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Guido di Montfort e la presa di Poggiobonizio

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Lo stemma dei Montfort, conti di Leicester, nello stemmario tratto dalla Historia Anglorum di Matthew Paris (1250-1259).Nipote di quel Simone, IV signore di Montfort e conte d’Evreux, che nel 1208 venne nominato capitano generale delle truppe francesi per la Crociata contro gli albigesi, durante la quale conquistò e saccheggiò Béziers, Carcassonne e Minerve, ottenendo dal IV Concilio Lateranense i titoli di Conte di Tolosa e Duca di Narbona, Guido di Montfort (Guy de Montfort), nacque nel 1244 da Eleanora d’Inghilterra e Simone di Montfort, il sesto conte di Leicester che nel 1258 capeggiò quella rivolta di baroni che, con le provvigioni di Oxford, stabilirono la House of Commons (Casa dei comuni): un consiglio di 15 uomini, la maggioranza dei quali baroni, con potere di veto sul re. [1] Nel 1264, con la cattura di Enrico III [2] nella battaglia di Lewes, Simone di Montfort divenne il governatore virtuale dell’Inghilterra e ottenne la resa da Edoardo, figlio di Enrico. Nel 1265 Edoardo fuggì da Whitsuntide e, ottenuto l’appoggio dei baroni del Galles, il 4 agosto ad Evesham sconfisse e uccise Simone di Montfort. Nella storia inglese “The Murder of Evesham” viene ricordata come un episodio sinistro.
Anche Guido di Montfort, che era presente alla battaglia di Evesham, vide suo padre, capo dei baroni, e il suo fratello maggiore, morire sconfitti e il loro corpi vilipesi, trascinati nel fango; infine la testa mozzata di suo padre, Simon de Montfort, venne appesa alla Torre di Londra dove restò fino alla putrefazione.

Guido, che venne ferito, fu imprigionato nel Castello di Windsor fino alla primavera del 1266, quando, riuscito a corrompere i suoi guardiani, fuggì in Francia, dove si ricongiunse alla sua famiglia in esilio e da dove passò in Italia al servizio di Carlo d’Angiò.
Il 10 agosto 1270, a Viterbo, Guido di Montfort sposò Margherita, unica figlia di Ildebrandino di Guglielmo di Pitigliano, detto il Conte Rosso della famiglia Aldobrandeschi, la cui sede principale era Sovana. Costui era il potente feudatario delle maremme e le sue terre si estendevano a sud di Siena, tra il monte Amiata e il mare, fino al confine con il Lazio odierno, giungendo a nord fino a Colle Val d’Elsa. Margherita appare nelle cronache del tempo come una sorta di Messalina; nel contratto di nozze fra Guido di Montfort e Margherita Aldobrandeschi si citano anche le proprietà di quest’ultima che “dedit et concessit medietatem iurium, pro indiviso, que habet in castro Silve, et Monte Arenti, et in Colle de Val d’Else […]”. [3]

Nell’autunno del 1270, troviamo Guido di Montfort sostituire il re Carlo nel ruolo di vicario generale della Toscana; quest’ultimo ne era stato precedentemente insignito dal pontefice durante l’assedio portato nel 1267 a Poggiobonizio. Questo stesso anno, assieme al re Carlo, Guido di Montfort è impegnato nel nuovo assedio di Poggiobonizio, per la cui presa e per volontà del re, si guadagnò la nomina a podestà di Firenze. [4]
Il 14 settembre 1270 con una lettera da Amalfi, il Re Carlo fece notificare agli abitanti di Poggio Bonizio di arrendersi a lui entro 15 giorni, ordinando contrariamente la distruzione della città. I fiorentini, forti del fatto, posero di nuovo l’assedio e con l’aiuto dei francesi capitanati da guido di Montfort, vicario di Carlo d’Angiò, costrinsero la città alla capitolazione il 4 novembre 1270.

