alle cento presenze. Questo ghetto, i cui cancelli si trovavano all’inizio di via del Luparello e in via di Salicotto, rimase in funzione, eccetto che per la parentesi napoleonica, fino al 1859.

Ben diversa fu invece la situazione di Livorno, dove in occasione del potenziamento del porto in sostituzione di quello pisano, venne pianificata la costruzione di una vera e propria città, popolata grazie ai larghissimi privilegi concessi dal granduca Ferinando I de’ Medici con le “Costituzioni Livornine” del 1591 [1] e 1593, che richiamarono a Livorno molti di quegli ebrei sefarditi, di nazionalità ispano-portoghese, espulsi dalla penisola iberica alla fine del XV secolo. Questa situazione privilegiata permise alla comunità ebraica di Livorno di raggiungere una floridezza economica e culturale raramente eguagliate in altre comunità del Mediterraneo. L’istituto della “beliottazione”, ovvero l’approvazione dei Massari della Nazione Ebrea della città di Livorno, dei nuovi arrivati che ne facevano richiesta, conferiva di fatto la qualifica di suddito toscano, garantendo anche all’estero la protezione diplomatica del granducato. Venne inoltre garantita ai marrani (o cripto-giudei) la libertà di praticare l’Ebraismo senza il timore dell’inquisizione, la libertà di studio e la possibilità di conseguire titoli accademici, il possesso di beni immobili, il privilegio di risiedere in un abitato aperto (a Livorno non venne mai istituito un ghetto), la libertà di stabilirsi nella nuova città e liberamente partirne con i propri beni, la libertà di stampare libri ebraici e la libera e autonoma amministrazione della giustizia nelle cause fra ebrei. Tutto ciò spiega il gran numero di ebrei che in tutto il bacino del Mediterraneo furono o sono tuttora registrati come ” livornesi”.

La presenza di ebrei a Poggibonsi è attestata in un atto del 10 agosto 1474, nel quale si cita tale Elia di Salomone di Aliuccio da Fano vel da Poggibonsi, che richiama un certo Salomone figlio di un tale Elia da Poggibonsi, vissuto nella prima metà dello stesso secolo. Attorno a questo personaggio ed ai sui familiari, in una complessa trama di legami e parentele, si collocano i documenti sugli ebrei di Poggibonsi e di San Gimignano, spesso redatti da quel ser Piero da Vinci che fu padre del grande Leonardo.
A pesare dalle effettive necessità di denaro verificatesi in seguito alla distruzione di Poggiobonizio, per quanto risulti meno probabile, non sembra comunque da escludere un precoce insediamento di banchieri ebrei nella ridotta “piazza commerciale” della piccola Poggibonsi, ricostruita nel piano a partire dal 1270.

Sull’antica presenza di ebrei a Poggibonsi, attestata come in altri innumerevoli casi dall’uso dei cognomi toponimici legati alla località di residenza, è significativo ritrovare che, nella Roma del 1912, dalla maestra ebrea Irma Poggibonsi e da Francesco Lo Monaco nacque la scrittrice Elsa Morante, poi moglie di Alberto Moravia, la quale ebbe il cognome da Augusto Morante, marito di Irma e suo padre anagrafico.

GLI EBREI A PISA

Pisa nei primi secoli del medioevo è tra i pochissimi centri dell’Italia centro-settentrionale interessata dalla presenza ebraica. Alcuni indizi portano a ritenere che almeno alcuni ebrei dimorassero nella città toscana anche precedentemente. Uno di questi è costituito dalla leggenda ebraica dello Judenknabe, che in una versione inglese della prima metà del XII secolo ad opera di William da Malmesbury, viene riferita a Pisa.
Tale circostanza evidenzia come per un inglese del 1100 una città mediterranea dell’importanza di Pisa avesse una naturale vocazione ad ospitare ebrei. Di fatto, per i secoli anteriori all’XI, gruppi ebraici sono attestati con sicurezza nella Toscana occidentale, soprattutto - ma non solo - a Luni e a Lucca.
Una carta di livello datata 18 novembre 859, conferma che, alla metà del IX secolo, gli ebrei dimoranti in Toscana potevano legittimamente essere proprietari di terre e immobili, e che una di tali proprietà era situata in un territorio in qualche modo legato alla città tirrenica.

Nonostante questo, le prime notizie relative ad una stabile presenza ebraica nella città di Pisa risalgono al 1160, epoca in cui Binyamin da Tudela (Navarra), noto per essere l’autore di un diario di viaggio di grande interesse, soggiornò per un certo tempo nel porto tirrenico, dove racconta di avere trovato una comunità di una ventina di israeliti: “Pisa, posta a due giorni da Genova, è una città di grandi dimensioni. Vi sorgono circa diecimila case munite di torri, che vengono usate in caso di scontri cittadini. I pisani sono uomini valorosi; non hanno re né signore che li governi, ma giudici che essi stessi eleggono. A Pisa risiedono una ventina di ebrei, con a capo rabbi Mošeh, rabbi Hayyim e rabbi Yosef. La città, che è priva di mura, sorge a circa sei miglia dal mare: vi si accede in nave grazie al fiume che l’attraversa.

