L’aruspicina
Per favorire la comprensione della disciplina etrusca, nonché della religiosità etrusco-romana, proponiamo la traduzione italiana, corretta in base alle recenti acquisizioni, della voce “haruspices” (aruspici) composta da A. Bouche-Leclerq e comparsa nel Le Dictionnaire des Antiquités Grecques et Romaines de Daremberg et Saglio, opera in 10 volumi pubblicata dal 1877 al 1919 ma tuttora valida per la citazione di fonti e riferimenti agli autori antichi.
I. Il tempio (augurale e) fulgurale.
II. Aruspicina propriamente detta o divinazione con le viscere.
III. Interpretazione e procura (espiazione) dei prodigi.
IV. Speculazioni biologiche e cosmologiche degli aruspici.
V. I collegi di aruspici.
Aruspici - indovini etruschi che applicavano i metodi della divinazione toscana, e particolarmente la divinazione tramite le viscere.
E’ probabile che il loro nome, nel quale l’ortografia è variabile, [1] e l’etimologia dubbia, [2] sia un termine latino che che significa “ispettore di viscere”. Questo nome comune, sinonimo di “extispex”, “extispicus”, può di conseguenza applicarsi a tutti coloro che praticano la divinazione tramite le viscere, [3] e specificamente agli ιεροσχοποι greci, ai quali il nome si rapporta, anche per la consonanza del suo sinonimo latino. In questa tecnica il termine “haruspex” non specifica né l’origine del metodo, né la nazionalità presunta di colui che se ne serve. Allo stesso modo ha preso, per estensione abusiva ma inevitabile, il senso generale di “divinazione”. Queste libertà di utilizzo invitano alla prudenza durante la traduzione dei testi.
Conosciamo la divinazione etrusca soltanto attraverso l’impiego, ufficiale o privato, che ne hanno fatto i Romani, con informazioni le più antiche delle quali datano al tempo di Cicerone e Varrone, cioè ad un’epoca nella quale le tradizioni e la lingua dell’Etruria erano conosciute soltanto da pochi eruditi. Formava un corpo di dottrina, [4] che si riteneva essere stato rivelato ai lucumoni etruschi da un genio autoctono, il fancilullo Tagete [5] e che si trovava consegnato, con supplementi emanati dalla ninfa Vegone o Begoe, [6] sorte di Egéria o di Sibilla toscana, in una compilazione di libri ieratici, citati, in blocco o in parti, sotto una quantità di rubriche diverse. [7] questa raccolta di arcani fu tradotta in latino, a partire dal I secolo a.C., commentata, frammentata in estratti ed analisi da diversi autori: Tarquitius Priscus, A. Caecina, Nigidius Figulus, Clodius Tuscus, Julius Aquila, (Sinnius?) Capito Umbricius Melior (l’aruspice nominato da Galba), infine da parte di Cornelius Labeo (epoca sconosciuta), che, secondo una dubbia testimonianza, [8] avrebbe “spiegato in quindici volumi le dottrine etrusche di Tagete e Vegoia”. Tutti questi commentatori e volgarizzatori infusero in una tradizione già in parte apocrifa, artificialmente invecchiata e sovraccaricata, le loro idee particolari, i sistemi teologici, filosofici, scientifici in voga al loro tempo.”
Inoltre, delle loro elucubrazioni a noi restano soltanto dei frammenti dispersi, troppo mutili e troppo incoerenti perché sia possibile rintracciare, avvicinandoli nelle loro parti comuni, il fondo comune utilizzato e, a maggior ragione, risulta impossibile distinguere in questo fondo i dati puramente etruschi dalle aggiunte e dagli adattamenti di origine esotica. In queste condizioni, sarebbe più prudente attenersi ai fatti storici che attestano di età in età la pratica dell’ aruspicina etrusca: ma questi stessi fatti non sono interpretabili senza una certa somma di idee sistematiche e norme generali, nelle quali proveremo ad inquadrarle. È inutile cercare una classificazione che segua sia lo sviluppo logico dei principi, sia le tracce storiche della loro applicazione. :”Cicerone in De Div. I, 33, divide i libri in ‘haruspicini et fulgurales et rituales” e tratta ancora di ‘de extis’ - in II, 12-16-, ‘de fulguribus’, -in II, 17-21-, ‘de ostentis’ - in II, 22-23. “:
C’è soltanto un punto acquisito, ed è che la divinazione toscana non conosce né la rivelazione interiore, né l’entusiasmo mantico: è interamente induttiva, unicamente occupata ad interpretare dei segni esteriori. Così nel 430 a.C., quando i due consoli romani ebbero in sogno il medesimo avvertimento, gli aruspici furono consultati solamente per sapere se “extis eadem quae somnio visa fuerant portendentur” [9]
Fatta questa precisazione, la logica vorrebbe che si iniziasse dai segni fortuiti o “prodigi”, e che da questo fondo comune si procedesse a separare, poco a poco, i metodi regolari, l’arte augurale e fulgurale, la divinazione attraverso le viscere. Ma la separazione non poteva essere e non fu mai completa, sebbene la logica arriverebbe qui alla confusione. D’altra parte, la storia si occupa soprattutto dei prodigi e lascia alla loro interpretazione ampio spazio alla scienza fulgurale, ma permette anche di riconoscere che la divinazione con le viscere, legata direttamente ai sacrifici animali, è stata la forma più corrente e popolare di aruspicina, mentre la scienza fulgurale sembra assumere un ruolo preminente soltanto più tardi, sotto l’influenza rivale dell’astrologia.
E tuttavia, l’arte fulgurale, nei nostri testi, è strettamente associata alla teoria del “tempio”, che è primordiale e predomina tutto l’insieme della divinazione toscana. Se è vero che Roma fu fondata “secondo il rito etrusco”, [10] è seguendo l’ordine dei fatti noti a cominciare dalla teoria del tempio, che si rende necessaria una esposizione dei principi dell’arte fulgurale.
I. Il tempio (augurale e) fulgurale.
I segni esterni del pensiero divino, essendo necessariamente situati nello spazio, nella loro situazione improntano di una considerevole parte del loro significato tanto l’osservatore quanto le regioni del mondo visibile. Perché la divinazione sia possibile, occorre dunque che lo spazio nel quale appaiono i segni sia diviso precedentemente in settori. Questo spazio diviso è il tempio (Templum augures). Quindi non esistono capacità divinatorie individuali al di là di quelle limitate da una disposizione conforme ai riti, ed una città si estende soltanto su di un suolo convertito in tempio dalle cerimonie osservate in occasione della sua fondazione.
Di queste idee, comuni, nella loro forma più rudimentale, alle antiche popolazioni italiche, i Romani ne riportavano l’origine agli etruschi e sappiamo che erano state applicate dagli aruspici non soltanto alla divisione del suolo, ma anche alla ripartizione dei membri viventi della città. I metodi da seguire per questi calcoli spinosi erano esposti nei libri rituales. “Si chiama così”, dice Festus, “quello dei libri etruschi dove viene prescritto secondo quale rito devono essere fondate le città, consacrati gli altari e le costruzioni; quale divinità protegge i settori, quale è il diritto applicabile alle porte; come devono essere distribuite le tribù, curie, centurie, costituiti ed ordinati gli eserciti, ed altre norme di questo tipo che riguardano tanto la guerra come la pace.” [11]
I contemporanei di Augusto erano persuasi che il loro diritto augurale e pontificale derivava dalla scienza precedente e superiore degli Etruschi, e che Tarquitius Priscus ne insegnava le vere origini’. Non elimineremo però del nostro argomento tutto ciò che, sull’argomento, ci è noto come facente parte delle teorie o delle pratiche augurali e pontificali.
E’ probabile che all’origine non ci fossero differenze essenziali tra il tempio etrusco ed il tempio romano. Poiché gli auguri, gli aruspici, con la mano armata del Lituus, [12] dividevano lo spazio visibile, cielo e terra, in quattro parti o quadranti, disegnando tra i punti cardinali due linee diritte, perpendicolari una all’altra (cardo o meridiano e decumanus), che si incrociavano nel luogo occupato dall’osservatore (decussis). Quest’ultimo, dirigendo il suo sguardo lungo una di queste linee, distingueva nel tempio la destra e la sinistra (pars dextra-sinistra), la parte anteriore e la parte posteriore (parte antica-postica). Queste denominazioni, che si riferiscono all’osservatore, si muovevano con lui, e sembra che i riti toscani e romani gli imponessero ciascuno un orientamento diverso.
