Associazione O-zone

Articoli e risorse sul territorio della val d’elsa

I tratturi e le origini delle strade

Viabilità antica in ValdelsaPer quanto una distanza di oltre tre millenni ci separi dai nostri progenitori protostorici, gli antichi usi ed i costumi delle popolazioni che, dall’età del rame, hanno continuato a vivere e a lavorare con il proprio bagaglio di tradizioni, sotto il susseguirsi delle diverse classi dominanti, sono ancora presenti e vivi in tanti aspetti della cultura originaria. Occorre infatti prendere atto della profonda differenza che separa la cultura dell’élite dominante dalla cultura collettiva; mentre la prima testimonia della vita di pochi individui privilegiati che vissero secondo costumi limitati alle manifestazioni della cultura coeva, la seconda attesta la vita della popolazione produttiva, i cui sistemi e metodi di vita, dipendenti dalla stabilità della tradizione, non potevano permettersi il lusso di mutare con la moda.

Felsina (Bologna). Dedalo con utensili su una stele etrusca. Necropoli dei giardini Margherita. V sec. a.C.Spina. Bulla aurea con Icaro ed utensili. V sec. a.C.Spina. Squadra, bipenne, aratro e sega riprodotti sulla Bulla aurea con Icaro. V sec. a.C.Furono quindi i pastori ed i contadini a costruire e configurare il territorio della loro patria attraverso il duro lavoro quotidiano e le migrazioni stagionali da un punto all’altro della regione. Allo stesso modo il linguaggio legato alla cultura materiale attraverso la nomenclatura degli oggetti e dei termini realtivi alle attività produttive costituisce la parte del patrimonio linguistico più difficile ad essere sradicata: gli attrezzi del contadino, quelli utilizzati quotidianamente per il lavoro artigianale, le abitudini dei pastori, immuni alle influenze esterne, sono rimasti patrimonio esclusivo della classe produttrice.

Stadera e pesi per filo a piombo di epoca romanaCompassi di epoca romanaChianciano, Necropoli della Pedata. Fiaschetta in bronzo dalla Tomba dei Narchni. III sec. a.C.Nel quadro dell’economia agricolo-pastorale dell’Etruria preromana, la terra era produttiva solo in aree privilegiate, e in nessun luogo lo era a sufficienza da garantire per tutta la durata dell’anno il sostentamento degli uomini e degli animali.
La stessa vita delle popolazioni montane dell’Appennino tosco-emiliano, al di fuori dell’area della mezzadria poderale, fino a tempi recentissimi era basata su di un’economia agricolo-pastorale a carattere seminomade. Mentre l’area collinare fra l’Arno, la Val di Chiana e l’Amiata in antico era boscosa e scarsamente popolata, le valli montane e le pianure costiere che rappresentavano i due poli economici della regione erano densamente popolati nelle rispettive stagioni favorevoli. Alla fine dell’estate i pastori si spostavano verso la costa, dove trascorrevano l’inverno lasciando gli anziani, le donne e i bambini nei villaggi montani. Anche durante la preistoria esisteva in Toscana il villaggio invernale e quello estivo, separati spesso da grandi distanze ed abitati a stagioni alterne dalla stessa popolazione.
I pastori provenienti dalle più diverse ed isolate valli montane si incontravano in inverno nelle pianure costiere, assicurando identità culturale alle popolazioni della regione Tirrenica. L’urbanizzazione avvenne lentamente, iniziando probabilmente sulle colline ai margini della pianura costiera, come è il caso di Roma, non distante dai pascoli invernali, dove esisteva un guado, un incrocio di tratturi, una fonte o un luogo di sosta. Il sostentamento assicurato dall’agricoltura poteva avvantaggiarsi delle attività di scambio e commercio anche di prodotti artigianali tanto con i pastori che con i mercanti stranieri che approdavano sulle coste tirreniche.