La testimonianza di Binyamin da Tudela non consente di comprendere la composizione la composizione del nucleo ebraico pisano; è comunque ipotizzabile che si trattasse di un gruppo formato tanto da ebrei “italiani”, quanto da israeliti provenienti da varie zone del mediterraneo, comprese naturalmente quelle soggette all’Islam. D’altronde, nella metà del XII secolo, Pisa era in un periodo di grande espansione marittima e proprio a causa dei frequentissimi contatti con il mondo arabo gli ebrei vi svolsero una notevole funzione di intermediazione linguistica e culturale, come corrispondenti commerciali sia di correligionari, sia di musulmani dell’Africa settentrionale e della penisola iberica. Di tale funzione testimoniano, anche se per un periodo più tardo, due lettere in arabo, redatte nel terzo decennio del Duecento e indirizzate al podestà di Pisa Ubaldo Visconti.
La continuità dell’insediamento giudaico pisano menzionato da Byniamin da Tudela è confermata da un certo numero di epigrafi in caratteri ebraici, rinvenute sulle mura esterne di Pisa e databili attorno alla seconda metà del Duecento; riasale alla fine dello stesso secolo una norma statutaria che impone agli ebrei pisani di risiedere tutti in un unico luogo della città, e più precisamente nella cappella di S. Lorenzo in Chinzica (attuale piazza Chiara Gambacorti); in ogni caso le autorità si limitarono ad imporre agli israeliti di risiedere tutti in una sola zona, evitando però di specificare quale dovesse essere; né tantomeno si impedì ai cristiani di abitare vicino agli ebrei, che mantennero comunque piena libertà di movimento, a differenza di quanto sarebbe accaduto in età moderna con l’istituzione dei ghetti. Gli anni iniziali del Trecento vedono affermarsi un po’ ovunque, nelle regioni del centro-nord, la banca ebraica. Anche a Pisa si installarono dei feneratori ebrei, originari di Roma e del Lazio, che rimasero attivi solo per una quindicina d’anni, tra 1309 e 1322.
Probabilmente allo scopo di favorire l’immigrazione di mercanti, che potessero in qualche modo favorire un rilancio delle condizioni economiche del porto pisano, nel 1353 il comune di Pisa, con un bando senz’altro eccezionale per l’epoca, invitò gli ebrei ad insediarsi stabilmente in città. Il tentativo non ebbe successo e, di fatto, l’immigrazione ebraica coinvolse unicamente una famiglia di ebrei provenzali e - forse - qualche medico.
Occorre attendere la fine del secolo perché si verifichi una nuova, consistente immigrazione di banchieri ebrei nel porto toscano, quando l’arrivo a Pisa di un certo numero di feneratori ebrei portò a caratterizzare il nucleo ebraico pisano come fortemente imperniato sulle attività bancarie; ma se è vero che l’attività di prestito - esercitata a vari livelli, e certamente non riconducibile al solo prestito su pegno - costituì una delle attività di punta per la minoranza ebraica, è altrettanto vero che molto raramente gli israeliti limitarono il proprio campo d’azione all’attività creditizia, evitando comunque di concentrare i propri affari in una ristretta area geografica.
Spesso i banchieri ebrei cercavano di ampliare - per quanto possibile - il proprio campo d’azione, sia diversificando al massimo le attività creditizie, sia associandosi con ebrei di altre città. La creazione di una vasta rete di interessi e solidarietà era di primaria importanza: non si deve dimenticare che la condotta - che costituiva una sorta di “passaporto” e garantiva al gruppo ebraico che gravitava attorno alla figura del prestatore il godimento di numerosi privilegi - era comunque sempre revocabile. Sarebbe pertanto stata una grave imprudenza, da parte del banchiere, concentrare tutti i propri beni in un’unica attività, e in particolare nel prestito su pegno, rigorosamente regolamentato dai governi cittadini e oggetto - almeno a partire dalla metà del Quattrocento - di continui attacchi da parte dei frati minori.

A Pisa, la funzione portuale della città permise ai banchieri ebrei di associare l’attività creditizia ai traffici mercantili. Con la conquista fiorentina del 1400, l’attività portuale venne incrementata e, tra il 1408 e 1426 si svilupparono le relazioni commerciali con gli ebrei siciliani, in alcuni casi attivi anche in Sardegna.
I banchieri ebrei pisani utilizzarono spesso i profitti derivanti dall’attività di prestito per finanziare il commercio marittimo. A quest’epoca risalgono le notizie su importazioni di merci dalla Sardegna; tra il marzo e l’aprile del 1435 il medico ebreo volterrano maestro Genatano, accompagnato da un giovane cristiano di Volterra, si trovava a Porto Torres, dove imbarcava su una saettia di Portovenere una partita di merci, che finirono poi nelle mani di pirati corsi. L’operazione era stata concordata con il fratello Emanuele, che dimorava a Pisa in qualità di fattore del banco gestito da Isacco di Emanuele da Rimini (in seguito identificato come “da Pisa”). Quest’ultimo era stato quasi certamente il finanziatore dell’impresa commerciale sarda di Genatano, dato che due anni prima gli aveva concesso un prestito di 360 fiorini d’oro. Altre testimonianze, che coinvolgono a vario titoli ebrei pisani o più genericamente toscani, sono relative ad una spedizione in Catalogna su galee fiorentine in partenza da Pisa nel 1468, alla partecipazione ad attività di assicurazione marittima, tra 1462 e 1470, e armatoriali tra 1465 e 1467, al traffico internazionale di lettere di cambio per Marsiglia, per il Portogallo, per Barcellona e la Catalogna e per Corfù.
Gli ebrei pisani, dunque, furono ben lungi dal limitare la propria sfera d’azione al solo esercizio del prestito. L’attività creditizia fu però senza dubbio di grande importanza per quanto riguarda l’insediamento ebraico nella città tirrenica negli ultimi anni del Trecento e per tutto il Quattrocento.
Come si è già detto, alla fine del XIV secolo si stabilirono a Pisa un certo numero di banchieri ebrei. Luzzati, che è senza dubbio il maggiore esperto in materia, ha individuato per questo periodo almeno tre banchi; il primo, aperto quasi certamente ai tempi della Signoria di Pietro Gambacorta (1369-1392), era gestito da Sabato di Dattilo da Roma e da suo figlio Musetto, che potevano vantare compartecipazioni anche in molti altri banchi toscani: li troviamo infatti, tra
la fine del Trecento e i primi del Quattrocento, a Volterra, Arezzo, Colle Val d’Elsa Pistoia e Lucca. Presenti, allo stesso tempo, negli Stati fiorentino, pisano, senese e lucchese, operavano su vasta scala, attraverso i numerosi soci, anche in altre regioni della Penisola (Emilia, Romagna, Umbria e Marche).

