L’epopea italiana di Arrigo VII e la fine dell’utopia ghibellina
Storia negata: la Francigena e il ruolo di Poggiobonizio nell’ascesa di Firenze;
Sul ruolo dell’Abbazia di Marturi nella riscoperta del Diritto Giustinianeo: il Placito di Marturi, Pepone, la rinascita del Diritto e la nascita delle università;
Sul concetto di ‘castello’ e di ‘città’ nel medioevo; Poggiobonizio, città imperiale di Federico II: Il concetto di città dal medioevo all’epoca moderna;
Sulla cinta urbana: Mura urbane: crescita e sviluppo delle città medievali in Toscana tra XIII e XIV secolo;
Sulle fonti pubbliche: Poggiobonizio e le città toscane tra XII e XIII secolo: Le fonti pubbliche a confronto;
Sulle chiese urbane di Poggiobonizio: Poggiobonizio e le città medievali della Valdelsa: le chiese urbane;
Sull’edilizia civile: Poggiobonizio e le città toscane del medioevo: l’edilizia civile;
Sulla demografia e le corporazioni dei mestieri: Poggiobonizio e le città della Valdelsa nel medioevo: la demografia e i mestieri;
Sui patti di allenza e la popolazione delle città del Duecento: Giuramenti e popolazione nel Duecento. Lo studio di Enrica Salvadori sull’alleanza tra Pisa, Siena, Poggiobonizio e Pistoia del 1228; vedi anche lo studio di Enrica Salvadori sul patto tra Pisa, Siena, Poggiobonizio e Pistoia del 1228
Su Corrado dei marchesi del Monferrato, signore di Poggiobonizio, cesare dell’impero d’Oriente e re di Gerusalemme;
L’eresia medievale: Patarini e Catari in Toscana
Su Guido di Montfort e la presa di Poggiobonizio;
Gli ebrei della Valdelsa nella Toscana tra medioevo e rinascimento
Le vicende che segnano la fine del partito ghibellino sono incarnate dalla figura dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo.
Enrico, più noto come Arrigo, nacque a Valenciennes attorno al 1275 dal conte Enrico II di Lussemburgo, duca della Bassa Lorena. Venne eletto imperatore alla morte di Alberto d’Asburgo e fu il protagonista di una breve avventura che riassume in se tutte le valenze simboliche e politiche della società medioevale giunta ormai a compimento.
L’avventura italiana dell’imperatore è mirabilmente illustrata dalle 37 pagine miniate del Codice Balduino - presenti in rete anche nel sito degli archivi amministrativi della regione renana - le quali, divise in due episodi per pagina, ad eccezione dell’ultimo foglio, ripercorrono, in un tipico linguaggio gotico “mitteleuropeo”, tra battaglie, lutti e momenti di gloria, le principali tappe di quello che fu l’ultimo importante imperatore del Sacro Romano Impero dell’Italia medievale.
La visione delle miniature del codice di Baldovino è quindi possibile grazie ad i link che, pagina per pagina, collegano ad un sito esterno che ne riproduce e commenta le immagini, a loro volta tratte dall’opera di Franz-Josef Heynen, Kaiser Heinrichs Romfart. Die Bilderchronik Von Kaiser Heinrich THE VII. Und Kurfuerst Balduin Von Luxemburg 1308-1313. Noerdlingen 1978., della quale riportiamo parzialmente alcune traduzioni, ampliate dall’abbondante storiografia italiana sull’argomento.
La storia di questo “ultimo imperatore” pur interessando più genericamente le vicende europee, riguarda più direttamente l’Italia e, in particolare, la terra Toscana, nella quale la sua persona si spense, non prima di incontrarvi i maggiori coprotagonisti della sua breve avventura, alleati o nemici che fossero.
Dopo gli ultimi imperatori della casa di Svevia, l’impero aveva vissuto un periodo di decadenza segnato da diversi contendenti che agognavano al trono più per l’ingrandimento della loro famiglia che per l’unità e lo splendore dell’impero. Celebre è, al riguardo, la fama di Rodolfo d’Asburgo, del quale si dice che rovinò la sua casa per diventare imperatore e rovinò l’impero per ingrandire il suo casato.
In queste vicende l’Italia, palcoscenico delle nuove, grandi e potenti realtà urbane, rimase lontana dagli interessi imperiali, finché il 27 novembre 1308, a Francoforte, Enrico di Lussemburgo (Arrigo VII) venne eletto re dei romani.
L’ANTEFATTO
Nel maggio del 1308, sulle rive del fiume Reuss, l’ imperatore Alberto d’Absburgo viene pugnalato dal nipote Giovanni d’Austria. Alla notizia del regicidio, il re di Francia Filippo il Bello pensò bene di fare ottenere la corona imperiale al fratello Carlo di Valois e pregò il Pontefice affinché adoperasse tutta la sua autorità in favore dell’elezione di quest’ultimo. Ma Clemente V, che già troppe concessioni aveva fatto al re di Francia ed era stanco del giogo sotto cui questi aveva messo la Chiesa, non potendo apertamente opporre un rifiuto, promise al monarca che si sarebbe adoperato a favore del conte di Valois, ma preoccupato, e non a torto, dalle conseguenze che sarebbero derivate all’equilibrio politico europeo e all’egemonia del papato dall’elezione di Carlo, consigliò segretamente gli elettori di dare la corona imperiale ad Enrico di Lussemburgo, principe saggio e leale, ma non ricco e potente, il quale appunto proprio per questo non avrebbe mai potuto recare ombra alla Santa Sede e ai signori germanici.
(1a) Anno domini MoCCoVIIo Clemens papa Vus consecrat Balduinum fratrem Henrici comitis lutzillimburgensus in archiepiscopum trevirensem pictavis (10 marzo 1308).
La cronaca illustrata inizia con l’immagine dettagliata della consacrazione di Baldovino, fratello di Enrico conte di Lussemburgo, alla dignità di vescovo; nella cerimonia, celebrata il 10 marzo del 1308, vediamo il papa nell’atto di benedire Baldovino, inginocchiato davanti a lui con la mitria, il simbolo della carica episcopale. Anche il papa è raffigurato correttamente con una mitria, e non con la tiara, che dai tempi del pontificato di Clemente V è costituita da tre corone. [1]
Baldovino indossa un pallio, simbolo di autorità utilizzato solo dai papi e dagli arcivescovi durante il servizio ecclesiastico.
La data riportata si rifà all’antica consuetudine per la quale l’anno iniziava il 25 marzo, per cui il 1307 corrisponde al nostro 1308
(1b) In reditu de curia nuntiatur ei obitus alberti regis romanorum (1 maggio 1308).
Durante il ritorno dalla curia, Baldovino viene avvisato della morte dell’imperatore Alberto d’Asburgo (Albrecht), re dei romani. Se la prima miniatura raffigura l’evento decisivo per la casa di Lussemburgo - il raggiungimento della dignità arcivescovile di Treviri e la relativa signoria su di un feudo imperiale, con diritto di voto - la seconda miniatura illustra la raggiunta dignità del nuovo prelato, che già sulla via di ritorno alla sua residenza episcopale, grazie al suo diritto di voto riceve notizia sull’omicidio del re Alberto, avvenuto il 1 maggio 1308. A lato di Balduino, che alza la mano destra in segno di espressione di orrore per la notizia ricevuta, Enrico riceve nelle sue sue mani la missiva sigillata con la ceralacca.
(2a) Adventus archiepiscopi treveris in die penth(ecostes) anno MoCCCoVIIIo (2 giugno 1308).
L’ingresso dell’arcivescovo Balduino in Treviri il giorno di pentecoste dell’anno 1308. Le tre immagini seguenti sono dedicate all’ingresso in città e alla presa di possesso dell’episcopato e del feudo di Treviri. La prima rappresenta l’ingresso solenne in città, avvenuto il 2 giugno 1308. Baldovino dal suo cavallo benedice il clero trevirense rappresentato da monaci, canonici e suore. Uno dei clerici solleva una delle più note reliquie della cattedrale di Treviri: il bastone di San Pietro.
(2b) Missam celebrat
La prima messa dell’arcivescovo Balduino nella cattedrale di Treviri. Viene rappresentata quella parte solenne della santa messa, parte del rito usato a lungo in Treviri ma abolito nella pratica generale della chiesa romana cattolica dal Concilio Vaticano secondo, nella quale veniva innalzata la patera con l’eucarestia. Nella figura a destra senza tonsura è lecito scorgere una rappresentazione del fratello Enrico.
(3a) In mensa sedet
Viene raffigurato il grande banchetto all’aperto consumato in occasione dell’insediamento dell’arcivescovo Baldovino, probabilmente raffigurato a lato della madre. I sensali a cavallo, con l’aiuto di una lunga bacchetta, controllano le portate e le brocche. Il “kukhmister”, rispettabile e notabile impiegato della corte, controlla lo svolgimento del banchetto dall’alto della collina.
L’ELEZIONE DI ARRIGO
Nel novembre del 1308, con grande meraviglia di tutta l’ Europa e con molto dispetto del re di Francia Filippo il Bello, Enrico di Lussemburgo viene eletto imperatore a Francoforte. Il 6 gennaio dell’anno successivo Enrico viene incoronato ad Aquisgrana. Enrico VII, sebbene povero, vantava potenti parentele: sua moglie era figlia del duca di Brabante; una zia paterna era sposata con Guido di Fiandra e sua cognata aveva sposato il conte Amedeo V di Savoia.
Queste alte parentele e la fama di uomo savio e generoso, gli procurarono ben presto il favore di molti principi, così che nessuno, in Germania, si oppose quando egli annunziò che, con l’approvazione del Pontefice, sarebbe sceso in Italia per cingere la corona imperiale.
In Italia questo annuncio suscitò grande commozione: da sessant’anni la penisola non aveva più visto imperatori; molte vicende erano successe dopo la morte di Federico II; nella parte meridionale dell’antico impero, agli Svevi ghibellini erano successi gli Angioini guelfi, attraverso i quali la longa manus della Chiesa aveva trionfato sull’impero; sotto la parte guelfa le libertà comunali si erano sviluppate ed affermate, distaccandosi dalla suprema entità dell’impero, favorendo il sorgere ed il consolidarsi di non poche signorie; il contrasto tra guelfi e ghibellini aveva perso l’originale significato politico e il nome assegnato alle due fazioni era stato acquisito da partiti mossi da ben altre cause che guerreggiavano per scopi ben più materiali; infine, ora gli imperatori riconoscevano la supremazia papale e, ormai rappacificati e succubi della Chiesa, avevano rinunciato all’idea dell’unità dell’impero e non incutevano più alcun timore agli antichi avversari.
Nonostante le mutate condizioni sociali e politiche, l’Idea imperiale in Italia, radicata per secoli nelle coscienze, non era morta; non poteva esser morta un’ idea che tramandava l’antica grandezza presente nelle leggi, che incarnava la tradizione degli antichi, pervadeva la letteratura e le scuole di diritto e che aveva destato passioni, lotte intestine facendo spargere fiumi di sangue. Inoltre, proprio a causa della presente anarchia, all’autorità imperiale pensavano con nostalgia molti spiriti indipendenti, non accecati da sentimenti faziosi o da volgari interessi privati, e ché la politica ingiusta di Bonifacio VIII e le intemperanze dei Neri avevano fatto volgere dall’ idea guelfa alla ghibellina.
Fra questi idealisti si trovava il più grande dei nostri poeti, Dante Alighieri, la cui voce incarnò il sentimento di tutti coloro che, a causa dell’esilio, rimpiangevano la patria perduta per il cui bene invocavano la fine delle discordie civili. Per Dante l’impero non è una tirannide ma, nella grandezza del suo compito unificatore, acquisisce il valore supremo del garante di pace e libertà che si identifica col la rinascita del diritto di Roma; come scrisse il Carducci, per Dante l’impero “significa il dominio del popolo romano sopra la terra, e nell’imperatore, di qualunque nazione sia, egli vede trasferita la maestà del popolo romano. Giardino dell’ Impero è l’Italia, non la Germania; e di qui il principe romano distende lo scettro su tutte le altre monarchie e su tutti i popoli, intendendo fare del mondo una cristiana repubblica, della quale siano mèmbri tutti gli Stati, dal regno di Francia al più piccolo Comune italiano. Formato così il concetto giuridico e storico dell’ impero, l’Alighieri viene a divisare sul seguente modo le sue relazioni rispetto alla Chiesa : l’autorità dell’ Impero procede direttamente da Dio, ne la Chiesa può pretendervi supremazia e dargli autorità, come quella che non ebbe parte al suo stabilimento che fu innanzi a lei; ne vi è figure del vecchio o nuovo Testamento che provino, ne con- cessioni che valgano. Ma se l’imperatore è indipendente dal papa per l’imperio suo sulla terra, gli resta subordinato in questo, che la felicità secolare a cui l’imperatore è guida, sia mezzo per la felicità eterna a cui il pontefice è scorta.”
Queste sono le dottrine che Dante espone nel suo famoso trattato “De Monarchia”; e che troveranno conferma nella Commedia, nella quale il poeta lancerà l’appello supremo ad Alberto d’Asbugo: “…Vieni a veder la tua Roma che piagne Vedova e sola, e dì e notte chiama: Cesare mio, perché non m’ accompagne” e che si muteranno in azione viva quando “…l’umile italiano Dante Alighieri di Firenze, il quale è senza colpa esiliato” , si rivolgerà ai signori e ai popoli d’Italia scrivendo loro: « Ecco ora il tempo propizio in cui i segni spuntano della consolazione e della pace; chè il nuovo giorno splende mostrando l’alba, da cui son diradate le tenebre… ». [2]
(3b) Septem electores eligunt Henricum comitem lutzillimburgensem in regem romanorum Francofordie XXVIIa die novembris (27 novembre 1308).