Gli altri insediamenti stabili si svilupparono ai pidi delle montagne, sui bassi colli nelle vallate interne dove il sostentamento della popolazione era garantito tanto dal passaggio stagionale dei pastori, quanto dalle attività agricole che in epoca etrusca si svilupparono ulteriormente grazie all’invenzione di sistemi di drenaggio efficienti. Queste popolazioni proto-urbane si svilupparono inizialmente secondo la cultura villanoviana di tradizione centro-europea, in seguito, nel periodo etrusco, grazie ai contatti con il mondo mediterraneo, vennero adottati modelli orientali, ma la popolazione agricola, che gravitava attorno a questi primi centri, continuava a produrre usando la teconolgia sviluppata nelle valli montane; man mano che la città assorbiva sempre più contadini, che diventavano servi, artigiani, commercianti, i loro posti erano rimpiazzati da nuovi arrivati che, attratti da una vita sedentaria più evoluta, abbandonavano la vita nomade. Il sistema viario antico era e tuttora resta basato sulle vie di crinale, originatesi in maniera naturale e spontanea tra i pascoli appenninici e le coste tirreniche della maremma. I tracciati, pur seguendo rettifiche anche chiaramente individuabili attraverso i millenni, non vennero comunque mai abbandonate, ma ebbero la loro massima frequentazione nell’età pre-romana e medioevale. Nelle valli appenniniche gli insediamenti pristorici di pendio o di sommità, testimoniati dalla presenza di manufatti in selce, si attestano fino ad oltre i 1000 m. di altitudine; gli insediamenti con mura a secco e ceramica etrusca e romana sui 600-700 m. di quota, sono quasi tutti in prossimità di paesi tutt’ora presenti; qualche traccia insediativa è invece presente a valle, in relazione a tracciati di attraversamento. Durante il periodo romano, in maniera analoga a quanto è accaduto dal ‘700 in poi, vennero più densamente colonizzati terreni di pianura. Con la caduta dell’impero, all’abbandono di ville e colonie la popolazione rurale tornò a popolare le colline ed i monti, rimaste nel frattempo quasi deserte, ma tuttavia mai completamente abbandonate. Dall’alto medioevo, al posto dell’insediamento etrusco di sommità di collina o di pendio di montagna, sorgono i castelli ed i borghi. La transumanza, che non subì mai interruzioni, ma che si era probabilmente ridotta, riprese vigore nel medioevo, con il ritorno ai sistemi di vita precedentemente abbandonati; l’alto medioevo presenta quindi una topografia umana simile a quella dell’epoca pre-romana e il quadro non muta fino allo sviluppo urbano medioevale che vedrà l’introduzione della mezzadria nel XIV secolo. Le popolazioni montane rimasero comunque tagliate fuori da quest’ultima fase storica. Con lo sviluppo dei centri urbani nel medioevo le popolazioni rurali vengono nuovamente assorbite dall’economia cittadina e i campi abbandonati vengono subito occupati da nuovi individui provenienti dalla montagna con il loro bagaglio tecnologico. [1]

Nel comune di Poggibonsi i primi indizi di un tracciato viario possono essere visti nelle tracce di frequentazione dell’età del Rame (3300-2000 a.C.), nota come Eneolitico (dal latino aeneus: di bronzo, e dal greco lithikós: di pietra) o Calcolitico (dal greco chalkós: rame), presenti sul territorio. Una lunghissima frequentazione è attestata sul poggio di Luco; qui il rinvenimento di un’ascia eneolitica indica la presenza di un’insediamento che può essere messo in relazione con la presenza di un’ulteriore villaggio nell’area meridionale del territorio comunale, indicato dalla tomba a grotticella del Podere Cucule, la quale sembra indicare l’esistenza di una più vasta necropoli della facies culturale nota come “Cultura di Rinaldone”, dalla omonima località nei pressi del lago di Bolsena, in provincia di Viterbo; un’ulteriore presenza di deposizioni in località Le Lellere a Colle val d’Elsa individua un primo tragitto di collegamento tra queste località nelle quali Poggio Luco rappresenta l’indizio di una deviazione verso il Chianti. Nella cultura di Rinaldone si intravede una prima unità culturale comune alle popolazioni nella regione delimitata dai corsi dell’Arno e del Tevere.