Gli auguri romani avevano preso l’abitudine di di guardare l’oriente, sede dei presagi felici [13] il decumanus si sostituisce come linea principale al cardo o linea meridiana. Attus Navius, discepolo degli etruschi, si girava verso sud [14] nel qual caso l’oriente, lato favorevole, era a destra. Ma i gromatici dicono che gli aruspici eruschi piazzavano la pars dextra al nord e la sinistra a sud, il che supporrebbe l’osservatore girato verso occidente. Al posto dell’osservatore, i gromatici dicono “quod eo sol et luna spectaret”, il che è un prestito fatto agli astrologi [15] Comunque sia ci furono contrasti tra l’orientazione cosmica, che pone la parte felice ad est, a sinistra dell’osservatore, e l’orientazione umana, che vuole che il lato destro sia felice e quello opposto sia appunto “sinistro”.
Sembra che il tempio etrusco resti, in teoria, almeno, un cerchio diviso, che può essere rappresentato, per le divisioni tracciate sul suolo, dal quadrato iscritto; mentre i Romani adottarono il quadrato iscritto, all’infuori della forma circolare, rovinando tutta questa geometria mistica, facendone le linee direttrici non le diagonali, ma gli assi del quadrato. L’originalità del tempio etrusco si attiene ad una questione di principio. Mentre i Romani, che semplificarono la tradizione o che si rifiutarono di complicarla, consideravano tutti i segni apparsi nel quadro del tempio augurale come inviati da parte del solo Jupiter, [16] gli aruspici avevano la pretesa di entrare in colloquio con molte divinità e di riconoscere l’esatta mano da cui partivano i segni fatidici (manubiae). [17] Erano quindi portati a situare nelle diverse parti del loro tempio le varie divinità di cui il numero, e conseguentemente il numero delle parti del tempio, poteva soltanto aumentare mentre l’arte divinatoire guadagnava in precisione.
Inoltre, al tempio quadripartito, attorno al quale erano sistemati Giove, Giunone, Summanus e Minerva (che lanciano i loro fulmini delle loro sedi rispettive}, vediamo succedere dei templi ad otto, dodici, sedici settori. L’esistenza del tempio ad otto case è postulata da quella, espressamente attestata, del tempio a sedici compartimenti, che ha dovuto essere generato, come pensa Cicerone, dal raddoppio ripetuto delle parti del tempio primitivo. Forse occorre riportare a questo sistema la ripartizione, più tardi inesplicata, dei fulmini tra nove divinità, [18] dato che il tempo si divideva come lo spazio, il nundinum o settimana etrusca, così come la successione delle otto razze di uomini che, alla dichiarazione degli aruspici, dovevano predominare a rotazione sulla terra, si è legittimata la supposizione anche di un tempio a divisione duodecimale, imitazione più o meno artificiale dello zodiaco astrologico, che sarebbe servito da domicilio al gruppo dei dodici Consentes o Complices. [19] questi dodici consiglieri di Jupiter avrebbero dovuto essere armati del fulmine; [20] ma conosciamo al riguardo soltanto una teoria a tendenza monoteista che si realizza nel riservare il fulmine al solo Jupiter. Gli stessi romani, in materia di fulmini, non avevano spinto oltre la semplificazione, dato che attribuivano i fulmini diurni a Jupiter e quelli notturni a Summanus. [21]
Gli innovatori non trascurarono di dire che su questo punto restauravano la tradizione primitiva. [22] Vi mescolavano, in ogni caso, idee abbastanza incoerenti. Secondo loro, Jupiter dispone di tre fulmini (tres manubiae). Può lanciare la prima di sua iniziativa, come avvertimento. Se scaglia un secondo colpo, meno inoffensivo, deve consultare i dodici dèi Consentes; infine, non deve e probabilmente non può fulminare il terzo colpo, senza consultare gli dei “superiori e involuti”. [23] Queste sei coppie di consiglieri somigliano allo stesso tempo agli dèi olimpici ed agli “dèi consiglieri” della Caldea, [24] mentre gli dèi superiores ed involuti ricordano le Moire greche o tengono il posto dell’ ειμαρμενη degli stoici.
Ma questa teoria complicata perde di vista le esigenze della pratica, che cercano di localizzare i fulmini negli spazi del templum e che si accorda meglio alle varie divinità tuonanti dai loro diversi domicili celesti.
Gli aruspici che preferirono sviluppare la tradizione nazionale sulle loro proprie radici non ebbero che da moltiplicare i nomi delle divinità fulminanti, aggiungendo all’antica lista a quattro case i nomi di Vulcano, di Marte, [25] forse di Ercole e di altre ancora che noi ignoriamo. Raggiungevano così la cifra di 9. Combinando con questo numero di nove divinità fulminanti la teoria in questione dei tre fulmini attribuiti a Jupiter, i Toscani arrivavano a contare undici specie di fulmini. [26] Questo sistema è stato adattato alla costruzione del tempio a dodici case, nel quale sarebbe stato lasciato forse un posto vuoto, che corrisponde alla regione dove, verso il solstizio d’inverno, i fulmini non partivano neppure dal cielo, ma dalla terra (infera fulmina). [27] Ciò che è certo, è che il sistema degli undici fulmini coesisteva con il tempio a sedici regioni, il tempio fulgurale per eccellenza ed il solo per il quale possediamo la garanzia dei testi ufficiali. [28] La ripartizione delle divinità nel tempio a sedici settori ci è anche indicata, ma da un autore del V secolo, Marziano Capella, che non cita le sue fonti. [29] La sua lista contiene non meno di 64 nomi di divinità o gruppi di divinità, e ci avverte lui stesso che è incompleta.
Che l’astrologia abbia collaborato a questo mosaico internazionale, non si può dubitare quando si vede Fortuna e Valitudo occupare lo stesso posto (XI) che ha Valetudo nel sistema astrologico “delle sorti”, Genius (V) e Genius Junonis Sospitae (IX) corrispondere “alle sorti” del matrimonio e della progenie, e Mars-Quirinus sostituire “la sorte” di militia (II). [30]
Tuttavia non è possibile notare un aperto contrasto tra aruspicina ed astrologia; il rapporto sembra invece affinarsi, come conferma ad esempio la figura dello stesso Nigidio Figulo, che fu aruspice ed astrologo; d’altronde anche il tempio a sedici case, ben lungi dall’ essere stato immaginato da aruspici preoccupati di lottare contro l’astrologia, è testimoniato già da tutta una serie di documenti ben precedenti alla diffusione della scienza astrologica in Italia.
Queste diverse costruzioni geometriche hanno avuto lo scopo di fornire un quadro etichettato all’osservazione dei fulmini, e non abbiamo potuto descriverli senza mescolare le prime nozioni della scienza fulgurale. Tuttavia, è quasi certo che il tempio primitivo è servito a lungo, come per i Romani, all’osservazione degli auspici. Il tipo leggendario dell’augure romano, Attus Navius, era noto per avere appreso la sua arte in Étruria, [31] e né Pacuvius, né Lucano credevano di commettere un anacronismo rappresentando gli aruspici come così abili da interpretare la “lingua degli uccelli” [32] o il “movimento delle loro ali’” quanto nell’interpretare il fegato delle vittime. Ma questo ramo dell’arte era stato trascurato dagli aruspici, precisamente perché era tradizione ancora vivace a Roma e perche i Romani non richiedevano loro consultazioni di questo tipo. Si limitavano, a quanto si può giudicare, ad interpretare gli atti sconosciuti degli uccelli, come altri animali o la comparsa di specie rare, come quelle che erano disegnate in alcuni lavori di “scienza etrusca”.
In altre parole, l’ornitoscopia atrofizzata si era riassorbita nella scienza generale dei prodigi. L’arte fulgurale, al contrario, la cui tradizione tendeva a cancellarsi a Roma, prese in Etruria un vigore che ne fece, nella scienza dei prodigi, una disciplina distinta. Gli aruspici osservavano o interpretavano il fulmine propriamente detto (fulmen-fulmen caducum), il lampo (fulgur-fulguratio-fulgetrum) ed il tuono (tonitru). Quanto alle meteore di qualsiasi specie, bolidi, albe boreali, [33] archi nel cielo, [34] comete, [35] erano prodigi tenuti oltre alle classificazioni correnti, come anche i fulmini, i lampi ed i tuoni osservati in un cielo sereno. [36] Che il fulmine era lanciato dagli dei, non occorreva dimostrarlo. Questo postulato, comune a tutti i metodi divinatori, traeva qui una forza singolare dell’imbarazzo nel quale si trovarono sempre i fisici nello spiegare come il fuoco, che tende per natura ad alzarsi, poteva precipitarsi con tale violenza in una direzione opposta. La prima questione da risolvere riguardava l’origine del fulmine, ed era quasi risolta in anticipo dalla ripartizione delle divinità fulminanti nel tempio celeste.