Così, nel Fioretto delle Istorie del nobile castello di Poggio Bonizio, [5] viene descritta la caduta della città:

Negli anni di Cristo 1270 del mese di giugno si partì l’esercito dei fiorentini da Firenze e cavalcò al castello di Poggio bonizio e pose il campo intorno e di fatto combatterono per tempo di un mese, dandosi crude ed aspre battaglie. I terrazzani di Poggio Bonizio si difendevano francamente ma erano male provvisti a vettovaglie.
Quelli del nemico sbigottiti vedendo di non poterli avere si fidarono e per tre dì fu levata ogni offesa dall’una e dall’altra parte.
E chiesero quelli del nemico, che volevano entrare nella terra due di loro.
I terrazzani dissero che erano molto contenti, che andassero a loro piacere; e furono eletti due dei più intendenti per andare nella terra, come per le storie si dichiara.
Quelli del nobile castello di Poggio Bonizio avanti che fosse la loro venuta per dimostrare come fossero ben forniti di vettovaglie ordinarono per le strade botti, tini grandi e stoviglie piene di terra ove sopra vi erano grano e altre biade, poi per tutta la terra mostrarono pane grande e piccolo, a soldi dieci lo staio del grano, a denari sei l’uno dei pani di una libbra, e tutta la farina era nella sacca perché si vedesse.
Entrati nella terra i due mandatari, dai terrazzani fu fatto loro grande onore e riverenza e dei principali capi del castello furono loro dati in compagnia, che andassero per la terra vedendola a loro piacere; e così andarono.
Parvegli un bello e notabile castello nonostante che avesse avuto tante contrarietà e in si poco tempo fosse stato edificato.
Quando ebbero veduto tornarono nel Palazzo della Residenza del Magistrato ove erano sei difensori, due capitani, il Gonfaloniere delle contrade i quali risiedevano e governavano tutto il corpo del castello e le sue pendici e circostanze, come nelle storie si racconta.
Dopo i parlamenti e ringraziamenti dell’onore ricevuto dai terrazzani, presero licenza dal Magistrato e usciti dal Palazzo che era sulla piazza Maestra si avviarono verso l’esercito e furono accompagnati alla porta.
Qui si partirono dai terrazzani promettendo, a loro potere che avrebbero pregati i ministri ed il governatore che si partissero e gli avrebbero raccontato per l’onore che avevano ricevuto e massimamente che sarebbe stato difficile di averlo d’assedio per quello che avevano veduto e così si dettero la fede e fecero silenzio.
Ciascuno andò ai luoghi suoi e rapportarono all’esercito i mandatari quanto avevano veduto e l’onore che era stato loro fatto e prestato fede alle parole e rapporto di mandatari.
Il governatore, ministri ed altri capi fecero suonare a raccolta deliberarono e presero per partito di levare l’esercito, come per le storie si dichiara.
Quando fu suonato a raccolta fecero mandare un bando che ciscuno avesse radunato i loro arnesi ed altre robe e mettersi in punto la cavalleria e che ciascuno andasse alla loro ventura e così si partirono facendo suonare tamburi ed altri strumenti.
Dopo la partita in quelli della terra era grande allegrezza per il castello e uomini e donne e grandi e piccini andavano a vedere dicendo “Lodato sia Iddio, siamo scampati da questa fortuna.”
Era stato preso poco avanti un giovane, figlio di una vedova vecchia e sentito che il nemico si partiva aveva gran dolore che se ne menavano il suo figliolo e molti altri.
Questa vedova chetamente e nascostamente andò dal nemico dinanzi al Governatore dicendo:
-Caro signore mio - ad alta voce più volte disse - una grazia io vi domando e certo se voi me la farete io vi mostrerò che voi avrete il castello.
Prestando poca fede alle parole della donna fece chiamare i ministri ed altri capi e rappresentanti dinanzi e udito il detto della donna alquanti se ne ridevano dicendo:
- Questa deve essere matta.
-Chiedi la grazia e ti sia fatta eccetto che non ci vogliamo arrendere ai nostri nemici.
-Anzi un’altra cosa- disse la vedova- io ve li voglio dare presi e voglio mi rendiate mio figlio che avete prigioniero poi farete quello che vi dirò e sarà vostro il castello.
Presto fu fatto il comandamento che tutti i prigionieri fossero presentati dinanzi e così fu fatto.
Disse la vedova:
-Non vi partite perché non hanno più da vivere che per due di.
Allora il Governatore ed i ministri fecero chiamare i mandatari e quando furono davanti alla presenza fu domandato come il castello era fornito di vettovaglie. Dissero abbondantemente, per quello che avevano veduto.
Bisognò dire per quanto da loro si era veduto per sospetto che non fossero stati corrotti per simonia di moneta ed avessero fatto il rapporto che fecero, che per altro erano stati indotti per amicizia.
Udito la vedova il rapporto de mandatari disse:
