La religione degli etruschi: origine e sviluppo
La comprensione della religiosità degli etruschi, connettendosi imprescindibilmente al mito delle origini e al problema della formazione dell’ethos etrusco, implica necessariamente un’accenno alle remote tradizioni ed ai culti che gli antichi storici assegnano ai Lidi e ai Tirreni-Pelasgi, dalle migrazioni dei quali, secondo la maggioranza degli autori antichi, si sarebbe formato il popolo etrusco. [1] Le testimonianze sulla reliogisità degli etruschi, nonché quelle sui vari aspetti della loro cultura, acquistano senso solo tenendo conto degli influssi provenienti dalle zone d’origine e dai vari paesi interessati dalle migrazioni affrontate da questi popoli, che prima di confluire sul suolo italico a formare l’etnia degli etruschi ebbero contatti in tutta l’area del mediterraneo centro-orientale, dalla Grecia continentale e insulare alla Lidia e alla Troade, sulle coste dell’Asia minore, fino a Creta, all’Egitto, alle sponde tirreno-adriatiche della penisola italica e alle grandi isole della Sicilia e della Sardegna, nel cuore del mediterraneo.
Come ha recentemente notato Alessandro Davico, [2] la storiografia moderna, che tende a dimenticare i nomi della tradizione classica, ha fatto si che gli antichi Achei, i Danai, i Pelasgi ed i Keftiu, vennissero convenzionalmente chiamati Micenei e Minoico-Cretesi; in maniera identica gli Aborigeni e i Pelasgo-Tirreni della tradizione classica del nostro paese sono stati identificati rispettivamente nelle culture Appenninica e (Proto) Villanoviana.
Le fonti antiche parlano di popoli che cambiano nome in conseguenza ad una migrazione o all’affermazione di un nuovo capo che, divenendo eroe ecista ed eponimo, fa si che la stessa etnia muti di denominazione restando però identica a se stessa. Inoltre il nome di un popolo può variare rispetto alla popolazione che lo identifica: in base a questo fenomeno sono nati i vari identificativi di Pelasgi, Dardani, Tirreni, Tusci ed Etruschi, che indicano il popolo Ras(en)na.
Anche quelle popolazioni che, più tardi, in epoca storica, hanno portato alla formazione del popolo che si riconosceva sotto la denominazione di Elleni (i greci), chiamavano se stesse con nomi specifici della loro particolare etnia, differenziandosi li uni dagli altri per lingua e tradizioni, pur utilizzando la medesima scrittura.
I Pelasgi e i Dardani rappresentano quindi la testimonianza di questa fase più antica dei vari ceppi etnici greci ed etruschi e la loro comune ascendenza. Proprio le tradizioni sulle origini, in periodo minoico-miceneo, delle etnie greche da quelle popolazioni che si erano diffuse in tutto il bacino mediterraneo tra XVI e XII secolo a.C., definite universalmente dalle fonti antiche come Pelasgiche, e l’associazione dello stesso popolo etrusco delle origini proprio con la medesima etnia pelasga, con la quale gli stessi Tirreni sono identificati e sovrapposti, porta ad individuare l’origine comune dei due popoli greco ed etrusco.
Una spinta in questo senso viene fornita dalla vicinanza culturale, se non addirittura etnica, sottolineata dagli autori antichi nei confronti delle relazioni stabilite tra Tirreni e Pelasgi, la quale è evidente anche nelle tradizioni sulla compresenza dei due popoli in molte regioni specifiche del mediterraneo (dove le due etnie appaiono addirittura compresenti) e sulla “arcaica grecità” dei pelasgi che accomuna anche gli stessi ateniesi, ritenuti di origine pelasga.
Come indicato dal Davico, allacciandoci ad un’ambito per sua natura conservativo, basti ricordare che gli etruschi, al pari dei cretesi, vengono qualificati come come il popolo in assoluto più religioso; non a caso i miti etruschi palesano una comunanza con i miti greci e lo stesso Omero cita anche a Creta la presenza dei Pelasgi. Dionigi di Alicarnasso definisce gli etruschi come un popolo archaion te panu, concetto finora interpretato come “assai antico”, ma da leggere più correttamente come “del tutto arcaico nelle sue manifestazioni”. Il concetto esprime esattamente il fatto che l’autore riconosceva tra gli etruschi la sopravvivenza di tradizioni arcaiche, soprattutto greche, che ormai già in epoca classica venivano preservate esclusivamente dagli etruschi. In effetti la cultura greca di epoca classica ed ellenistica aveva già perso molte di quelle originarie connotazioni che, sopravvissute sul suolo ellenico ancora in epoca arcaica, furono invece preservate gelosamente nell’aristocratica e conservatrice Etruria fino al periodo del suo declino.
Per questo la civiltà greca, nella sua totalità e nel complesso delle sue tradizioni derivate dalle varie etnie radicate su un territorio che spazia dall’Italia all’Asia minore, si adatta perfettamente all’indagine delle manifestazioni culturali degli Etruschi-Tirreni, ugualmente attestati, in epoca protostorica, con la denominazione di Pelasgi e Dardani, nel tratto del bacino mediterraneo che spazia dall’Asia Minore a Lemno e dalla Grecia all’Italia.
Lo stesso Erodoto tramanda che la patria originale degli Etruschi era quella Meonia che venne chiamata Lidia dal nome del fratello di Tirreno, rimasto come re nell’antica patria anatolica del XIV secolo a.C., all’epoca dell’egemonia ittita.
Le stesse tradizioni pelasgiche estendono alle coste dell’Anatolia l’ambito degli stanziamenti protoellenici: per Plutarco, [3] che riporta un’antica tradizione, i Tirreni giunti in Italia dalla Lidia, sarebbero stati di origine Tessalica, e più precisamente delle città pelasgiche di Argo e di Larissa. Anche i Meoni dell’epoca degli Eraclidi dovevano aver subito l’intensa influenza delle colonie achee dell’Asia Minore della metà del II millennio a.C.
Sui Pelasgi Tucidide scrive: [4] “A parer mio, dimostra la debolezza degli antichi stati anche la considerazione seguente, certissima: prima dei fatti di Troia, è evidente che la Grecia non ha saputo mai riunire le proprie forze e dirigerle a un’impresa comune. Mi pare anzi che neppure tutta possedesse ancora il nome attuale e che nell’epoca precedente ad Elleno, figlio di Deucalione, tale appellativo non esistesse nemmeno. Furono invece singole genti, sembra, e soprattutto i Pelasgi a fornire di volta in volta il proprio nome a tratti sempre più ampi del paese. Quando crebbe nella regione di Ftia la potenza d’Elleno e dei suoi, accadeva di frequente che gli altri stati li chiamassero, bisognosi d’aiuto. Fu allora che in ognuno di questi paesi, per effetto di tali relazioni, a mio vedere, si diffuse progressivamente il nome di Elleni; ma non poté affermarsi né a lungo né sul complesso delle stirpi greche. Lo testimonia manifestamente Omero: infatti, vissuto molto più tardi della guerra di Troia, non accomunò mai, in nessun punto della sua opera, tutti gli Elleni sotto questo nome, né lo conferì ad altri, eccettuati quelli che provennero dalla Ftiotide al seguito di Achille e che invero erano gli Elleni originari. Nei suoi versi nomina i Danai gli Argivi e gli Achei. In effetti non ha mai neppure espresso il nome di barbari in quanto, a mio avviso, neanche i Greci erano ancora contraddistinti, in antitesi, con un unico appellativo.”
Nel V secolo a.C. Erodoto, nelle sue Storie, scrisse che [5] “Al tempo di Atys, figlio del re Mane, ci fu in tutta la Lidia una tremenda carestia e i Lidi per qualche tempo continuavano a vivere sopportandola, ma poi, poiché non cessava cercarono rimedi e chi ne inventava uno, chi un altro. Allora furono inventati i giochi dei dadi e degli astragali e della palla e ogni altra specie di giochi, tranne quello degli scacchi; l’invenzione di questo infatti i Lidi non se la attribuiscono. E, inventatili, agivano contro la fame nel modo seguente: un giorno giocavano per tutta la giornata, in modo da non cercar cibo, e l’altro mangiavano cessando i giochi. In tal modo trascorsero 18 anni. Ma poiché la carestia non diminuiva, anzi infuriava ancor di più, il re, divisi in due gruppi tutti i Lidi, ne sorteggiò uno per rimanere, l’altro per emigrare dal paese e quello dei gruppi cui toccava di restare lì si mise a capo lui stesso come re, all’altro che se ne andava pose a capo suo figlio, che aveva nome Tirreno. Quelli di loro che ebbero in sorte di partire dal paese scesero a Smirne e costruirono navi e, posti su di esse tutti gli oggetti che erano loro utili, si misero in mare alla ricerca di mezzi di sostentamento e di terra, finché, oltrepassati molti popoli, giunsero al paese degli Umbri, ove costruirono città e abitano tuttora. Ma in luogo di Lidi mutarono il nome, prendendolo da quello del figlio del re che li guidava, e si chiamarono Tirreni.”