Si stilavano ancora indici supplementari del colore dei lampi, il rosso vivo denunciando la mano di Jupiter, [37] il rosso scuro, quella di marte; [38] il bianco, più o meno livido, quella degli altri dèi; [39] dell’ora, giornaliera, notturna, crepuscolare (provorsa fulgura); [40] o della coincidenza dei fulmini con le feste delle diverse divinità; [41] infine, gli effetti prodotti, essendo ad esempio il fulmine di marte, conosciuto per la sua energia comburante. [42] Non era soltanto per sapere quale mano aveva lanciato il fulmine che gli aruspici cercavano di precisare il suo punto di partenza. Dovevano notare la direzione del colpo, sia all’andata che al ritorno, poiché gli antichi, che confondevano fenomeni mal conosciuti anche al giorno d’oggi, [43] credevano che generalmente il fulmine rimbalzasse sui corpi che colpisce, perdendosi altrove oppure tornando al suo punto di partenza. [44] Tutti i fulmini celesti seguivano una direzione obliqua; solo i fulmini partiti dalla terra (infera o inferna-terrena) colpivano diritto. [45] Questi erano sempre disastrosi; gli altri, di buon o cattivo presagio, secondo i casi. I colpi partiti dal primo quadrante del tempio (tra il nord e L’est) erano felici, soprattutto se il fulmine vi tornava, essendo il ritorno al punto di partenza sempre un segno favorevole. [46] Gli effetti materiali del fulmine non potevano trascurare di fornire un mezzo di diagnosi importante, che poteva rivelare non soltanto la sua origine, ma l’intenzione della quale era il segno.
Gli aruspici, abbondantemente aiutati nelle loro classificazioni dagli stoici, ammettevano tre specie di fulmini, terebranti, frangenti, ardenti, questi ultimi suddivise in fulmini che anneriscono (fuscant), cioè che alterano (decolorant) o cambiano (colorant) il colore degli oggetti toccati, e fulmini ardenti propriamente detti, che arrostiscono (afflant) o bruciano a fondo (comburunt) o infiammano (accendunt) i suddetti oggetti. [47] Questa tricotomia, simbolizzata dai tre dardi del fulmine classico (fulmen), si ritrova nell’analisi di altri dati o metodi d’esegesi. I tre fulmini che trattava Jupiter, assistito o no dagli dèi Consenti ed Involuti, non corrispondono esattamente ai tipi summenzionati, poiché sono classificati allo stesso tempo dal punto di vista degli effetti e dal punto di vista dell’intenzione (avvertimento, minaccia, esecuzione). [48] Un’altro ordine distingueva il fulmine che spaventa (ostentatorium), quello che predice (praesagum), quello che distrugge (perernptorium), divisione che, così rimaneggiata, [49] si avvicina alla precedente. Infine, considerando soltanto le intenzioni, sia del ‘motore’ del fulmine, sia del destinatario, sia dei due insieme, si arrivava a classificazioni psicologiche abbastanza ingarbugliate, dove si trovano sinonimi delle specie precedenti. Il colto Caecina distingueva tre specie di fulmini: il fulmine consigliere (fulmen consiliarium), che approva o disapprova un progetto meditato dal destinatario; il fulmine di garanzia (auctoritatis), che predice gli effetti buoni o cattivi di un atto compiuto; ed il fulmine di stato (status), una sorte di avvertimento inatteso indirizzato ad individui durante il loro stato passivo. [50] Quest’ultimo può essere una minaccia, una promessa o un avvertimento (f. monitorium). [51]
L’analisi spingeva più lontano le sue distinzioni. Gli avvisi celesti possono essere ripetuti (f. renovativa) [52] e confermati (attestanea- [53] attestata), [54] o, al contrario, essere annullati da contrordini (peremptalia). [55] Avvisi o minacce, i fulmini potevano predire mali inevitabili, a volte mascherati sotto la promessa di una felicità evidente (f. fallacia), [56] come anche l’esilio o la morte (pestifera), [57] o le disgrazie la cui scadenza poteva sia essere allontanata (deprecanea), sia differita (prorogativa). [58] L’epiteto di “prorogativa” entra in un’altra classificazione, sempre ternaria, fatta dal punto di vista della durata dei presagi.
I fulmini sono o perpetui, o finiti, o prorogativi (perpetua-finita-prorogativa). I primi, come l’ oroscopo degli astrologi, estendevano il loro effetto alla vita intera, sia degli individui (f. familiaria), [59] che delle città. Non si osservavano che nelle epoche critiche, e gli aruspici, interessati a restringere la parte fatta al fatalismo, avevano limitato il numero di queste epoche ad una sola per le città (il momento della fondazione), e a due per i privati (nascita e costituzione di una famiglia). [60] La previsione tratta dai fulmini “finiti” comportava una scadenza a giorni fissi. [61] La scadenza delle “prorogative” poteva essere differita per un certo lasso di tempo, al massimo trenta anni per le città, dieci anni per i privati, [62] tramite “le procure” insegnate dagli aruspici; prassi la cui efficacia poteva andare fino a trasformare i finita in prorogativa, e questi in deprecanea.
Questa plasticità del destino è un tratto caratteristico delle dottrine toscane, comparabile con l’astrologia. [63]
Si è supposto finora che il destinatario dei presagi fosse conosciuto. L’indirizzo dei fulmini, infatti, era indicato dalle circostanze di tempo e di luogo. Per i fulmini chiesti, aspettati, osservati, non c’era alcun dubbio possibile. Ma era il caso più raro. Per gli altri, l’indirizzo si deduceva, sia dalla preoccupazione presente nello spettatore, se ci fosse stato lampo senza fulmine, sia, con certezza assoluta, dal luogo colpito: le proprietà o la persona stessa, se si trattava di individui; i luoghi e i monumenti pubblici o i magistrati, se si trattava di una città.
In una città repubblicana, dei colpi che riguardano Comitium o i “luoghi principali” davano allo stesso tempo il loro indirizzo ed il loro senso: questi fulmini-prodigio predicevano rivoluzioni che andavano a colpire la monarchia (f. regalia). [64] I razionalisti chiedevano a che servivano i fulmini caduti sui ‘res nullius’, cioè il mare, i deserti, le cime delle montagne; credevano di provare con ciò che il fulmine non partiva dalla mano degli dei. [65]
L’argomentazione era facile da confutare. Inosservati, questi fulmini non esistevano; osservati, si rivolgevano a chi ne era stato testimone. [66]
In ogni caso, coloro che chiedevano perché le divinità fulminavano i loro templi [67] avevano l’aria di ignorare che questi colpi presumibilmente fortuiti erano più significativi di tutti gli altri. Gli aruspici vi vedevano normalmente dei postularia o postulatoria (fulmina), che ingiungevano di ricominciare cerimonie religiose mal fatte. [68] L’arte dell’aruspice “fulgoratore” [69] consisteva nell’applicare i principi sopra esposti ad un caso dato, proseguendo l’operazione divinatoria tra le sue tre fasi, osservazione, interpretazione, esorazione o procura. [70]
Con le combinazioni possibili tra tanti dati, era impossibile restare senza esiti. La teoria dei fulmini rinnovativi, prorogativi e permanenti si prestava soprattutto a delle raffinatezze perfette per meravigliare gli stranieri. “Nell’interpretazione dei fulmini”, dice Plinio, [71] “la scienza si è perfezionata al punto che annuncia in anticipo se ne appariranno altri a giorni fissi, e se questi annulleranno il destino o se apriranno inizialmente altri destini rimasti allo stato latente; il tutto confermato da innumerevoli esperienze pubbliche e private, nell’uno e nell’altro caso”. [72]
In altri termini, dato un fulmine riconosciuto come prorogativo, gli aruspici si vantavano di sapere a quale data la proroga avrebbe avuto fine, in quale data il presagio si sarebbe o rinnovato, o temporaneamente sostituito da altri, o definitivamente annullato. Ma tutta questa casistica delle stagioni precedenti, buona per umiliare gli astrologi, importava abbastanza poco ai clienti degli aruspici. Ciò che si attendevano dagli uomini dell’arte, era l’indicazione delle misure da adottare per evitare ogni seguito increscioso: era il metodo della ‘procuratio’.