-Signore non è così, bene è il vero quanto vi è stato rapportato dove è quelle biade per le strade, ma ciò è fatto magistralmente per dare a intendere che così sia stato. Soggiornate ancora tre dì e verranno con la correggia la collo. Tenetemi qui, se questo non è, uccidete me e mio figlio. Tutto ciò ho fatto per suo amore e questo sia la prova di quello che ho detto.
Il Governatore ed i ministri fecero silenzio, licenziarono la madre ed il figliolo e fecero quanto aveva detto; mandarono bando e comandamento che ognuno si tornasse alla sua stanzìa e così fu fatto, come per le storie si dichiara.
come quelli del castello videro il nemico fermato furono molto addolorati credendo e dicendo che erano stati avvisati del nostro mancamento, pertanto era meglio pigliar partito e presto. [6]
Ognuno diceva il suo pensiero, uno a suo modo ed uno ad altro, come gente fuori del loro sentimento.
Quelli della Casa delle Brache e quelli della Casa dei Buoni Conti e quelli della Casa da Contrano, che erano dei più ricchi e migliori mercanti del castello si erano radunati e non avevano accordo su quello che dovessero fare; disse Leonello da Contrano queste parole “io dò per consiglio che ognuno si porti quanto può ed andiamoci via ed io voglio essere il primo” e così fu fatto da assai, e di notte si partirono e tutte le bestie sferrarono ritrose.
Quelli delle Brache presero la via di Pisa e quelli dei buoni conti e molti altri. Quelli di Contrano presero verso l’antica volterra e una gran parte verso Siena.
E se ne andarono così messer Provenzano Salvani [7] cittadino senese che era allora podestà del nobile castello di Poggio Bonizio, come le storie dichiarano.
Venendo il terzo giorno che il nemico si posò, di poi il Governatore chiamò i due mandatari e gli disse che andassero al castello per intendere quello che facessero perché grandemente se ne faceva il nemico meraviglia quale fosse la cagione del ritardare.
Andarono al castello senza dubbio, per l’amicizia che avevano con i terrazzani. Entrati nel castello non si sentiva nessuna persona né grande né piccola e le strade erano piene di grano e ancora di biade e delle casamenta erano abbandonate assai.
Vi erano restati alcuni i quali sfidavano la sorte stando al ritegno ed alla discrezione dei loro nemici e massimamente molti vecchi e gente non adatta a camminare.
Subito veduta la terra dicevano i mandatari “Costoro sono partiti” e andarono sopra le mura faceendo atto che il nemico venisse dentro e dicendo: “La terra è nostra”.
Subito sonron gli strumenti con gran voce gridando “alla terra, alla terra” e pareva che ogni cosa tremasse per il gran rumore che allora si faceva.
Entrati nella terra e trovatala così spogliata di ricchezze e di persone, il Governatore ne fu molto crucciato e mandò prestamente a dire agli Anziani a Firenze, che avevano avuto il castello di Poggio Bonizio, e quello che volevano che lui facesse.
Gli dettero piena licenza che facesse quello che a lui pareva, per la qual cosa, avuto lo sdegno, fece comandamento che fosse bruciato e disfatto e fece comandare a tutti i sottoposti e vassalli e massimamente pregarono gli amici dei comuni che venissero a disfare il castello. E vennero prima quelli di Castelvecchio ed arsero i casamenti, quelli di Colle tagliarono le mura e guastarono le fontane, che erano molto belle; e così vennero da tutte le terre e comuni del fiorentino per disfare il nobile castello di Poggio Bonizio eccetto quelli di Castelfiorentino che non vi vollero venire per l’amorevole fratellanza che avevano insieme e furono condannati e fatto loro decreto dal comune di Firenze. [8]
E così fu disfatto il nobile castello di Poggio Bonizio perché aveva rotto i patti con il re Carlo ed il comune di Firenze, ritenendo i ribelli ed i ghibellini di Firenze e che aveva fatto lega con le terre ghibelline di Toscana.
Era il più bello e forte castello d’Italia posto quasi nel bilico della Toscana e vava belle mura e torri e belle chiese ed una ricca badia e bellissime fontane fatte di conci per mano di maestro Balugano da Crema.
Era abitato da gente come una buona città, ma per la loro superbia volevano star da loro, come castello d’impero e abbatter i loro nemici.
E così fu abbattuto e disfatto dai fiorentini, come nelle storie si dichiara.
Quelli che rimasero, disfatto il nobile castello di Poggio Bonizio se ne tornarono giù nel piano nell’antico borgo di Marti, perché quello di Camaldo fu disfatto quando il nemico era stato al campo del detto castello e quando rimasero al governo del re Carlo perché allora signoreggiava. Era di gran potenza e dei fiorentini.
Quando si dette la novella che i fiorentini avevano avuto il nobile castello di Poggio Bonizio se ne fecero gran feste al campo nemico, eccetto che i ghibellini e i terrazzani del nobile castello di Poggio Bonizio che ne erano molto addolorati per la dolorosa e cattiva sorte novella dicendo “Mai più ne saremo padroni”, come nelle storie si dichiara.