Ancora in epoca romana, gli abitanti di Sardis, capitale della Lidia, si propongono come strettamente imparentati con gli etruschi. La storiografia antica ne riporta involontariamente una testimonianza in Tacito, in cui si menziona un loro decreto, trattando delle dispute sorte tra alcune città dell’Asia minore nel 26 d.C., per l’erezione di un tempio alla divinità dell’imperatore Tiberio [6] : “Ma Cesare, per dirottare tali dicerie, frequentò con assiduità le sedute del senato e ascoltò, per parecchi giorni, le delegazioni d’Asia, in contesa fra loro per stabilire dove edificare il tempio alla sua persona. Gareggiavano undici città, con pari ambizione ma possibilità diverse. Ricordavano, con argomenti abbastanza simili, l’antichità della stirpe e la devozione verso il popolo romano nelle guerre di Perseo, di Aristonico e di altri re. Ma le comunità di Ipepa, di Tralles, di Laodicea e di Magnesia furono tutte accantonate come troppo modeste; e anche i cittadini di Ilio, benché vantassero Troia come madre di Roma, potevano contare solo sul prestigio della loro antichità. Qualche perplessità suscitò la delegazione di Alicarnasso, quando dissero che per milleduecento anni nessun terremoto aveva fatto vacillare i loro edifici e garantirono di scavare le fondamenta del tempio nella viva roccia. Per gli abitanti di Pergamo si ritenne che loro bastasse (perché proprio di questo si facevano forti) il tempio di Augusto, là appunto eretto. Efeso e Mileto parvero già sufficientemente impegnate, la prima nel culto di Diana e la seconda in quello di Apollo. La scelta si restringeva a Sardi e Smirne. I primi lessero un decreto etrusco, come attestato di consanguineità: infatti Tirreno e Lido, figli del re Ati, avevano diviso il loro popolo, troppo numeroso; Lido rimase nel territorio dei padri e a Tirreno toccò di fondare nuove sedi; e dal nome dei capi s’eran tratti i nomi dei popoli, l’uno in Asia e l’altro in Italia; e l’opulenza dei Lidi era ancora cresciuta con l’invio di colonie in quella parte della Grecia, che prese in seguito il nome di Pelope. E rammentavano ancora dichiarazioni scritte di comandanti romani e patti stipulati con noi nel corso della guerra macedonica, nonché la ricchezza dei loro fiumi, la mitezza del clima e le fertili terre circostanti..”
Ricordando che nei tempi antichi la parola “Asia” identificava l’”Asia Minore” e più in particolare la “Lidia”, occorre notare che la rivendicazione di parentela della provincia asiatica verso gli etruschi, vicini alla grande capitale Roma, è attestata anche da Seneca: “Asia Etruscos sibi vindicat” (l’Asia rivendica a sé gli etruschi). A questo proposito è bene ricordare che anche la tradizione religiosa e civica degli etruschi di indicare il passaggio di ogni anno con l’affissione di un chiodo nel tempio della dea Aϑrpa (corrispondente alla greca Aτροπος e alla latina Northia), porta ad intendere che gli etruschi preservavano ancora la memoria storica della data del loro arrivo in Italia, data che di fatto costituiva l’inizio di quella usanza e che ovviamente essi tenevano a ricordare. Ma appare altamente significativo il fatto che proprio al loro primo e massimo poeta Omero, i greci riconoscessero un’origine meonia, cioé lidia; Dionigi di Alicarnasso, [7] citando Erodoto [8] parla di “Tirreno, che guidò i coloni [etruschi], dette il suo nome alla nazione e fu lido per nascita, del distretto ufficialmente chiamato Meonia“; riporta poi che “Tirreno e suo fratello [Lido] erano figli di Atys, a sua volta figlio di Manes, e che la migrazione dei Meoni (i futuri etruschi) in Italia non fu volontaria“. La parentela greco-etrusca appare quindi autenticamente certificata. E proprio l’antica epica omerica testimonia i molti tratti comuni di queste culture, ponendosi come tramite alle tradizioni comuni a greci ed etruschi, delle quali riporteremo solamente le più evidenti. Inoltre in un frammento di Eraclide di Lembo (II sec. a.C.), si legge che “[Omero…] dalla Tirrenia si era recato a Cefallonia e ad Itaca dove, ammalatosi, aveva perso la vista“. [9] Dato che si affermava che Omero fosse nato ad Itaca, il frammento consente di ipotizzare che, nella parte del testo non pervenuta, Eraclide riferisse una tradizione secondo cui Omero fosse nato in Etruria o che comunque vi avesse soggiornato prima di recarsi ad Itaca; questo indica quanto in epoca antica fosse viva la tradizione esiodea per la quale Odisseo aveva viaggiato in Etruria.
Dell’ attardamento culturale dei greci scrive anche lo stesso Platone, il quale, trattando dell’epoca della tirannide dei Pisistratidi ad Atene, [10] attribuisce a questi tiranni l’introduzione e diffusione dei poemi omerici “in questo paese”, così come l’uso di fabbricare le statue di Ermes con il pene ritto (erme). Il concetto espresso di seguito da Platone [11] nella frase “prima gli Ateniesi vivevano quasi come sotto il regno di Crono” acquista quindi un valore ben preciso:
“Ipparco, il maggiore e il più sapiente tra i figli di Pisistrato, il quale, tra le molte altre belle prove della sua sapienza, fu il primo a introdurre in questo paese i poemi di Omero e costrinse i rapsodi a recitarli alle Panatenee, gli uni dopo gli altri e in ordine, come ancora oggi essi fanno; dopo averlo mandato a prendere con una nave a cinquanta remi, fece venire ad Atene Anacreonte di Teo, mentre Simonide di Ceo lo aveva sempre al suo fianco, persuadendolo a restare con grandi ricompense e doni. Si comportava così con l’intento di istruire i cittadini, per poter regnare su uomini che fossero i migliori possibile, nella convinzione che a nessuno si dovesse negare il diritto alla sapienza, da quell’uomo eccellente che era. Dopo che ebbe istruito gli abitanti della città e tutti lo ammiravano per la sua sapienza, con l’intenzione di istruire anche quelli che vivevano in campagna, fece per loro disporre delle Erme lungo le strade, a mezzo cammino fra la città e i singoli demi; e, dopo aver scelto dal bagaglio del suo sapere le massime che riteneva più sagge, in parte apprese, in parte da lui stesso trovate, di sua mano le mise in versi elegiaci e le fece incidere sulle Erme, come documenti della sua arte e della sua sapienza, affinché, per prima cosa, i concittadini non si meravigliassero delle sapienti iscrizioni di Delfi, come il “Conosci te stesso”, il “Nulla di troppo” e altre simili, ma considerassero più sagge le parole di Ipparco; e poi perché, nel percorrere le strade avanti e indietro, leggendo e gustando la sua sapienza, lasciassero i campi per recarsi in città ed essere istruiti anche nel resto. Le iscrizioni sono due: nella parte sinistra di ciascuna Erma è inciso il nome di Ermes, che dice di trovarsi a metà strada tra la città e il demo, mentre nella parte destra si legge: “Monito di Ipparco: procedi con giusti pensieri”. Vi sono poi anche molte altre belle massime incise su altre Erme; in particolare, quella sulla via Stiriaca, nella quale si legge: “Monito di Ipparco: non ingannare l’amico”. Dunque non oserei di certo ingannare te che sei un mio amico, né, tantomeno, disobbedire ad un uomo così importante. Dopo la sua morte, per tre anni gli Ateniesi subirono la tirannide di suo fratello Ippia, e da tutti i vecchi avrai avuto modo di apprendere che solo in quegli anni ad Atene ci fu la tirannide, mentre prima gli Ateniesi vivevano quasi come sotto il regno di Crono.”
In effetti, l’autorità degli antichi autori ribalta completamente le concezioni ufficialmente diffuse sull’origine ellenica della religione etrusco-romana; lo stesso può dirsi della diffusione dei poemi omerici, se si pensa che la prima testimonianza scritta riferita ad un verso di Omero compare, nella seconda metà dell’VIII sec. a.C., sulla famosa “Coppa di Nestore“, [12] nell’isola campana di Ischia (Pithecusa), prima colonia greco-eubea a stanziarsi sul suolo italiano di fronte ad un’area all’epoca occupata e controllata dagli etruschi.
Ancora nel V secolo a.C. lo stesso Platone, da ateniese, sosteneva che chiunque si fosse accinto a porre le basi di uno Stato avrebbe dovuto attenersi ai responsi degli oracoli di Delfo, di Dodona e di Ammone i quali prescrivevano quei sacrifici e quei riti che si dicevano importati dall’Etruria o da Cipro: [13] “…Sia che un tale edifichi un nuovo stato dal principio, sia che ricostruisca un antico stato che era stato distrutto, per quanto riguarda gli dèi e i templi che in uno stato devono essere eretti in onore di ciascuna divinità, e riguardo alle denominazioni che si devono assegnare agli dèi e ai demoni, nessuno che abbia un po’ di intelligenza tenterà di mettere in scompiglio quanto hanno rivelato gli oracoli di Delfi, di Dodona, e di Ammone, o quelle antiche leggende che sono diventate oggetto di credenza e che hanno svolto la loro opera di persuasione con la nascita di visioni o grazie alla cosidetta ispirazione divina; e una volta prestata fede a questi fenomeni, infatti, si istituirono sacrifici combinati insieme a cerimonie religiose, e sia che fossero sorti nella regione, sia che giungessero dalla Tirrenia, dalla Cipria, o da qualsiasi altra regione, in virtù di tali racconti si consacrarono oracoli, statue, altari, templi, e un recinto cinse ciascuno di queste costruzioni sacre.”