GLI EBREI IN VALDELSA E A FIRENZE

Grazie alle ricerche di Andrea Bruscino e del Prof. Dr. Michele Luzzati (Università di Pisa), la presenza di ebrei nell’area valdelsana è attestata con certezza a San Miniato dal 1393 al 1437; qui alla fine del XIV secolo giunse da Perugia, dove esercitava il prestito feneratizio, un tale Matassia di Sabato de Synagoga, originario di Roma. Al settembre del 1393 risale la prima condotta sottoscritta tra Matassia e il comune di San Miniato per l’esercizio del prestito su pegno in questa parte del contado fiorentino. Da Matassia, tramite i suoi figli Vitale, Sabato e Dattilo, ebbero origine diverse famiglie. Dal figlio Vitale ebbe origine la famiglia Da Pisa e proprio dal toponimo della città [2] di San Miniato, il figlio Dattilo acquisì il cognome Da San Miniato; nel 1437 il figlio di quest’ultimo, Abramo di Dattilo, stipulò una condotta con il comune di Firenze per l’apertura di quattro banchi di prestito gestiti da ebrei ed i Da San Miniato furono i primi prestatori ebrei ad essere ammessi, nell’ottobre 1437, all’interno delle mura della città; una data piuttosto tarda rispetto alla media di quasi tutto il resto dell’Italia centro-settentrionale. In seguito le notizie sul gruppo ebraico di San Miniato si diradano; resta l’attestazione della proprietà di una abitazione nel luogo detto “al Giudeo” e della presenza di un cimitero ebraico “in castro Sancti Miniatis florentini ubi sepelliuntur alii ebrei de provincie tusche” nel quale, nei loro testamenti, alcuni ebrei fanno richiesta di essere sepolti.

Nell’area fiorentina gli ebrei furono inizialmente autorizzati ad installarsi nel territorio esterno alla città, esercitando la loro attività di prestito in base alle specifiche convenzioni dei capitoli della metà del XIV secolo. Nel gennaio 1406 la legge contro l’usura interdì agli ebrei l’esercizio di questa pratica finanziaria a Firenze e nel suo territorio.
L’ingresso ufficiale degli ebrei in città avviene nella Firenze di Cosimo il Vecchio tra il 1437 e il 1474, anno della morte di Cosimo, tramite i quattro banchi aperti da Abramo di Dattilo da San Miniato, che attorno al 1440 raggiungeranno un capitale complessivo di ben 40.000 fiorini. Per farsi un’idea dalla cifra, può essere utile il confronto con il capitale dell’ unico banco esistente, nel corso del Quattrocento, a Lucca, che ammontava a 6.000 fiorini.
Tra la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna, grazie alla presenza degli ebrei più agevolati d’Italia, legati tra loro all’interno e all’esterno della città, Firenze diviene la capitale finanziaria degli ebrei italiani. La ricerca di Elisabeth Borgolotto (Pisa/Montpellier) sugli ebrei nella Firenze di Cosimo il Vecchio, ha permesso di ampliare al territorio fiorentino ed al contesto dei legami ultraterritoriali i dati già noti attraverso la fondamentale storia de Gli Ebrei a Firenze nel Rinascimento, pubblicata da Umberto Cossotto nel 1918.

Una presenza di ebrei in Poggibonsi è confermata da alcuni studi recenti. Nella ricerca di Elisabetta Traianello sugli ebrei nelle città del Polesine di Rovigo, [3] viene citato un documento della fine del XV secolo che richiama un certo Salomone figlio di un tale Elia da Poggibonsi, vissuto nella prima metà dello stesso secolo.
A pesare dalle effettive necessità di denaro verificatesi in seguito alla distruzione di Poggiobonizio, per quanto risulti meno probabile, non sembra comunque da escludere una precoce presenza di banchieri ebrei nella ridotta “piazza commerciale” della piccola Poggibonsi, ricostruita nel piano a partire dal 1270.

Nel 1495, Elia di Salomone da Poggibonsi risulta appunto citato in un’atto notarile dell’Archivio di Stato di Rovigo. [4] Si tratta di un documento che evidenzia ancora una volta le relazioni tra le famiglie di banchieri ebrei veneti e toscani, stipulato il 27 agosto dello stesso anno in occasione del matrimonio tra Emanuele di Abramo e Dolcetta Finzi con Flora di Elia di Salomone da Poggibonsi. [5]
Proprio grazie all’analisi di un’epistolario redatto da Salomone di Elia da Poggibonsi, si sta svolgendo la ricerca sulla presenza ebraica nella Toscana del tardo medioevo, tra Poggibonsi, San Gimignano e Firenze, condotta da Maria Emilia Garruto (Università di Pisa). Lo studio, teso a chiarire i motivi della presenza ebraica e la storia degli ebrei nella Valdelsa tardo-medioevale, è giunto a coprire gli anni che vanno dal 1430 agli inizi del XVI secolo. Dal delinearsi di una genealogia familiare, i cui membri tendono a spostare i propri interessi verso Firenze per poi muovere, tramite alleanze matrimoniali e commerciali, verso le altre località dell’Italia centro-settentrionale, la ricerca mostra la storia della famiglia ed i suoi successivi spostamenti, attraverso le vicende di una Banca ebraica e la funzione svolta dal prestito ebraico sulle economie cittadine nella Toscana del tardo medioevo, tra Poggibonsi, San Gimignano e Firenze.

Tra i documenti analizzati da Michele Luzzati in La circolazione di uomini, donne e capitali ebraici nell’Italia del Quattrocento, :”Michele Luzzati, La circolazione di uomini, donne e capitali ebraici nell’Italia del Quattrocento: un esempio toscano-cremonese, in Gli ebrei a Cremona. Storia di una comunità nel Rinascimento, Firenze 2002 . [Distribuito in formato digitale da “Reti Medievali”] “: attorno ai complessi legami economici e di parentela delle famiglie ebree nell’Italia centro-settentrionale del XV secolo, si evincono le articolate relazioni ed i successivi spostamenti delle famiglie presenti in Valdesa.
Attorno a questi personaggi, in una complessa trama di legami e parentele, si collocano i documenti sugli ebrei di Poggibonsi e di San Gimignano, spesso redatti da quel ser Piero da Vinci che fu padre del grande Leonardo. Il Luzzati inizia la sua ricerca da un accordo di “sotietas et compagnia“, redatto in lingua ebraica il 15 aprile 1469, tra Elia di Dattilo da Vigevano, della famiglia dei Galli, sicuramente di origine francese, e Vitale di Isacco da Pisa, di antica famiglia “italiana” nel quale il Da Pisa trasferiva al Galli 3100 fiorini d’oro, “pro trafficando et exercendo in traffico et banco fenoris, quem trafficum dictus Elias exercit et facit in civitate Cremone et vicinatu Sancti Leonardi“.