Occorre distinguere qui tra il fulmine considerato come presagio ed il fulmine considerato come proiettile celeste. Il fulmine-presagio, che poteva essere un semplice lampo, doveva essere procurato dal compimento delle volontà che significava, :”Tuttavia il popolo si premuniva contro i lampi facendo schioccare la lingua. ‘fulgetras poppytmis adorare -exorare- consensus gentium est’ Cfr. Plinio, XXVIII, § 26. e non c’è motivo di anticipare su ciò che sarà detto oltre della procura dei prodigi in generale. Invece, il fulmine offensivo, che lasciava tracce materiali del suo passaggio, doveva essere procurato, indipendentemente dall’interpretazione, o piuttosto espiato [73] da cerimonie speciali. Il vecchio rito romano, quello di Numa, conosceva soltanto un’espiazione uniforme, applicata dai Pontefici a tutti i fulmini. Consisteva in offerte simboliche a Jupiter (Elicius?). [74] I Pontefici riconobbero l’insufficienza del loro metodo nazionale e finirono con scaricare completamente agli aruspici la cura di purificare i luoghi e gli oggetti colpiti dal fulmine. Secondo un principio che si dice comune alla dottrina “dei pontefici e degli aruspici”, il fulmine non colpiva mai soltanto luoghi intaccati da una lordura qualunque. [75] Ricercare la natura di questa macchia preesistente era affare d’interpretazione, e cancellarla doveva essere l’effetto della procura ordinata di conseguenza. Ma innanzitutto, occorreva scongiurare la specie di maleficio portato dal fulmine stesso al luogo colpito (fulguritum). [76] Gli aruspici vi provvedevano seppellendo il fulmine sul posto. Cominciavano a “raccogliere i fuochi celesti, [77] cioè, gli indizi materiali del loro passaggio, ed il fulmine stesso, che sapevano trovare estinto e solidificato in pietre. [78] Seppellivano questo fulmine (fulmen condere) recitando delle preghiere lugubri, ed immolavano in questo luogo una o più pecore (bidentes), di cui avevano cura di esaminare le viscere per assicurarsi del successo dell’ operazione. [79] Infine, facevano recingere il luogo da una barriera circolare, alla maniera di pozzo (puteal), scoperto; [80] questa tomba del fulmine o bidental, ormai inviolabile, inamovible, era classificata, come tutte le tombe, fra i luoghi “religiosi”. [81]
Se il fulmine avesse ucciso un uomo, gli aruspici raccoglievano anche le membra dell’individuo fulminato e le nascondevano (condere) sul luogo stesso, senza i riti consolatori dei “giusti funerali ” . [82] Quindi questo tipo di bidental era [83] particolarmente sinistro.
Si procedeva in modo simile con gli alberi fulminati (arbores fulgoritae-fanaticae), [84] che restavano verticalmente, come stele funerarie, isolati e temuti. Il rispetto di questi riti fece emergere molte difficoltà che dovette essere regolate dal diritto pontificale. La teoria dei fulmini che tornano senza rimanere sul posto permise di ridurre il numero dei bidentalia, e forse fu inventata a questo scopo. Si nascondevano probabilmente soltanto i fulmini rimasti in terra (f. atterranea). [85] Ma quando si trattava di persone fulminate, il caso poteva diventare imbarazzante. Se un individuo fosse fulminato in un luogo pubblico, il rituale toscano esigeva che fosse nascosto sul posto e la giurisprudenza romana proibiva di convertire un luogo pubblico in sepoltura privata. [86] Se questo luogo pubblico era nell’interno della città, la difficoltà era doppia: un articolo della legge delle XII tavole impedisce di sepellire un corpo umano ‘in Urbe’. [87] Infine, se l’individuo colpito sopravviveva? Occorreva escluderlo dalla società, o seppellirlo in effigie, come si faceva con gli ex voto per gli individui “devoti”, o influire sull’ottimismo e considerare come una carezza un colpo che non uccide ? [88] Anche le piante fornivano materia a scrupoli. Il carattere “religioso” degli alberi fulminati essendo, in diritto pontificale, incompatibile con il carattere “sacro”, che fare se il fulmine colpiva un bosco sacro? Al verificarsi di una simile circostanza, gli Arvali ricorsero a quantità di cerimonie per fare scomparire gli alberi toccati ed acquisire il diritto di sostituirli con altri. Act. fr. Arval. 224, 4. “: La pianta poteva anche sopravvivere al colpo di fulmine. Certamente, non se ne faceva allora un oggetto “religioso”; ma era prudente tenerla in sospetto, e, se fosse un albero da frutto, non offrire i suoi frutti agli dei. Così, a dire di Plinio, era vietato fare libazioni con vino che proveniva da una vite toccata dal fulmine. [89] L’arte fulgurale arrivò, in questo modo, a dettare leggi agli arboricultori. Sul pretesto che, per un albero innestato che il fulmine verrebbe a colpire, occorrerebbero tante espiazioni speciali quanto gli innesti, si proibivano alcuni miscugli di specie incompatibili. [90]
Per completare il tema della scienza fulgurale, resta ancora da parlare dell’evocazione e dell’uso dei fulmini. Era un segreto magico, la cui occupazione era pericolosa per gli stranieri (fulmina hospitalia) [91] e che gli stessi aruspici non utilizzavano volentieri. Vivevano sulle memorie leggendarie di Tullus Hostilius, vittima della sua temerarietà, [92] e di Porsena, che aveva precedentemente ucciso a colpi di fulmine il mostro Volta sul territorio di Volsinii. [93] Si tratta senza dubbio dei ‘fulmina auxiliaria, quae advocata, sed advocantium bono veniunt’. [94] Avevano lasciato dimenticare così bene il loro talento in questo genere di cose che, per spiegare il miracolo della legione fulminante, sotto Marco Aurelio, Claudiano pensò non a loro, ma ai magi orientali. [95] È soltanto alla fine del mondo antico, come vedremo più avanti, che si ebbe l’idea di invitarli a scagliare l’arma celeste contro i barbari. Alle formule capaci di attirare il fulmine (elicere, cogere), i volgari avevano preferito a colpo sicuro dei mezzi per allontanarlo (exorare). Ma se l’uno era difficile, [96] l’altro lo era certamente in modo maggiore. Si diceva bene che Tarchon, il primo discepolo di Tagete, aveva preservato la sua casa circondandola di ceppatelli bianchi, [97] e che Tagete stesso si era servito di una testa d’asino spellato per allontanare i temporali; [98] ma non si vede che gli aruspici abbiano lavorato a rarefare la materia prima della loro industria. Hanno almeno provato ad arrestare l’effetto dei fulmini ardenti? Plinio parla di formule scritte sulle pareti per allontanare gli incendi, [99] e una di queste formule: Arse verse, è data come d’origine e lingua etrusca. [100] Non si sa altro.
II. Aruspicina propriamente detta o divinazione con le viscere.
Prima di acquisire la reputazione di emeriti fulguratori, gli indovini toscani passavano per essere incomparabili nell’arte di ispezionare le viscere. Il loro nome usuale viene da qui, e questa parte speciale della loro arte risaliva senza dubbi a Tagete, [101] mentre l’arte fulguratoria procedeva anche, o forse esclusivamente, delle rivelazioni della ninfa Vegoia. Una moneta attribuita a
Luni, ma più probabilmente da assegnarsi a Cortona, sembra rappresentare Tagete, con il copricapo degli aruspici e gli strumenti del sacrificio. [102]
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Occorre avvicinare questa moneta ad una statuetta di bronzo trovata in una tomba vicina al Tevere, nella quale si riconosce generalmente l’immagine di un aruspice. [103] Non è che l’ extispicina etrusca ebbe principi o anche metodi che gli fossero propri ed esclusivi. Ci si accordava ovunque a pensare che le vittime offerte agli dei dovevano essere sane, ben conformate, e che un difetto qualunque, esterno o rivelato dall’autopsia, gli impediva di essere autorizzate. Inoltre, il sacrificio è una forma della preghiera, e non c’è nulla più di naturale di cercare nel sacrificio stesso la risposta degli dei.