Uno studio condotto da A. Palmucci [14] sugli antecedenti mitologici della figura virgiliana di Dardano, ha evidenziato che la regione attorno a Tarquinia è stata il punto di partenza di una mitica migrazione etrusca verso oriente [15]
A quanto afferma Dionigi di Alicarnasso [16] “Ellanico di Lesbo dice che i Tirreni, che prima erano chiamati Pelasgi, presero il loro nome dopo che si stanziarono in Italia. Queste sono le sue parole nel Phoronis: [17] “Phrastor fu figlio di Pelasgo, il loro re, e di Menippe, figlia di Peneus; suo figlio fu Amintore, il figlio di Amintore fu Teutamide e l’ultimo figlio fu Nanas” (vedi l’articolo sul mito e le origini degli etruschi).
Secondo la tradizione ellenistica riportata da Ellanico, un certo Nanas avrebbe guidato i Pelasgi dalla Tessaglia, navigando sino al fiume Spines (alla sommità dell’Adriatico) e proseguendo sino a prendere l’etrusca Cortona. Qui, secondo quanto conferma l’oscuro poeta Licofrone, si troverebbe la tomba di Ulisse, il cui nome etrusco Utuste, appare chiaramente una traslitterazione che ne evidenzia l’origine euboica. Ad Ulisse gli stessi greci riconoscono una paternità sui Tirreni con Esiodo, che indica in lui il progenitore dei mitici re Agrio e Latino. Anche Teopompo (IV sec.a.C.) affermò che Odisseo, dopo esser tornato in patria ed aver saputo che Penelope aveva partorito Pan in seguito all’unione sessuale con ognuno dei Proci e con Mercurio sotto forma di un capro, [18] partì per l’Etruria ed abitò in Gortynaia dove morì. [19] Secondo una tradizione raccolta da Plutarco (46-120 d.C.), Odisseo venne in Etruria perché i parenti dei Proci uccisi da Odisseo dopo il suo ritorno ad Itaca si sollevarono contro di lui. Allora, ambo le parti invitarono Neottolemo, re delle isole antistanti l’Epiro, a giudicare la controversia. Questi giudicò Odisseo colpevole, e gli sentenziò l’esilio. L’eroe allora “si ritirò in Italia“. Plutarco, [20] inoltre asseriva “che gli Etruschi conservano tradizioni secondo le quali Odisseo sarebbe stato di natura dedita al sonno, e perciò a molti poco simpatico“. Ancora Tolomeo Efesto [21] riferisce che “Odisseo, nella Tirrenia, partecipò alla gara di suono del flauto, e vinse; suonò poi la presa di Troia e l’opera di Demodoco“. Inoltre lo pseudo Aristotele [22] riportava le due versioni dell’epitaffio che sarebbero state scritte dagli Etruschi sulla tomba di Odisseo: 1) “Questa tomba copre l’uomo assennato morto in questa terra, il più celebre dei mortali“; 2) “Questa è la tomba di quell’Odisseo a causa del quale i Greci ebbero molta fortuna nella guerra di Troia“[25].
Questa tradizione è stata recentemente studiata da Irad Malkin, docente di Storia Greca all’Università di Tel Aviv e autore di altri saggi diventati ormai classici del settore, [23] il quale seguendo le orme di Odisseo, arriva a Cortona: “…Odisseo fu etruschizzato, connesso con particolari siti etruschi e a lui fu dedicato un culto (sul modello greco) in qualità di eroe fondatore dell’etrusca Cortona….. le ceneri di Odisseo sembrano raggiungere Gortynaia (Cortona).. Perge, collina dei Tirreni riceverà le sue ceneri nella terra di Cortona…”. Nella collina di Perge si può forse riconoscere il monte Pergo vicino a Cortona, ma giocando sull’affinità già stabilita tra Gortynaia e Corneto-Tarquinia, si può ancora ricordare l’esistenza, nei pressi di Cortona, del monte Corneta, sovrastante il poggio di Campo di Lepre [24] a nord di Castiglion Fiorentino. All’antica abitudine greca di definire Tirrenia l’intero territorio della penisola italiana, e all’omonimia tra Cortona e Crotone, si deve poi la credenza che lo stesso Pitagora fosse un etrusco di Cortona.
Identificando o meno la Cori(n)to pelasgica di cui parla Erodoto con Cortona o Corneto-Tarquinia, la valenza della tradizione non cambia. Proprio la storia di quest’ultima città permette una lettura alternativa sull’origine e provenienza dei Tirreni.
Per le fonti antiche Tarquinia viene fondata assieme ad altre città dai Tessali-Pelasgi nel XV secolo a.C.: “In Tuscis Tarquinii a Thessalis.” [25] I “Tessali” in questione sono i Pelasgi provenienti dalla Tessaglia. Infatti secondo Dionigi [26] a Tarquinia erano approdati i Pelasgi di Cillene che vi abitarono con i Tirreni.
Dionigi di Alicarnasso afferma inoltre che i Pelasgi fondarono, tra le altre, le città di Spina e Agylla (Cerveteri) poi passate sotto i Tirreni, confermando la tradizione riportata da Ellanico che attribuisce la fondazione di queste città ai Tirreni-Pelasgi con l’eroe Nanas. Servio [27] riporta una tradizione sulla fondazione di Agylla (poi Caere) da parte di Telegono, figlio di Ulisse e Venere. La sua fonte è probabilmente Esiodo. [28]
Durante il regno di Nanas i Pelasgi vennero cacciati dalla loro terra dai Greci, e dopo aver lasciato le loro navi sul fiume Spines [29] nel golfo ionio, presero Croton, una città nell’interno; procedendo da lì, essi colonizzarono la terra oggi chiamata Tirrenia. Ma il racconto di Mirsilo racconta esattamente l’opposto di quanto affermato da Ellanico. I Tirreni, egli dice, [30] dopo che ebbero abbandonato la loro terra, nel corso del loro vagare vennero chiamati “Pelargoi” o “cicogne”, perché da quando sciamarono in gruppi tanto in Grecia che nelle terre dei Barbari, somigliavano agli uccelli conosciuti con questo nome. Furono loro a costruire il muro attorno all’Acropoli di Atene che è chiamato Pelargico”
Quindi nel III secolo a.C., Mirsilo di Metimna [31] raccontava che molto tempo prima della guerra di Troia, gli Etruschi incorsero nelle ire divine per non avere sacrificato ai Cabiri (cioè ai Grandi Dei), un decimo dei loro figli. Per tre generazioni patirono siccità e carestia finché, colpiti anche da altre calamità lasciarono l’Etruria.
“Costoro furono dunque i primi ad emigrare dall’Italia ed ad andare in Grecia ed in molte regioni dei barbari […] e, nel corso dei loro spostamenti senza una meta fissa, assunsero il nome di Pelasgi (che vuol dire cicogne) a somiglianza degli uccelli chiamati pelargi, perché, come questi, essi migrano a stormo per la Grecia e per le regioni dei Barbari. Essi innalzarono pure il cosiddetto muro Pelargico, cioè il muro di cinta che circonda l’acropoli di Atene”.
Sempre secondo la tradizione riportata da Dionigi di Alicarnasso, [32] “l’epoca in cui iniziò la calamità dei Pelasgi (gli etruschi) fu all’incirca quella della seconda generazione che precedette la guerra di Troia, e continuarono a soffrire anche dopo la guerra, finché la nazione venne ridotta ad un numero inconsistente, ad eccezione di Croton (Cortona), l’importante città in Umbria, e di ogni altra che fondarono nella terra degli Aborigeni, il resto delle città dei pelasgi venne distrutta ”
Secondo Strabone, [33] a Regisvilla, piccolo porto sulla spiaggia fra Tarquinia e Vulci, si trovava un tempo la reggia del re pelasgio Maleo del quale ai suoi tempi si diceva che, dopo aver regnato in quel luogo, andò ad Atene. Per strabone questo re apparteneva a quelli stessi Pelasgi che avevano fondato Cere.
Secondo Trogo Pompeo, oltre a Cere, anche Spina e Tarquinia erano state fondate dai Pelasgi [34] e proprio un porto di Tarquinia vicino a Regisvilla si chiamava Maltano.
Questo può collegarsi alla tradizione per la quale Maleo, indicato come re Etrusco chiamato anche Maleoto e Malteo, era emigrato in diverse parti della Grecia e nelle Isole Egee.
Anche Erodoto [35] afferma che gli abitanti di Atene erano un popolo autoctono di stirpe pelasgica, lentamente e faticosamente ellenizzatosi. A processo avvenuto, altri Pelasgi, dei quali non l’autore non specifica la provenienza, andarono ad abitare ai piedi del monte Imetto, [36] nei pressi della città. L’origine italica dei Pelasgi di Atene è indicata da Pausania, [37] il quale, nel I sec. d.C. raccolse personalmente una tradizione ateniese secondo la quale i costruttori del muro di Atene erano Pelasgi di origine sicula. Questi ultimi, secondo Filisto di Siracusa (430-356 a.C.), erano un popolo di stirpe ligure, autoctono dell’Italia centrale, emigrato successivamente in Sicilia. [38] A quanto afferma Dionigi di Alicarnasso, [39] Fescennio, Faleri, Cere, Alsio, Saturnia e Pisa, tutte nell’Etruria costiera ed in quella meridionale, sarebbero le città etrusche ritenute di origine sicula. In base a queste testimonianze, l’origine italica dei pelasgi appare evidente tanto ammettendo che i pelasgi di Atene provenissero direttamente dall’Italia centrale, della quale erano originari, sia supponendo che essi avessero avuto la Sicila come sede intermedia.
Secondo Erodoto i Pelasgi emigrati ad Atene innalzarono il muro di cinta della città, ma furono scacciati perché importunarono le donne. [40] Allora essi andarono ad occupare altre terre fra cui l’isola di Samotracia, dove insegnarono agli abitanti del luogo la Religione dei Misteri. [41] Erodoto [42] aggiungeva che fra tutti i Greci, gli Ateniesi avevano per primi appreso da quei Pelasgi il nome del dio Ermes raffigurato con il membro virile eretto, e quello delle altre divinità della Religione Misterica.