Probabilmente immigrati dalla Francia da pochi decenni, i Galli avevano stretto ben presto alleanze matrimoniali con gli ebrei di ceppo e tradizione italiani. Al febbraio del 1430 risale il contratto di matrimonio fra Brunetta di Salomone di Abramo “de Gallis de Mantua” e Sabato di Buonaventura di Salomone di Sabato da Terracina, membro di una famiglia di coanim - sacerdoti - che, insediata alla fine del Trecento a Lucignano, in territorio senese, si era poi spostata nella Toscana occidentale, a Pescia, a Pistoia e a Prato. Brunetta era figlia del prestatore Salomone di Abramo che, nel 1435 da Parma, dove si era installato e operava, ottenne di aprire il banco di Vigevano che sarebbe servito da ulteriore trampolino per approdare a Cremona. Negli anni ‘40 i Galli di Vigevano si imparentarono anche con il banchiere Vitale di Isacco da Pisa, che sposò Ricca, figlia di Sabato da Terracina e di Brunetta Galli.

Il 13 febbraio 1456 a Pisa, nella cappella di San Frediano in casa di Consiglio del fu Leuccio da Viterbo, in presenza di Vitale di Isacco e, fra gli altri ebrei, di un tale maestro Salomone di Marsiglia, abitante a Pisa e figlio di maestro Rosso “girondinus” (da Gerona), vennero presi due atti di “confessio” di dote che riguardavano due primi cugini di Brunetta di Salomone di Abramo Galli, suocera di Vitale: con le confessioni, i fratelli Mosé ed Elia di Dattilo di Abramo “de Gallis”, da Vigevano, “provincie Lombardie“, dichiaravano rispettivamente, il primo di ricevere 216 fiorini d’oro per il matrimonio con Perla, figlia di Consiglio, il secondo, 300 fiorini d’oro per il matrimonio con Pernuzza figlia di Manuele, probabilmente figlio di un di Mosé da Ferrara; il denaro era corrisposto in Pisa da Consiglio per conto del padre della sposa.
Fu sicuramente il matrimonio fra Mosé di Dattilo da Vigevano e Perla di Consiglio da Viterbo a indirizzare verso l’Italia settentrionale i due fratelli di quest’ultima, Dattilo e Leuccio (o Eleuzio o Aleuccio), ormai indicati con il cognome toponimico da Pisa. Sembra inoltre che il 5 febbraio 1466 una sorella di Mosé, Elia e Buonaventura De Galli da Vigevano, di nome Benvenuta, sia andata in sposa a Leuccio di Consiglio da Viterbo. [6]

Più tardi, il 13 agosto 1470 Elia di Dattilo da Vigevano era di nuovo a Pisa, nella sede del banco ebraico della città, per la solenne assegnazione della dote di ben 800 fiorini a Gentile, figlia di Vitale di Isacco da Pisa, che andava sposa a Isacco di Josef di Musetto di Ventura da Bologna, abitante a Ferrara. Nell’occasione, Elia da Vigevano compare, accanto a Manuele di Leuccio da Cesena, tra i “propinqui” che affiancavano Gentile. [7]

In un atto di procura fiorentino del 10 agosto del 1474, Elia di Dattilo Galli da Vigevano compare come “privignus” di una fanciulla fra i 14 e i 16 anni, di nome Gentile del fu Salomone di Vitale da Camerino. Si tratta di un documento connesso al rifiuto della fanciulla di contrarre un matrimonio - per lei combinato fin dal 1469 - il quale attesta che Elia di Dattilo Galli da Vigevano, rimasto vedovo, aveva contratto un nuovo matrimonio con la madre della giovane, tale Rosa, a sua volta vedova di Salomone di Vitale da Camerino [8] e figlia di Salomone di Aliuccio da Fano vel [9] da San Gimignano e di Brunetta, figlia di Daniele di Vitale di Matassia da Pisa, a sua volta fratello di Giusta, madre del banchiere Vitale di Isacco da Pisa.
In breve, la suocera di Elia di Dattilo Galli da Vigevano era prima cugina di quel Vitale di Isacco da Pisa con il quale era stato stabilito l’accordo del 1469 per il banco dei pegni di Cremona. Questa parentela si allarga ai fratelli di Rosa di Salomone di Aliuccio da Fano, la nuova moglie di Elia da Vigevano: Daniele di Salomone di Aliuccio da Fano (col figlio Emanuele, trasferitosi a Pesaro verso la fine del secolo), Elia di Salomone di Aliuccio da Fano vel da Poggibonsi (con il figlio Salomone) e Gemma, moglie del grande banchiere fiorentino Emanuele di Buonaiuto da Camerino [10] Tuttavia il nuovo matrimonio con Rosa di Salomone di Aliuccio da Fano non condusse ancora Elia di Dattilo Galli da Vigevano in Toscana; i suoi interessi economici restavano nell’Italia settentrionale dove, oltre ai banchi di Cremona e di Vigevano, il Galli era coinvolto nel banco di Villafranca Veronese, retto dai Da Camerino (fra i quali suo cognato Emanuele di Buonaiuto), i Da Viterbo-Da Pisa (con Leuccio di Consiglio, altro suo cognato in quanto marito di sua sorella Benevenuta), i Galli da Parma vel Tortona ed i Norsa. [11]