Successivamente, in riferimento alla cultura Appenninica (1500-1000 a.C.), la presenza di strutture fortificate, quali i castellieri sul Poggio Leccio e sul poggio di Maltraverso, indica chiaramente il tragitto di una via di crinale che dalla località Vada dirige verso sud, attraverso i villaggi già frequentati in età eneolitica relativi alle sepolture del Podere Cucule, per proseguire in direzione dei castellieri posti sulla vetta del Monte Maggio, a Monte Acuto, Rigomorto e Siena Vecchia.
Nel limitrofo territorio del Chianti, lo sviluppo dell’asse viario, originato da esigenze legate alla pastorizia ed evidenziato nella presenza di tratturi, appare ricostruibile già dall’età del bronzo finale attraverso una rete di insediamenti legati a questo tipo di economia; è in questo periodo che, i villaggi di Mencia (un’abitato composto da almeno cinque capanne) e Cetamura (un villaggio insediato nei pressi di uno dei principali passi dei monti del Chianti), entrambi nel comune di Castelnuovo della Berardenga, indicano la presenza di un’asse viario che, attraverso la Toscana centro-meridionale, conduceva alle località poste sulla sponda adriatica: ed é attorno alla presenza di questa arteria stradale che in seguito si svilupperà la scelta delle aree insediative.
In base a questa tendenza, la frequentazione di VIII e VII secolo a.C. è ricostruibile attraverso le tracce ceramiche relative.
Il Chianti senese, oltre a mostrare una continuità della presenza nelle due località sopra citate, mostra evidenze di popolamento in località Poggio alla Croce (nel comune di Radda, sulla strada per Castellina in Chianti). Qui i resti di una capanna indicano un sito di lunga frequentazione che raggiunge la fine dell’epoca ellenistica. La presenza di piccoli villaggi con strutture abitative in materiale deperibile, si relaziona quindi a zone caratterizzate da peculiarità paesaggistiche in relazione soprattutto agli assi viari principali fin qui individuati. [2]
La cronologia dei materiali e l’ambito geografico di rinvenimento forniscono quindi ulteriori indizi all’ipotesi di un’ulteriore tracciato stradale che, provenendo da Volterra, raggiungeva la zona compresa tra l’alto corso dell’Elsa, il monte Vasone e le sommità della Montagnola senese, ad est-sud est dell’attuale Casole d’Elsa, per raccordarsi al precedente tracciato chiantigiano tramite il villaggio di Campassini, nei pressi di Monteriggioni e Poggio La Croce. Un percorso settentrionale a tale tracciato, lungo una via di crinale sovrastante il corso dei torrenti Riguardi e Foci, doveva congiungere direttamente Volterra agli insediamenti della zona di Barberino-Poggibonsi (Monte Petri-San Martino-Luco), tramite un guado sull’Elsa individuabile grazie alla tomba villanoviana a pozzetto in località Vada; qui la presenza di un’ascia tra i materiali del corredo evidenzia una chiara funzione di comando, legata al controllo del passaggio fluviale che permetteva di ricongiungersi agli insediamenti della zona del Casone, lungo il percorso di crinale Poggio Leccio-Maltraverso, già utilizzato dalla tarda età del Bronzo. Un’ascia in bronzo, proveniente dalla località San Donato-La Rotta, nel comune di San Gimignano, indica che un altro tracciato doveva staccarsi dal percorso principale per dirigersi a nord del torrente Riguardi.