“Dall’Egitto vennero in Grecia quasi tutte le divinità. Di una loro origine barbara io sono convinto perché così risulta dalle mie ricerche; e penso a una provenienza soprattutto egiziana. Infatti a eccezione di Posidone e dei Dioscuri, come ho già avuto modo di dire, nonché di Era, di Estia, di Temi, delle Cariti e delle Nereidi, le altre divinità sono tutte presenti da sempre in quel paese, fra gli Egiziani: riporto quanto essi stessi dichiarano. Quanto alle divinità che sostengono di non conoscere io credo che tutte siano espressione dei Pelasgi, tranne Posidone. Conobbero questo dio dai Libici; infatti nessun popolo conosce Posidone fin dalle origini tranne i Libici, che da sempre lo onorano. Quanto al culto degli Eroi, esso è del tutto estraneo alle consuetudini egiziane.
Tutto questo dunque i Greci accolsero dagli Egiziani, e altro ancora che dirò più avanti; ma l’uso di fabbricare le statue di Ermes con il pene ritto non deriva dagli Egiziani bensì dai Pelasgi: i primi ad adottarlo fra i Greci furono gli Ateniesi, e da loro lo impararono gli altri. Infatti, quando ormai gli Ateniesi si erano del tutto ellenizzati, nel loro paese vennero ad abitare dei Pelasgi; che è anche la ragione per cui costoro cominciarono a essere considerati Greci. Chi è iniziato ai Misteri dei Cabiri, che i Samotraci celebrano per averli appresi dai Pelasgi, sa quel che intendo dire. Infatti, quei Pelasgi che erano venuti a convivere con gli Ateniesi, andarono poi ad abitare a Samotracia; e da costoro i Samotraci appresero e conservano l’uso di quei Misteri. Insomma gli Ateniesi furono i primi Greci a raffigurare nelle statue Ermes con il membro ritto perché lo avevano imparato dai Pelasgi. In proposito i Pelasgi composero un sacro racconto divulgato durante i misteri di Samotracia.
Un tempo i Pelasgi, come io stesso so avendolo udito a Dodona, compivano tutti i sacrifici e invocavano gli déi senza usare un nome personale o un appellativo: ancora non conoscevano nulla del genere. Li chiamarono “dei” (Theòi) in quanto avevano stabilito thentes l’ordine dell’universo e quindi regolavano la ripartizione di ogni cosa. Molto tempo dopo appresero i nomi di tutti gli altri dei, originari dell’Egitto, tranne quelli di Dioniso che appresero molto più tardi; dopo un certo tempo interrogarono l’oracolo di Dodona a proposito di tali nomi; l’oracolo di Dodona è considerato il più antico della Grecia intera e a quell’epoca era anche l’unico. Dunque i Pelasgi chiesero a Dodona se dovevano accogliere le divinità provenienti da genti barbare e l’oracolo rispose di accoglierle pure. Da allora nei loro sacrifici adoperarono gli appellativi divini. Tale uso passò più tardi dai Pelasgi ai Greci. Da chi sia nato ciascuno degli dei, oppure se siano sempre esistiti tutti e quale aspetto avessero, non era noto fino a poco tempo fa, fino a ieri, se così si può dire. Io credo che Omero ed Esiodo siano più vecchi di me di 400 anni e non oltre: e furono proprio questi poeti a fissare per i Greci la teogonia, ad assegnare i nomi agli dei, a distribuire prerogative e attività, a dare chiare indicazioni sul loro aspetto; i poeti che hanno fama di essere vissuti prima di loro io li credo invece posteriori. Di quanto qui sopra esposto, le prime informazioni provengono dalle sacerdotesse di Dodona, ciò che si riferisce a Omero e a Esiodo è opinione mia.”
Il passo di Erodoto è interessantissimo: individuando nei Tirreni-Pelasgi quegli stessi Tirreni costruttori di torri della Sardegna, potremmo osservare nei betili monolitici e itifallici (come ad esempio sas pedras longas, sas pedras fittas, i betili, le colonne falliche o il cosiddetto “flautista di Ittiri”) i prototipi di questo genere di monumento; inoltre il riferimento all’origine egizia dei nomi divini, costituisce un’ulteriore indicazione dei rapporti fra questi Tirreni ed i popoli del mare Tursha e Shardana, le cui più remote vicende sono strettamente legate all’Egitto.
Questa religione coincideva con il culto dei Grandi Dei o Cabiri, quelle stesse divinità che i Pelasgi avevano adorato fin dal tempo in cui, secondo il racconto di Mirsilo di Metimna, erano vissuti in Italia. Erodoto non fa differenza fra i nomi degli dèi in generale e quelli delle particolari divinità che venivano invocate esclusivamente nei riti della Religione Misterica di Tebe e di Samotracia. In realtà i singoli nomi di questi dèi, che venivano spesso assimilati o confusi con i Cureti e con i Coribanti, rimasero ignoti alla maggioranza dei Greci; ma nel loro insieme erano chiamati Cabiri o Grandi Dei.
Da una tradizione che risale almeno a Dionisodoro ed a Mnasea di Patara, risulta che durante la celebrazione dei Misteri dell’isola di Samotracia, i Cabiri venivano invocati con i nomi di Axieros, Axiokersa, Axiokersos e Cadmilos [43]
Da notare la relazione tra il nome della dea etrusca Acaviser e quello di Axieros, con il quale veniva invocata la dea Demetra nei Misteri di Samotracia. [44] Anche il nome etrusco di Catmite, corrispondente al greco Ganimede, discendente di Dardano, la cui figura e funzione di coppiere divino è strettamente legata a quella del greco-etrusco Cadmilos e alla tradizione dei cadmiloi, che rimanda al sostrato linguistico e religioso comune alle popolazioni cosiddette preelleniche e tirreniche del bacino del Mediterraneo. [45]
Di questi dèi, Cadmilos era il più elevato; si trattava di un fanciullo o un ragazzo che, pur svolgendo il ruolo di servitore dei Grandi Dèi, acquisiva importanza per il fatto di essere figlio e amante della grande madre terra personificata poi a volte con Cabira, a volte con Rea, e altre volte con Demetra [46]
Secondo Diodoro Siculo, a Samotracia, dall’amore di Zeus ed Elettra, figlia di Atlante, erano nati Dardano, Iasio ed Armonia. Quando tutti gli dèi convennero nell’isola per assistere alle nozze di Cadmo e Armonia, “Elettra regalò alla figlia i sacri riti della grande madre degli dèi, insieme ai cimbali, ai tamburi ed agli strumenti del relativo rituale […]. Poi Cadmo, conforme all’oracolo ricevuto, fondò Tebe in Beozia”. Sempre a Samotracia, nella stessa occasione, Demetra si innamorò di Iasio a cui fece dono del frutto del grano e dalla loro unione nacque Pluto (ricchezza); In seguito Iasio sposò Cibele e generò Coribante, il quale dette il nome a tutti coloro che, durante la celebrazione dei misteri di sua madre, erano invasati dalla divinità. Dopo che Iasio fu assunto tra gli dèi, Dardano, Cibele e Coribante portarono nella Troade i sacri riti di Samotracia. [47]
Un’altra tradizione afferma che Armonia sarebbe stata figlia di Ares e di Afrodite, la dea che in sostituzione di Elettra avrebbe offerto in dono i sacri riti, mentre il matrimonio sarebbe avvenuto in Beozia, regione nella quale si praticava ugualmente il culto dei Grandi Dei. [48]
Altre versioni riportano che l’istitutore dei misteri di Samotracia fu Dardano, che indicano come abitante del luogo o proveniente da una regione non ben precisata; anche per Mnasea di Patera (III sec.a.C.), Dardano non era autoctono di Samotracia, ma vi era giunto da un luogo che il frammento pernutoci non precisa. [49]
A quanto affermano Varrone e Dionigi di Alicarnasso, Dardano e Iasio sarebbero nati in Arcadia, da dove i due fratelli sarebbero emigrati a Samotracia, introducendovi la religione misterica dei Cabiri o Grandi Dei. Qui Iasio sarebbe stato fulminato da Zeus per aver importunato Demetra, mentre ancora Dardano sarebbe emigrato nella Troade dove avrebbe introdotto il culto dei Grandi Dei. [50]
Quindi nella stessa mitologia greca, la funzione fondatrice del culto misterico dei Grandi Dèi era attribuita tanto ai Pelasgi quanto a Dardano.
In epoca tarda, un gruppo di etruschi emigrati nei pressi di Cartagine, in un luogo della Tunisia dove sembra che già dal III secolo a.C. fosse esistita una colonia commerciale di Tarquinia [51] dedicarono agli “dei dardani” i cippi confinari della loro colonia; le iscrizioni TUL DARDANIUM TINS (confine di Tin Dardanio/ dei Dardani), che compaiono su tre cippi, sono scritte con una grafia dalle caratteristiche simili a quelle dell’alfabeto ceretano, come il sigma a quattro tratti. [52]
Ma, come nota giustamente Palmucci [53] “L’alfabeto etrusco non possiede il segno della dentale sonora (”d”), per cui questi emigranti, per scrivere Dardani, dovettero utilizzare un tau (”t”) con il semicerchio sopra. Ciò dovrebbe voler dire che, nella lingua etrusca, il nome di Dardano non esisteva, e che la convinzione di questi Etruschi d’essere imparentati con i Troiani, si rifaceva ad una tradizione che fino a quel momento non aveva contemplato la figura di Dardano. Questo accadeva dopo che gli Etruschi, perduta nel 90 a.C. l’ultima residua indipendenza ad opera dei Romani, presunti discendenti dei Troiani, intendevano rivendicare dinanzi agli stessi Romani, d’esser loro i veri Troiani; e nel farlo utilizzavano per la prima volta il nome di Dardano, quello stesso che Virgilio dava al capostipite etrusco-troiano dei Romani. [54] Anche gli Ateniesi rivendicavano la loro parentela con i Troiani indipendentemente dalla figura di Dardano. Non so poi se, a questo proposito, possa avere qualche significato il fatto che i Pelasgi o Tirreni di Atene erano considerati d’origine etrusca.”