Il documento fiorentino del 10 agosto 1474 porta alla luce un nuovo svolgimento della biografia di Elia di Dattilo da Vigevano. In occasione dell’atto di procura connesso al rifiuto, da parte di Gentile del fu Salomone di Vitale da Camerino (una fanciulla fra i 14 e i 16 anni), di un matrimonio che era stato per lei combinato fin dal 1469, Elia (peraltro non presente davanti al notaio) viene definito suo “privignus“: ciò significa che il Galli, rimasto vedovo, aveva contratto nuovo matrimonio con la madre della giovane, vedova di Salomone di Vitale da Camerino. [12] Questa madre era Rosa, figlia di Salomone di Aliuccio da Fano vel da San Gimignano. Dato che la madre di Rosa, Brunetta, era nata da Daniele di Vitale di Matassia da Pisa, fratello di Giusta, madre del banchiere Vitale di Isacco, con questo matrimonio, certamente frutto di un calibrato accordo, Elia da Vigevano aveva ribadito i legami con la ramificata parentela toscana del suo importante sponsor nel banco cremonese: detto in breve, sua suocera era prima cugina di Vitale da Pisa. E questa parentela, nelle relazioni più vicine, comprendeva i fratelli della moglie: Daniele di Salomone di Aliuccio da Fano (col figlio Emanuele, trasferitosi a Pesaro verso la fine del secolo), Elia di Salomone di Aliuccio da Fano vel da Poggibonsi (con il figlio Salomone) e Gemma, moglie del grande banchiere fiorentino Emanuele di Buonaiuto da Camerino. [13]
Il nuovo matrimonio non condusse però ancora Elia da Vigevano in Toscana. L’Italia settentrionale restava al centro dei suoi interessi economici, e non solo per i banchi di Cremona e di Vigevano. Il Galli si trovò infatti coinvolto anche nel banco di Villafranca Veronese ove avevano voce in capitolo i da Camerino (fra i quali suo cognato Emanuele di Buonaiuto), i da Viterbo-da Pisa (con Leuccio di Consiglio, probabilmente altro suo cognato, in quanto marito di sua sorella Benevenuta), i Galli da Parma vel Tortona e i Norsa. [14]

Un documento redatto a causa dei problemi insorti con Leuccio di Consiglio da Pisa, vecchio gestore del banco di Villafranca, conferma che nel 1481 Elia da Vigevano è ancora residente a Cremona, mentre Elia di Salomone da Poggibonsi risiede stabilmente a Firenze; si tratta di un atto dato da Firenze il 13 aprile, con il quale Emanuele di Buonaiuto da Camerino faceva procuratori i suoi due cognati Elia di Dattilo da Vigevano, abitante a Cremona, e Elia di Salomone da Poggibonsi, abitante a Firenze [15]
Il 22 novembre dello stesso 1481 dalla città di Cremona, Elia da Vigevano, che è ancora “prestator“, si fa carico di una fideiussione per Jacob del fu Manuele di Abramo da San Miniato a Firenze, dove è rappresentato da da Abramo del fu Dattilo da Correggio, abitante in questa città.
Jacob del fu Manuele di Abramo da San Miniato era stato fideiussore di sua cugina, Fiore di Angelo di Abramo da San Miniato, in occasione della tutela dei cinque figli minori che la donna, da poco rimasta vedova, aveva assunto nel 1477; Jacob intendeva essere garantito in quanto Fiore voleva ora sposare Mosé da Vigevano, il fratello di Elia rimasto vedovo di Perla di Consiglio di Leuccio da Viterbo vel da Pisa, che aveva sposato intorno al 1456.
Da notare che l’incontro tra i due vedovi era stato facilitato dal fatto che il primo marito di Fiore era stato Salomone di Sabato da Terracina, figlio di Brunetta di Salomone di Abramo Galli e fratello di Ricca, la moglie di Vitale di Isacco da Pisa.
Dopo Elia anche Mosè entrava a far parte della vasta rete di parentele residenti in Toscana il cui capostipite, Matassia de Synagoga, immigrato da Perugia alla fine del Trecento, era padre tanto di Abramo da San Miniato quanto del primo Vitale da Pisa. Quest’ultimo, nonno del banchiere Vitale di Isacco da Pisa, guida indiscussa degli ebrei della repubblica fiorentina. Anche Buonaventura, il terzo figlio maschio di Dattilo di Elia da Vigevano, a causa della tutela che aveva su Emanuele di Raffaele di Davide dei Galli da Parma vel da Tortona, sposo - o promesso tale - di una sua figlia. Sempre a Firenze, in quegli anni, facevano capo le interminabili dispute per la complesa eredità di Davide di Elia dei Galli di Parma e dei suoi figli.

Probabilmente Mosé morì a Vigevano nel corso degli anni ‘80, trasmettendo al figlio Salomone le sue attività in terra di Lombardia, Buonaventura giunse in Toscana solo dopo il drammatico processo lombardo del 1488, mentre almeno dal 1484 Elia si stabilì definitivamente oltre Appennino. [16]

Dal 24 dicembre del 1481 Elia da Vigevano venne incluso tra gli ebrei autorizzati a svolgere attività di prestito a Firenze, più esattamente presso il banco dei “Quattro Pavoni” nel chiasso dei Ramaglianti, uno dei maggiori della città, del quale divenne socio il primo gennaio del 1483, assieme a Guglielmo di Elia da Mestre. Nelle mani dei da San Miniato fin dal 1437, anno d’inizio delle attività feneratizie ebraiche nella città di Firenze, il banco stava attraversando un momento di crisi, causata più che altro dallo straordinario moltiplicarsi dei membri maschi della famiglia, continuamente in lite per la spartizione delle loro decrescenti risorse. Tuttavia, anche la conduzione del da Vigevano e del da Mestre non riuscì a risollevare la situazione. Così, significativamente, quando il 12 febbraio 1485 Elia di Dattilo da Vigevano fece fisicamente il suo ingresso nel banco, venne ospitato gratuitamente per quattro mesi in una “camera” dell’edificio sede del “prestum“, che apparteneva ad un ramo dei Machiavelli.
Il conflitto fra Elia da Vigevano e il suo socio Guglielmo del fu Elia di maestro Guglielmo da Mestre (al quale quattro documenti notarili isolati attribuiscono il cognome “de Gallis”), per la direzione del banco dei Quattro Pavoni, venne risolto da Vitale di Isacco da Pisa, anche lui trasferitosi in pianta stabile da Pisa a Firenze, che con un lodo del 1486 estromise il da Mestre e affidò la gestione del banco ad Elia di Dattilo da Vigevano.