In epoca orientalizzante-arcaica assume maggiore evidenza l’importante ruolo di snodo strategico svolto dalla Valdelsa in relazione ai traffici tra l’Etruria padana e le città dell’Etruria centrale e marittima; proprio l’area attorno all’attuale Poggibonsi, alla confluenza nell’Elsa dei torrenti Staggia, Carfini, Drove e Foci, costituiva il grande crocevia naturale sul quale era impostato tutto il sistema viario dell’area. Qui transitava il principale tracciato che, dai porti adriatici di Adria e di Spina, tramite Felsina-Bologna e Marzabotto lasciava l’Etruria padana e giungeva in Etruria nella città recentemente scoperta in località Il Chiuso, nell’area Fiesolana nei pressi di Prato, quindi tramite Quinto-Fiesole o Artimino-Comeana, entrava in val di Pesa, come testimonia il grande tumulo orientalizzante detto Tomba dell’Arciere a S. Angelo a Bibbione presso S. Casciano e scendeva in Valdelsa attraversando gli insediamenti di S.Appiano-San Martino-Cinciano per raggiungere Volterra e proseguire verso il distretto di Populonia. Al fatto di trovarsi direttamente su questo importante tracciato si deve la ricchezza e l’ininterrotto sviluppo del centro relativo alla necropoli di San Martino. Tenendo conto dell’alluvionabilità del fondovalle, è probabile che l’attraversamento della vallata vedesse l’utilizzo di diversi percorsi stagionali, come ancora avveniva in età medioevale.
Intensi dovevano essere all’epoca i collegamenti con l’Etruria meridionale marittima: lungo la strada costiera che, partendo da Caere, toccava Tarquinia, Vulci e la zona di Vetulonia e Roselle, attorno al bacino dell’antico lago Prile, tramite la valle dell’Ombrone e la zona di Murlo, giungevano ceramiche, bronzi, materiali e modelli stlistici diffusi in queste aree meridionali; questo percorso doveva raggiungere la Valdelsa nei pressi di Monteriggioni, dopo aver attraversato gli insediamenti di S. Colomba e de La Chiocciola in Pian del Lago.
Alle ambre, che dall’Europa settentrionale raggiungono la Valdelsa già in epoca villanoviana, in età orientalizzante si aggiungono materiali di più remota provenienza orientale come alabastra egiziani, ambra, e in epoca arcaica l’incenso. [3]
In Valdelsa, tra il periodo orientalizzante e l’epoca arcaica due aree ben precise iniziano a distinguersi per lo loro vivacità culturale: la prima corrisponde alla zona più densamente popolata, tra Staggia e Monteriggioni, che si evidenzia nelle aree sepolcrali di Pian del Casone; la seconda si dispone tra Poggibonsi e Barberino Val d’Elsa, attorno alla zona collinare di Cinciano, dal Poggio di Macericca a Sant’Appiano-Boscona, con le due aree sepolcrali di Sant’Appiano e di San Martino ai Colli. Quest’ultima necropoli si distingue in epoca classica per le notevoli quantità di ceramica attica a figure rosse, mentre ancora in epoca ellenistica, tanto la necropoli di San Martino, quanto quella del Casone, emergono sul territorio circostante grazie alla presenza delle loro ricche tombe gentilizie degli Aχu e dei Calisna Sepu.

Ed è proprio nel periodo ellenistico che all’aumentata prosperità corrisponde il notevole incremento demografico evidenziato dalla quantità dei rinvenimenti, seguendo le tracce dei quali e tenendo conto della antica rete viaria dei tratturi, impostata sulle dorsali dei crinali collinari, è ora possibile osservare la completa maturazione del sistema viario di epoca antica, finalmente giunto al suo compimento e individuare più dettagliatamente il percorso valdelsano della tratta Fiesole-Volterra-Populonia, lungo alcuni tragitti paralleli di attraversamento dei due versanti valligiani.
Due percorsi provenienti rispettivamente da Arezzo-Castellina e da Fiesole-Val di Pesa, dovevano scendere, paralleli, da Macericca e da San Martino, attestandosi come itinerari di sommità collinare sui rilievi lungo il corso del Drove di Cinciano, per congiungersi sul crinale di Caterozzoli, ai piedi de Il Chiano (etr. klanis), ad un tracciato parallelo proveniente da Sant’Appiano-Boscone. Da qui dovevano proseguire fino alla confluenza del Drove nel torrente Staggia. Dal fondovalle era possibile dirigersi a Volterra tramite il già citato guado sull’Elsa in località Vada (lat. vadum, guado), da cui era possibile proseguire in varie direzioni.