Sette elettori eleggono Enrico conte di Lussemburgo a re dei romani, in Francoforte il 27 novembre 1308.
Il 27 novembre nella chiesa dei domenicani in Francoforte sette elettori eleggono Enrico conte di Lussemburgo a re dei romani. Gli elettori sono distinguibili dal sovrastante stemma. Da sinistra a destra compaiono tre arcivescovi: Enrico di Colonia (Heinrich von Koeln), Pietro di Mainz (Peter von Mainz), Baldovino da Treviri (Balduin von Trier); seguono Rodolfo conte di Pfalzgraf (Pfalzgraf Rudolf); Rodolfo duca di Sassonia (Herzog Rudolf von Sachsen); Valdemaro margravio di Brandemburgo (Markgraf Waldemar von Brandenburg); Enrico duca di Carinzia (Herzog Heinrich von Kaernten) ed il re di Boemia (Koenig von Boehmen). Tuttavia, dato che il re di Boemia fu assente durante l’elezione, l’immagine non corrisponde alla realtà dei fatti.
(4a) Electus super altare locatur per septem electores anno predicto VIII° (27 novembre 1308).
Il prescelto viene posto dai sette elettori sopra l’altare (sono raffigurati sei elettori) e, proclamato il risultato della votazione, tutti i presenti cantano il “Te deum laudamus” ; quindi il prescelto esprime la volontà di accettare la scelta degli elettori accettando gli obblighi imposti dalla selezione e viene posto dai due religiosi elettori sull’altare della chiesa. L’elevazione sul trono viene descritta dalla simbolica elevazione (In -Besitz-Nahme der Herrschaft) effettuata nella procedura della Sessio super altarem, che secondo l’ antica tradizione germanica prevedeva l’elevazione dell’eletto. L’elevazione (erezione) e l’incoronazione erano le formule rituali decisive per stabilire il potere regale.
LA CORONA DI CARLO MAGNO E LA MISSIONE IMPERIALE
Il 6 gennaio del successivo 1309 Enrico venne incoronato ad Aquisgrana; si accordò quindi con il pontefice Clemente V, che risiedeva ad Avignone, per farsi incoronare imperatore in Roma.
Animato da nobili ideali, l’anno seguente Arrigo intraprese la spedizione romana per sostenere personalmente gli antichi diritti dell’impero, affidando temporaneamente il governo al figlio Giovanni, al quale da poco aveva conferito il titolo di re di Boemia e Moravia.
Clemente V scrisse in suo favore ai genovesi, ai fiorentini e agli altri popoli d’Italia, incaricando il legato cardinale Arnaldo Pelagrua di aiutare il giovane Enrico nella sua impresa.
Dato che Enrico mostrava l’intenzione di pacificare l’Italia, permettendo il rientro di tutti i fuoriusciti nelle rispettive città, fu generalmente ben accolto, nonostante inizialmente il suo esercito fosse composto da soli 5000 uomini.
Nel 1310 Enrico è a Losanna, dove riceve ambasciatori da quasi tutti gli stati italiani; dato che Enrico era alleato del papa, tanto i guelfi che i ghibellini credevano di aver diritto alla sua protezione: i capi delle fazioni dominanti cercavano di conservare la loro autorità tramite il sostegno imperiale, mentre gli sbandati gli si rivolgevano perché li aiutasse a rimpatriare. Proprio in quegli anni, sulle nostalgiche speranze di un ritorno degli svevi Hohenstaufen, si era infatti diffusa l’idea di un’impero mondiale, da opporsi ai guelfi angioni e, in Toscana, alla strapotente invadenza di Firenze sulle altre città, che lungamente si erano autogovernate come liberi comuni. L’idea della rinascita dell’impero sul suolo italiano era resa possibile dal trasferimento delle sede papale da Roma ad Avignone effettuata dallo stesso Clemente V.
Enrico incarnò la speranza di tutti quegli italiani esiliati che anelavano alla libertà e lo stesso Dante lo invocò come portatore di pace; si tratta del concetto espresso dal poeta nel De Monarchia, poi riaffermato nella Divina Commedia, che anelando a repubbliche indipendenti unite sotto l’imperatore, ne concepiva la figura di unico rappresentante della monarchia universale, il quale, incarnando il supremo ideale della giustizia, avrebbe dovuto affiancarsi alla missione spirituale del papa.
(4b) Henricus et Margaretha regina coronantur Aquisgrani corona Karoli die regum sequenti (6 gennaio 1309).
Incoronazione dei reali consorti ad Aachen il 6 gennaio 1309. Enrico e Margherita vengono incoronati con la corona di Carlo Magno durante la festa di Ognissanti dell’anno successivo. Enrico lasciò Francoforte per Aachen dove venne unto dall’arcivescovo e cinto con la corona imperiale. Due vescovi elettori accompagnano l’imperatore all’altare, vestito di un semplice abito bianco e richiamano l’arcivescovo ad innalzarlo al ruolo imperiale. L’eletto viene fatto giurare sul vangelo, pregare sull’altare, unto sulla mano destra e sulle braccia. Dopo la cerimonia l’eletto viene rivestito degli abiti regali, riceve la corona, ottiene lo scettro e si siede sul trono di Carlo Magno mentre tutti i presenti cantano il “Te deum laudamus”. Assieme al re viene incoronata la sua sposa, Margherita di Brabante.
(5a) Adorant tres magos Colonie (Colonia, gennaio 1309).
I sovrani si recano in pellegrinaggio ai tre re Magi. Da Aachen la coppia regale, seguita dalla corte, si sposta a Colonia. La miniatura raffigura il rito dell’adorazione della reliquia dei tre re Magi, conservati in un’urna d’oro dietro l’altare della cattedrale di Colonia, che l’arcivescovo Rainald von Dassel portò da Milano nel 1164. L’evento dell’esposizione è indicato dalla data - dal 10 gennaio all’inizio di febbraio del 1309 - della festività in Colonia.
Tra le due scene raffigurate è trascorso più di un’anno e mezzo: secondo gli antichi costumi, il re ha intrapreso un lungo viaggio attraverso i domini dell’impero. In questo tempo si sono avute importanti relazioni con la chiesa, gli elettori, le città della Boemia e con il re di Francia Filippo il Bello.
(5b) Matrimonium Spire inter Johannem filium Henrici regis romanorum et Elyzabeth heredem Boemie anno X° (1 settembre 1310).
Matrimonio di Johannes (Hans) di Lussemburgo con Elizabeth di Boemia in Spira il 1 settembre 1310. Il matrimonio di Giovanni, figlio di Enrico re dei romani ed Elisabetta, erede al trono di Boemia, rappresentato nella decima miniatura, acquista significato per la dinastia dei Lussemburgo e per la storia dell’Impero. Al centro l’arcivescovo Peter Aspelta congiunge le mani dei due sposi: il quattordicenne Johann (Giovanni) e la diciannovenne Elisabeth. L’immagine non corrisponde alla realtà dato che Elisabetta viene descritta come una ragazza già adulta, dalla carnagione scura e con una fluente chioma nera. Veste alla moda francese con un’abito ripiegabile dal colletto aperto. Sulla destra sono riconoscibili il re Enrico e sua moglie Margherita di Brabante. Viene anche raffigurato l’arcivescovo Balduino, nonostante egli non prendesse parte alla cerimonia.
(6a) Dominus trevirensis obviat regi Boemie eunti Boemiam mathei anno X° (21 settembre 1310).
Incontro dell’arcivescovo Balduino con Giovanni di Lussemburgo-Boemia nei pressi di Colmar il 21 settembre 1310.
Il signore di Treviri saluta il nipote Giovanni. Da Spira la coppia regale tedesca e quella boema si trasferirono il 10 settembre a Colmar. Da qui le due coppie regali si separarono dirigendosi verso località differenti: Giovanni si diresse verso la Boemia per prendere possesso del regno, mentre Enrico, attraverso Solturn, giunse a Berna, dove venne riunito l’esercito per la marcia in Italia. Invece di illustrare il saluto del figlio ai suoi genitori, questa miniatura raffigura l’incontro tra l’arcivescovo Balduino e suo nipote Giovanni, sulla strada da Treviri verso il sud: dato che l’incontro accadde lo stesso giorno, probabilmente avvenne nei pressi di Colmar. Dagli stemmi apprendiamo che nella scorta di Giovanni erano presenti l’arcivescovo di Mainz e Friedrich von Blankenheim, mentre in quella di Baldovino figurava il conte Johann von Saarwerden.
(6b) Currus cum auro et argento domini trevirensis pro via transalpina de quo pluries subvenit regi romanorum
Le truppe di Baldovino nella marcia per Roma. I carri dell’arcivescovo trasportano oro e argento nella marcia sul lato settentrionale delle Alpi. La miniatura raffigura la composizione dei partecipanti nel procedere verso Roma; nella scorta, come nell’illustrazione precedente, sono visibili le insegne di Baldovino e del conte Johann von Saarwerden. Tuttavia è interessante notare il carico d’oro e d’argento che costituivano il contributo materiale più significativo offerto da Baldovino all’impresa del re. Il giogo ed i finimenti dei cavalli presentano qui una forma diffusa nelle regioni dell’Eifel e dell’Hunsruck. Anche il cavaliere dai capelli rossi proviene dalla Mosella: appare abbigliato con un tipico cappuccio e rappresenta chiaramente un prelato della zona di Treviri, dato che la popolazione locale portava indumenti simili ancora nel XIX secolo.
L’INGRESSO IN ITALIA
Entrato in Italia dal Moncenisio, Arrigo trascorse due mesi in Piemonte, dove cacciò i tiranni, richiamò i fuoriusciti, formò il governo di tutte le città e stabili numerosi vicari imperiali. Il 6 gennaio 1311 Enrico è a Milano, dove cinge la corona di re d’Italia e riceve il giuramento di quasi tutti i deputati delle città italiane.
Purtroppo, per la povertà di Enrico, il suo esercito era composto di avventurieri: principi e nobili che avevano abbandonato i loro piccoli feudi nella speranza di far fortuna a seguito del futuro imperatore. La necessità di soddisfare le avidità di queste milizie lo resero inviso e scatenarono i tumulti di Milano e di Brescia.
Frattanto papa Clemente V, divenuto sostenitore del re di Francia Filippo il Bello, rifiutando di recarsi a Roma, incaricò tre cardinali per procedere all’incoronazione imperiale.
Nella primavera del 1312, il cammino di Arrigo verso Roma fu lentissimo, essendogli ostile tutta la Toscana, eccetto Pisa.
A Roma Arrigo trovò la città leonina e parte dei quartieri sulla sinistra del Tevere occupati dalle truppe fiorentine ed angioine, cosicché il 29 giugno 1312 l’incoronazione dovette avvenire nella basilica di San Giovanni in Laterano.
Incoronato imperatore, Arrigo VII lanciò il bando imperiale contro il re di Napoli Roberto d’Angiò, che gli attirò l’avversione di Clemente V.
(7a) Rex ascendit Montsenys
Il re sale verso il Moncenisio. [3]
La descrizione dettagliata dell’itinerario verso Roma inizia dal passaggio attraverso le Alpi. L’esercito era stato assemblato a Berna, dove il re arrivò il 29 settembre. Il 9 ottobre 1310 l’armata partì in direzione di Murten e Losanna verso Ginevra; da qui, seguendo il corso del Reno, l’esercito raggiunse Chambery, [4] la capitale della Savoia, dove il conte Amedeo di Savoia accolse il re in maniera solenne. Da qui proseguirono lungo il corso dei fiumi Isere e dell’ Arc, verso Montmélian, Aiguebelle,
La Chambre e Modane, fino a Lanslebourg, ai piedi del Moncenisio [5]
Venne scelto il passaggio attraverso in Moncenisio perché, essendo nelle terre del conte Amedeo di Savoia, vassallo imperiale, risultava di gran lunga il più sicuro.
(7b) Henricus rex descendit Suse anno X°, die octobris (23 ottobre 1310).
La discesa verso Susa, il 23 ottobre 1310. In entrambe le due miniature il passaggio attraverso le Alpi è rappresentato in maniera ingenua e allo stesso tempo risulta, nell’ordine, sufficientemente esatto. Il re e la regina sono indicati dalle corone, che nella realtà della marcia avrebbero difficilmente indossato. Seguono l’elettore Baldovino, indicato dal copricapo rosso, mentre tra le insegne che hanno il compito di indicare il passo ai partecipanti si distinguono le bandiere dell’Austria, dei Savoia (fig. 7a), e di Fiandra (fig. 7b). La scarsa vegetazione alpina è descritta sommariamente con dei cespugli che scompaiono completamente sul picco, nudo, della montagna. Viene annotato chiaramente che, se nella salita era ancora possibile mantenersi a cavallo, la difficoltà incontrata nel rapido tragitto in discesa consigliava di evitare di procedere pericolosamente a cavallo, che vengono condotti per le briglie, mentre i carri vengono fatti transitare su di un percorso alternativo.
(8a) Rex vadit per Thurim, kir in Ast (11 novembre 1310).
L’ingresso ad Asti, l’11 novembre del 1310. Il re procede per Torino e Chieri, fino ad Asti. Il 30 ottobre del 1310 l’esercito composto di circa 2000 armati fece il suo ingresso in Torino, dove rimase fino al 6 novembre. Qui, agli esiliati ghibellini di Vercelli, che lamentano pubblicamente la perdita delle loro proprietà per la causa della casa reale Enrico rispose saggiamente: “non conosco che un solo partito in Lombardia, quindi nessuno ha potuto soffrire a causa mia.”