Assieme con due altri grossi banchieri, Emanuele di Buonaiuto da Camerino e Emanuele di Isacco da Fano, egli prestò giuramento nell’aprile del 1485 in favore di Vitale di Isacco da Pisa, accusato per un tentativo di corruzione davanti agli Otto di Guardia e Balia fiorentini. Inoltre il da Vigevano mise assieme una dote di ben 450 fiorini per il matrimonio di sua figlia Brunetta con Jacob di Abramo di Jacob di Consiglio, della importante famiglia dei da Toscanella vel da Padova, residenti a Siena, incassando invece 365 fiorini per il matrimonio di suo figlio Dattilo con Fiorina di Gaio del fu Aliuccio dei Finzi di Rovigo “partium Lombardie“.
Nel 1488 i Galli da Vigevano furono duramente colpiti dal processo contro gli ebrei del Ducato di Milano: esso coinvolse Buonaventura di Dattilo e suo nipote Salomone di Mosé, oltre a un Angelo di Abramo Galli da Mantova, residente a Cremona, quasi certamente un altro zio di Buonaventura, Elia e Mosé.
Probabilmente la solida posizione raggiunta da Elia, convinse suo fratello Buonaventura, duramente colpito dal processo lombardo, a stanziarsi in Toscana: quest’ultimo, dal 5 ottobre 1490 risulta infatti residente a Montepulciano, assieme con il genero, Manuele di Raffaele di Davide dei Galli da Parma, al quale negli anni ‘80 aveva a lungo curato le vicende ereditarie. Il 13 maggio 1498 almeno il genero di Buonaventura risiedeva ancora a Montepulciano [17]

La figura di Elia ebbe modo di distinguersi anche per il suo impegno culturale e religioso: secondo un’accusa probabilmente pretestuosa, egli nel 1480 sarebbe stato, assieme a Donato di Samuele Soncino, l’autore di uno scritto di tenore anticristiano. A Firenze, negli anni 1493-1494, egli ebbe Yohanan Alemanno, maestro di ebraico di Pico della Mirandola, come “magister et preceptor” dei figli e nipoti, e proprio all’Alamanno il da Vigevano viene ricordato per avergli dato in prestito un astrolabio. [18] Sempre Elia nel 1492 commissionò a Firenze un libro di preghiere elegantemente miniato noto come Rothschild Machzor. [19] Dattilo, figlio di Elia è ricordato nel 1496 come possessore di una Bibbia. Anche Buonaventura di Dattilo da Vigevano, fratello di Elia, nel 1478 commissionò a Ferrara un un Machzor di rito italiano, attualmente conservato nella British Library [20] Risulta che nel 1490 lo stesso Bonaventura aveva con se a Montepulciano un libro “ad usum sinagogie cum omnibus suis fulcimentis” già appartenuto ai Galli di Parma. [21]

L’8 novembre 1490, a Pisa, a distanza di oltre 20 anni dall’accordo di “sotietas et compagnia” del 15 aprile 1469, tra Elia da Vigevano e Vitale di Isacco da Pisa, poco dopo la morte di quest’ultimo, suo figlio Isacco, anche a nome del Fratello Simone Da Pisa, cassò l’impegno preso dal padre prendendo atto che il Galli, ormai residente a Firenze, aveva rispettato le clausole dell’accordo.

All’inizio degli anni ‘90, nonostante i da San Miniato, non cessassero di rivendicare i loro diritti, Elia di Dattilo da Vigevano era ancora l’indiscusso patron del banco dei “Quattro pavoni”, uno dei quattro maggiori banchi ebraici della città.
Ma nel 1492 la morte di Lorenzo il Magnifico causò un clima di instabilità a Firenze; due anni più tardi la cacciata dei Medici che mise in difficoltà il sistema dei banchi ebraici fiorentini, colpì particolarmente Elia da Vigevano, che comunque aveva già provveduto ad orientare i suoi interessi anche verso Ferrara. :”Nel 1484 il figlio Dattilo aveva sposato una Finzi di Rovigo, mentre un altro figlio, Davide, prima dell’agosto del 1494 e grazie alla mediazione di Yochanan Alemanno, si era sposato con Giusta di Emanuele di Noè Norsa di Ferrara. [22]

Nei primi mesi del 1495 Elia di Dattilo da Vigevano risulta debitore insolvibile, assieme al figlio Dattilo (non emancipato, sebbene avesse certamente superato i trent’anni e fosse sposato) e ad almeno un altro figlio, Davide, sposato con Giusta di Emanuele di Noè Norsa di Ferrara; tra la fine dello stesso anno e gli inizi del 1496 la loro situazione era chiaramente fallimentare, come indica chiaramente il fatto che i suoi creditori ebrei si accontentavano di recuperare i dodici ventesimi delle somme di cui Elia era debitore e che Elia e Dattilo si impegnavano a restituire il banco dei Quattro Pavoni ai da San Miniato. Come conferma un lodo arbitrale del 18 gennaio 1496, i da Vigevano erano stati colpiti dalla “adversa fortuna” e visto che “ultra vires nemo tenetur”, i creditori ebrei fiorentini (molti dei quali imparentati con Elia di Dattilo), evitarono di accanirsi contro il patron dei “Quattro Pavoni” limitandosi a subire le perdite, derivate dalla prassi delle partecipazioni incrociate nei diversi “presti”. Elia, vittima della “mala et non prospera fortuna” e “valde suam conditionem deterioravit”, si trattenne a Firenze almeno fino all’estate del 1496. Nel 1498 suo figlio Dattilo, nel frattempo emancipatosi, tornò per brevi periodi a Firenze, per risolvere le pendenze che ancora sussistevano: La famiglia era ormai approdata a Ferrara, dove già nel 1499 Elia dei Galli da Vigevano, con il fratello del suo consuocero, Elia di Noè da Norsa, risulta contitolare del banco dei “Carri”.

Links Utili

Shlomo Simonsohn, From the Model-Letter Collection of Salomone da Poggibonsi, Qovetz Al-Yad VI (XVI) (1966), pp. 381-417 (H).>

Michele Luzzati La circolazione di uomini, donne e capitali ebraici nell’Italia del Quattrocento”.