Un tracciato doveva attestarsi sul crinale che separa il piano dei Foci da quello dell’Elsa; tracce di abitazioni arcaiche ed ellenistiche sono infatti presenti nella zona di Fabbiano-Montecchio, nei pressi di Borgatello; poco oltre i materiali da una tomba arcaica a Campiglia dei Foci sembrano testimoniare un’analoga funzione di controllo sullo stretto passaggio forzato (lat. fauces) da parte del gruppo gentilizio dei Perkena. Da Campiglia il tragitto proseguiva verso Volterra passando per Buliciano-Dometaia, mentre un’altro percorso si staccava sul versante nord del torrente Foci in direzione di Mugnano e Ciuciano; da qui era possibile, attraverso Castelvecchio, raggiungere Volterra, oppure proseguire verso Racciano e l’insediamento sul Poggio di Montestaffoli a San Gimignano, da dove si poteva ancora raggiungere Volterra aggirando il Poggio del Comune attraverso Fugnano e gli insediamenti relativi alle necropoli di La Ripa, Cellole, Poggio alla Città e Poggio a Issi. Da queste ultime località un percorso sommitale proseguiva in direzione di Poggio all’Aglione, tra Gambassie e Montaione, per continuare verso l’Arno in direzione di San Miniato e della grande strada arcaica rinvenuta presso Capannoli, che dal porto di Pisa collegava Artimino-Comeana e Prato con Felsina-Bologna e la città portuale di Spina.
Un’ulteriore percorso di fondovalle dalla zona di Poggibonsi attraverso Certaldo e Poggio Carlotta-Castelfiorentino permetteva il collegamento con la medesima grande strada.
Ancora da Vada un tracciato doveva raggiungere il Poggio di Marturi (etr. mari ϑuri), per discendere verso la Staggia, attraversarla nei pressi della Magione e raggiungere l’insediamento relativo alla necropoli di Luco, località che nel toponimo testimonia anche la presenza di un qualche tipo di culto rurale (etr. lucu; lat. lucus, bosco sacro), e dalla quale era possibile proseguire lungo i crinali paralleli sui quali erano impostate le abitazioni di Verniano e Villore, verso gli insediamenti di Castellina in Chianti, Poggio alla Croce e Fonterutoli, in direzione dell’alto Valdarno, di Arezzo, Cortona, Chiusi e la Val di Chiana.
Sempre da Vada o Marturi un percorso doveva seguire il crinale che separa il corso dello Staggia da quello dell’Elsa: una necropoli in Pian dei Campi e i Castellieri di Poggio Leccio e Maltraverso indicano la lunga frequentazione di questo tracciato verso gli insediamenti relativi alla necropoli del Casone. Da qui era ancora possibile dirigersi verso Lilliano e l’abitato di Castellina, oppure proseguire tanto verso Chiusi e Volsinii, quanto verso i ricchi territori dell’Etruria meridionale e marittima. Questo infatti doveva essere il punto in cui i tracciati provenienti dall’Etruria marittima, attraverso la valle dell’Ombrone e la val di Merse, una volta costeggiati gli insediamenti di Orgia e de La Piana, presso Rosia-Sovicille, proseguendo in direzione di Santa Colomba e La Chiocciola, attorno al bacino lacustre di del Pian del Lago, si immettevano in Valdelsa bordando la laguna di canneto tra Monteriggioni e Staggia: da qui un tracciato si dirigeva verso Lecchi per poi discendere verso il torrente Carfini da dove si ramificava in direzione di Castellina in Chianti, verso S.Quirico-Monternano, Talciona e Luco; da quest’ultima località un primo tracciato doveva risalire verso Papaiano-L’Agresto, per dirigersi verso Gavignano e proseguire in direzione di San Martino-Ellerone-Cinciano-Macericca; un secondo tracciato si inoltrava nella tenuta di Strozzavolpe per salire in direzione di Castellina.