A Torino si presentano i capi della fazione guelfa di Milano, Pavia, Vercelli e Lodi, con i loro cavalieri, pronti a giurare fedeltà al re; l’invio di numerosi rappresentanti comunali sollecita la riconferma dei loro privilegi. A Torino, Asti o forse a Vercelli, Dante vide Arrigo per la prima volta.
A lui il poeta, che credeva che stasse per avverarsi l’idea politica della monarchia universale, scrisse la famosa Epistola VII: a questo scopo elaborò anche una lettera a tutte le popolazioni d’Italia, e una terza per i fiorentini, con immagini bibliche e argomenti di storie e di teologia. :”L’Alighieri celebrò Arrigo quale “sole nascente”, lo incontrò ad Asti o Vercelli, certo in una località tra Torino e Milano. In Enrico Dante vide rinnovarsi le sue speranze; “In te crediamo e speriamo: sei il ministro del cielo, figliuolo della Chiesa, promotore della gloria di Roma” (Ep. VII, 8.) . La sua missione, quasi ovunque, fu avversata, con leghe di città e insurrezioni ed Enrico non riuscì vittorioso né a Firenze, né al centro della cristianità: solo la ghibellina Pisa lo accolse trionfalmente e qui ancora riposa nel Duomo, dopo la prematura morte avvenuta per febbri malariche a Buonconvento il 24 agosto del 1313. Per Dante moriva il sogno della restaurazione dell’impero, ma gli predispose nella candida rosa il posto d’onore tra gli scanni dei beati e pose sul gran seggio vuoto, nell’attesa, fin dal 1300, la corona imperiale (Par., XXX, 133-38). “:
A Vercelli, nella sala capitolare dell’Abbazia di S. Andrea, alla presenza dell’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo venne firmata la pace tra la parte guelfa, rappresentata dalla famiglia Avogadro, e quella ghibellina, rappresentata prima dai Bicchieri, poi dai Tizzoni.
(8b) Rex militibus, regina dominabus dederunt manducare
Ad Asti il re tiene una grande festa alla presenza della regina, dei cavalieri e delle dame.
L’11 novembre il re ed il suo esercito entrano ad Asti. La miniatura raffigura l’offerta simbolica delle chiavi della città. Il 24 novembre l’imperatore tenne una grande festa durante la quale il conte Amedeo di Savoia venne notevolmente accresciuto di merito. Anche il duca Leopoldo d’Austria aggiunse le sue numerose truppe a quelle di Arrigo. Nuovamente compaiono gli inviati dei numerosi comuni, molti dei quali si presentano con ricche offerte di denaro; primi tra questi, i rappresentanti di Pisa che offrono ben 60.000 fiorini d’oro. Ma dietro l’immagine solenne del pranzo (figura 8b), già si intuiscono i facili voltafaccia delle fazioni italiane, gli intrighi del re Roberto d’Angiò e le difficoltà che avrebbero segnato l’intero regno di Arrigo.
(9a) Rex vadit per Casal, Vercel, Novaire, Magente in Melant (23 dicembre 1310).
Il re passa per Casale, Vercelli, Novara e Magenta e raggiunge Milano. All’inizio di dicembre l’esercito di Arrigo parte da Asti per entrare a Milano il mattino del 23 dicembre. Il secondo giorno delle feste di Natale, si festeggia solennemente la riconciliazione tra le agitate fazioni cittadine avvenuta grazie alla mediazione di Arrigo.
Il 28 dicembre le fazioni giurano fedeltà al re davanti alla chiesa dei frati minori; la pace durerà solo per un breve periodo.
(9b) Henricus coronatur corona ferrea in Sancto Ambrosio die regum (6 gennaio 1311).
Enrico viene incoronato con la corona ferrea in Sant’Ambrogio nel giorno di ognissanti. Nel XIII secolo nell’Italia settentrionale compare la leggenda della corona ferrea dei longobardi, che in seguito assume un valore simbolico nella teoria delle tre corone, secondo la quale la corona del regno di Germania era fatta d’argento, quella del regno d’Italia di ferro e quella dell’impero d’oro .
Nel periodo dell’interregno, dal 1186 al 1311, nell’Italia settentrionale la leggenda divenne una viva tradizione e re Enrico, immediatamente dopo il suo arrivo in Italia ordinò che gli si indicasse il luogo dove la “corona ferrea” era custodita. La ricerca della corona sarebbe stata inutile dato che nel 1275 il tesoro e la corona erano stati impegnati dai Torriani e, riscattati solo nel 1319 da Matteo Visconti, tornarono da Avignone grazie all’intervento di un’altro Visconti, l’arcivescovo Giovanni, che ottenne il tesoro nel 1345. Il re ordinò quindi a mastro Lando da Siena ché foggiasse la nuova corona di ferro la quale avrebbe dovuto avere la forma di una corona d’alloro, decorata con perle e pietre preziose. Arrigo presentò in Sant’Ambrogio questa corona con la condizione che tutti i suoi successori la utilizzassero per l’ incoronazione. Con questa corona il 6 gennaio 1311 Arrigo fu incoronato re d’Italia in Milano e successivamente Ludovico di Baviera e Carlo IV, rispettivamente nel 1327 e nel 1354, così come nel 1431 il re Sigismondo, quando la corona era ormai quasi completamente arrugginita. Da questa data la corona di Arrigo risulta smarrita, ma la tradizione è proseguita fino alla storia contemporanea con la vecchia corona, conservata nella cattedrale di Monza, all’interno della quale è inserito il chiodo di ferro che la tradizione dice utilizzato per la crocifissione di Cristo.
Con quest’ultima corona nel 1530 venne incoronato Carlo V a Bologna e nel 1805 Napoleone a Milano.
(10a) Bellum ibi (Melant). Gwuido de turri evasit (12 febbraio 1311).
Rivolta a Milano il 12 febbraio 1311; Guido della Torre (Torriani). A lungo la marcia dell’esercito reale era stata accompagnata dal successo, e praticamente tutte le città lombarde avevano giurato fedeltà al re, quando il 12 febbraio 1311 si accese una rivolta, il cui motivo non è ancora chiaro. Certamente influì il fatto che, trovandosi Arrigo in ristrettezze economiche, la sua richiesta di un donativo ai Milanesi provocò un tale rilancio di offerte che la cifra, stabilita infine nel consiglio comunale a 100.000 fiorini, causò un’inasprimento delle tasse per la cittadinanza. [6] Certamente l’ulteriore richiesta del re, formulata col pretesto di avere un magnifico seguito, ma in realtà fatta per assicurarsi la fedeltà dei Milanesi, di essere accompagnato nella marcia verso Roma da ventiquattro nobili ghibellini ed altrettanti nobili guelfi, tra cui Galeazzo Visconti e Francesco della Torre, figli di Matteo e di Guido, equivaleva in realtà alla richiesta dello stesso numero di ostaggi. Inoltre quando parecchie delle persone scelte si lamentarono di non poter far fronte alle spese, l’ordine del sovrano che il loro equipaggiamento fosse provveduto da tutta la cittadinanza divenne argomento di discussione trasformatosi presto nella causa di accensione del latente malcontento nei riguardi dell’impero, certamente istigato dall’azione e dalla promessa di aiuto dei fiorentini e degli angioini. La rivolta poteva essere immediatamente rigettata per procedere verso Cremona senonché Guido della Torre, congiunto ai guelfi ed interessato esclusivamente ai propri interessi, era all’epoca il capitano del popolo.
Per Enrico è necessario convincersi che la sua autorità può affermarsi solo con l’utilizzo della forza.
L’immagine raffigura chiaramente la rivolta. Nella miniatura superiore è raffigurata una delle scene di combattimento per le strade di Milano; a lato dei tedeschi si distinguono le bandiere e gli stemmi del maestro dell’Ordine teutonico Konrad von Gundelfingen, che contribuì notevolmente alla vittoria, del duca Leopoldo d’Austria, del conte Walram di Lussemburgo, Amedeo di Savoia e Werner von Homburg e, in primo piano, i cavalieri di Friedrich von dem Bongart.
A lato degli italiani nel cavaliere vestito con l’insegna dalla croce gigliata d’argento su campo rosso è probabilmente rappresentato Guido della Torre.
La miniatura propone l’immagine completa dell’equipaggiamento dei cavalieri; vediamo cavalli e cavalieri rivestiti con cappe decorate dalle insegne araldiche, elmi con la visiera, guanti, calzari e cotte di maglia, schinieri e spade trattenute in vita da lunghe catene che si abbattono insanguinate sugli avversari. Il conte Walfram, fratello dell’imperatore, è l’unico che indossa un elmo a cappello. Sullo sfondo, il corpo di un cavaliere decapitato si mantiene a cavallo mentre la sua testa si distingue sul prato, tra il calpestio degli zoccoli dei cavalli.
(10b) Rex sedet in judicio. Turres dextruxit in Melant
Il re siede in giudizio e distrugge le torri di Milano; l’immagine raffigura il re che presiede la corte in cui all’unanimità venne approvata la sentenza reale che sanciva l’espulsione dell’arcivescovo Cassone della Torre e di Matteo Visconti.
(11a) Rex vadit per Laude, Creme, Surosyn, Poerne in Cremone (19-26 aprile 1311).
Diretto a Cremona il re passa per Lodi, Crema, Soresina e Paderno. In concomitanza con la rivolta di Milano, altre ribellioni si accendono nelle città lombarde, ma la maggioranza si spegne alla notizia della vittoria dei tedeschi. Solo Cremona, dove corse Guido della Torre e Brescia, persistono nella rivolta, supportate dalla Lega Toscana alla guida della quale stavano Firenze e Bologna. Le trattative con Cremona dell’arcivescovo Balduino e del conte Walfram non conseguirono alcun risultato; se il re voleva preservare la sua autorità dove per forza mostrare la sua supremazia. Il secondo giorno delle festività di Pasqua (lunedì 19 aprile del 1311) - il giorno della passione e la festività della Pasqua sono annotati in Pavia, dato che Milano era posta sotto interdizione - l’esercito partì per Cremona. Per la prima volta appare la bandiera rosso-dorata dell’impero. Inizia la guerra.
(11b) Portas et turres cum leone aureo destruxit in judicio sedens (10 maggio 1311).
Dichiarazione della sentenza di Cremona il 10 maggio 1311 per la quale Enrico distrugge le porte, le torri ed il leone d’oro. Il previsto aiuto dei guelfi non compare; Guido della Torre con gli alleati, inseguito dalle truppe reali corre verso Brescia. La città decide di sottomettersi ma il re rifiuta l’ambasciata e si dirige verso la vicina Lodi indugiando all’offerta delle chiavi della città, che vengono accettate dalla regina. Il 26 aprile, non appena l’esercito si avvicina a Cremona, centinaia dei più distinti cittadini con le corde al collo si approssimano al re implorando misericordia, ma Enrico ordina di legarli ad una catena. Entra in Cremona come giudice, esponendo la spada e il 10 maggio sentenzia che la città venga privata delle sue porte e delle sue difese, vengono inoltre annullati tutti i diritti e le libertà concesse dai precedenti imperatori e la città è costretta a pagare 100.000 fiorini d’oro. Solo per intercessione della regina la famosa torre delle ore detta “Torrazzo”, la più alta e audace della Lombardia, venne salvata dalla distruzione. Tuttavia da essa viene tolto il leone d’oro, simbolo ed orgoglio della città.
(12a) Rex vadit per Quintay, Ponpiay ante Brixe (metà maggio 1311).
Il re va per Quinzano e Pompiano verso Brescia. Il re arriva a Quinzano e Pompiano ed a Brescia. Già da Milano, e poi in Cremona, il re si era unito ad uno dei partiti e, dal punto di vista ideologico, d’ora in poi l’unione tra i ghibellini e l’imperatore venne associata all’idea della tirannia, mentre i guelfi vennero associati alla difesa della democrazia. La vittoria di Milano e la durezza mostrata a Cremona non hanno aumentato l’autorità dell’imperatore quanto il timore causato dalla sua presenza. D’altro lato, anche considerando il giusto impulso di rabbia, la decisione inesorabile del re insultato dalla ribellione di Cremona, le sue mosse appaiono politicamente miopi, per cui, privando delle speranza nella regale clemenza coloro che si erano rifugiati a Brescia, egli dovette sostenere lo loro ostinatezza nel resistergli. L’assedio di Brescia, significativamente lungo, richiese la perdita di molti bresciani, come ben illustrano le otto seguenti miniature, e trattenne troppo a lungo la vittoriosa marcia delle truppe imperiali.
(12b) Brixia vallatur circumcirca anno domini M°CCC°XI° in vigilia ascensionis, scilicet 19. Die maii (19 maggio-24 settembre 1311).
Assedio di Brescia (19 maggio-24 settembre 1311). Brescia è circondata nell’anno del Signore 1311, alla vigilia dell’ascensione del 19 maggio.
Il 18 maggio l’esercito imperiale raggiunge Brescia. Le trattative del conte Walfram e del conte Amedeo di Savoia non ebbero successo. Inizia l’assedio. La figura 12b rappresenta idealmente la città, racchiusa nella sue mura turrite. Sugli argani della porta, con la grata rialzata, si vede sporgere una caditoia da dove venivano lanciate pietre, acqua bollente o pece. All’interno delle mura, sulla destra, è visibile una catapulta, mentre in primo piano, all’interno delle tende, sono raffigurate le truppe di Arrigo: alcuni impegnati a conversare, mentre altri si guardano attorno; un’armato si sporge sostenendo un’enorme balestra.