Alessandra Veronese, L’insediamento ebraico a Pisa nel Medioevo [In corso di stampa in Pisa e il Mediterraneo (Catalogo della mostra) © dell’autrice - Distribuito in formato digitale da “Reti Medievali”]

Elisabetta Traniello, Tra appartenenza ed estraneità: gli ebrei e le città del Polesine di Rovigo nel Quattrocento.

M. Emilia Garruto (Università di Pisa), Ricerche sulla storia degli ebrei in Val d’Elsa nel tardo Medioevo

Maria, Emilia Garruto “Gli inizi del prestito ebraico in Toscana: il caso di San Gimignano (1309-1430). Conappendice documentaria”. tesi di laurea in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Pisa, 1999.

progetto di ricerca: Gli ebrei ad Arezzo e in Valdichiana fra XIV e XVI secolo: storia economica e sociale.

Note all’articolo:
  1. L’incipit della Costituzione Livornina, promulgata da Ferdinando I de’ Medici Granduca di Toscana, in data 30 luglio 1591, recita: …A tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri […] concediamo […] reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e, senza partire, tornare e negoziare nella città di Pisa e terra di Livorno…
  2. Elenco dei più noti cognomi ebrei derivati da toponimi italiani : D’Italia, Pugliese, Calabrese, Toscano, Siciliano (oggi estinto presso gli ebrei). Cognomi ebrei derivati da città Italiane: Alatri, Ancona, Anticoli, Ariccia, Ascoli, Asti, Bassano, Bologna, Borghi (Borgo Trentino), Cagli, Caivano, Camerino, Campagnano, Capua, Carpi, Castelbolognesi, Castelfranco, Castelnuovo, Castiglioni, Cave, Cavalieri (Piemonte), Cesana, Cividale, Cingoli, Civita, Colorni (o), Conigliani, Cori, Corinaldi, Fano, Ferrarese, Fiorentino, Foligno, Forlì, Frascati, Gattinara, Genazzano (i), Guastalla, Jesi, Livoli, Limentani, Macerata, Marcaria, Marino (i), Marradi, Massa, Massarani, Melli, Mestre, Milano, Minerbi, Mirandola, Modena, Modigliani, Momigliano, Mondolfo, Mondovì, Monselice, Montagnana, Montalcino (i), Montecorboli, Mortara, Muggia, Nepi, Nola, Norlenghi (o), Norsa (Norcia), Ortona, Orvieto, Osimo, Padova, Pavia, Pavoncello, Perugia, Pesaro, Pescarolo, Piazza (Sicilia), Piperno (Priverno), Pisa, Parenzo, Pitigliano (i), Poggibonsi, Pontecorboli, Pontecorvo, Pontremoli, Prato, Pirano (i), Ravenna, Rignano, Recanati, Reggio, Revere (sul Po), Rieti, Rimini, Romano, Rom, Rovighi (Rovigo), Russi, Saravalle (Veneto), Scandiani, Senigaglia, sereni, (o), servi (?), Sforno, Soave (Veneto), Sonnino, Sorani (o), Sulmona, Supino, Tagliacozzo, Teglio, Terni, Terracina, Tivoli, Trieste, Udine, Urbino, Veneziano, Vercelli, Veruli, Verona, Vigevano (ì), Viterbo, Voghera, Volterra, Zara.
  3. Elisabetta Traniello, Tra appartenenza ed estraneità: gli ebrei e le città del Polesine di Rovigo nel Quattrocento, RM Reti Medievali, Ebrei nella Terraferma veneta del Quattrocento. Atti del Convegno di studio (Verona, 14 novembre 2003). A cura di di Gian Maria Varanini e Reinhold C. Mueller.
  4. Cfr. ASRo, Notarile, Lorenzo Carraro, b. 304, reg. C, 27 agosto 1495.
  5. Sul tema dei legami fra banchi veneti e toscani, cfr. M. Luzzati, I legami fra i banchi ebraici toscani ed i banchi veneti e dell’Italia settentrionale. Spunti per una riconsiderazione del ruolo economico e politico degli ebrei nell’età del Rinascimento, in Gli ebrei e Venezia, secoli XIV-XVIII. Atti del Convegno internazionale organizzato dall’Istituto di storia della società e dello stato veneziano della Fondazione G. Cini, a cura di G. Cozzi, Milano 1987, pp. 571-594 - riedito in M. Luzzati, La casa dell’ebreo. Saggi sugli ebrei a Pisa e in Toscana nel Medioevo e nel Rinascimento, Pisa 1985 [Cultura e storia pisana, 7], pp. 235-263.
  6. ASFi, NA, n. 16470, già P 221 (1471-1476), ser Giuliano del Pattiere, c. 63r, Pisa, 5 febbraio 1466; il documento, estremamente essenziale, indica semplicemente Benvenuta come figlia di Perla, vedova di Dattilo di Abramo; la dote era di 200 fiorini.
  7. Sulla presenza di ebrei nell’area tra Marche e Emilia-Romagna fin dal 1200 nella cittadina di Senigallia si svolgeva la famosa Fiera della Maddalena, momento centrale per gli scambi commerciali; probabilmente ebrei di Ancona, la cui presenza già da oltre due secoli era consolidata in città, e quelli di Fano, che troviamo nella cronaca di un naufragio del 1214, vi parteciparono. Nel XIV secolo abbiamo testimonianze di banchieri ebrei nella cittadina marchigiana. Nella prima metà del ‘400, sotto la Signoria dei Malatesta, è attestato a Senigallia la presenza di un piccolo numero di ebrei alcuni dei quali risulta abbiano svolto attività feneratizie, per le quali veniva proibito di percepire un interesse maggiore del 10%. Dai documenti risulta che nel 1439 prestavano su pegno Sabbatuzio, Caio di Aleuzio, Abramo di Dattolo, Aleuzio di Leone e Daniello Cadauto di Ferrara.
  8. ASFi, NA, n. 16830, già P 352 (1473-1475), ser Piero da Vinci, c. 222r-224r.
  9. vel: avverbio e congiunzione lat. = o, ossia, oppure, o piuttosto