Nel 1271 Guido e il fratello Simone di Montfort, detto il Giovane (m. a Siena nel 1271), venuti a sapere che loro cugino Enrico di Cornovaglia si trovava a Viterbo, si diressero verso la città della Tuscia desiderosi di vendicare l’offesa subita dalla loro famiglia durante la sconfitta di Evesham.
Giunti a Viterbo, il 13 marzo 1271, i due fratelli portarono a compimento la vendetta della loro stirpe massacrata sui campi di Evesham: mentre poco distante si svolgeva il Grande Conclave, durante la messa nella chiesa di San Silvestro, nei pressi dell’altare, Guido aggredì e uccise Enrico di Cornovaglia, figlio di Riccardo, re dei romani, e nipote di Enrico II d’Inghilterra; complici dell’assassinio furono suo fratello Simone e il conte Ildebrandino di Pitigliano, insieme a 300 soldati a cavallo, probabilmente stipendiati dalla lega Guelfa. All’omicidio assistettero impotenti il Re Filippo III di Francia e lo stesso Carlo d’Angiò, forse anch’esso complice del suo vassallo.
L’episodio è ricordato da Dante, [9] il quale menzionando l’ombra di Guido di Montfort, parla del cuore di Enrico di Cornovaglia.

«Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ’n su Tamici ancor si cola
»

Ovvero: colui che durante una funzione religiosa trafisse il cuore che ancora sul Tamigi si cola (inteso come “si venera”, dal latino “còlere” secondo i commentatori antichi, oppure cola nel senso che “gronda sangue). Giovanni Villani ricorda che il cuore di Enrico venne riportato in Inghilterra, dove fu posto sul Ponte di Londra entro un’urna dorata. [10]