(13a) Bellum Brixie et capitur Theba Brisak (Teobaldo de Brusati, 14 giugno 1311)
Battaglia di Brescia. La cattura di Teobaldo de’ Brusati il 14 giugno 1311.
Il capitano della città assediata era Teobaldo de’ Brusati, bandito dalla città dai ghibellini del clan dei Mazzi poco prima dell’arrivo del re in Italia, si rifugiò in Germania, a Spira, nel settembre 1310 dove venne nominato cavaliere da re Arrigo. Con le truppe tedesche sono presenti altri esuli che, scacciati assieme a lui, ornano adesso a Brescia. Il fatto che Teobalbo fosse stato favorevole al re è testimoniato dal fatto che Enrico sia stato padrino di uno dei suoi figli. L’incapacità dei delegati reali e la ribellione di Milano fecero completamente cambiare le relazioni tra le fazioni di Brescia; così Teobaldo passò tra le fila dei nemici di Arrigo; i legati reali vennero cacciati dalla città ed il compromesso al quale Teobaldo era pronto, venne rifiutato dalla volontà dei cittadini.
(13b) Justitia facta de Th(ebaldo) capitaneo Brixie (1311).
Esecuzione di Teobaldo de’ Brusati all’inizio di luglio del 1311. Un tribunale venne istituito contro il capitano di Brescia Teobaldo de’ Brusati. Durante uno degli attacchi, il 14 giugno, Teobaldo è stato catturato. Il re deve essere stato tentato ad utilizzare un prigioniero come mediatore, ma quando venne intercettata una lettera nelle quale egli richiamava tutti i prigionieri a resistere, il 2 luglio 1311 Enrico ordinò di giudicarlo. Per il suo tradimento Teobaldo venne condannato a morte: venne cucito nella pelle di una giovenca e trascinato attorno alle mura attraverso l’intero accampamento per poi essere appeso. Dato che egli causò la morte di molta gente, venne decapitato e per gli altri crimini il corpo fu squartato, le interiora vennero bruciate, e le varie parti del suo corpo vennero appese ad una ruota visibile a tutto l’accampamento. La figura 13b mostra le varie scene dell’esecuzione. In risposta a questa orribile esecuzione i bresciani impiccarono tutti prigionieri davanti all’accampamento reale.
(14a) Dominus Walramus, frater regis, sagitta obit Brixie. Sepelitur Verone. Multi moriuntur aere corrupto (26 luglio 1311).
Morte del conte Walfram di Lussemburgo davanti a Brescia il 26 luglio 1311 e suo funerale a Verona. Il conte Walfram, fratello del re, muore colpito da una freccia a Brescia. Viene sepolto a Verona. Durante l’assedio molti morirono per infezioni o a causa dell’aria infetta. Durante uno degli attacchi notturni dei bresciani, il 26 luglio, il conte Walfram (Valtiano) corse all’esterno della tenda senza indossare l’elmo, venne colpito nel collo da una freccia e morì. L’immagine è divisa in due parti dalla colonna: sulla sinistra Walfram, stretto da una sciarpa rossa a mo’ di cintura e con la freccia piantata nel collo, cade privo di forze. E’ morto da diversi giorni quando viene sepolto nella chiesa domenicana di Sant’Anastasia in Verona. Nella parte a destra della colonna è raffigurato il seppellimento del corpo del defunto: è possibile che la cerimonia sia stata celebrata dall’arcivescovo Baldovino; in testa al sarcofago si vede la regina Margherita, mentre dall’arcata pendono le insegne della casa di Lussemburgo. La tomba venne distrutta nel 1560.
(14b) Bellum in Monte Balistariorum (1311).
(14b) Battaglia sul monte delle Balestre davanti a Brescia nell’agosto 1311. La posizione delle truppe reali, peggiora ogni giorno; molti muoiono per la peste, altri a causa delle infinite schermaglie. La battaglia si trasforma in una prigionia con ripetuti fallimenti e successi impercettibili, tanto che alcuni militari abbandonano il campo. Una svolta si profila il 7 agosto all’arrivo di quattro cardinali, messaggeri del papa, che consegnano la decisione del pontefice per l’incoronazione imperiale in Roma. I cardinali tentano una mediazione tra il re e la città ribelle.
(15a) Rex intrat Brixiam per fossata planata (24 settembre 1311).
Il re entra a Brescia il 24 settembre 1311 riempiendo il fossato. La situazione era destinata a cambiare solo se la peste avesse fatto il suo ingresso in città. Il 18 settembre Brescia capitola; le condizioni, poste dagli inviati papali, furono abbastanza favorevoli: nessun bresciano avrebbe perso la vita e la libertà, ma la città sarebbe stata privata dalla libera scelta del suo capitano e della contea, pagando inoltre 70.000 fiorini di indennizzo. Le mura e le torri, dalle quali tre mesi prima pendevano i corpi dei prigionieri, sarebbero state abbattute. Il 24 settembre il re faceva il suo ingresso nella città, nella quale lasciò i cittadini con le corde al collo in segno di completa sottomissione.
(15b) Rex sedet in iudicio Brixie. Muros et turres vallat (1 ottobre 1311).
Il re siede in giudizio a Brescia il 1 ottobre 1311. Le mura e le torri vengono rase al suolo. La sentenza venne aperta da una lunga cerimonia, poi i più notabili cittadini, con le corde al collo attesero la decisione del re, che questa volta non fu clemente e rifiutò di applicare la decisione del perdono, già applicata dal vescovo Nicola da Butrinto ai prigionieri di Cremona.
(16a) Vadit per Soncyn, Cremone, Plaisence, Castel S. Jeh(an), Pavie, Vogere, Tortone, Seraval, Gavyo, Pontdecimo in Janua (21 ottobre 1311).
Il re prosegue per Soncino, Cremona, Piacenza, Castel S. Giovanni, Pavia, Voghera, Tortona, Serravalle, Gavi, Pontedecimo ed entra a Genova il 21 ottobre 1311.
Le perdite in Brescia e l’ostilità della Lega Toscana deviarono la marcia verso Roma dalla strada diretta (la francigena) in misura irragionevole; dopo un’assedio di quattro mesi, probabilmente restava solo un quarto delle truppe reali. L’arrivo nei giorni più recenti dell’assedio di parecchi cavalieri, fra i quali le truppe di Rodolfo di Baviera e di Federico di Norimberga (der Hohenzoller Burggraf von Nuernberg), contribuirono a mantenere in maniera trascurabile la posizione. Anche per motivi finanziari Enrico dovette trovarsi nuovi alleati e per un certo periodo condusse dei negoziati con la ricca Genova, che garantirono il passaggio lungo la costa. L’incontro con i comuni lombardi, fissato a Pavia per il 15 ottobre, portò a risultati insignificanti e infine, l’unione politica dei lombardi, auspicata da Enrico, non si realizzò.
(16b) Juraverunt regi Janue (13/14 novembre 1311).
Gli abitanti di Genova prestano giuramento al re il 13/14 novembre 1311.
I genovesi si sottomettono al re. Il 21 ottobre il re con circa 600 cavalieri entra solennemente in Genova. Enrico riteneva possibile riconciliare i contrasti sorti tra le due fazioni degli stessi partiti, capeggiate dai Doria e dagli Spinola. La città si offrì volontariamente il governo all’autorità del re presentando un’offerta di 60.000 fiorini d’oro. Il giuramento pubblico del 13/14 novembre raffigurato nella miniatura rappresentò l’espressione del successo di Arrigo. I giorni successivi del soggiorno genovese furono contraddistinti da un’intensa attività diplomatica. Vennero instaurate trattative e negoziati con il re di Napoli Roberto d’Angiò, con Federico di Sicilia, e con la ghibellina Pisa. L’ultima, intrapresa da Pavia, sottintendeva un tentativo di essere inclinare la politica dell’imperatore verso Firenze, e fallì.
A Genova il re dichiarò le città ribelli fuorilegge.
(17a) Regina obit Janue IX. decembris anno XI°. Sepelitur ad minores (9 dicembre 1311).
Il 9 dicembre 1311 la regina Margherita morì e venne sepolta nella chiesa dei frati minori. A Genova Enrico percepì la gravità della perdita della consorte, che i contemporanei descrivono come una donna che possedette una rara bontà, caratterizzata da una spiccata spiritualità; la sua altezza era al di sotto della media e appariva piuttosto come una fanciulla dai capelli luminosi, con occhi e bocca minuti e sempre sorridente. Le difficoltà e le privazioni della marcia indebolirono la salute della regina, che era malata già prima dell’assedio di Brescia. La regina morì all’età di 36 anni e venne sepolta vicino all’altare maggiore della chiesa di San Francesco di Castelletto. Inizialmente Enrico, che intendeva portare il corpo con se sull’itinerario di ritorno in Germania, predispose di riporre la salma in un semplice sarcofago di piombo. Più tardi in Pisa incaricò Giovanni Pisano, che lavorò alla fabbrica della cattedrale, di erigere un monumento sepolcrale alla regina. Quello che esiste è dalla seconda metà del XVI secolo. La tradizione riporta che Enrico, prima di morire, richiese di riporre il suo cuore nel sarcofago della sposa. La chiesa genovese venne distrutta tra gli anni 1798-1807. Del monumento di Giovanni Pisano si conserva solo la parte superiore - attualmente nel museo di Palazzo Bianco in Genova - con l’immagine, analoga a quella della vergine Maria, che rappresenta la regina sollevata dagli angeli nel momento del risveglio dalla morte.
(17b) Rex venit per Pontevenre Portpysan. (16 febbraio-6 marzo 1312)
Passando da Portovenere il re raggiunge il Porto Pisano. Il 16 febbraio del 1312 il re, accompagnato da 800 cavalieri, salpa con una flotta di di 30 navi alla volta di Pisa. Venne scelto il tragitto marittimo a causa dell’insicurezza del percorso stradale, controllato dalle truppe dei guelfi.
La navigazione venne ostacolata da un fortissimo vento che costrinse la flotta a mantenersi sottocosta. Il 16 febbraio la piccola flotta attracca a Recco, il 17 a Chiavari, il 18 a Sestri Levante, il 20 è a Pignona, mentre dal 21 febbraio al 5 di marzo, a causa delle condizioni del tempo la flotta del re si rifugiò a Portovenere. Solo il 6 marzo la flotta arriva nel poro di Pisa. Nella basilica di San Pietro a Grado, carica di tradizione e significati simbolici, giungono i rappresentanti della città di Pisa ad accogliere il re.
Nella miniatura che illustra questa tappa del viaggio, vediamo due galee controllate dal remo, fissato ad un anello di ferro collocato sul lato di poppa. L’imbarcazione anteriore presenta due alberi ai quali sono fissate le vele.
(18a) Rex venit Pysis et mansit diu. (6 marzo 1312)
Il 6 marzo il re arriva a Pisa, dove si trattiene a lungo. Pisa si preparò all’arrivo del re in maniera solenne. La figura descrive l’ingresso del re e dell’esercito in città; sulla destra i pisani accolgono il re con l’offerta delle chiavi. Dietro al re si distingue l’arcivescovo Baldovino. A Pisa il re abbandonò il secondo accordo proposto dalla municipalità di Firenze e dichiarò questa città fuorilegge, assieme a Bologna, Siena, Parma e Reggio.
Contro i numerosi comuni ribelli nei dintorni di Pisa il re iniziò immediatamente le azioni militari, affidandole la guida delle truppe al maresciallo Enrico di Fiandra (Heinrich von Flandern).
(18b) Plura bella ante Lucam habuerunt et ceperunt multa castra. (marzo -aprile 1312)
Battaglia contro i lucchesi. L’esercito attacca Lucca prima che i lucchesi possano impadronirsi dei numerosi castelli. Una di queste battaglie è rappresentata nella figura 18b, dove i cavalieri appaiono completamente coperti dall’armatura; nel pesante assalto, Enrico di Fiandra è raffigurato protetto dal suo elmo di fronte al nemico. Federico von Burtscheid, indicato dallo scudo con tre cuori nel campo d’argento, indossa il casco a calotta, porta in alto la spada, fissata con la catena all’armatura. Si distinguono anche gli schienali rialzati delle selle, che assicurano stabilità ai cavalieri durante gli assalti a cavallo. Mentre, ottenuti gli atti per procedere all’incoronazione imperiale in Roma, giunge notizia che Giovanni d’Angiò, fratello del re Roberto di Napoli, ha occupato parte di Roma. Data che questa mossa appariva poco chiara e non era possibile comprendere se l’angioino volesse partecipare all’incoronazione, o se intendesse rendere la cerimonia più fastosa con la presenza dei suoi cavalieri, Arrigo ritenne più ragionevole evitare lo scontro con Firenze e non rimandare ulteriormente la partenza per Roma.
(19a) Vadit per Rasegnon, Bybone, Campillo, Castilhon, Aquam Grosset ad Melyam, Montalt, Viterbe in campis de Bakenelle. (fine aprile/inizio maggio 1312)
In viaggio per Roma (fine aprile/inizio maggio 1312), Enrico passa per Rosignano, Bibbona, Campiglia, Castiglione, Grosseto, Magliano, Montalto e Viterbo nei campi di Baccanello.