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I Romani, come i greci dell’età omerica, sembrano essersi accontentati a lungo di questa divinazione rudimentale, che permetteva loro di sapere, secondo l’aspetto delle viscere, se il sacrificio era autorizzato (litare-perlitare-χαλλιερειν) e, quindi, la preghiera esaudita. Ma non c’era alcuna ragione per limitare ad una semplice dichiarazione o rifiuto la risposta degli dei. Potevano accettare o rifiutare senza condizioni, o chiedere altra cosa, o infine e soprattutto indirizzare di loro iniziativa pareri imprevisti, promesse, minacce, rimproveri, ecc.
Attraverso questa porta, una volta aperta, la divinazione vi passava per intero. Era sufficiente che il linguaggio dei segni convenuti fosse abbastanza ricco e godesse di un’interpretazione sicura. È precisamente la molteplicità dei dettagli osservati e la ricchezza del repertorio esegetico che in questo campo garantiva la superiorità dei Toscani [104] sui loro rivali di qualsiasi altro paese. Come la scienza fulgurale, l’aruspicina fini per caricarsi di superfetazioni suscitate dalla concorrenza dell’astrologia. L’animale sezionato divenne un microcosmo, [105] e le sue viscere un tempio nel quale erano distribuite le influenze delle diverse divinità; ebbene il fegato, l’organo fatidico per eccellenza, era di per sé stesso un tempio. Riproduciamo qui, in piano ed in prospettiva, un monumento che sembra essere una rappresentazione schematica del fegato considerato come un tempio a sedici regioni. [106]
Quando la magia e la teurgia vennero di moda, si immaginò che gli dei, invocati al momento della consultazione, venissero a prendere posto nei loro rispettivi domicili per rispondere alle domande. [107] I veri aruspici toscani hanno dovuto allontanare o accettare soltanto con rammarico queste teorie sospette. Ammettevano, e nulla gli impediva di fare questa concessione ai razionalisti, che i segni fatidici non preesistevano nella vittima, come era chiaro, ad esempio, al momento dell’autopsia, in alcune vittime rinvenute prive di organi vitali, che ovviamente non avrebbero potuto vivere senza cuore o senza fegato; ma, per imprimere i segni fatidici nelle viscere, in vista ed al momento delle consultazioni, [108] era sufficiente l’intervento unico della divinità alla quale era stata offerta la vittima. [109] Gli aruspici applicavano dunque la loro arte alle vittime specialmente per la consultazione (hostiae consultatoriae): gli altri le utilizzavano soltanto come vite offerte (hostiae animali), non come strumenti di divinazione. [110] Alcune specie animali che erano più sensibili all’impressione divina, avevano “il fegato più parlante.” [111]
Da qui l’idea non soltanto di sezionare ogni specie di animali, tra cui, forse, l’uomo, [112] ma ancora di adattare la specie al tipo di consultazione, scegliendo, ad esempio, la colomba per gli innamorati, e così via. Ma non è il caso di queste pratiche, se non a proposito di indovini d’origine esotica: [113] gli autori antichi non ci dicono che gli aruspici toscani abbiano prolungato l’elenco degli animali fatidici, come i Ciprioti, immaginarono di consultare le viscere del maiale, o l’Iamide Trasibulo, che primo provò sopra il cane. [114] Ignoriamo anche se il canone delle viscere osservabili o exta (σπλαγζνα), cioè il fegato, il cuore, i polmoni, lo stomaco, la milza ed i due reni, siano stati portati a questo numero settenario dai Toscani. Si sa soltanto che erano in numero più ristretto all’origine, e che le innovazioni produssero l’evento. Plinio ha annotato la data (274 a.C.) nella quale “gli aruspici iniziarono ad esaminare, negli exta, il cuore”. [115] Fino a quella data si limitavano certamente ad interrogare il fegato.
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Già dal tempo dei Sumeri il fegato era sede di quel tempio complicato corrispondente a quello che conosciamo in Etruria grazie al modello bronzeo di Piacenza. Gli aruspici lo dividevano prima in due parti, o piuttosto in quattro, simili ai quadranti principali del tempio. A ciò si aggiungeva la divisione naturale dell’organo in due lobi - destro e sinistro - una divisione artificiale in due parti, anteriore e posteriore, di cui una rappresentava gli interessi dell’osservatore o del suo cliente (pars familiaris), l’altra, gli interessi e le influenze contrarie (pars hoslilis, inimica ιερα προπολεμια); [116] quanto alle suddivisioni anatomiche di queste parti, noi le conosciamo per la maggior parte soltanto con la terminologia greca, [117] alla quale probabilmente hanno collaborato i medici ed i grammatici. I Toscani osservavano soprattutto le estremità rilevanti dell’organo (fibrae [118] ), e le fenditure che lo solcano (fissa [119] limites [120] Fra le “fibre”, la più importante era la testa (caput, χεφαλη) del fegato, [121] che poteva essere atrofizzata o assente, [122] turgida o doppia, [123] coerente o staccata (capot caesum), [124] e, in ogni caso, dominava o annullava il valore dei presagi forniti dalle altre regioni. Alcuni esperti (fissiculatores) prestavano un’attenzione particolari alle fenditure, comparabili alle “linee” della chiromanzia, o alle combinazioni delle fenditure e delle vene. [125] Va da sé che le anomalie più o meno straordinarie, fegati doppi [126] o doppiamente avviluppati, [127] o rinvenuti al posto della milza, [128] una doppia vescicola del fiele, [129] ecc., erano notate con cura. Dopo il fegato, il cuore. Sembra che un po’di grasso sulla punta fosse di buon augurio. [130]
L’assenza del cuore era un prodigio ancora più raro dell’assenza di testa nel fegato, e, se possibile, più minaccioso; appare fra quelli che annunciarono la morte di Cesare. [131] Si comprende che non abbia molto spaventato il dittatore, che teneva i prodigi per frodi. [132]
Il polmone meritava attenzione. Anche se gli altri exta fossero stati favorevoli, un polmone “inciso” ordinava di soprassedere a qualsiasi impresa. [133] Degli altri exta iscritti nel canone, non sappiamo nulla, se non che la milza cambiava a volte posto con il fegato, la qual cosa era un prodigio. [134] Non si può dire se è all’aruspicina o all’astrologia che gli interpreti dei sogni hanno improntato le previsioni speciali che distribuivano tra i diversi organi. È più probabile che sia dall’astrologia, poiché la vescica del fiele, che gli aruspici dicevano sacra “a Nettuno ed all’elemento umido”, riguarda, per Artemidoro, il denaro e le donne. [135] Gli aruspici si servivano delle osservazioni anatomiche per amplificare e rettificare una pronostico generale che traevano a colpo d’occhio dall’aspetto delle viscere ancora calde, [136] ed anche, prima della immolazione, dall’atteggiamento della vittima. Seneca e Lucano accumulano tra le descrizioni pretenziose tutto ciò che conoscono in materia di presagi funesti tratti dall’aruspicina internazionale: vittima recalcitrante; agonia lunga e convulsiva; sangue nero, che cola senza scaturire; colore livido e macchie sulle viscere fuori del loro posto normale e bagnate di pus sanguinolento; bile diffusa, intestini strappati ed aperti; fegato con testa doppia e decollata, polmoni bloccati, cuore flaccido, ed altre particolarità terrificanti. Ma le osservazioni previste finora erano più o meno comuni agli indovini di qualsiasi origine: le divergenze riguardavano l’interpretazione. [137] Ciò che caratterizza specialmente il rito toscano è il supplemento di informazioni ottenuto dalla cottura delle viscere. I greci ritornavano volentieri, dopo l’autopsia, ai loro riti empiromantici, osservando gli incidenti della combustione delle viscere e delle carni piazzate sul focolare. Bruciavano la parte degli dei e facevano lessare soltanto quella per gli uomini. [138]
I Toscani, al contrario, prima di consumare le viscere fatidiche (exta porricere), le sottoponevano ad un’ebollizione prolungata. Arrivava a volte al punto che la testa del fegato, o anche il fegato intero, veniva a sciogliersi (jecur extabescit), cosa che era naturalmente prodigio funesto. [139] I sacrifici consultatori potevano essere offerti sempre, su richiesta ed a spese dello stato o dei privati. I Pontefici romani giudicarono a proposito di istituire, oltre ai ricorsi provocati da casi fortuiti, delle consultazioni regolari senza scopo preciso, occasioni offerte agli dei di manifestare il loro buono piacere. Otto volte l’anno (il 10 e il 14 gennaio, il 16 e il 26 febbraio, il 13 marzo, il 22 agosto, il 14 ottobre e il 12 dicembre) venivano offerti dei sacrifici che occupavano l’intera giornata; l’ immolazione avveniva la mattina e la cremazione delle viscere la sera. Il mezzogiorno di queste giornate “intersecate” (ENdotercisi) era fasto (inter hostiam caesam ed exta porrecta); [140] la mattina e la sera, festive. È una congettura, ma vicina della certezza, che i suddetti sacrifici fossero offerti dai Pontefici assistiti dagli aruspici, e che il lasso di tempo non festivo fosse dedicato alla cottura delle viscere. [141] L’interpretazione dei segni si fondava, come quella di qualunque altro segno, su associazioni di idee presumibilmente confermate dall’esperienza. Non dobbiamo fare qui piuttosto che altrove l’inventario di tutte le scoperte dovute all’immaginazione degli indovini. Faremo osservare soltanto che gli aruspici, i quali cercano di riportare i loro diversi metodi ad una dottrina globale, applicavano all’ extispicina delle classificazioni conosciute dalla loro occupazione nell’arte fulgurale. C’erano degli exta regalia, [142] dello stesso senso dei fulmini dallo stesso nome, exta adjutoria, [143] comparabili ai fulmini “ausiliari”, e numerosi esempi di sacrifici ricominciati, sia per ottenere che le viscere non fossero più “mute”, [144] sia affinché si vedessero confermare o annullare presagi precedenti. Infine, si poneva accidentalmente, in extispicina piuttosto che negli altri metodi, una precisazione delicata, che fu risolta in modo da incoraggiare coloro che volevano truffare il destino. I presagi forniti dagli exta si rivolgevano al proprietario della vittima, ma quest’indirizzo poteva essere cambiato dal caso fortuito: ad esempio, se, in tempo di guerra, il nemico di turno si fosse impadronito della vittima e avesse fatto sue le viscere. [145]