Dopo il delitto Guido si rifugiò poi a Montignoso di Gambassi, castello fra la Val d’Era e la Val d’Evola, all’epoca nel comune di San Gimignano, dove fu ospitato da Stoldo Giacoppi dei Rossi, fiorentino irrequieto al quale il cavaliere anglo-francese, in segno di gratitudine, concesse di portare le sue insegne sullo scudo: il leone bianco in campo rosso.
A causa della caduta in disgrazia di Guido, Margherita Aldobrandeschi fece annullare il matrimonio, risposandosi ben quattro volte. Tuttavia i cinque matrimoni, in parte legittimi ed in parte morganatici (cioè quei matrimoni tra un nobile ed un plebeo in cui i figli non erano considerati discendenti legittimi), le dettero una sola figlia legalmente riconosciuta, Anastasia nata da Guido di Montfort, che il 25 ottobre del 1293 sposò Romano di Gentile Orsini portandogli in dote l’antico feudo. Successivamente al matrimonio aumentò l’importanza di Pitigliano, che divenne la nuova sede della contea trasferitavi da Sovana. Con la morte di Margherita nel 1312 la dinastia Aldobrandesca si estinse dopo ben 450 anni di dominio feudale. La prosperità degli Orsini, antica e nobile famiglia romana, ebbe inizio dal nepotismo di papa Niccoloò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini, che provvide ad arricchire i suoi congiunti tanto da farne la più potente famiglia romana di parte guelfa.

Note all’articolo:
  1. Nel 1215 i baroni avevano strappato a Giovanni Senza terra la Magna Charta libertatum, la quale sanciva che nessun sussidio o imposta poteva essere stabilito senza il consenso baronale e altre garanzie per i baroni.
  2. Enrico III d’Inghilterra, figlio di Giovanni Senzaterra, nato nel 1207, successe al padre sul trono inglese nel 1216. Costretto ad approvare gli statuti di Oxford, prima forma di Parlamento, li annullò nel 1264, scatenando la rivolta dei baroni guidati da Simone di Monfort. La ribellione fu poi stroncata dal figlio, il futuro Edoardo I. Enrico III morì nel 1272.
  3. CIACCI, II, p. 230; 18 febbraio 1270; CAV, pp. 267; 272.
  4. VILLANI, Cronica, VIII, 21; 22; 24; 31; 36; RINALDI E., Il nobile castello di Poggiobonizio, 1980, pp. 31; 40 n. 1.
  5. RINALDI E., Il nobile castello di Poggio Bonizio, Poggibonsi, 1980, pp. 35-41.
  6. Il fatto di non ritrovare più indicati i nomi dei notabili negli atti successivi alla distruzione fa supporre che effettivamente i nobili e quelli che avevano mezzi abbiano abbandonato nottetempo il castello e abbiano trovato rifugio in città e castelli più sicuri lasciando al suo destino il borgo ed i terrazzani poveri, privi di mezzi per fuggire.
  7. La presenza di Provenzano Salvani, ucciso per decapitazione nella battaglia di Colle dell’anno precedente, è certamente una falsità.
  8. Firenze versò con atto deliberativo del 5 dicembre 1270, fiorini 4000 d’oro a Guido di Montfort per la distruzione della città. Guido di Montfort con questa impresa bellica si guadagnò, per volere di re Carlo, la nomina a podestà di Firenze.
  9. Inferno, XII, 118-120.
  10. VILLANI, Cronica, VIII, 39 Adoardo suo fratello molto cruccioso e isdegnato contro a·re Carlo si partì di Viterbo, e vennesene con sua gente per Toscana, e soggiornò in Firenze, e fece cavalieri più cittadini, donando loro cavagli e tutti arredi di cavalieri nobilemente, e poi se n’andò inn-Inghilterra, e ‘l cuore del detto suo fratello in una coppa d’oro fece porre in su una colonna in capo del ponte di Londra sopra ‘l fiume di Tamisi, per memoria agl’Inghilesi del detto oltraggio ricevuto. Per la qual cosa Adoardo poi che fu re, mai non fu amico del re Carlo, né di sua gente..

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