Quando il 23 aprile 1312 l’esercito abbandona Pisa, venne nuovamente scelto un percorso distante da Firenze, lungo il litorale tirrenico, attraverso le paludi dell’Ombrone ed oltre fino a raggiungere la francigena a Viterbo, dove arrivò il 1 maggio e dove rimase a riposarsi fino al 4 maggio, festa dell’Ascensione. Il 5 maggio l’esercito avanzò lentamente verso Sutri, Baccanello, Isola Farnese e Veio. Nei pressi di quest’ultima località il re venne raggiunto da un’ambasciata proveniente da Roma con la notizia che Giovanni d’Angiò aveva precise indicazione di prevenire il re e il suo esercito di fare il loro ingresso a Roma; in piena campagna il re e i suoi fedeli tennero un consiglio nel quale venne deciso di proseguire fino all’incoronazione facendosi strada con le armi. L’esercito si organizzò per trascorrere sotto le stelle la notte fra il 5 e il 6 maggio 1312.
(19b) Transit Pontimole sed a turri tripezon sagittantur multi. (verso il 6 maggio 1312)
(19b) Battaglia sul Ponte Milvio, [7] il 6 maggio 1312. Durante l’attraversamento del Ponte Milvio, l’esercito venne attaccato da una pioggia di frecce scagliate dalla torre del Tripezon. Il 6 maggio l’armata attraversa il Tevere senza difficoltà attraverso il Ponte Milvio, all’epoca accuratamente controllato dalla famiglia romana dei Colonna, ma viene attaccata da una grandine di pietre e dalle frecce scagliate da una costruzione eretta dai ghibellini, non distante dal rinforzo ligneo dell’antico ponte romano, che era denominata Tripezon.
Nella miniatura si vede al centro la torre, dalla quale due soldati scagliano pietre, mentre un terzo scaglia le frecce. Ai piedi della torre un balestriere mira verso gli assalitori soprastanti, mentre un secondo soldato cerca riparo sotto lo scudo. Ai lati sono raffigurati i cavalieri, completamente armati durante il combattimento; sulla sinistra, l’arcivescovo Balduino, mentre sulla destra, con lo scudo inquartato di nero e d’argento, Federico di Norimberga rappresenta la casa reale di Prussia.
(20a) Rex facit Rudolfum ducem Bauwarie et multos milites, qui pugnant ou prey (correzione: in prato) noiron. (verso il 6 maggio 1312)
I devoti del re, Rodolfo di Baviera, e molti altri che hanno combattuto sul campo di Nuaron, vengono consacrati cavalieri. Il presupposto a questa nomina è nel fatto che qui, sul Ponte Milvio, lo scontro deve trasformarsi nella battaglia decisiva. Secondo una vecchia tradizione, il re, prima della prevista battaglia, consacra cavalieri parecchi nobili d’eccezione, tra i quali il primo risulta essere, appunto, Rodolfo duca di Baviera. La figura 20a descrive il re mentre abbraccia il duca; dietro di loro vediamo le bandiere di Federico di Hohenzollern e quella dei Flekenstain: la loro partecipazione alla battaglia del Tripezon è attestata dall’illustrazione precedente. Tuttavia, la battaglia decisiva prevista per quel giorno, non accadde. Il principe Giovanni condusse le forze alleate nelle parti di Roma già precedentemente occupate.
(20b) Flectit genua Rome in ecclesia Sancti Johannis. (Roma, Basilica di S. Giovanni 7 maggio 1312)
Preghiera in San Giovanni in Laterano, il 7 maggio 1312. Nella cattedrale di San Giovanni in Laterano a Roma, il re si inginocchia nella preghiera. Infine la strada per la città eterna, o almeno alcune parti di essa, si libera. Domenica 7 maggio il re fa il suo ingresso in città. Il corteo entra da Porta del Popolo, dove il senato ghibellino, il clero e la folla attendono l’imperatore.
Il corteo attraversò probabilmente il Campo Marzio verso il Campidoglio, il Colosseo ed il Laterano, dove era il palazzo dei papi. Seguito dai cardinali e dai numerosi ecclesiastici e secolari, il re, in abito da canonico, visita la basilica lateranense di San Giovanni. Enrico si stabilì nei palazzi laterani, dove il 9 maggio organizzò una cena solenne.
Enrico desiderava riconciliare le fazioni guidate dalle famiglie nobiliari e ricondurle al suo lato; credeva inoltre che tramite le trattative, avrebbe potuto raggiungere il riconoscimento della sua autorità a Roma, che all’epoca era irta di barricate e fortificazioni, liberando la stessa strada per l’incoronazione nella basilica di San Pietro.
(21a) Vadit morari in Miliciis. Ibi mansit diu. (metà maggio 1312)
Il re si trasferisce alla torre delle Milizie. A metà maggio del 1312 prende dimora alle Milizie, dove rimane alcuni giorni.
(21b) Monasterium minorum capitur VI. Capitolium se reddit et XXX turres. (25 maggio 1312)
Presa del monastero dei frati minori. Il campidoglio si arrende con 30 torri.
Battaglia del monastero dei frati minori e presa del Campidoglio, il 25 maggio 1312.
Viene assalito e preso il monastero dei minori all’Ara Coeli, il Campidoglio e 30 torri. La parte occidentale di Roma, incluso San Pietro, Castel Sant’Angelo e un quarto di Trastevere con i territori circostanti, situati sulla sponda sinistra del Tevere sono nelle mani degli Orsini e dei napoletani.
Solo una piccola frazione ad est della città, attorno a Santa Maria Maggiore ed il Laterano sono tenute dai Colonna e possono essere garantite al re, essendo fra loro, ricostruiti come fortezze, numerosi edifici della Roma antica all’epoca in possesso delle maggiori famiglie, come il Colosseo, degli Annibaldi, il teatro di Marcello ai Pierleoni, l’isola Tiberina, ai Frangipane, o l’Aventino, ai Savelli, che mantenevano una posizione neutrale. Tuttavia, dato che la posizione del re si aggravava costantemente a causa dei rinforzi delle truppe fiorentine e l’ambiguo comportamento del re di Napoli Roberto d’Angiò, egli dovette preoccuparsi di avvicinarsi le parti rimaste neutrali o, in ogni caso, di ottenere l’appoggio delle loro forze.
Dato che ciò non avveniva pacificamente, Enrico richiese a questi, invitati a cena il giorno della Santa Trinità (domenica 14 maggio), di esprimere chiaramente la loro posizione o di consegnare le loro fortezze, minacciando altrimenti l’imprigionamento. Anche se per Arrigo era possibile ottenere posizioni strategiche importanti, collocate sul colle del Quirinale, o come la torre delle Milizie dove era stanziato, il Colosseo ed altri edifici, l’utilizzo di astuzie e violenze convinse molti a passare alla parte ostile.
Finalmente il 18 maggio uno degli ambasciatori tornò da Napoli riportando le inaccettabili condizioni del re Roberto; i cardinali già dal 10 maggio avevano spiegato che non erano stati autorizzati a compiere l’incoronazione in San Giovanni in Laterano, quindi ai cavalieri tedeschi, se volevano evitare un vergognoso rientro in Germania, rimaneva l’unica possibilità di ottenere con le armi l’accesso alla basilica di San Pietro. La miniatura 21a ricorda soltanto indirettamente la dubbiosa presa della torre delle Milizie e descrive il passaggio del re in Laterano.
La figura 21b, al contrario, mostra uno degli scontri conclusosi con successo.
(22a) Rex facit senatorem et iusticias Rome in Capitolio sedens (maggio 1312)
Al Campidoglio, il re nomina i senatori e siede in giudizio. Fine maggio del 1312. L’offensiva per la presa del Campidoglio venne preparata da molti giorni di attacchi e dalla presa, strategicamente importante, del vicino monastero di Santa Maria in Ara Coeli. Il 25 maggio la guarnigione nemica capitolò. In una delle solenni sessioni della corte tenuta in questo storico colle, sulle fondamenta del precedente tempio di Giove Capitolino, il re Enrico nominò senatore di Roma il conte Ludovico di Savoia, nipote del conte Amedeo.
La figura 2a descrive questa scena, scelta non a caso tra gli altri episodi del soggiorno romano, in modo da riflettere la gloria e l’autorità di Enrico. Il re appare seduto sul semplice trono, rivestito completamente degli abiti cerimoniali, con il manto, lo scettro gigliato, mentre la mano sinistra trattiene il mantello. Ai due lati del re stanno i cardinali ed i rappresentanti delle autorità religiose e civili, mentre i primo piano si vedono i cittadini romani. Essenzialmente simile alla miniatura 10b, questa immagine, come molte altre del codice, doveva essere completata dalla pittura nella sua parte superiore; l’effetto della stesura del colore è quindi immaginabile dal confronto con l’immagine 10b.
(22b) Bellum Rome o(biunt) Thib(aldus) episcopus leodiensis, abbas wisburgensis, Petrus de Savoy et multi. (26 maggio 1312)
Battaglia di ponte Sant’Angelo il 26 maggio 1312. Nel combattimento muoiono Tebaldo vescovo di Liegi, l’abate di Weissenburg, Pietro di Savoia e molti altri. L’attacco del 26 maggio a quella parte della città appartenuta agli Orsini, aveva lo scopo di prendere castel Sant’Angelo; inizialmente lo scontro fu contraddistinto da un sostanziale avanzamento, che terminò tuttavia con una sanguinosa sconfitta.
La figura 22b descrive una delle battaglie di questi giorni. Nel mezzo dell’immagine, contraddistinto dalla croce rossa sul campo bianco, l’arcivescovo Baldovino taglia la testa ad uno degli Orsini, riconoscibile dall’insegna con l’orso, che tuttavia non corrisponde allo stemma degli Orsini. Nel manoscritto originale al bordo dell’illustrazione appare l’annotazione “sine pileo, equus niger” (senza elmo, cavallo nero). Non è chiaro se questa correzione che si riferisce alle armature ed ai cavalli sia riferibile a Balduino o agli Orsini. Tuttavia ciò testimonia dell’accuratezza della riproduzione delle diverse scene. A ciò si aggiunga l’immagine delle varie forme di elmi presenti nella figura, tra i quali spicca un’elmo dalla visiera contraddistinta da due fori circolari che appare tra i suddetti guerrieri.
(23a) Vadit coronari in Sancto Johanne in die Petri et Pauli (anno 12). (29 giugno 1312)
Il re si dirige verso l’incoronazione nella basilica di San Giovanni in Laterano, il giorno dei Santi Pietro e Paolo (29 giugno 1312).
La sconfitta del 26 maggio e le informazione ottenute lo stesso giorno che l’avanzamento della flotta pisana, che stava sopraggiungendo con 500 arcieri su 7 galere, era stata bloccata dalle navi pugliesi alla foce del Tevere, indebolirono le speranze della vittoria dei cavalieri tedeschi. Infine, stanco di tanta ostinazione, il giorno 13 Arrigo convocò a parlamento il senato ed i cittadini, i quali deliberarono che l’incoronazione avesse luogo in Laterano e che, nel caso i cardinali avessero persistito nel rifiuto, sarebbero stati costretti con la forza. E alla forza dovette ricorrere il popolo, che il 22 giugno assalì la torre delle Milizie dove erano chiusi i cardinali e li costrinse ad incoronare l’imperatore in San Giovanni il 29 di giugno. Il re ed i cardinali si trasferirono dalla torre delle Milizie al monastero di Santa Sabina sull’Aventino, dal quale la strada per il Laterano era più sicura.
(23b) Coronatur a tribus cardinalibus in imperatorem. (29 giugno 1312)
Enrico viene incoronato imperatore da tre cardinali nella cattedrale di San Giovanni in Laterano.
Il 29 giugno 1312 il re lascia il monastero di Santa Sabina e attraversa l’Aventino fino al ponte della Forma, dove è atteso dal capitolo della città, dai giudici e dai senatori, davanti ai quali egli presta giuramento di proteggere la città ed i suoi diritti; quindi il re ed il seguito si dirigono verso il Laterano, mentre il capitolo della città ed il tesoriere lungo la processione gettano menete alla folla. Sul portale della basilica i clerici accolgono l’arrivo del re. Il cardinale Niccolò Alberti da Prato completa la cerimonia della consacrazione aiutato dai cardinali Arnaldo Falgueri e Luca da Flisco. Il re pronuncia il giuramento secondo le regole specificate da papa Clemente. Tre cardinali gli pongono la croce sul petto in segno della sua appartenenza al clero, elevano su di lui una mitria bianca con due apici; il vescovo di Ostia gli unge la mano destra, le braccia e l’impugnatura della sua spada; il re la solleva tre volte e tre volte la ripone sull’altare assieme al drappo dorato in segno della sua volontà di proteggere e sostenere la chiesa. Infine il cardinale Niccolò incorona l’imperatore e gli porge lo scettro ed il globo dorato.
(24a) Imperator redit, dans judeis legem Moysi in rotulo. (29 giugno 1312)
L’imperatore conferma agli ebrei i loro diritti. L’imperatore restituisce il rotolo che conferma agli ebrei le leggi di Mosè. Sul rito, che imita l’ordine dell’incoronazione del pontefice, il sovrano appena incoronato lungo il tragitto dal Laterano al monastero di Santa Sabina incontra i rappresentanti degli ebrei romani che lo hanno invitato per ricevere la conferma dei loro privilegi, vale a dire il permesso di avvalersi dei loro diritti secondo la legge di Mosè. La miniatura 24b è dedicata a questo incontro che a quanto produsse nei partecipanti un’impressione indelebile. L’imperatore è raffigurato a cavallo, con la corona imperiale e lo scettro, mentre il globo è affidato ad uno dei cardinali, accanto al quale si riconosce il vescovo Balduino. Due dignitari di alto rango, riconoscibili dal copricapo, conducono davanti ai giudei il cavallo dell’imperatore. Sulla destra il gruppo degli ebrei, riconoscibili dal caratteristico copricapo, ai quali l’imperatore porge il lungo rotolo sul quale sono distinguibili delle lettere che ricordano i caratteri ebraici. Il profilo del personaggio che accoglie il rotolo (probabile rabbino-capo della comunità), appare strettamente confrontabile con il personaggio sbarbato che cavalca a lato del re nella miniatura dedicata al suo ingresso in Pisa (immagine 18a).