III. Interpretazione e procura (espiazione) dei prodigi.
Senza competizioni nell’arte fulgurale, incomparabili nell’ extispicina, i Toscani passavano ancora come maestri nell’arte di interpretare e “procurare” (espiare [146] ) i prodigi, almeno agli occhi dei Romani, per i quali era divenuti, per questa ragione, indispensabili. L’interpretazione dei prodigi, non si può ripeterlo troppo, non era, in realtà, un ramo speciale della divinazione, ma la divinazione induttiva per intero. I metodi autonomi esposti più su erano all’origine soltanto delle applicazioni dell’arte ad alcuni ordini di fatti regolari, previsti, e, in questo senso, naturali: ma questi stessi fatti non erano meno “prodigi”, cioè segni dimostrativi, prodotti e voluti da esseri pensanti, in assenza dei quali non sarebbero stati suscettibili d’interpretazione divinatoria, essendo la divinazione e la previsione cose assolutamente distinte. Al tempo in cui l’idea della legge naturale, di cause inevitabili ed impersonali, non era sorta, non c’erano fenomeni naturali, nel senso attuale della parola: non c’erano forze che agivano, ma delle volontà. È la concezione religiosa dell’universo, e nessuna religione può abbandonarla senza perdere allo stesso tempo la sua ragion d’essere. Inoltre, anche quando ci furono dei “fisici”, gli indovini continuarono ad interpretare dei fenomeni naturali, supposti come prodotti da due cause sovrapposte, una causa naturale o efficiente, un’intenzione sovrannaturale o causa finale. L’idea di prodigio mirò di conseguenza ai fenomeni che sembravano dovuti, principalmente o esclusivamente, all’intenzione divina, in quanto apparivano più o meno contrari agli effetti delle leggi naturali conosciute. Misurando ciascuno il dominio delle leggi naturali in base all’estensione delle proprie conoscenze, il limite tra i fatti d’ordine naturale ed i prodigi restava perpetuamente fluttuante e non venne mai eliminato. Gli aruspici mantennero anche la qualificazione di prodigi ad una serie di incidenti fortuiti che nella divinazione greco-latina appaiono sotto il mome di συμβολα e di omina. Così la comparsa di uno sciame di api in un luogo pubblico era ancora, al tempo di Cicerone, un prodigio minaccioso, che richiamava l’intervento della scienza attinta dai “libri etruschi”. [147]
Degli scudi rosicchiati dai ratti a Lanuvium furono dichiarati dagli aruspici un “grande e tristissimo prodigio”; [148] in compenso, non era un prodigio che una scrofa divorasse i suoi piccoli. [149]
Il prodigio, di qualsiasi nome lo si chiami (prodigium, portentum, ostentum, monstrum, miraculum), [150] è dunque un fatto che non può spiegarsi completamente con cause note, suscettibile, quindi, di rivelare all’uomo dell’arte la sua causa ignota. Essendo i prodigi sempre fortuiti, non possono essere oggetto di un’osservazione voluta e preparata. Il compito proprio degli aruspici era di interpretare, secondo le loro constatazioni o le testimonianze, e - se lo si chiedesse loro - di indicare il tipo di procura adeguata. Avevano a garanzia della loro competenza una lunga serie di esperienze, contenute in raccolte speciali (ostentaria); un metodo che potremmo definire “scientifico” ante litteram, per il quale venivano compilati gli annales con le raccolte cronologiche degli eventi e dei prodigi miracolosi. Questa massa di fatti, raccolti in un paese che si diceva particolarmente fecondo in prodigi, [151] erano classificati secondo gli oggetti che fungevano da materia di supporto ai prodigi. Almeno, si cita di Tarquitius, traduttore dell’ Ostentarium Tuscum, un Ostentarium arborarium, [152] ed un libro, speciale ugualmente, dove era preso in considerazione l’ariete dal vello di porpora, [153] ovvero prodigi verificatisi nel regno animale. I Pontefici romani avevano anche, nei loro Annales, una raccolta di questo tipo, che si accresceva con tutte le consultazioni sia rivelate, [154] sia richieste ai libri sibillini e agli aruspici, che appunto risultavano valide per tutti i casi identici. I Pontefici si giudicavano competenti per procurare prodigi conosciuti come il movimento delle “hastes” di marte nella Regia, [155] le pioggie di pietre, [156] le mucche o i buoi parlanti, [157] ed anche i tremiti della terra. [158]
Li vediamo, nel 207 a.C., ordinare la procura non di un prodigio soltanto, ma di un insieme di prodigi, e ricorrere prima agli aruspici, poi ai libri sibillini, soltanto sull’avviso di segni nuovi. [159] I Pontefici, per interpretare i prodigi, non credevano di avere bisogno di sapere con quale divinità avevano a che fare e quali fossero le sue volontà. La curiosità passava piuttosto ai loro occhi per sacrilegio, e le formule vaghe dei loro rituali (si deus, si dea es sive mas, sive femina, etc.) permettevano loro di trattare senza indiscrezione con delle potenze mascherate. Numa li aveva incaricati non di interpretare i prodigi, neppure di procurarli tutti secondo le loro conoscenze; ma di decidere “quali prodigi, inviati da fulmini o altri fenomeni qualsiasi, sarebbero stati presi in considerazione ed espiati. [160]
Una volta annunciato un prodigio, si doveva affrontare un’indagine preliminare che permetteva loro di giudicare se occorresse accettare (suscipere) per conto dello Stato il prodigio, allora dichiarato “pubblico”, o considerarlo come se fosse stato indirizzato ad altri. [161] In caso di prodigio pubblico, dovevano ancora decidere se ordinare essi stessi la procura o fare appello ad altri luminari. Potevano fare consultare i libri fatales [162] di Roma, i libri sibillini, i loro interpreti titolati che tuttavia costituivano un ricorso supremo, riservato alle crisi più spaventose, [163] e che offriva un doppio inconveniente: quello di costare molto caro, esigendo sempre le procure sibilline un grande spiegamento di cerimonie, e anche quello di non fornire informazioni sulle cause segrete dei prodigi intervenuti; [164] appena si sentivano perplessi, e soprattutto quando l’opinione pubblica esigeva che i prodigi fossero interpretati, i Pontefici pregavano il senato di convocare gli aruspici dall’ Etruria, e se necessario, di organizzare tra loro un concorso con premi. [165] Occorre osservare che a Roma, gli aruspici consultati dallo Stato non si arrischiavano affatto a profetizzare il futuro, o non lo facevano se non quando il senato desse loro a comprendere che desiderava essere aiutato da predizioni intelligenti.