Ad un percorso lungo un itinerario più a sud, che da Pian del Casone, tramite Casole, raggiungeva Volterra, si deve lo sviluppo di centri come quelli posti nelle località di Scarna, Fabbrica, Santinovo e Mensanello.

Per l’area immediatamente intorno a Poggibonsi, la casualità dei rinvenimenti permette quindi, pur nei limiti assegnati dalle vicende fortuite del recupero degli stessi e dalla frammentarietà dei dati pervenuti, la ricostruzione di un quadro insediativo rurale, caratterizzato da stanziamenti su fertili terreni collinari, con villaggi a maglia larga imperniati sull’importante incrocio viario cui confluivano i traffici di collegamento tra l’Etruria meridionale marittima, Populonia, Volterra e le colonie dell’Etruria padana.

Sovana. Via cava di San Sebastiano.Caere. Via degli inferi.Ora, ci sembra possibile, in base ai tracciati sopra elencati, riconoscere alcuni tratti di strada che, collegando significativamente alcune abitazioni ellenistiche recentemente individuate nelle ricognizioni della CAV, [4] o comunque attestandosi lungo i percorsi individuati, si mostrano in tutto simili, seppure in scala ridotta, alle ben più note tagliate etrusche dell’Etruria meridionale. Nel nostro caso la fragilità del pancone sedimentario non permette la conservazione di quelle eventuali iscrizioni che, preservate dalla natura della pietra tufacea dell’Etruria meridionale, hanno consentito di datare le vie cave all’epoca etrusca.
Le “vie cave”, o “tagliate etrusche”, sono dei tratti stradali largamente presenti nella regione vulcanica dell’Etruria meridionale; qui in epoca etrusca, a causa dell’orografia del terreno, la particolare consistenza della roccia vulcanica ha permesso di superare i dislivelli tra gli altopiani e le zone di fondovalle tramite la tecnica dello scavo di percorsi stradali profondamente incavati nel tufo. Anche ampie zone dell’Etruria settentrionale, pur non essendo di natura vulcanica, presentano spesso emergenze di altipiani tufacei facilmente scavabili, dovuti però a sedimenti geologici di natura marina, che stagliandosi verticalmente sul piano della campagna sottostante, presentano spesso un’apparenza simile ai terreni della regione vulcanica dell’Etruria meridionale; ovviamente i tratti di strada intagliati nel tufo locale si presentano meno impressionanti e spesso largamente erosi dall’azione degli agenti atmosferici, che aggrediscono facilmente la fragile struttura dei rilievi sedimentari.

Strozzavolpe. Strada 'tagliata' alle pendici orientali della collina.Tracciato di strada 'tagliata' sulla via di crinale tra il corso dei Fosci e quello dell'Elsa.Tracciato di strada 'tagliata' sulla via di crinale tra il corso dei Fosci e quello dell'Elsa.In particolare in Valdelsa, il distretto di Poggibonsi appare abbondantemente caratterizzato da questa tipologia di paesaggio che contraddistingue anche larghe porzioni del territorio circostante nei comuni di Colle val d’Elsa, Barberino e San Gimignano. Più in dettaglio, ci sembra di riconoscere tratti di strade “tagliate”, che potremmo chiamare “vie cave minori’, lungo i tracciati di crinale sul versante di nord-est, in direzione del Chianti; nella zona a sud-ovest, lungo il crinale che separa il corso dell’Elsa da quello dei Foci; a sud del capoluogo, lungo il tratturo che, da San Lucchese-Camaldo unisce la collina di Poggio Imperiale a Poggio Leccio, Poggio Asturpio e Maltraverso, in direzione dell’altopiano di Pian del Casone.