(24b) Imperator comedit in Sancta Savina. (29 giugno 1312)
Festa in Santa Sabina il 29 giugno 1312. La sera dell’incoronazione l’imperatore festeggia con una cena in Santa Sabina. L’immagine differisce lievemente dalle analoghe raffigurazioni delle miniature 3a ed 8b. Al centro, l’imperatore su un tavolo speciale, rialzato; ai lati siedono i cardinali e, opposto a loro, l’arcivescovo Balduino e il conte palatino Rodolfo. Che la cena scortese dell’imperatore prevenne dai tiri degli arcieri nemici, come testimonia un contemporaneo, è stato appurato. La forma della corona imperiale, così come viene rappresentata dalla miniatura 23b in tutte le successive raffigurazioni, e che differisce dalla corona reale rappresentata nelle miniature precedenti a causa della presenza dell’arco, non corrisponde ne alle testimonianze scritte, ne alle descrizioni, e neppure alla corona scolpita da Giovanni Pisano nel monumento funebre dell’imperatore, secondo cui l’imperatore venne incoronato con una corona bizantino-normanna chiusa superiormente a punta e completata con fiori di pietre preziose simile a quella portata da Federico II. Queste differenze furono probabilmente causate da una insufficiente descrizione ricevuta dal miniatore incaricato di eseguire le illustrazioni. Inoltre la raffigurazione dell’arco nella parte superiore della corona corrisponde alla ben nota corona dell’imperatore Ottone I, ora conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, nella quale la croce frontale venne aggiunta da Corrado II.
(25a) Imperator capit cape de bove vadens Tybre. (21 luglio 1312)
L’esercito imperiale prende la fortezza di Capo di Bove (Cecilia Metella). L’imperatore entra a Tivoli il 21 luglio 1312.
Anche se non nella Basilica di San Pietro, Enrico VII ottenne, come prima di lui nel 1133 l’imperatore Lotario II, l’incoronazione nella cattedrale di San Giovanni a Roma, “mater et caput omnium urbis et orbis ecclesiarum”. I programmi di Roberto d’Angiò per impedire l’incoronazione o solo per trattare significative concessioni, erano falliti. Tuttavia, continuavano le resistenze del re di Napoli e dei comuni toscani all’autorità dell’imperatore, e che solo adesso, da un punto di vista schiettamente legale, meritavano una punizione. Anche se Roberto d’Angiò non approfittò della debolezza delle truppe tedesche per lanciare quell’attacco decisivo per il quale i fiorentini continuavano a premere, per l’autorità stessa dell’imperatore, alla stessa misura, era pericoloso tirare troppo a lungo l’esecuzione del verdetto precedentemente pronunziato contro Firenze, che dichiarava appunto la città fuorilegge.
Contro Napoli il 6 maggio era stato concluso segretamente un’accordo, sigillato dal patto di matrimonio tra la figlia dell’imperatore Beatrice ed il figlio di Federico di Sicilia, Pietro d’Aragona.
Prima della marcia su Napoli, le strategie militari rendevano comunque necessario soggiogare Firenze.
(25b) Imperator redit Rome. Repatriant multi. (19 agosto 1312)
Ritorno a Roma. Rimpatrio di gran parte delle milizie.
Il 19 agosto l’imperatore torna a Roma e molti partono per rientrare nella loro terra natale. Per regolare minuziosamente le questioni romane Enrico impiega almeno due mesi.
Degli eventi militari dell’epoca il miniatore rappresenta la marcia su Tivoli del 21 giugno e la presa della fortezza di Giovanni Savelli.
Questa fortezza sulla via Appia antica, la cui difesa divenne famosa, traeva origine dal monumento sepolcrale dei tempi di Augusto, eretto per Cecilia Metella (Caecilia Metella), e ribattezzato in epoca medievale a causa dei bucrani raffigurati nel fregio superiore. La fortezza dei Capi di Bove venne attaccata da Enrico di Fiandra. [8]
La figura, invece di mostrare l’attacco alla fortezza celebra “manieristicamente” l’ingresso a Tivoli dell’imperatore. Da qui l’esercito partì in direzione di Firenze, mentre l’imperatore con una piccola scorta tornò ancora a Roma, che infine abbandonò il 20 agosto per ricongiungersi al suo esercito nei pressi delle mura dell’Urbe. A Tivoli molti cavalieri che avevano raggiunto Roma solo per l’obbligo di contribuire all’incoronazione dell’imperatore, abbandonarono l’esercito.
Nonostante l’avvenuta incoronazione, la posizione dell’imperatore non era affatto delle più felici, con metà della presidiata dall’esercito angioino che da un momento all’altro poteva ricevere rinforzi dal regno di Napoli, così come già ne aveva ricevuti da Firenze; Enrico invece si trovava isolato e non poteva sperare di ricevere rinforzi dall’Italia settentrionale dato che li, i ghibellini erano già impegnati a sostenere gli assalti dei guelfi. Frattanto a causa dei calori estivi l’esercito imperiale si andava assottigliando; l’aria malsana aveva già causato la partenza del duca di Baviera, di Ludovico di Savoia, del fratello del delfino di Vienne e di circa quattrocento cavalieri. Nel timore di rimanere senza soldati, l’imperatore, seguito da una piccola guarnigione, lasciò Roma e si diresse a Tivoli. Qui ricevette una lettera del papa nel quale veniva intimato a non attaccare il regno di Napoli, avrebbe anzi dovuto concludere un’armistizio di un’anno con Roberto d’Angiò e abbandonare la città di Roma non appena ottenuta la corona imperiale, senza fermarsi prima di aver raggiunto il confine dello stato pontificio. All'’imperatore il papa ordinava anche di liberare tutti i prigionieri, di restituire le torri prese e di dichiarare pubblicamente che gli atti di sovranità compiuti su Roma non rivendicavano alcun diritto dell’impero sulla città, così come non implicavano alcuna pregiudiziale ai diritti sovrani del pontefice.
La lettera venne fatta esaminare ai frati minori che già osteggiavano le pretese materiali della chiesa. Le missive inviate in risposta alla lettera papale, date il 1 ed il 6 agosto da Tibur in urbe fratrum minorum, rivelano la collaborazione dei francescani: affermando che l’imperatore per l’elezione dei principi dell’impero era nel pieno della sua podestà, viene infatti negato al pontefice il diritto di immischiarsi nelle questioni civili, per cui il pontefice non aveva alcun diritto di ordinargli la partenza da Roma, capitale dell’impero.
(26a) Vadit per Sutre, Viterbe, Tode et capit Castelhon. Marschalcus ceperat Markant et VI castra et combussit usque Peruse. (agosto 1312)
Sulla strada di Castiglion del Lago alla fine di agosto del 1312.
L’imperatore attraversa Sutri, Viterbo, Todi e si dirige a Castiglion del Lago. Il marescalco prende Marciano e sei fortezze nei pressi di Perugia. Nella rapida marcia verso nord andava allontanandosi dalle truppe dei guelfi che stavano ancora confrontandosi a Roma ed ottenere il decisivo successo contro Firenze. Tuttavia le significative perdite nei combattimenti lungo il tragitto, la partenza di almeno 400 cavalieri che da Tivoli erano rientrati in Germania, il timore di simili perdite durante la sosta in Pisa e la stagione sfavorevole costrinsero Enrico ad invadere in primo luogo la regione di Perugia, a lungo ostile all’imperatore.
Il successo di questi piccoli scontri e scaramucce, riportati dal testo delle miniature 26 e 27, non possono essere descritte.
LA GRANDE NEMICA: FIRENZE LA GUELFA
Arrigo si diresse quindi verso la Toscana per abbattere la guelfa Firenze, alleata degli angioini.
Attraversato il Valdarno, cinse d’assedio Firenze, rinnovando le antiche lotte tra guelfi e ghibellini. Pisa si pose subito a fianco dell’imperatore risvegliando le speranze dei ghibellini toscani tra i quali, primi, i nostri bonizzesi.
L’imperatore, accampato nei pressi di San Salvi, si lanciò in numerose scorrerie per devastare le campagne circostanti, fino alle porte della città, ma i fiorentini, per dileggio all’esiguo numero delle truppe imperiali, chiusero le sole porte che erano dalla parte del campo imperiale, lasciando aperte le altre al traffico ed al passaggio dei cittadini.
Vista l’inutilità dell’assedio, ai primi di novembre Arrigo VII si ritirò a San Casciano, da dove assalì il contado fiorentino: il Castello di Santa Maria Novella, Barberino Val d’Elsa, San Donato e Cepparello vennero presi e distrutti, mentre dalla guelfa Siena giungevano aiuti ai fiorentini. Frattanto anche da Napoli stava per giungere Guglielmo Scariero, capitano delle truppe angioine.
(26b) Vadit per Cortone (in) Arece. (7 settembre 1312)
Passa per Cortona ad Arezzo.
L’imperatore entra ad Arezzo il 7 settembre 1312. Ad Arezzo, uno dei pochi comuni ghibellini della Toscana, Enrico viene accolto festosamente. Qui vennero aperte 12 solenni sessioni della corte, nelle quali Roberto d’Angiò venne accusato di alto tradimento e invitato a presentarsi davanti al giudizio dell’imperatore nel giro di tre mesi, per giustificare le sue azioni.
Da Arezzo Enrico partì per visitare accuratamente il monastero de La Verna, eretto sulla nuda roccia delle vicine montagne in ricordo dell’episodio che vide quei luoghi protagonisti del miracolo delle stimmate di San Francesco d’Assisi.
(27a) Capit Montwark ac castrum Sancti Johannis cum LII bidallis corda in collo diu ductis. (San Giovanni - settembre 1312)
Assalto e presa di San Giovanni, durante il mese di settembre 1312. La presa di Montevarchi e delle chiavi di San Giovanni con 52 cavalieri che obbligarono per lungo tempo gli abitanti a portare i cappi al collo. Il 13 settembre l’esercito lasciò Arezzo. L’immagine 27 illustra due battaglie avvenute nei giorni successivi. La fortezza di Montevarchi capitolò quasi subito dopo il primo assalto, mentre la fortezza di San Giovanni, difesa da 52 cavalieri, resistette ostinatamente. La miniatura 27a descrive sulla destra la torre della fortezza, dalla quale due soldati gettano pietre sugli assalitori. Alla torre viene appoggiata una scala per l’assalto, sulla quale si arrampica un cavaliere, sul cui stemma appoggiato alla schiena appare una testa di cinghiale; un’elegante scritta verticale, già notata in altre miniature, commenta “Jo(.hannes) Barbier primus”: ciò significa che questo Giovanni fu il primo a salire sulla scala. Indirettamente il commento dell’iscrizione conferma la stretta connessione tra le miniature e la realtà degli eventi.
(27b) Conbussit castrum Sancti Johannis. (San Giovanni - settembre 1312)
Incendio di San Giovanni, nel mese di settembre 1312. Il castello di San Giovanni viene dato alle fiamme. Ai disperati difensori del castello, che infine dovettero arrendersi e, a causa della loro ribellione all’imperatore, presentarsi davanti a lui per chiedere misericordia, Enrico salvò la vita ma sentenziò che avrebbero dovuto portare la corda al collo come segno di ringraziamento per il riscatto delle loro vite, per la cui salvezza erano in obbligati verso i favori dell’imperatore. La libertà venne concessa nei giorni delle successive festività.
(28a) Bellum ante Jantcise. (18 settembre 1312)
Battaglia davanti a Incisa il 18 settembre 1312.
Da San Giovanni l’esercito proseguì lungo il corso dell’Arno fino a Figline, che venne abbandonata dagli abitanti. Poco oltre, a controllo del passaggio di Incisa, stavano le truppe fiorentine. Non appena l’imperatore lasciò Roma, i fiorentini aspettandosi un’attacco, ordinarono il rientro delle loro truppe. In risposta all’aiuto fornito dalle truppe fiorentine, Roberto d’Angiò guidò le truppe amiche, così che restando lo stesso in Roma un piccolo esercito di tedeschi sotto il comando di Ugo von Bucheck, insieme ai Colonna sarebbe stato possibile prendere controllo della basilica di San Pietro. Sotto l’insistenza dei cardinali la guarnigione imperiale venne tuttavia eliminata e si arrivò ad un compromesso tra i Colonna e gli Orsini, che si rifiutarono di accorrere tanto in difesa dell’imperatore, quanto del re Roberto. Il vicario imperiale dovette comunque abbandonare molto presto la città.
(28b) Aquam transit in Sancto Salvo ante Florentiam. (18/19 settembre 1312)
Nei pressi di Firenze, l’esercito attraversa l’Arno a San Salvi (18/19 settembre 1312).