Interpretate da loro, le esigenze degli dèi (postiliones [166] postulationes [167] ) erano quasi sempre dei reclami e delle recriminazioni retrospettive. Il futuro non è osservato ordinariamente che in seconda istanza e sotto condizione, cioè nel caso in cui le riparazioni richieste non fossero state compiute. Seguivano in ciò il gusto della loro clientela. Formali fino all’eccesso, i Romani erano facilmente convinti che avevano dovuto commettere qualche irregolarità. Inoltre, una volta constatato il difetto, il rimedio era facile da trovare e d’efficacia sicura, mentre il futuro era un campo nel quale si giudicava pericoloso lanciare l’immaginazione. [168] Con le indagini retrospettive, gli uomini di Stato romani conservavano un diritto di controllo sulle possibili macchinazioni di questi stranieri mercenari, di cui si aveva spesso ragione seria di sospettare la buona fede.
Essendo gli aruspici presunti incompetenti in materia di formalità secondo i riti nazionali romani, spettava ai teologi e giuristi di Roma precisare il caso concreto al quale si applicava la diagnosi dei Toscani. Questo controllo si esercitava ancora quando il caso era precisato dal prodigio stesso e l’interpretazione andava ad indicare non soltanto il tipo, ma anche la specie di procura. Si vide un giorno, cosa strana, degli aruspici messi a morte per avere ordinato una procura che sembrò assurda ai Romani, e che, dal consenso anche dei colpevoli, sembrava essere assurda. Poiché il fulmine aveva colpito la statua di Orazio Coclide sul Comitium, gli aruspici conclusero che l’eroe desiderava cambiare posto; ma consigliarono di relegarlo all’ombra, mentre il buono senso romano, aiutato forse dalle denunzie di qualche concorrente geloso, voleva che fosse trasportato in un luogo elevato e pieno di sole. [169] Così, i Romani prendevano in considerazione come vera l’interpretazione del prodigio e rettificavano la procura secondo le loro idee. Interpretazione e procura erano dunque due operazioni distinte, benché connesse. La prima formava l’oggetto proprio delle “risposte” (responsa) degli aruspici: l’altra, più o meno indicata dalla risposta, doveva essere ordinata dal decreto pontificale convertito in senato-consulto. [170]
La formula di risposta commentata da Cicerone nel suo discorso De haruspicum responsis non contiene che le premesse e l’interpretazione, senza la procura; questa doveva essere formulata più tardi, dopo indagine sui fatti segnalati dagli indovini. Come i colpi di fulmine “rimasti a terra” comportavano un’espiazione preliminare, indipendente dall’interpretazione, gli stessi prodigi fissati in un oggetto materiale esigevano un’operazione simile, che consisteva nello sbarazzare il suolo della città dal mostro in questione. Poiché non si poteva, senza suscitare litigi, trasportare presso altri il segno e con il segno il presagio, lo si annegava nel mare o lo si distruggeva nel fuoco. Nel 207 a.C. poiché un androgino grande come un bambino di quattro anni era nato a Frosinone, gli aruspici decisero che occorreva gettarlo in pieno mare, dopo averlo chiuso in una cassa, perché la terra non fosse contaminata dal suo contatto sul percorso. Fatto ciò, i Pontefici decretarono una processione espiatoria, che è la procurazione propriamente detta. [171]
Il codice penale romano, uscito per intero dalla teologia, trattava allo stesso modo i mostri morali, i parricides. Li gettavano a mare, cuciti in una borsa con un cane, un gallo, una vipera ed una scimmia. [172]
La menzione della scimmia, che gli etruschi avevano potuto incontrare precedentemente alle isole di Pithecusa (?), avvicina pertanto al fatto che Strabone conosce il nome etrusco della scimmia, [173] e fa pensare che la legge romana era stata formulata o modificata previa consultazione degli aruspici. Si può sospettare anche la collaborazione degli aruspici nella terribile legge che ordinava di seppellire vive le vestali colpevoli di incesto, essendo il loro gesto considerato come un prodigio. [174] I libri di Tagete sembrano avere assimilato ai prodigi tutti i crimini che possono rientrare nella definizione del sacrilegio. Vi era scritto testualmente, al dire di Servio, [175] che i discendenti degli spergiuri dovevano essere espulsi, la qual cosa suppone per gli stessi spergiuri una pena ancora più dura. La logica poteva condurre ancor più lontano, poiché essendo la proprietà fondiaria, secondo le rivelazioni di Vegoia, [176] istituita da Jupiter, qualsiasi attentato alla proprietà era un sacrilegio. Quando la distruzione degli oggetti prodigiosi si effettuava con il fuoco, il fuoco stesso doveva essere prodotto dal legno di alberi “infelici”. [177]
Nel 193 a.C., poiché uno sciame di vespe si era insediato nel tempio di marte a Capua, “le raccolsero e consumarono accuratamente con il fuoco”. [178] Essendo la Campania la patria della Sibilla, si consultarono a questo proposito i libri sibillini; ma questa distruzione preliminare è conforme ai riti etruschi. Quanto alle procure propriamente dette o misure di profilassi volte a prevenire ogni ulteriore effetto del malcontento degli dèi, queste erano meno varie dell’interpretazione, e sarebbe tempo perso volerle mettere sempre in stretta relazione con questa. [179] Se si trattava di negligenze o omissioni commesse in passato, si ricominciavano le cerimonie intaccate dall’irregolarità, aggiungendo un supplemento di offerte o di preghiere. Se i prodigi non erano stati interpretati e se non erano già stati riferiti negli annali, i Pontefici unendo le loro preoccupazioni dell’economia con la prudenza, generalmente ordinavano sacrifici di hostiae majores e delle “suppliche” prolungate durante un numero di giorni proporzionato al numero ed all’intensità dei prodigi. Allorché i Pontefici rimandavano ai libri sibillini, si ritrovavano privati del loro ruolo a vantaggio del collegio competente.
IV. Speculazioni biologiche e cosmologiche degli aruspici.
Nei momenti di crisi, la preoccupazione intensa degli spiriti moltiplicava i prodigi. Passata la crisi, il popolo dimenticava i suoi spaventi e credeva di avere ristabilito l’effetto o avere esaurito le conseguenze dei segni sovrannaturali. Ma la scienza degli aruspici andava più lontano. Sapevano (lo si è già visto a proposito dei fulmini) distinguere il condizionale dell’inevitabile, e, nell’inevitabile, annunciare ciò che poteva essere prorogato e di ciò che doveva arrivare a scadenza immutabile, laddove chi ignorava aveva visto soltanto incidenti fortuiti, riconoscendo di tanto in tanto una scadenza attesa e compresa in un piano globale, una tappa prevista nella vita sia degli individui, sia delle società. Queste alte speculazioni, suggerite soprattutto dall’influenza rivale dell’astrologia, erano attribuite, come sempre, a Tagete, autore responsabile di tutte le immaginazioni dei suoi discepoli. Erano tramandate nei libri fatales, che dovevano somigliare da vicino ai libri sibillini. Per quanto riguarda gli individui, la tradizione toscane non potevano ovviamente fornire soltanto indicazioni generali. È negli Etrusci libri fatales che Varrone aveva trovato un certo sistema biologico e teologico del quale ha forse disturbato la struttura mescolando a calcoli venuti da fuori. Secondo l’estratto, incompleto e mutilato di Varrone, “l’esistenza dell’uomo è divisa in dodici ebdomadi:” i due (* * lacuna). È dunque possibile, usando come preghiera i riti religiosi, rinviare le cose inevitabili fino a settanta anni; ma, a partire da quest’età, non si deve più chiederlo e non lo si potrebbe ottenere dagli dei. Del resto, passati gli ottantaquattro anni, gli uomini perdono lo spirito, e a loro non sono più concessi prodigi”. [180]
Le cifre 12 e 7 denunciano l’intrusione dell’astrologia, almeno di quelle stesse concezioni astrologiche note in Grecia fin dal tempo di Solone. [181] Si sa anche che il peripatetico Stasea di Napoli professava, per quanto riguarda il numero di ebdomadi ed il valore nullo dell’esistenza prolungata al di là del quadro normale, le idee attribuite da Varrone agli etruschi. [182] Ciò che appartiene strettamente agli aruspici, è la teoria della proroga delle scadenze, e così probabilmente la mobilità dei limiti che segnano le tappe della vita.