La spiegazione di questa tradizione si deve a Virgilio, [55] il quale afferma che Dardano e Iasio erano nati a Corito, in Etruria, da dove erano emigrati a Samotracia. Ancora a questa tradizione sembrano riferirsi i versi che il poeta fa pronunciare al re dei latini, secondo i quali Dardano “ora è accolto dall’aurea reggia del cielo stellato, e fa crescere con altari il numero degli dèi“. [56] Proprio le divinità della Religione dei Misteri importata da Dardano a Samotracia e nella Troade, ovvero gli dèi penati di Troia, imporranno ad Enea di essere ricondotte, assieme ai reduci troiani, “là (a Corito)” dove “Dardano nacque, là il padre Iasio dal quale principe deriva la nostra stirpe“. [57] E’ probabile che Virgilio abbia riportato qualche tradizione, greca o etrusca che sia, nella quale si affermava che Dardano fosse di origine tirreno-pelasgica, cioè etrusca. La stessa versione è riportata da Servio, [58] il quale afferma che Dardano veniva chiamato “Hesperothen“, cioè proveniente dall’Hesperia (Italia).
Non a caso si parlava di presenze tirreno-pelasgiche nell’Asia Minore, e più in particolare nella Lidia, nella Misia, nella penisola Anatolica, nella Troade e nelle isole di Samo, di Lesbo, di Imbro e di Lemno, dove infatti l’iscrizione sulla nota stele di Lemno conferma una stretta parentela tra la lingua degli etruschi e quella parlata sull’isola prima della conquista ateniese.
Altre fonti raccontano che gli Etruschi fondarono Elimia ed Aiane in Macedonia, e Metimna nell’isola di Lesbo. [59]
Anche Renato Del Ponte, [60] attorno alla questione che lega Etruschi e Troiani espone la vecchia teoria di B. Nardi, secondo il quale Virgilio avrebbe tramandato tradizioni storiche più autentiche rispetto a quanto ci proviene dall’annalistica romana; i Troiani di Enea sarebbero degli Etruschi trasposti nelle loro origini e quindi due aspetti di una medesima etnia. L’autore richiama a conferma i successivi ritrovamenti dei cippi confinari etruschi della Tunisia e una tarda epigrafe da Veio, datata circa al 26 d.C. nella quale vengono confermati gli stretti rapporti tra Veio e Roma. Tuttavia, come nota Michela Alessandroni nella sua recenzione, “Non può non tornare in mente l’affresco della tomba François a Vulci e le sue iscrizioni. Le rappresentazioni riguardano un episodio non meglio identificato del VI secolo a.C., mentre conosciamo i personaggi. Ma quel che qui interessa maggiormente consiste nel fatto che gli Etruschi sono equiparati nelle loro gesta agli omerici eroi greci, mentre i Romani ai prigionieri troiani, in una visione temporale ciclica in cui eventi simbolicamente importanti si ripetono.“.
Si tratta della stessa visione che appunto ricomparirà nel ‘700, epoca ciclicamente comparabile a quella ellenistica, nelle teorie dei corsi e ricorsi della storia del filosofo napoletano Gian Battista Vico.
Dunque secondo la tradizione cui allude Virgilio, i Cabiri erano gli stessi Dardano e Iasio. I Greci assegnavano ai Grandi Dèi i nomi di Demetra, Persefone, Ade ed Ermes.
Per i Romani i Grandi Dèi corrispondevano a Giunone, Minerva, Giove e Mercurio (l’Ermes dei greci), che erano identificati con le divinità che Dardano aveva introdotto in Frigia da Samotracia, e che Enea, dopo la fine di Troia, aveva trasportato in Italia; ma questi dèi erano identificati anche con Apollo e Nettuno o Castore e Polluce.
A Roma, l’istituzione dei Salii, che corrispondeva al collegio dei sacerdoti della Religione dei Misteri di Samotracia, era stata probabilmente introdotta dagli Etruschi di Veio o da Salia figlia del re etrusco Anio, eponimo del fiume Aniene; [61] un’altra versione riteneva che Salio, compagno di Enea, avesse importato la tradizione da Samotracia.
Per Dionigi di Alicarnasso “gli oggetti sacri portati in Italia da Enea erano i simulacri dei Grandi Dei che tra i Greci erano particolarmente venerati dai Samotraci“. Lo stesso Dionigi ci informa che i Romani chiamavano Camilli i ragazzi che aiutavano i sacerdoti in certi riti istituiti da Romolo, e che “allo stesso modo venivano chiamati Cadmiloi quelli che presso gli Etruschi e prima ancora presso i Pelasgi celebravano i Misteri in onore dei Cureti e dei Grandi Dei.“. Riportava poi un passo di Mirsilo di Lesbo nel quale si afferma che gli Etruschi praticavano il culto dei Cabiri. [62] Palmucci suggerisce che “forse, nella lingua etrusca, il nome di questi dèi fu presente in quello del mese di Cabreas (Aprile)“.
Tuttavia il poeta greco Callimaco (320-240 a.C.) ci informa che Ermes aveva caratteristiche tirreniche, [63] e che presso gli Etruschi, così come nei Misteri di Samotracia, [64] era chiamato Cadmilos.
L’eroe greco Epeo, che costruì il cavallo di Troia e la statua lignea di Ermes Perpheraios o Imbrasos a Troia [65] viene ricordato come il fondatore di Pisa in Etruria. [66] Epeo compariva, assieme ad Agamennone e a Taltibio, in un bassorilievo del simulacro di Ermes a Samotracia. [67]
Secondo Elio Donato “gli Etruschi chiamavano Cerere, Pale e Fortuna con il nome di Penati“, [68] mentre Arnobio, [69] citando Cesio, riferisce che i Penati etruschi erano “Fortuna, Cerere, Genio Gioviale e Pale […] servo e castaldo di Giove“, ribadendo successivamente i nomi di “Cerere, Pale, Fortuna, Gioviale o Genio“.
Genio, Gioviale o Genio Gioviale, divinità dei Penati etruschi, era ritenuto padre di Tagete, il fanciullo divino rivelatore dell’aruspicina che, mentre Tarconte arava i campi di Tarquinia, emerse dalle zolle della terra. Festo [70] cita Verrio Flacco che nella sua opera Il significato delle parole, affermava: “Tagete, figlio di Genio, nepote di Giove.”
Per gli Etruschi Pale svolgeva la stessa funzione di servitore o ministro che i Greci e gli stessi Etruschi, nella Religione dei Misteri, assegnavano a Cadmilos-Ermes, e che i Romani assegnvano a Mercurio. Proclo il Diadoco e Giovanni Lido [71] confermano il fatto che i Greci identificavano il loro Ermes ctonio con Tagete, il fanciullo divino figlio di Genio (uno dei Penati etruschi), nato a Tarquinia dalla terra smossa dall’aratro di Tarconte. Secondo le ipotesi di Elio Donato sui Penati che, a quanto afferma Virgilio, Enea condusse in Italia, questi corrispondevano ai Grandi Dei, ovvero Giove, Giunone e Minerva; Tarquinio Prisco, esperto nella religione mistica di Samotracia, ne riunì il culto in un solo tempio, e vi aggiunse Mercurio [72] Macrobio conferma le stesse divinità ma ignora Mercurio [73]
Nonostante l’assenza di uno studio specifico e più approfondito sulle connessioni fra Tagete, Ermes, Mercurio, Ganimede, Cadmilos e Pale, è evidente che i Greci, identificando il loro Cadmilos-Ermes con l’etrusco Cadmilos, e il loro Ermes ctonio con il dio tarquiniese Tagete figlio di Genio (uno dei Penati etruschi) collegavano le divinità etrusche ai Grandi Dei della Religione Misterica praticata nel bacino orientale del Mediterraneo.
Non a caso la funzione rivelatrice svolta da Ermes nelle filosofie esoteriche corrisponde esattamente a quella del Tagete etrusco, anch’egli rivelatore della verità occulta.
Il poeta romano Ennio nel II sec. a. C. diceva che il dio Mercurio, cioè Ermes, aveva costruito la nave con la quale Enea aveva lasciato Troia. [74] Anche la Tabula Iliaca Capitolina (I sec.), le cui figurazioni si ispiravano a Stesicoro (VI sec. a.C.), presentava l’immagine di Ermes che accompagna Enea in fuga da Troia con il cesto contenente le statuette dei Penati.