Nella piana di Figline, il 18 settembre, secondo il costume della cavalleria, l’imperatore propone di dare battaglia, ma i fiorentini non accettano la sfida. Quando Enrico decide di lasciarsi Incisa sulla destra, per poi girargli attorno dalle montagne, una forte armata attaccò la retroguardia dell’esercito imperiale, nella quale era lo stesso imperatore. Si scatenò una feroce battaglia, rappresentata nella miniatura 28a, nella quale lo stesso imperatore appare impegnato nel combattimento. Dietro Enrico anche l’arcivescovo Baldovino appare completamente armato e impegnato nella battaglia. Dal lato del nemico si nota un cavaliere dall’elmo dorato con un randello legnoso in mano. Per l’esercito imperiale era possibile inseguire il nemico e sospingerlo fino a Incisa, ma la presa della stessa fortezza risultava impossibile. La marcia verso la collina, al contrario, era più fruttuosa. Il giorno seguente l’esercito attraversò l’Arno a Pontassieve e piantò il campo a poca distanza dall’abbazia di San Salvi, sul lato orientale di Firenze e non lontano dalle mura. Il numeroso vasellame e le stoviglie stese al suolo dal passaggio delle truppe indica quanto fosse inatteso l’arrivo delle truppe imperiali nei sobborghi di Firenze, abbandonati frettolosamente dai loro abitanti.
(29a) Obsidio Florentie. (19 settembre-31 ottobre 1312)
Assedio di Firenze (19 settembre-31 ottobre 1312).
Giudicando dalla stato delle cose, non c’era speranza di raggiungere un risultato favorevole dall’assedio di Firenze. Firenze disponeva di molti alleati tra i comuni toscani e della Romagna (fra i quali erano Lucca, Siena, Pistoia, Prato, San Miniato, San Gimignano), mentre al contrario le truppe imperiale non erano neppure sufficienti per circondare completamente la città.
La situazione che venne a crearsi durante l’assedio si rivelò quindi abbastanza umiliante per l’esercito imperiale, dato che la città lasciava aperte la maggioranza delle sue porte, permettendosi di svolgere tranquillamente i propri traffici e ottenere in qualsiasi momento rifornimenti. Al contrario, per le truppe tedesche il problema dei rifornimenti si rivelò ben presto di difficile soluzione. Nella miniatura 29a, che significativamente non differisce da quella corrispondente dell’assedio di Brescia, è visibile la città, circondata da una palizzata, sotto alla quale, in primo piano, si addensano le tende dell’esercito imperiale.
(29b) Castra seu hutte co(m)buruntur. Imperator venit Petiparadis. (1 novembre 1312)
Ritirata dall’accampamento di Firenze L’accampamento e le baracche sono date alle fiamme. L’imperatore arriva la monastero del Piccolo Paradiso. Nell’accampamento l’imperatore si ammalò gravemente di malaria, il che costrinse i suoi fedeli a prendere decisioni drastiche. Diversi negoziati, tra cui quelli con lo stesso partito di maggioranza che supponevano la resa e per le quali l’imperatore non sarebbe dovuto comparire con la sua persona ne in Firenze, ne in alleanze di altre città, non conseguirono alcun risultato. Enrico comprese che l’assedio non poteva proseguire ulteriormente, inoltre giunse l’avviso che avrebbe ricevuto un attacco dei fiorentini il 10 novembre, che, data la superiorità numerica del nemico, avrebbe sicuramente portato ad una sconfitta in pieno campo. Quindi, il pomeriggio del 31 ottobre l’imperatore ordinò di togliere il campo e di bruciare le capanne. Dopo aver allineato l’esercito con l’intero carico, l’esercito demoralizzato riprendeva la sua via: la battaglia con Firenze era stata persa.
(30a) Sui fugant florentinos, qui pro preda exiverant. (2 novembre 1312)
Battaglia con i fiorentini del 2 novembre 1312. Gli imperiali scacciano i fiorentini che erano giunti per predare. Probabilmente i fiorentini, ricordandosi della battaglia di Incisa, non intrapresero seri tentativi per impedire il ritiro dell’esercito sconfitto. Solo il 2 novembre avvenne uno scontro tra una delle divisioni fiorentine e le forze dell’esercito imperiale, che si era accampato nella valle dell’Ema. La miniatura 30a riproduce nella maniera consueta uno degli scontri della battaglia; nel tumulto l’imperatore Enrico deve rammaricarsi del fatto che non può attaccare più rapidamente di quelli che stanno combattendo come il conte di Lussemburgo.
(30b) Imperator venit ad Sanctum Cassianum et mansit ibi diu. (3 novembre 1312)
L’imperatore va a San Casciano dove soggiorna a lungo. Il 3 novembre 1312 l’imperatore arriva a San Casciano, sui monti a sud di Firenze, tra i fiumi Greve e Pesa, dove rimane per lungo tempo. L’imperatore ordina di montare un’accampamento permanente. Il luogo era infatti molto conveniente, vicinissimo a Firenze ed equidistante da Pisa ed Arezzo, offriva una posizione relativamente sicura da dove attendere i rinforzi e prepararsi per le operazioni militari della primavera successiva. Da Genova e da Pisa giungono rinforzi significativi, non solo per il numero di cavalieri, balestrieri e fanti, ma anche materiali come panni, pelle, sale e ferro, necessari per proseguire la guerra. Lo sconforto, che stava assalendo tutti dopo l’interruzione del breve assedio di Firenze, era tale che, anche a seguito dei pesanti rimproveri, persino molti dei cavalieri più vicini all’imperatore iniziarono ad abbandonare l’esercito.
(31a) Dominus trevirensis capit Sanctam Mariam Novelle et plura alia. (16 novembre 1312)
Presa del castello di Santa Maria Novella, il 16 novembre 1312. Il signore di Teviri prende il castello di Santa Maria Novella e molti altri. Da San Casciano il capitano delle truppe dell’imperatore intraprende un buon numero di incursioni contro i numerosi castelli e villaggi situati nelle montagne attorno alla città, che cercano d resistere disperatamente.
L’arcivescovo Balduino e il conte Enrico di Fiandra furono impegnati per tutto il mese di novembre in marce militari, giungendo ad una sostanziale avanzata il 16 novembre nell’assalto alla fortezza di Santa Maria Novella. La miniatura 30a raffigura l’ingresso delle truppe imperiali nel castello, guidate da Enrico di Fiandra. Sulla porta gli abitanti consegnano le chiavi del castello, mentre sulla torre sventola già la bandiera del vescovo Balduino (croce rossa su campo d’argento - identica a quella del Popolo di Firenze).
(31b) Dominus trevirensis redit ad exercitum imperatoris. (novembre 1312)
Rientro dell’elettore Balduino da una delle spedizioni dell’esercito imperiale (novembre 1312). Il signore di Treviri rientra da una spedizione militare. L’imperatore affianca il fratello e raggiunge le prime fila dell’esercito.
ENRICO FONDA MONTE IMPERIALE
Firenze, temendo della fedeltà dei bonizzesi, inviò delle milizie a Poggibonsi con il pretesto della difesa della ‘terra’, tuttavia le trattative segrete tra Poggibonsi e l’imperatore erano già in corso; difatti, il 6 gennaio 1313 Arrigo VII partì da San Casciano, dove non si riteneva sicuro, [9] e si diresse con i suoi armati verso Poggibonsi, dove la popolazione provvide a scacciare le milizie fiorentine che, nella fuga, arsero alcune case nel luogo detto poi degli Abbruciatoi, facendo anche da quella parte una breccia nelle mura. Lo stesso giorno l’imperatore, accolto dal popolo festante al suono delle campane, faceva il suo ingresso in Poggibonsi dalla porta di Santa Maria, che a ricordo della simbolica offerta della chiavi della città venne in seguito detta porta delle Chiavi.
Sicuro della fedeltà dei bonizzesi, l’imperatore decise di innalzare nuovamente le fortificazioni di Poggiobonizio che, ribattezzata col nome di Poggio o Monte Imperiale, avrebbe dovuto rappresentare il simbolo della rinnovata potenza dell’Impero. [10] Venne spianata la collina, ancora costellata dai ruderi della città distrutta 43 anni prima: sul lato settentrionale del colle lo scavo archeologico ha evidenziato un livello di riempimento di ben tre metri, che livellando la collina andò a ricoprire anche le mura della precedente città; fu poi realizzato un sistema di canali per le fognature, venne definito il tracciato delle fortificazioni e la posizione delle porte; venne inoltre iniziata la costruzione delle abitazioni per richiamare la popolazione dei dintorni.
Per diversi mesi la popolazione di Poggibonsi e delle terre vicine affiancò gli imperiali nei nuovi lavori di erezione delle abitazioni e delle mura. Dalle stratificazioni dell’area e dai successivi monumentali interventi per la costruzione della città di Lorenzo il Magnifico è difficile dedurre la reale consistenza di questo nuovo abitato. E’ comunque possibile azzardare l’ipotesi che l’andamento delle successive mura rinascimentali ricalchi il percorso di quelle progettate da Arrigo - ridotte rispetto a quelle della precedente Podium Bonitii - al quale sembra verosimile assegnare la planimetria della cinta muraria, che approfittando dell’orografia collinare, nel suo percorso evoca araldicamente il disegno di una mezza aquila imperiale, affermando così ancor più marcatamente il valore simbolico della rifondazione, già chiaramente espresso nel nome.
Risalgono infatti a quest’epoca i disegni delle architetture antropomorfe presenti nel noto “taccuino dei disegni” di Villard de Honnencourt :”Il “Taccuino”, della fine del XIII secolo, è conservato alla Bibliothèque Nationale di Parigi.”:
Stando a quanto riporta il Pratelli, [11] da un’estratto dell’Iter Italicum Nicolai Episcopi Botrinensis [12] si rileva come l’imperatore al termine della nuova fortezza fece ivi una grande festa dando ricompense ai suoi soldati per maggiormente affezionarseli, e ad Enrico di Fiandra suo marescalco diede la città e il nome di conte di Lodi, al conte Forese il forte di Succino in Lombardia e ad altri ducati e principati oltremontani. ”
La riedificazione di Monte Imperiale preoccupò non poco i fiorentini che inviarono armati da San Gimignano e Colle Val d’Elsa a molestare i disegni di Arrigo.
Frattanto Siena, preoccupata dagli avvenimenti e non volendo rompere apertamente l’alleanza con i fiorentini, inviò ambascerie segrete a Poggio Imperiale per trattare con l’imperatore. Furono inviati dapprima i frati agostiniani, poi i domenicani ed infine i camaldolesi, ma non venne raggiunto alcun accordo. I rettori di Siena chiesero infine che l’imperatore inviasse nella città un suo rappresentante; allo scopo venne scelto il vescovo Niccolò, ma data l’ostinazione senese a voler trattare sempre occultamente, Arrigo fu sdegnato e respinse ogni ulteriore trattativa. [13]
Nei successivi attacchi al contado fiorentino, Arrigo occupò e smantellò il castello di Barberino, incontrando resistenze solo nell’assedio di Linari, nel quale l’oculata presenza di Vanne di Bernardino de’ Gherardini, rappresentante fiorentino nonché proprietario di gran parte delle terre e del castello di Linari, provvedendo per tempo a rinforzare le fortificazioni ed a far trasportare in Linari abbondanza di viveri, rese impossibile la presa del castello allo stesso imperatore, che volle in prima persona dirigere le sue truppe nell’inutile impresa.
Frattanto il fallimento delle trattative segrete tra l’imperatore ed i senesi, aveva costretto questi ultimi a schierarsi apertamente con i fiorentini, che richiedevano l’intervento senese per molestare gli imperiali sul fronte meridionale.
All’inizio del mese di febbraio del 1313, duecento cavalieri imperiali, con buon numero di borghesi, si portarono nella campagna di Casole d’Elsa in cerca di foraggiamenti; il 4 dello stesso mese, mentre gli armati, giunti nei pressi di Maltraverso, stavano per rientrare a Poggio Imperiale, vennero attaccati da trecento cavalieri napoletani del re Roberto d’Angiò che alloggiavano a Colle, i quali, aiutati da una schiera di armati fiorentini di stanza a San Gimignano, misero in rotta la cavalleria di Arrigo, uccidendo trenta borghesi e catturando parte degli imperiali, tra cui Aimo di Albamonte, consanguineo dello stesso imperatore. Tutti i prigionieri vennero riscattati dall’imperatore previo il pagamento di tremila fiorini. [14]
A fronte della gravità della situazione, da Poggio Imperiale, il 23 febbraio 1313, [15] l’imperatore proclamò solennemente una vana condanna contro alcune città e castelli toscani, cui imponeva l’abbattimento delle mura e delle fortificazioni: “quod muri, murorum turres et porte civitatum predictarum, Pistorii, Vulterrarum, Grosseti, Clusii ac etiam predictorum castrorum Prati, sancti Miniatis, sancti Geminiani, Collis Vallis Else, Montis Pulitiani, et Castri Plebis, sumptibus et expensis hominum civitatum et castrorum predictorum totaliter diruantur et funditus destruantur; eisdem sumptibus et expensis omnia fossata et valla in ambitus ipsarum civitatum et castrorum facta explanentur et devastentur, et dictorum murorum et vallorum et fossatorum solum, aratrum patiatur; et nunquam muri, fossati et valla predicta reficiantur absque cesaree celsitudinis licentia speciali eadem.“. [16]
Arrigo VII iniziò a trovarsi in disagio, isolato com’era sul colle di Poggio Imperiale: i continui attacchi dei fiorentini, la penuria di viveri, la difficoltà di ottenere rifornimenti da Pisa, costrinsero l’imperatore a rafforzare con nuove opere opere militari la fortezza di Poggio imperiale, la cui difesa venne affidata ai bonizzesi mentre l’imperatore - convinto che molti castelli del Mugello, della Val di Sieve e del Valdarno sarebbero rimasti fedeli e deciso a procurarsi uomini e mezzi per allargare il suo esercito ed abbattere il re Roberto d’Angiò e conquistare il regno di Napoli - lasciò un suo vicario sul Poggio imperiale a presiedere il partito ghibellino toscano e il 6 marzo del 1313 partì col suo esercito verso Pisa, dove venne accolto trionfalmente e dove si trattenne raccogliendo aiuti in denaro, armati e vettovaglie.