Queste tappe, che gli astrologi greci chiamavano “climateriche”, fissate in anticipo dai matematici, i loro rivali toscani le riconoscevano in alcuni prodigi che gli dèi, padroni di accelerare o ritardare l’ora, inviavano a tempo debito. Almeno, come si vedrà più avanti, applicavano il sistema delle epoche variabili alla vita dei popoli, e non è affatto probabile, ostili come erano ad ogni fatalità incondizionata, che abbiano applicato al calcolo della vita individuale dei principi del tutto differenti. L’idea originale di considerare come dei morti ambulanti i vecchi che rimanevano in vita a dispetto dei numeri deve essere una transazione, immaginata forse da Stasea, [183] tra l’astrologia e l’aruspicina. Essendo il totale dei dodici periodi fissato a 84 anni dall’astrologia, e insegnando l’aruspicina che le proroghe ottenute dai privati valevano per dieci anni, se ne conclude che era inutile chiedere rinvii una volta passati i 74 anni, il resto della vita bastando al massimo alle scadenze delle proroghe accordate nei dieci anni precedenti.
Si può supporre che la dottrina usuale fosse più compiacente, e anche che lasciasse rinviare nell’altro mondo la scadenza di debiti contratti in quest’ultimo. Ciò che Jupiter non poteva accordare più, lo si chiedeva ai “destini”; ma il potere del destino penetrava fin nel mondo sotterraneo. Si intende parlare, per un’epoca evidentemente abbastanza tarda, dei “libri Acherontici” [184] o dei “libri di aruspicina e riti Acherontici, che passano per essere stati composti da Tagete”, dove erano prese in considerazione le questioni di queste proroghe e ricorso in istanza suprema. [185]
l nome dell’Acheronte, che gli etruschi avevano dovuto incontrare in Campania, è di per sé un’etichetta significativa, e non è impossibile prevedere il probabile contenuto di questi “libri dei morti” aggiunti ai libri fatali. Si è vista più su la distinzione fatta tra hostiae consultatoriae ed hostiae animali che contavano come “vite” (animae) offerte agli dei. Ma è un assioma applicabile alla storia di tutte le religioni che ogni vita offerta agli dei la è come equivalente al riscatto della vita di quello che paga le spese del sacrificio. [186] tutti i sacrifici ordinati dagli aruspici per deviare l’effetto di presagi disastrosi avevano dunque l’effetto “di liberare” il loro cliente della pressione del destino (resolutoria sacrificia). [187] Se il riscatto tramite il sacrificio poteva esentare dai mali di questo mondo, perché non da quelli dell’ oltretomba? Questo ragionamento era sufficiente a coloro che credevano di trovare nel battesimo sanguinario del taurobolium e del criobolium la “rinascita per l’eternità”. (TAUROSOLIUM). Sembra che gli aruspici, al tempo in cui le religioni mistiche trascinavano all’emulazione i loro seguaci sul cammino dell’ immortalità, abbiano rilanciato queste teorie. Gli altri promettevano l’immortalità felice solo a quelli che si erano preparati da vivi. L’effetto dei resolutoria sacrificia non poteva liberare anche i morti? L’Etruria, dice Arnobio, promette nei suoi libri Acherontici che, con offerta del sangue di alcuni animali ad alcune divinità, le anime diventano divine e sono liberate dalle leggi della mortalità.” [188] Questo testo non prova che si tratti di sacrifici fatti dopo la morte del candidato all’apoteosi; ma, ammettendo anche che provasse il contrario, non si potrebbe vedere che una prima tappa della dottrina. Gli aruspici finirono necessariamente per scoprire che praticavano da tempo immemorabile il mezzo per garantire la felicità dei defunti con sacrifici compiuti dopo la loro morte. O i giochi funebri, nei quali colava il sangue umano, non avevano alcun senso, o avevano lo scopo, nella concezione primitiva, di inviare alla morte dei dipendenti e dei servi, per fornire più tardi dei sostituti. [189] Gli dèi infernali si riteneva accettassero il riscatto lasciando libera l’anima riacquisita. [190]
Gli aruspici non ebbero che da mettere l’apoteosi ad un prezzo inferiore per ampliare la loro clientela e fare entrare il loro ministero nella pratica corrente. Quindi Tertulliano chiede in che differiscono l’imbalsamatore e l’aruspice di fronte alla morte. [191] così gli autori cristiani parlavano della “necromantica etrusca”. [192] La risposta, che finge di ignorare, è che uno si occupava del corpo; l’altro, dell’anima. La dottrina sarebbe stata incompleta se non avesse trovato un’occupazione per le anime divinizzate. Secondo Nigidius Figulus, che “seguiva le dottrine etrusche”, queste formavano una quarta specie di Penati. [193] Altri ne facevano degli Dii viales (ενοδιοι). Cornelio Labeone, che aveva tradotto o estratto dai libri toscani un trattato speciale sulla materia, dava loro il nome generico di Dii animales. [194] Erano altri geni aggiunti a quelli dei quali le religioni e filosofie alla moda [195] riempivano l’universo. Applicate alla vita non più degli individui, ma delle città, le dottrine etrusche sono più intelligibili, più certe anche, poiché devono ai giochi secolari di Roma (Ludi Seculares) una notorietà particolare. Che gli aruspici abbiano preteso di avere nei loro archivi profezie che riguardano il destino di alcune città, non si può dubitare quando si vedono i libri fatali [196] o i “fata scripta” [197] dei Veienti precisare le condizioni alle quali Veio sarebbe stata presa ed annunciare condizionalmente, come conseguenza della presa di Veio, quella di Roma da parte dei galli. I Romani, che avevano acquisito con denaro in contanti i loro libri sibillini e li avevano messi sotto chiave, poterono vedere con quest’esempio che non erano riusciti a sottrarre i loro segreti alla curiosità dei loro vicini. Quindi fecero grande attenzione alla teoria dei secoli “naturali”, che i Toscani avevano inizialmente costruito nei libri rituales [198] e verificato con la loro propria storia (Tuscae historiae). [199] Si leggeva dunque in questi libri che la vita delle città, a partire dal giorno stesso della loro fondazione, si contava per secoli o generazioni, [200] e che la durata di ogni secolo era uguale alla durata della vita di quel cittadino che, esistente all’inizio di questo periodo, viveva più a lungo. Essendo i punti di riferimento diversamente intervallati ed impossibili da distinguere con mezzi umani, gli dèi inviavano prodigi per informare che la scadenza era arrivata. Consegnando prodigi di questa specie verificati da loro, gli aruspici avevano constatato che i primi quattro secoli della loro esistenza nazionale erano stati di 100 anni ciascuno; il quinto di 123 anni; il sesto di 118 anni; il settimo ancora di 118 anni. L’autore delle Tuscae historiae, che scrive nel corso dell’ottavo secolo, ignorava la durata di quelli che rimanevano da percorrere, ma sapeva che ne non ce ne sarebbero stati più di dieci in tutto, dopo che “sarebbe giunta la fine del nome etrusco.” [201] I Romani, secondo la loro pratica, avevano adottato le idee dei loro colti vicini, ma senza riconoscerle e riservandosi di provare il calcolo dei loro destini. Avevano trasformato, sull’ordine dei libri sibillini, le vecchie cerimonie espiatorie in Ludi Saeculares, celebrati ad intervalli variabili. A quale tappa della loro carriera erano e su quanti secoli potevano ancora contare? Lo ignoravano, poiché un certo Vettius, contemporaneo di Varrone, forse un aruspice dilettante, disse che, se Romolo avesse realmente visto dodici avvoltoi in occasione della fondazione della città, Roma sarebbe durata dodici secoli. [202] Altri credevano di sapere che la Sibilla parlava di dieci secoli. [203] Ma la Sibilla era diventata un essere cosmopolita; occorreva intendere con ciò secoli di Roma o periodi della vita del mondo? O, essendo le parti modellate sulla totalità, la vita delle città non era divisa, come quella del mondo, in ragione decimale, in modo che la somma di dieci secoli, inevitabile per gli etruschi, lo fosse stata anche per i Romani? Gli aruspici sembrano avere preso piacere a girare attorno alla questione che non si poneva loro, ed a preoccupare i Romani con allusioni equivoche, dove è inutile cercare una logica che probabilmente non vi hanno mai messo. Consultati sui prodigi dell’anno 88 a.C., annunciarono “un cambiamento di razza ed una trasformazione del mondo”, aggiungendo che “c’erano in tutto otto razze di uomini…” a ciascuna delle quali la divinità ha assegnato un lasso di temp