Poggio Asturpio (Poggio tondo).  Tratto di strada che sale alla collina.Tratto 'tagliato' in salita nei pressi di Moraia.Papaiano. Tratto di curva 'tagliata' in discesa in direzione di Luco-Strozzavolpe. La parete esterna sul fondo, gravemente erosa.Ancora un breve tratto, ampiamente eroso, interessa il versante occidentale del poggio di San Martino ai Colli, discendendo verso la sottostante valle di Valcanoro e bordando, fino a pochi anni fa, i resti di una tomba etrusca crollata; anche la zona di Linari-Sant’Appiano è caratterizzata dalla stessa natura geologica: nei pressi di Sant’Appiano, il boschetto già interessato dai rinvenimenti sporadici del De Marinis, presenta tratti di strada ugualmente incavata attorno alla quale sembra impostata una necropoli.
Nel Versante chiantigiano, alcuni tratti di strada tagliata sono presenti lungo numerosi percorsi che si imperniano tra le località di Luco-Strozzavolpe e Talciona, sia in direzione di Verniano, Villore di Sopra, che di Papaiano-L’Agresto; a Strozzavolpe lo stesso tragitto che si inoltra nel bosco della tenuta mostra ampie parti intagliate, sia pure di minima profondità; ancora sul fianco orientale del rilievo collinare un tratto di strada incavata, parallelo e collegato con la precedente, appare impostato lungo l’asse Luco-Verniano.
A un collegamento tra le abitazioni ellenistiche di Strozzavolpe-Poggio Luco e la collina di Papaiano-L’Agresto, deve riferirsi il tratto a tornanti che presenta una curva, fortemente erosa, profondamente tagliata nel tufo; su questo tragitto, una roccia compatta sul fondo stradale mostra tracce di un solco, forse attribuibile al passaggio di carri.
Oltre Talciona, nei pressi di Moraia, un tratto intagliato si dirige verso le abitazioni tardo-ellenistiche di Villore di Sopra.
Altri tratti di tagliata si incontrano sulla via di crinale che, una volta risaliti dalla località Vada verso Casa al Vento, conduce in Pian dei Foci attraverso il Podere Valle, Pino, Terenzano e San Michele a Padule; nei pressi del podere Valle due deviazioni intagliate nella parete tufacea dirigono verso il sottostante corso dell’Elsa; la zona non è stata oggetto delle recenti ricognizioni della CAV, ma si inserisce significativamente lungo il tragitto individuato tra la località Vada, nota per una tomba a pozzetto villanoviana, e Campiglia dei Foci, nota per la tomba arcaica dei Perkena, in un’area del tragitto per Volterra disseminata dagli insediamenti arcaici di Fabbiano, le abitazioni ellenistiche di Montecchio, Case La Speranza e Taverna in comune di Colle e le tombe di Mugnano e Poggio all’Alloro nel comune di San Gimignano. Inoltre, tramite Terenzano e Padule era possibile raggiungere Cortennano e gli altri insediamenti ellenistici più propriamente collegabili all’attuale San Gimignano.
Sul percorso San Lucchese-Maltraverso, oltre la località Volponi una via di crinale appare lievemente incavata per alcuni tratti nel tufo; nella tratta tra il castelliere di Poggio Leccio e Poggio Tondo (Poggio Asturpio), la strada si divide più volte, scendendo sia in direzione di Pian dei Campi sia verso la località Campostaggia; una volta oltrepassata la collina di Poggio Tondo, il percorso, interrotto dal passaggio della superstrada SI-FI, prosegue verso l’altro castelliere impostato sulla sommità del poggio di Maltraverso, costeggiando il rilievo sulla parte meridionale, interessata dalla presenza di tombe etrusche; lo stretto lembo sommitale della collina appare solcato dalla via di crinale dalla quale si dipartono diversi tracciati in direzione delle pendici collinari. Il percorso principale doveva proseguire verso le abitazioni ellenistiche di Fontana e S.Antonio al Lago, all’estremità meridionale del comune di Poggibonsi, e verso la necropoli del Casone.


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