Una volta partito Arrigo, più volte le milizie fiorentine ed i napoletani guidati dallo Scarerio assalirono Poggio Imperiale e vennero rigettati con gravi perdite, mentre Firenze non risparmiava neppure le trattative pur di impadronirsi della fortezza.
Risale al 7 aprile 1313 un documento del Diplomatico senese che contiene un salvacondotto concesso dal Comune fiorentino a Lapo di Fredi, Cione di Bernardo e Corbizzino di Niccolò da Poggibonsi, tutti residenti a Firenze, perché trattassero con coloro che tenevano “terram noviter constructam super Podio Bonitii“, il ritorno “ad oboedientiam et mandata comunis Florentiae” con la garanzia che non sarebbero stati molestati “nec in bonis nec in personis“.
Con queste trattative Firenze sperava di rientrare in possesso di Poggibonsi, i cui abitanti sarebbero divenuti sudditi di Firenze evitando punizioni per la loro ribellione. Le trattative non vennero condotte a termine, gli ambasciatori furono congedati e la difesa di Poggio Imperiale venne ulteriormente rafforzata.
(32a) Marschalcus capit Casele, Sanctum Donat, Barbarim et combussit ante Sene. (novembre 1312)
Incursione del conte Enrico di Fiandra a Siena (novembre 1312). Il marescalco prende Casole, San Donato, Barberino Val d’Elsa e incendia le campagne attorno a Siena. La miniatura, tuttavia, illustra un’episodio facilmente riconoscibile che anticipa la miniatura seguente: si tratta dell’offerta delle chiavi all’imperatore, qui seguito dall’arcivescovo Balduino, avvenuta il 6 gennaio 1313, giorno del suo trionfale ingresso a Poggibonsi; l’episodio, testimoniato abbondantemente dalla storiografia locale, ebbe ripercussioni anche sulla toponomastica, dato che per ricordare l’avvenimento la porta dalla quale l’imperatore fece il suo ingresso ricevendo l’offerta simbolica delle chiavi, venne ribattezzata appunto Porta delle Chiavi.
(32b) Imperator venit Pugebon. Multa comburuntur. Primum lapidem ibi ponit et vocat Mont Imperial. (6 gennaio - marzo 1313)
L’imperatore va a Poggibonsi. Brucia molti castelli nemici. Pone la prima pietra di Poggio Imperiale a Poggibonsi (metà febbraio 1313).
L’imperatore il 6 gennaio entra a Poggibonsi. Molti castelli dei guelfi vengono assaliti e bruciati. Nella Collina sovrastante Poggibonsi, sito dell’antica Poggiobonizio, Enrico pone la prima pietra di una nuova città, che chiama Monte Imperiale (Kaisersberg). Dopo che le campagne nei dintorni di San Casciano sono state completamente devastate e nell’accampamento divampano le malattie, l’imperatore ed il suo esercito partono per Poggibonsi, la città che rimase fedele alleata degli Hohenstaufen e che Carlo d’Angiò poté soggiogare solo dopo la morte di re Manfredi. A causa della sua posizione strategica ed estremamente conveniente, tra Lucca, Firenze e Siena, la città fu chiamata “l’ombellico della Toscana” dal cronachista Giovanni Villani. I fiorentini conoscevano benissimo il valore della città che, per precauzione, venne completamente bruciata. Tuttavia l’imperatore decise di riedificarla. La città avrebbe dovuto innalzarsi non ai piedi della collina, dove l’insediamento era stato costretto ad installarsi dopo la distruzione, bensì al suo apice - nel luogo dove ancora restavano le rovine della precedente città - al quale Enrico diede il superbo nome di Mons Imperialis, decidendo al contempo i nomi delle porte urbane.
Alla metà del mese di febbraio del 1313, come mostra la miniatura 32b, l’imperatore dà il primo colpo di martello per gettare le fondamenta.
(33a) Vadit per Cortone Arece.
Ingresso ad Arezzo - l’immagine è collocata nel codice in maniera scorretta - l’osservazione è apposta sulla figura con la scritta “privs est” (questo evento è anteriore).
La miniatura, che si trova in questa posizione incorretta per l’ordine cronologico secondo il quale è composto il codice, descrive l’arrivo ad Arezzo già presentato con il medesimo commento nell’immagine 22b. In questo caso le note menzionate si impigliano tra di loro e, probabilmente, registrano la sequenza delle figure dato che anche la figura 33b non riporta commenti e quindi, dato che il già menzionato cardinale ostiense potrebbe essere stato presente anche qui, venne raffigurato.
(33b) Venit per Bestolle Pysis. Cardinalis ostiensis et multi veniunt obviam (10 marzo 1313).
Partito da Monte Imperiale, l’imperatore si dirige a Peccioli ed entra a Pisa il 10 marzo 1313. L’imperatore passa da Peccioli e si dirige a Pisa. Incontra il cardinale ostiense e molti altri. Nei fatti, la posizione dell’imperatore durante i mesi del suo soggiorno a San Casciano e Poggibonsi poteva essere migliorata considerevolmente. Non solo Pisa e le altre città ghibelline fornirono rinforzi, ma anche Federico di Sicilia inviò uomini, materiale, grano e fondi. E nonostante gli assalti alle città ed ai castelli vicini non fossero tutti coronati dal successo, riuscirono comunque a molestare i nemici. Con molte città guelfe potevano iniziare i negoziati, specialmente dall’epoca in cui, nel campo della Lega Toscana sussistevano forti differenze e reciproche inimicizie. Con fiducia sarebbe stato possibile attendere gli aiuti dalla Germania: dopo l’affollato reichstag, portato avanti nel gennaio 1313 dal re Giovanni Boemia, reggente in nome dell’imperatore, venne deciso di inviare aiuti all’esercito imperiale sotto la guida del figlio del reggente. Nei piani di Enrico per l’estate del 1313 si prevedeva di attaccare con un forte esercito il re Roberto d’Angiò, conducendo le operazioni relative all’editto che lo condannava come fuorilegge anche dalla remota Poggibonsi. Tuttavia, dato che il rifornimento di derrate alimentari nelle terre attorno a Poggibonsi si andava esaurendo, risultava appena possibile garantire l’interruzione delle azioni militari, necessaria alla svago dell’esercito; così l’8 marzo l’esercito abbandonò Poggibonsi e partì per Peccioli in direzione di Pisa, dove il 10 marzo l’imperatore venne accolto solennemente.
(34a) Hastiludia, choree et festa Pysis longo tempore (estate 1313).
Torneo in Pisa. Tornei, balli e feste a Pisa per lungo tempo (estate 1313).
Pisa preparò per l’imperatore ed il suo esercito i mesi della vacanza. La miniatura, in contrasto con i tornei nei quali si affrontavano gruppi di armati, mostra un duello di cavalieri: un cavaliere di Balduino von Moncornet contro un cavaliere del conte Enrico di Fiandra. Vengono utilizzate solo armi - in questo caso la lancia - la cui punta è priva di ferro tagliente, sostituito da una lamina piana o, come qui, dentata, chiamata “corona”. Nel combattimento a cavallo il cavaliere appare completamente armato sul cavallo rivestito dalla sua cappa. La figura fissata sull’elmo è normalmente la ripetizione dell’immagine presente sullo stemma, qui ovviamente dipinto sullo scudo, o spesso anche l’imitazione di una parte del corpo o di altri elementi araldici.
Al segnale della tromba i soldati si scagliavano l’un l’altro tentando di disarcionare l’avversario con un colpo ben assestato. L’imperatore osserva il duello dei cavalieri da un balcone sul quale sono seduti i rappresentanti della società secolare.
(34b) Dominus trevirensis repatriat breviter reversurus (18 marzo 1313).
L’arcivescovo Balduino, signore di Treviri, rimpatria con l’intenzione di fare presto ritorno.
L’imperatore si prepara con zelo per la prossima marcia contro Roberto d’Angiò, per la quale è particolarmente importante prendere confidenza con le nuove truppe provenienti dalla Germania. L’arcivescovo Balduino viene appunto inviato in Germania per far fronte alle esigenze di disporre di un’esercito più ampio e per il supporto del giovane re Giovanni di Boemia. Il 18 marzo del 1313 i due fratelli si salutano a Pisa. La piccola imbarcazione con l’insegna di Baldovino fa vela verso Genova, da dove, attraverso Milano, il vescovo arriva a Treviri il 15 maggio.
DIVAMPA LO SCONTRO E SI AVVICINA LA FINE DEL SOGNO EUROPEO
Da Pisa Arrigo partì verso Napoli, attraversando nuovamente i territori fiorentini e senesi.
Firenze e Siena, benché sollecitate dal re Roberto d’Angiò, contro il quale Arrigo aveva fulminato il bando imperiale e la pena di morte, non furono in grado di impedirgli il passaggio; frattanto il pontefice Clemente V dalla sua corte di Avignone prese le difese di Roberto d’Angiò, minacciando la scomunica contro Arrigo se questi avesse invaso il regno di Napoli.
Si preannunciavano nuovi e più gravi conflitti che avrebbero rinnovato le antiche lotte fra Chiesa e Impero quando, improvvisamente, l’imperatore morì a Buonconvento il 24 agosto del 1313. Le spoglie imperiali vennero scortate a Pisa lungo la costa tirrenica ed il 2 settembre vennero sepolte nella cattedrale pisana. Con la salma di Enrico veniva sepolta quell’idea di un grande stato sovrannazionale europeo che si sarebbe risvegliata solo ai nostri giorni.
Enormi furono le risonanze per la morte dell’imperatore, tuttavia, deponendo la salma dell’imperatore, i suoi fedeli non sapevano di seppellire gli ultimi avanzi della potenza imperiale in Italia.
In Toscana si profilava un’orribile destino per le terre che si erano ribellate a Firenze.
D’altronde la morte dell’imperatore non aveva ancora diminuito le speranze dei bonizzesi che credevano nei soccorsi dell’esercito imperiale, dei pisani e di Federico di Sicilia. Infatti Federico di Sicilia, che si era alleato all’imperatore, corse a Pisa per riannodare le fila del partito ghibellino, ma trovando i capi sbandati e discordi, rifiutò la signoria di Pisa e tornò in Sicilia ad amministrare i suoi possedimenti.
Ancora la speranza della realizzazione dell’impero universale, che occupava la mente di tanti, portava a non ritenere impossibile che qualcun’altro si ergesse a tenere le veci del defunto imperatore.
Giungevano inoltre notizie che in Val di Sieve, nel Valdarno e nell’empolese, molti castelli opponevano valida resistenza agli attacchi dei guelfi. Questi castelli caddero però uno ad uno e solo Poggio Imperiale rimase a difendere la parte imperiale.
Ben presto la lotta si fece resistenza impari e senza speranza e quando i bonizzesi si videro all’estremo delle forze, richiesero la mediazione del re Roberto d’Angiò nelle trattative con Firenze.
La pace venne così accordata, la fortezza di Poggio Imperiale venne occupata dai fiorentini che vi insediarono una guarnigione permanente e mostrarono comunque clemenza, non usando rappresaglie contro i singoli abitanti.
A testimoniare la sudditanza dei bonizzesi verso Firenze, dal 1313 il comune di Poggibonsi dovette inviare ogni anno a Firenze, il 20 di agosto ed in forma solenne, un tributo di pesche entro cestelli pitturati e adorni di fiori. In ricordo della sottomissione al Re Roberto d’Angiò, rimase sullo stemma cittadino il rastrello rosso sul campo azzurro gigliato.
Con queste vicende Poggibonsi perse definitivamente la sua indipendenza e rimase assoggettata ai fiorentini che lentamente continuarono ad espandere i loro domini su tutta la Toscana.
Possiamo concludere la narrazione di queste vicende in maniera un pò retorica, con le parole del Pratelli, [17] il quale scrisse che “sicché solamente sul Poggio imperiale gl’immediati discendenti di coloro che sulle potenti mura di Poggiobonizio avevano difeso la propria libertà e il vessillo ghibellino contro l’esercito del’Angioino, sulla fine del 1313 combatterono l’ultima battaglia per l’idea imperiale di Dante e per la difesa delle libertà comunali italiane, che sventuratamente poi scomparse dovevano dare adito allo stabilirsi, per troppi secoli, nella nostra Italia, di quelle signorie assolute, che, senza alcuna vergogna o ritegno, dovevano dare le nostre popolazioni in preda ai capitani di ventura e alle orde forestiere desiderose di calpestare impunemente il sacro suolo della patria nostra. Ecco il significato grandioso della strenua difesa dei nostri su Poggio Imperiale!”
(35a) Iter Imperatoris versus Neapolim (metà agosto 1313).
Sulla via di Napoli (metà agosto 1313).
Il 26 aprile 1313, in forma solenne viene dichiarata la sentenza contro il re Roberto d’Angiò che, come ribelle e traditore dello stato, viene privato di tutti i suoi poteri, delle terre e dei feudi e che, non appena ricaduto sotto l’autorità dell’impero, dovrà subire l’esecuzione della pena capitale con la spada. La proibizione di Clemente V all’ingresso di Enrico nel regno di Napoli, letta davanti alla popolazione di Pisa il 9 luglio, causò l’ostilità dei vassalli della chiesa e l’appello dell’imperatore.
Re Federico di Sicilia ordinò alla sua flotta di prendere il mare e l’8 agosto l’imperatore con il suo esercito partì da Pisa. Sembrava, dalle circostanze d