  10. ASFi, NA, n. 16841, già P 357 (1454-1505), ser Piero da Vinci, ins. 87, cc. 187r-188r; testamento di Elia di Salomone di Aliuccio (da Poggibonsi) del 27 maggio 1481. Per Brunetta di Daniele di Vitale da Pisa, nata fra il 1413 e il 1418, cfr. ASFi, NA, n. 8190, già F 598 (1439), ser Guglielmo Franchi, cc. 73r-74r, del 26 novembre 1438.
  11. Cfr. LUZZATI, La casa, cit., pp. 220-221 e 243-244; ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., pp. 44-46; GIAN MARIA VARANINI, Appunti per la storia del prestito e dell’insediamento ebraico a Verona nel Quattrocento. Problemi e linee di ricerca in Gli ebrei e Venezia, cit., p. 623; poi con il titolo Il comune di Verona, Venezia e gli ebrei nel Quattrocento. Problemi e linee di ricerca in ID., Comuni cittadini e stato regionale. Ricerche sulla Terraferma veneta nel Quattrocento, Libreria Editrice Universitaria, Verona 1992, p. 293.
  12. ASFi, NA, n. 16830, già P 352 (1473-1475), ser Piero da Vinci, c. 222r-224r.
  13. ASFi, NA, n. 16841, già P 357 (1454-1505), ser Piero da Vinci, ins. 87, cc. 187r-188r; testamento di Elia di Salomone di Aliuccio del 27 maggio 1481. Per Brunetta di Daniele di Vitale da Pisa, nata fra il 1413 e il 1418, cfr. ASFi, NA, n. 8190, già F 598 (1439), ser Guglielmo Franchi, cc. 73r-74r, del 26 novembre 1438.
  14. Cfr. LUZZATI, La casa, cit., pp. 220-221 e 243-244; ANTONIAZZI VILLA, Un processo, cit., pp. 44-46; GIAN MARIA VARANINI, Appunti per la storia del prestito e dell’insediamento ebraico a Verona nel Quattrocento. Problemi e linee di ricerca in Gli ebrei e Venezia, cit., p. 623; poi con il titolo Il comune di Verona, Venezia e gli ebrei nel Quattrocento. Problemi e linee di ricerca in ID., Comuni cittadini e stato regionale. Ricerche sulla Terraferma veneta nel Quattrocento, Libreria Editrice Universitaria, Verona 1992, p. 293. Si veda anche un atto di procura con il quale, da Firenze, il 13 aprile 1481, Emanuele di Buonaiuto da Camerino faceva procuratori i suoi due cognati Elia di Dattilo da Vigevano, abitante a Cremona, e Elia di Salomone da Poggibonsi, abitante a Firenze, per i problemi insorti con il vecchio gestore del banco di Villafranca, Leuccio di Consiglio da Pisa: ASFi, NA, n.15844, già P 11 (1480-1490), ser Zanobi di Pace, ins. I, c. 35r; cfr. anche il documento, citato più sotto alla nota 33, del 18 maggio 1486. E’ ipotizzabile, ma non se ne è finora trovata prova documentaria, l’esistenza di un legame di parentela fra i Galli da Vigevano (o da Mantova) e i Galli da Parma (o da Tortona).
  15. ASFi, NA, n.15844, già P 11 (1480-1490), ser Zanobi di Pace, ins. I, c. 35r; cfr. anche ibid., cc. 212r-215v, del 18 maggio 1486.
  16. ASFi, NA, n. 16833, giˆ P 353 (1481-1484), ser Piero da Vinci, cc. 352v-353r: procura, in data 29 gennaio 1484, nel cognato Elia di Salomone da Fano; il Galli è detto abitante a Firenze. Vedi documento del 1474 su Rosa, figlia di Salomone di Aliuccio da Fano vel da San Gimignano ed i suoi fratelli Daniele di Salomone di Aliuccio da Fano (col figlio Emanuele, trasferitosi a Pesaro verso la fine del secolo), Elia di Salomone di Aliuccio da Fano vel da Poggibonsi (con il figlio Salomone) e Gemma, moglie del grande banchiere fiorentino Emanuele di Buonaiuto da Camerino.
  17. SIMONSOHN, The Jews, cit ., IV, pp. 2848-2849.
  18. MICHELE LUZZATI, Documenti inediti su Yohanan Alemanno a Firenze (1481 e 1492-1494), in La cultura ebraica all’epoca di Lorenzo il Magnifico. Celebrazioni del V centenario della morte di Lorenzo il Magnifico. Convegno di studio, Firenze, 29 novembre 1992, a cura di Dora Liscia Bemporad e Ida Zatelli, Olschki, Firenze 1998, pp. 81-84.
  19. Cfr. EVELYN M. COHEN, The Rothschild Mahzor. Its Background and Its Art in The Rothschild Mahzor. Florence, 1492, The Library, The Jewish Theological Seminary of America, New York 1983, pp. 41 e ss.; LUISA MORTARA OTTOLENGHI, Scribes, Patrons and Artists of Italian Illuminated Manuscriptis Hebrew in ‘Jewish Art’, XIX-XX.
  20. Si tratta del cod. British Library Add. 692.
  21. ASFi, NA, n. 16835, giˆ P 354 (1489-1491), ser Piero da Vinci, cc. 213r-219v del 31 ottobre 1490.
  22. LUZZATI, Documenti inediti , cit. p. 82; La presenza dello stemma dei Norsa nel Rotschild Machzor aveva già indotto Evelyn M. Cohen a ipotizzare un’alleanza matrimoniale fra i Norsa e i Galli (The Rotschild Machzor , cit. pp. 46-49). Su Emanuele di Noè Norsa cfr. PAOLO NORSA, Una famiglia di banchieri. La famiglia Norsa (1350-1950). Parte prima in ‘Bollettino dell’ Archivio Storico del Banco di Napoli’, VI (1953), pp. 22-25, e Parte seconda, ibid., XIII (1959), pp. 59 ss.; cfr. anche IDEM, I Norsa (1350-1950). Contributo alla storia di una famiglia di banchieri, Milano 1951 (stampato in proprio), pp. 35-38. Secondo il Norsa, che non cita la sua fonte, Emanuele, nato nel 1457, sarebbe stato figlio di una Ricca appartenente alla famiglia da Pisa; si potrebbe trattare di una sorella, altrimenti finora non nota, di Vitale di Isacco da Pisa.

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