In Etruria il dio Ermes corrisponde a Turms; tuttavia come osserva Palmucci esistono più precise corrispondenze col nome “del dio Hermu menzionato sul rotolo del sarcofago di Lar Pulena a Tarquinia; :”Giacomo Devoto [75] considera Hermu “come divinità gentilizia onorata a Tarquinia soltanto o come equivalente locale di una divinità maggiore conosciuta nel resto dell’Etruria sotto altro nome“. Come è scritto sul rotolo, Lar Pulena fu lucumone a Tarquinia ed esercitò parecchie attività religiose connesse con il culto di Caϑa, Paχa (Bacco), Culsu e, soprattutto, con Hermu. Con Hermius, nome che gli Etruschi assegnavano al mese di Agosto, si relazionano le forme etrusche Herme, Hermenas, Hermenei e i gentilizi ceretani Hermunia ed Herminia; il gentilizio etrusco-latino portato da Titus Herminius che fu console a Roma nel 506 a.c., e da Lar Herminius Coritinesanus (!), personaggi di origine etrusca, la cui famiglia era emigrata a Roma probabilmente al tempo della monarchia dei Tarquini.”
Ancora Palmucci, nel suo studio finalizzato all’identificazione della città di Corito con Corneto-Tarquinia, evidenzia i riti misterici che, nella città di Andania in Messenia, avevano strette affinità con i misteri eleusini, tebani, lemni, samotraci e più in generale con il culto dei Grandi Dèi e dei Cabiri. Ad Andania “le divinità venerate erano Demetra, Core (con l’epiteto di Hagna), i Grandi Dei o Cabiri, ed Apollo Corniolo. I Misteri si celebravano in un bosco di cipressi detto Carnasio (gr. Karnasios alsos) perché sacro ad Apollo Corniolo (Karneios). Si diceva che i Greci avessero costruito il cavallo di Troia con il legno di un bosco di cornioli sacri ad Apollo sul monte Ida; ma che, sapendo che il dio si sarebbe sdegnato, cercarono di placarlo con sacrifici, e lo chiamarono Apollo Corniolo. [76] E’ strano che il bosco dove si celebravano i Misteri di Andania era un bosco di cipressi, ma si chiamava Carnasio come se fosse un bosco di cornioli. Anche un bosco di cipressi vicino Corinto si chiamava Kraneion (= bosco di cornioli). E’ probabile che in origine il luogo dove si celebravano i Misteri fosse stato un bosco di Cornioli (gr. Kraneion; lat. Cornetum), e che il nome fosse rimasto ad indicare ogni bosco dove si compiva il rito. [77] Nei Misteri di Andania, a Demetra veniva sacrificata una scrofa, ai Cabiri un giovane porco, ad Ermes (Cadmilos) un ariete, alla santa Persefone o Core, figlia di Demetra, una pecora, e ad Apollo Corniolo un cinghiale [78] Secondo Pausania, questi Misteri sarebbero stati restaurati in Andania da Methapos, quello stesso che aveva introdotto a Tebe, nella Beozia, il culto dei Cabiri, [79] per cui i due riti dovevano essere molto affini. Si noti la strana analogia fra il nome di questo Methapos e quello del virgiliano re etrusco Metabus la cui moglie e la cui figlia si chiamavano rispettivamente Casmilla e Camilla come i ministri dei Grandi Dei. In altre versioni, la religione misterica sarebbe stata introdotta a Tebe da Armonia, sorella di Darnano, che la aveva ricevuta in dono dalla madre Elettra, nell’isola di Samotracia, in occasione delle nozze con Cadmo. [80] Altri dicevano che il matrimonio era avvenuto in Beozia. Armonia sarebbe stata figlia di Ares e di Afrodite, e da questa avrebbe ricevuto in dono i sacri riti.”
Anche le pratiche divinatorie Greche ed Etrusche ci rimandano al mondo antico-orientale, dal quale provengono le testimonianze più antiche e dirette di arti divinatorie sorprendentemente simili a quelle note in Etruria. In Mesopotamia ed in Asia minore la pratica dell’epatoscopia veniva esercitata da tempi remoti: praticata in origine dai Babilonesi, passò poi agli Ittiti. Scavi in quelle regioni hanno spesso riportato alla luce modelli di fegati iscritti in argilla che sostanzialmente confermano quanto afferma l’antico testamento sulla pratica di tali arti: “Poiché al bivio si porrà il re di Babilonia, all’imbocco delle due strade, per farsi vaticinare…e interrogherà il fegato degli animali” [81] In ambito sumero, dagli scavi nel palazzo di Mari sono riemersi ben 32 modelli di fegato per la divinazione, utilizzati a scopo pedagogico come appunti di consultazione di oracoli memorabili che risalgono al XVIII secolo a.C.. Sicuramente furono gli Etruschi-Pelasgi ad introdurre in occidente la pratica della divinazione, nota anche presso i Greci al tempo delle guerre persiane e per i quali concordava fin nei dettagli con quella degli Etruschi. Una bella immagine di un oplita che, già armato, consulta le viscere prima di recarsi in battaglia, è rappresentata in Grecia dal pittore di Kleophrades nel lato A di un’anfora attica tardo-arcaica (500 a.C. ca.), rinvenuta a Vulci. [82] Di questa comune tradizione, in cui però eccelsero gli Etruschi, ci resta un famoso passo di Eschilo, in cui Promèteo spiega di quale forma e colore debba essere il fegato per risultare gradito agli dei. [83]
“Più stupirai quando avrò detto il resto:
quali arti escogitai, quali scìenze.
E questa è la più grande. Ove taluno
cadea nel morbo, niun rimedio v’era,
non pozìone, non cibo od unguento;
ma consunti perian, privi dei farmachi,
sin ch’io delle medele ebbi mostrate
le salutari mescolanze, onde hanno
contro ogni mal riparo. E ai modi molti
dei vaticini ordine posi. E prima
nei sogni sceverai quello che debba
nella veglia avverarsi, e chiari feci
i prognostici oscuri ed i presagi
che s’incontran per via. Minutamente
distinsi il volo dei rapaci augelli;
e quali infausti, e quali son propizi,
e la vita d’ognun d’essi e il costume,
e quali amori e quali odi intercedano
o convegni fra loro. E de le viscere,
qual nitidezza aver debbano, e quale
color la bile, perché piaccia ai Dèmoni,
e le forme e i color’ vari del fegato.
E le membra di pingue adipe avvolte,
ed il femore lungo, e al fuoco postele,
guidai verso un’arcana arte i mortali;
e chiari i segni della fiamma resi,
che ciechi erano prima. E di ciò basti.
E quante utili cose in grembo al suolo
giacean nascoste all’uomo, il rame, il ferro,
l’argento, l’oro, chi potrebbe dire
che le rinvenne pria di me? Nessuno,
sappilo, quando millantar non voglia.
Ma tutto apprendi in un sol motto breve:
tutte die’ Prometèo l’arti ai mortali.”
Davico [84] ci ricorda che nella Roma degli esordi e ancora in età repubblicana si facevano i sacrifici “etrusco ritu” e “greco ritu“; è lo stesso Dionigi di Alicarnasso a riferire che i Romani sono un popolo che conserva evidenti tracce nei rituali di un’antica origine greca.
Al contrario di quanto si possa supporre, questo non indica una sostanziale differenza negli atti di culto e della materia religiosa, ma piuttosto una complementarietà spesso avvallata dalle particolari situazioni politiche che portavano il governo romano ad accostarsi all’una o all’altra tradizione attraverso sfumature che ostentano una origine comune.
Ateneo, citando Aristosseno di Taranto e le sue miscellanee conviviali, riporta che i tirreni erano in origine elleni poi imbarbariti che continuavano a celebrare una delle antiche feste elleniche.
Infatti tanto nella Iuno Sospita di Lanuvio, che ricorda il culto della Hera di Argo, quanto nella tradizione dei Salii romani, di ascendenza etrusca, con i loro ancilia di origine micenea ed il nome che corrisponde a quello dei sacerdoti Selloi di Dodona, la terminologia sacra di sapore arcaico, come haru- camill- (le analogie più stringenti sono tra i Cabiri e la triade Auxesia, Achvisr, Cadmilos), ricordata dallo stesso Dionigi, nonché lo stretto parallelismo con i riti misterici di Samotracia, collegati a Dardano ed al fratello Iaso, rimandano direttamente al mondo delineato dai poemi di Omero.
Tutta l’etrusca disciplina è confluita nella concezione e nella terminologia della religione romana (Trutn-: Tonitruale: brontoscopia, teratoscopia; strepito cum fremito: sterop-, bront); san-: sema, semeion, signum; netsv- manϑ: neduia, mantichè); Aχr-:Sacra Acheruntia: Acheròn; Arbora: v. le querce dei Selloi, Helloi; Fatum, fan-: feme, phaino, phèmi), si riallaccia a quanto tramandano i più antichi scrittori e tragici greci quali Omero ed Eschilo (epatoscopia nel Prometeo incatenato).
– Auspicium (oionoscopia, oionopolos); l’interpretazione di Vettio sugli avvoltoi di Romolo corrisponde a quella di Calcante (in etrusco χalχas) sugli strouthoi [85]
– Haruspicina, haruspex, extispicium (hieroskopos, aretor); Calcante (l’etrusco χalχas), che nell’Iliade è detto arèter, mantis, su uno specchio etrusco è rappresentato come aruspice.
– Fulguratura (phlogs, cheraunoscopia).
– Omen, omina (omnumi).
A questi dati vanno poi aggiunti i riti del trionfo, del lectisternio e del piaculum, le danze pirriche e il tripudio, tutte pratiche religiose introdotte a Roma da un’ Etruria che testimonia un’eredità culturale risalente almeno al panorama Mediterraneo della Tarda Età del Bronzo.
La religione etrusca, ancora in epoca classica ed ellenistica, conserva la sua ascendenza e stretta connessione col mondo anatolico, pelasgo e acheo del XIV-XIII sec. a.C. simboleggiati dall’epica nei sacerdoti Crise, Tiresia e Calcante.
E come non ricordare che, uniche tra i popoli di lingua non greca (barbari, ovvero “balbuzienti”) le poleis etrusche di Caere e di Spina avevano un loro thesauros nel santuario panellenico di Delfi, mentre nel santuario di Olimpia, Pausania [86] ricorda una tra le offerte più antiche e preziose, “il trono dedicato da Arimnestos, re degli etruschi, che il fu il primo dei “barbari” ad aver dedicato allo Zeus di Olimpia.”
Aspetti di queste pratiche religiose, comuni al mondo greco ed etrusco, sono abbondantemente riportate dagli autori antichi; nella sfera dell’Aruspicina, un chiaro esempio può essere fatto comparando l’interpretazione di due prodigi legati alla regalità, rappresentata dalle api.
Nella Sicilia greca, un prodigio legato alla regalità rappresentata dalle api, preannuncia l’ascesa al potere del tiranno Dioniso di Siracusa: [87]
“Anche a proposito di Dionisio fu fatta una profezia poco prima che salisse al trono. Viaggiava per il territorio di Lentini e fece scendere in un fiume il suo cavallo; travolto dai gorghi, questo sprofondò nelle acque. Dionisio, dopo lunghi e vani sforzi per farlo riemergere, si allontanò amareggiato, come narra Filisto. Ma dopo aver camminato per un poco, a un tratto udì un nitrito e si allietò vedendo il cavallo, vivo e fremente, sulla cui criniera si era posato uno sciame d’api. L’effetto di questo prodigio fu che Dionisio divenne tiranno di Siracusa pochi giorni dopo.”
Nella Roma repubblicana, come ricorda Cicerone nel “De haruspicum responso”, nel corso dello svolgimento dei giochi, uno sciame di api che si era abbattuto sulla scena di un teatro causò l’immediata chiamata di aruspici Etruschi in quanto, secondo gli scritti Etruschi, tale prodigio fa temere la schiaviù: “si examen apium ludis in scaenam caveamve venisset, haruspices acciendos ex Etruria putaremus…atque in apium fortasse examine nos ex Etruscorum scriptis haruspices ut a servilio caveremus monerent”.
Il primo passo è significativo per la comprensione di quanto, anche nella “razionale” Grecia si condividessero le stesse credenze, interpretando quelli stessi prodigi con i precetti di un’arte che trovò tra gli etruschi i suoi interpreti più capaci.
Il secondo passo indica chiaramente quanto, nella Roma repubblicana dal V secolo a.C. fino al sorgere dell’impero, le api, a causa della struttura stessa della loro società, fossero osservate come presagio negativo ogni qualvolta uno sciame si abbattesse su luoghi pubblici o consacrati; esse annunciavano la fine dei diritti e delle libertà civili, il ripristino dell’autocrazia e la schiavitù della plebe. Se in epoca Repubblicana gli aruspici considereranno ogni prodigio che annunci eccessivo potere concentrato nelle mani di un singolo, come prodigio funesto che richiedeva immediata espiazione, ben diversa, e più simile all’esempio del tiranno di Siracusa, sarà l’interpretazione del prodigio legato alle api in età regia o imperiale, essendo connesso alla figura del re o dell’imperatore. Negli anni dell’Impero gli aruspici interpreteranno sempre i prodigi pertinenti alle api come strettamente connessi alla figura dell’Imperatore, spesso funesti ed annuncianti la sua morte, gloriosi ogni volta che annunciavano le fortune del sovrano. All’inizio dell’epoca imperiale Virgilio, etrusco di Mantova, [88] cosi descrive l’arrivo di Enea alla foce del Tevere:
“Era nel mezzo a l’alta reggia un lauro,
di santa fronda, e molti anni con tema
serbato…
…La vetta dell’alloro, oh meraviglia!,
per il sereno stridule giungendo
cinsero l’api e, i pié tra lor connessi,
lo sciame si fé grappolo ad un ramo.
Subito l’indovino: “uno straniero - grida -
vediam venir da quelle parti
a questa parte a dominar la rocca.”
Anche in ambito funerario, nonostante i dipinti sepolcrali di Tarquinia, così come i passi della letteratura antica sui ludi funebri etruschi, testimoniassero già l’esistenza di una complessa tradizione rituale che trova chiari riscontri in quella descritta da Omero, recenti ed accurati scavi confermano l’esistenza di cerimonie funebri che richiamano direttamente quelle testimoniate nell’Iliade per i ludi funebri in onore di Patroclo, [89] A Pisa, tra il dicembre del 1994 e l’autunno del 1998, è stato portato alla luce un articolato complesso sepolcrale della fine dell’VIII-inizi del VII secolo a.C., in realtà, vista l’assenza di resti umani, un cenotafio per un princeps etrusco scomparso nel mare, che verosimilmente traeva il proprio prestigio e la propria ricchezza in relazione ad attività marinare, come segnala il rinvenimento di un tridente, strumento connesso con la pesca, ma anche alla regalità, come conferma l’iconografia di Poseidon, secondo una concezione che traspare già negli anni a cavallo del 700 a.C. da un frammento di Archiloco. Il complesso funebre, impostato attorno ad un grande tumulo di 30 m di diametro, delimitato da una crepidine di sottili lastre di pietra infisse verticalmente con regolarità nel terreno, attorno alla quale, a circa 2 m di distanza, erano disposte coppie equidistanti di grandi pietre monolitiche, ad una distanza regolare di circa sette metri. I resti della cerimonia, realizzata scavando una grande fossa centrale nel terreno, sul fondo della quale sono stati recuperati pochi frustuli relativi ad un’olletta e una pisside, presentano, al pari delle ossa di ovino rinvenute con esse, le superfici bruciate. Alcuni resti carboniosi sul fondo della fossa lasciano ipotizzare che nella parte nord-occidentale di questa sia stato realizzato un rogo, sul quale furono arsi, oltre al simulacro del trapassato, un ovino e alcuni vasi-contenitore secondo un rituale che richiama il funerale di Patroclo, dove tra le offerte arse sulla pira erano anfore di miele ed unguento. Le ceneri del rogo, che le analisi hanno dimostrato essere stato realizzato esclusivamente con legno di quercia, vennero accuratamente raccolte e deposte all’interno di un grande dolio successivamente collocato ad un livello superiore, di lato all’altare. Analogo carattere di signum sembra avere, nello stesso lasso di tempo, il monumentale tridente in bronzo rinvenuto in quella che risulta essere la più imponente sepoltura della prima fase orientalizzante di Vetulonia: un tumulo di ben 53 m di diametro, noto come il “Circolo del Tridente”. [90]
Ancora nel IV secolo d.C., all’epoca del cristianesimo, la tradizione pagana vivrà il suo ultimo sussulto ufficiale con gli aruspici etruschi al seguito dell’imperatore Giuliano l’Apostata, mentre nel 408 d.C., al momento in cui le orde di Alarico si avvicinavano a Roma, “gente della Toscana” fece sapere al prefetto della città che Nepete era stato salvato dai barbari “da tuoni e lampi terribili, in seguito a voti e cerimonie compiuti secondo i riti nazionali”; gli aruspici si offrivano di difendere Roma con queste armi celesti. Il papa Innocenzo acconsentì alla prova, a quanto afferma Zosimo; ma poiché i Toscani avevano dichiarato di non potere attuare con successo se tutta la città non avesse sacrificato nello stesso tempo agli dei, si preferì trattare con i Barbari. [91]
- Tradizione riportata da ben 31 autori antichi, greci e latini, all’opinione dei quali si oppone il solo Dionigi di Alicarnasso; questi sono Ellanico, Timeo di Taormina, Anticle di Atene, Scimmo di Chio, Scoliaste di Platone, Diodoro Siculo, Licofrone, Strabone, Plutarco, Appiano, Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Silio Italico, Stazio, Cicerone, Pompeo Trogo, Velleio Paterculo, Valerio Massimo, Plinio il Vecchio, Seneca, Servio, Solino, Tito Livio, Tacito, Festo, Rutilio Namaziano, Giovanni Lidio, C. Pedone Albinovano. ↩
- La genesi del nomen etrusco - 2. Contatti e ascendenze culturali - in Archeologia e beni culturali, Periodico del Centro Internazionale Ricerche Arche, Anno I - N. 2 - aprile/giugno 2005, pp. 4-5. ↩
- Romul., 18 ↩
- La guerra del Peloponneso, I, 3. ↩
- Erodoto, Storie, I, 94, 3-7. ↩
- Annales, IV 55, 8 ↩
- Antichità romane, I, 27. ↩
- I, 94. Tuttavia Erodoto cita solo un figlio di Atys, Tirreno, al quale afferma che il padre la metà del suo popolo destinato a raggiungere l’Etruria, mentre mantenne per se la guida di coloro che rimasero in Lidia. ↩
- Eraclide Pontico, F.G. H. , II, pag. 222. ↩
- Al 561 a.C. risale la tirannide di Pisistrato ad Atene; al 528 a.C. la morte di Pisistrato e sua successione da parte di Ippia e Ipparco (Pisistratidi); al 510 a.C. la fine della tirannide dei Pisistratidi. ↩
- Ipparco, 3-4. ↩
- Il più importante e tra i primi documenti della lingua greca, è costituito dalla celebre kotyle (tazza), importata da Rodi , rinvenuta in una tomba a cremazione - Tomba 168. del 725 a.C. ca. - della necropoli Valle di S. Montano a Lacco Ameno di Ischia, su cui è stato inciso in alfabeto euboico, e dunque a Pithecusae stessa, un epigramma in tre versi che allude alla famosa coppa di Nestore descritta dall’Iliade. Il reperto costituisce l’unico esempio pervenutoci di un brano poetico in scrittura contemporanea alla composizione stessa dell’Iliade. Nel testo, scritto in direzione retrograda, il secondo e terzo verso sono perfetti esametri. Le poche, piccole lacune sono tutte interpretabili con sicurezza tranne la seconda parola del primo rigo, che ha quattro o cinque lettere mancanti. La trascrizione del testo è la seguente: Di Nestore …. la coppa buona a bersi. Ma chi beva da questa coppa, subito quello sarà preso dal desiderio d’amore per Afrodite dalla bella corona. ↩
- Platone, Leggi, V, 54. ↩
- Virgilio e Corinto-Tarquinia, S.T.A.S.-Regione Lazio, 1998. ↩
- Strabone, Geografia, V, 2,8; Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 23-28; Pausania, La Grecia, XXVIII, 14. ↩
- Antichità romane, I, 28. ↩
- Müller, F. H. G. i p. 43, frg. 1. ↩
- Tzetze, All’Alessandra, 772; Servio Danielino, All’Eneide, II, 44; Erodoto., Storie, II, 145-146; vedi pure Apollodoro. Bibl., Ep., 7,38, e Cicerone, De Nat. Deorum., III, 22,56. ↩
- Scholia vetera, All’Alessandra, 809; Tzetze, All’Alessandra, 805; Leonzio Pilato in G. Boccaccio, Genalogie deorum gentilium, V, 44. ↩
- Plutarco, Moralia, Bernardakis, I, pag. 66; Quest. Graec., 14. ↩
- Tolomeo Chenno, Nov. Histor., VII, Westermann, pag. 197, v. 20. ↩
- Aristotele, Peplos, in Poetae lyrici graeci, Betgk, II, pagg. 367-376. ↩
- Nel volume “I ritorni di Odisseo” pubblicato recentemente in Italia dall’Ed. Carocci, ma uscito in lingua originale nel 1998. ↩
- Lasciamo a chi di dovere le eventuali considerazioni sulla simbologia funeraria della lepre in ambito etrusco. ↩
- Justin. XX, 1 ↩
- De situ orbis v. 347 ↩
- In Aen. X, 167; VIII, 479. ↩
- In Theog. vv. 1011-1016 ↩
- Alla bocca del Po, vedi Dionigi di Alicarnasso, XVIII, 3. ↩
- Müller, F. H. G. iv p457 frg. 3. ↩
- In Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 23-28. ↩
- Antichità romane, I, 26. ↩
- Strabone, Geografia, V, 2,8. ↩
- Trogo Pompeo, Epitome, XX, 1,11 ‘In Tuscis Tarquinia a Tessalis et Spina in Umbris‘. ↩
- Erodoto, Storie, I, 56; 57. ↩
- Erodoto, op. cit., VI, 137. ↩
- Pausania, La Grecia, I, 38,3. ↩
- In Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 9; 22. ↩
- Dionigi Alicarnasso, op. cit., I, 9; 20-21. ↩
- Erodoto, Storie, VI, 137. ↩
- Erodoto, Storie, II, 51. ↩
- Ibidem, II, 50-53. ↩
- Scolio ad Apollonio Rodio, Argonautiche, I, 917; F.H.I, III, pag.154, 27. ↩
- E. Benviste, Nom et origine de la déesse etrusque Acaviser, in ‘Studi Etruschi’, III, 1929, pagg. 249-258. ↩
- E. Secci, Tradizioni culturali tirreniche e pelasgiche nei frammenti di Callimaco, in ‘Studi e materiali di storia delle religioni’, XXX, (1), 1959, p. 94. ↩
- F.W.J. Schelling, Le divinità di Samotracia, Milano, Mimesis, 1990; R. Pettazzoni, Le origini dei Kabiri nelle isole del Mar Tracio, in ‘Memorie dei Lincei’, 1909; G. L. Messina, Dizionario di mitologia classica, s.v. Cabiri, Dardano, Iasio; K. Kerènyi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Milano, Garzanti, 1986, I, pagg. 83 e 84; Pierre Grimall, Enciclopedia della Mitologia, s.v. Cabiri, Dardano, Iasio. ↩
- Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, V, 47-49. ↩
- Servio Danielino., All’Eneide, III,167; Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 61; 68. ↩
- Stefano Bizantino, De urbibus, s.v. Dardania. ↩
- Servio Danielino., All’Eneide, III,167; Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 61; 68. ↩
- Colozier, Les Etrusques et Carthage, in ‘Melanges d’Archeologie et d’Histoire’, 1953, tomo LXV. ↩
- M.Cristofani in ‘Studi Etruschi’, XXXVIII, p. 332. ↩
- Dal n.31 della rivista Aufidus - Università di Bari. C.N.R. ↩
- J. Heurgon, Les Dardanies in Afrique, ‘Revue des étudies latines’, XLVII, 1969, pagg. 284-294. L’autore ritiene che la migrazione etrusca in Tunisia sia avvenuta durante la prima metà del I sec.a.C.. Ma poiché l’avvenimento coincide con il primo utilizzo, in lingua etrusca, del nome di Dardano, non è da escludere che il fatto si sia verificato dopo la pubblicazione dell’Eneide (30 a.C.), poema nel quale Virgilio per la prima volta aveva presentato Dardano come capostipite etrusco di Troiani e Romani. ↩
- Virgilio, Eneide, III, 167, segg.; VII,205 e segg.; 240 e segg. ↩
- Virgilio, Eneide, VII, 210-211. ↩
- Virgilio, Eneide, III, 167. ↩
- Servio, All’Eneide, III, 501. ↩
- Stefano Bizantino, De Urbibus, s.v. Elimia, Aiane, Metimna. ↩
- La città degli Dei. La tradizione di Roma e la sua continuità, ECIG, Genova 2003. ↩
- Plutarco, Numa, XIII; Festo, s.v. Salio; Servio Danielino, All’Eneide, VIII, 285; Virgilio, op. cit., V, 298 e segg.; Pseudo Plutarco, Vite parallele, 40; F.H.G. (Muller), III, pag. 230. ↩
- Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 23; 69; II, 22. ↩
- Callimaco, Diegesis., VIII, 33-40. ↩
- Varrone, De lingua latina, VII, 34; Servio Danielino, op. cit., XI, 543 ‘Statius Tullianus de vocabulis rerum libro primo ait dixisse Callimachum apud Tuscos Camillum appellari Mercurium, quo vocabulo significant deorum praeministrum, unde Vergilius bene ait Metabum Camillam appellasse filiam, scilicet Dianae ministram: nam et Pacuvius in Medea loqueretur ‘caelitum camilla exspectata advenis, salve hospita’. Romani quoque pueros et puellas nobiles et investes camillos et camillas appellabant, flaminicarum et flaminum praeministros‘; Macrobio, Saturnali, III, 8, 6. ↩
- Callimaco, Giambi, VII; Dieg., VII, 32 - 34; VIII, 1-20. ↩
- Servio Danielino, op. cit., X,179. ↩
- J. Bousquet, Callimaque, Herodote et le trone de l’Hermes de Samothrace, in Melanges Picard, Parigi, 1949, pag.119,n.1. ↩
- Servio Danielino, op cit., II, 325: ‘Tuschi Penates Cererem et Palem et Fortunam dicunt‘. ↩
- Arnobio, Adversus nationes, III, 40; 43. ↩
- Festo, s.v. Tages. ↩
- Giovanni Lido, De ostentis, 2-3. ↩
- Servio Danielino, op. cit., II, 296 ‘Eos autem esse Iovem, aetherem medium, Iunionem imum aerea cum terra, summum aetheris cacumen, Minervam, quos Tarquinius, Demarati Corinthii filius, Samothraciis mysticae imbutus, uno templo et sub eodem tecto coniunxit, et addidit Mercurium‘. ↩
- Saturnali, III, 4. ↩
- Servio Danielino, op. cit., II, 70. ↩
- Studi minori, Firenze, Le Monnier, 1967, pag.191 e segg. ↩
- Pausania, La Grecia: Laconia, XIII, 4. ↩
- Che sia questa l’origine del nome della località di Cornetum (bosco di cornioli) presso l’antica Tarquinia? Pare che processioni misteriche siano documentate in alcune pitture della necropoli della città. ↩
- N. Turchi, Le religioni dei Misteri nel mondo antico, Genova, Dioscuri c/o Basilisco, 1987, pagg. 90-95. ↩
- Pausania, La Grecia, IV, 1, 7-9; 26, 7; 33, 4-6. ↩
- Diodoro Siculo, Biblioteca storica, V, 49. ↩
- Ezechiele, XXI, 21. ↩
- La L 507, Beazley Addenda 2,186, db n. 201654, conservata al Martin Von Wagner Museum dell’Università di Würzburg, Germania. ↩
- Eschilo, Prometeo Incatenato. ↩
- Articolo citato. ↩
- II, 305 ss. ↩
- 5.12.5 ↩
- Cicerone, De Div, I, 33, 73 ↩
- In “Eneide”, VII, 64 ↩
- Iliade, XXIII. ↩
- Proprio i ‘circoli’ dell’area vetuloniese, realizzati con lastre di pietra infisse nel terreno a delimitare il perimetro dell’area sepolcrale, richiamano il circolo che, nel XIII secolo a.C., racchiuse le tombe sulla cittadella di Micene. ↩
- Zosimo, V, 41. ↩