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Dei Càtari si parla già nel primo concilio di Nicèa, convocato dall’imperatore Costantino dal 19 giugno al 25 luglio (?) del 325:

VIII. Dei cosiddetti càtari.
Quanto a quelli che si definiscono càtari, cioè puri, qualora si accostino alla chiesa cattolica e apostolica, questo santo e grande concilio stabilisce che, ricevuta l’imposizione delle mani, rimangano senz’altro nel clero. E’ necessario però, prima di ogni altra cosa, che essi dichiarino apertamente, per iscritto, di accettare e seguire gli insegnamenti della chiesa cattolica, che cioè essi comunicheranno con chi si è sposato per la seconda volta e con chi è venuto meno durante la persecuzione, per i quali sono stabiliti il tempo e le circostanze della penitenza, così da seguire in ogni cosa le decisioni della chiesa cattolica e apostolica. Quando, sia nei villaggi che nelle città, non si trovino che ecclesiastici di questo gruppo essi rimangano nello stesso stato. Se però qualcuno di essi si avvicina alla chiesa cattolica dove già vi è un vescovo o un presbitero, è chiaro che il vescovo della chiesa avrà dignità di vescovo e colui che presso i càtari è chiamato vescovo, avrà dignità di presbitero, a meno che piaccia al vescovo che quegli possa dividere con lui la stessa dignità. Se poi questa soluzione non fosse per lui soddisfacente, gli procurerà un posto o di corepiscopo o di presbitero, perché appaia che egli fa parte veramente del clero e che non vi sono due vescovi nella stessa città.

Per quanto riguarda la Toscana medievale, la storia dei catari appare comunque di difficile ricostruzione dato che testimoni abitualmente ricchissimi di notizie sulla vita fiorentina, come lo stesso Dante, non ne parlano mai esplicitamente, nonostante sia provato, [1] che Farinata degli Uberti sia morto con il Consolamentum. Il Consolamentum era il sacramento battesimale dei Catari, che richiedeva le parole rituali nelle quali - non credendo i Catari nella Trinità - veniva menzionato solo il nome del Cristo e si effettuava l’imposizione delle mani e del Vangelo di San Giovanni sulla testa del battezzato. Come il Battesimo, il Consolamentum veniva impartito una sola volta, sebbene in due diverse circostanze. Ai fedeli adulti di ambo i sessi che, aspirando alla vita ascetica, una volta battezzati divenivano Perfetti, ovvero persone estremamente virtuose che vivevano santamente, in totale celibato, seguendo un regime alimentare vegetariano e dedicando la loro vita alla diffusione delle dottrine catare. Altrimenti il Consolamentum era impartito in punto di morte, permettendo al fedele di iniziare l’endura, un digiuno volontario con totale astinenza di cibo e di acqua, quale estrema negazione del sé, a vantaggio di una totale separazione dal mondo materiale, che per i catari era dominato dal male. Con questo sacrificio finale il cataro si assicurava la riunificazione della sua anima con il dio del bene.

Certamente la diffusione sul nostro territorio di questo fervore culturale dovette beneficiare del fatto di trovarsi direttamente sull’asse della via Francigena, che garantendo un notevole afflusso di merci e persone, favoriva al contempo lo scambio di idee ed opinioni. E’ grazie a questo fervido clima culturale che nella ghibellina Poggiobonizio troviamo un’attiva scuola catara. Sull’associazione ghibellini-patarini (o catari), affermata anche da un successivo detto popolare di coniazione guelfa, appare esplicita una Cronica fiorentina del secolo XIII, nella quale si legge che “e’ Ghibellini s’apellarono parte d’Inperio, avegnadio che’Ghibellini fossero publici paterini. Per loro fu trovato lo ‘nquisitore della eresia.[2] Non a caso lo stesso Dante collocherà Farinata degli Uberti all’inferno come eresiarca.

La presenza degli Albigesi in Toscana è attestata almeno dal 1173; [3] il vescovato cataro di Firenze si estendeva fino a Pisa, Arezzo, Montepulciano e Grosseto. La vita delle comunità, che risentiva dell’alternanza di guelfi e Ghibellini al governo, trovò sotto questi ultimi un terreno eccellente: i documenti citati dall’erudito Lami testimoniano della presenza di tre scuole catare in Toscana: a Poggibonsi, Pian di Cascia e Pontassieve. [4] E proprio in Valdelsa era presente una rilevante comunità catara. [5] Nel 1173 venne lanciato un primo interdetto; nel 1194 il vescovo di Worms, ovvero il legatus di Enrico VI, emanò specifiche disposizioni contro gli eretici fiorentini. [6] Nel 1229 il vescovo cataro Pietro Lombardo, venne arrestato in città, ma abiurerà a Perugia davanti alla corte pontificia. [7] Anche la vera conquista catara di Orvieto avvenne ad opera di missionari fiorentini. [8] Nel 1233 Gregorio IX segnalò al vescovo di Firenze Foraboschi che a Prato sussistevano gruppi di eretici superstiti. [9] Tre anni prima, nella chiesa di Sant’Ambrogio a Firenze, si era verificato un miracolo eucaristico; [10] anche a Ferrara, nel 1197, stando a quanto affermato nella Gemma ecclesiastica di Girardo Cambrese, un miracolo eucaristico aveva scatenato la reazione dei “paterini”. [11] L’episodio si ripeterà con maggior fama a Bolsena 33 anni dopo.

In quegli anni a Firenze, sede dell’episcopatao cataro, esisteva una grande comunità patarina, a Siena il catarismo era ancora vivo, come a Colle val d’Elsa e a S. Gimignano, dove i catari avevano dato un gran daffare agli Inquisitori, mentre a Poggiobonizio, dove già era esistita una florida scuola di catarismo, verso il 1245 certi Gerardo e Giacomo d’Acquapendente erano stati condannati al rogo. [12]

Sempre nel 1245 a Firenze, due fratelli, Barone e Pace del fu Barone Giubelli, liberarono a mano armata un’eretico incarcerato. [13] In seguito a numerose testimonianze rese davanti all’inquisitore ed al vescovo, i due fratelli vennero condannati dal tribunale ecclesiastico, ma decisero di appellarsi al podestà, Pace Pesamigola da Bergamo, il quale, nonostante l’esplicito divieto della Santa Sede, ingiunse ad un notaio di fare atto pubblico di tale richiesta, così che l’ordine venne ribadito anche dai consoli dei giudici e notai fiorentini. L’inquisitore Frà Ruggero Calcagni si oppose alla richiesta podestarile di annullare la sentenza e la vicenda diede avvio ad un’aspro confronto tra autorità laiche ed ecclesiastiche che fu caratterizzato da ripetuti tentativi di delegittimazione reciproca, fino all’accusa di connivenza con gli eretici scagliata contro lo stesso podestà ed il seguente ricorso alle supreme autorità del papa e dell’imperatore. Il vescovo e l’inquisitore confermarono le condanne precedentemente scagliate e i volontari cittadini, guidati dal podestà Pace Pesamigola (non a caso un bergamasco), condussero un clamoroso assalto contro il convento domenicano fiorentino, nel quale alloggiava l’inquisitore Fra’ Ruggero Calcagni. [14]

La Firenze dell’epoca, proliferante di eretici, divenne il centro dell’attività dell’inquisizione, che già operante in città dal 1239, dal 1244 si avvalse dell’opera del frate predicatore Pietro da Verona, già distintosi per il suo operato milanese.
L’eresia appare presente in tutti gli strati sociali, nonostante che il maggior numero di adepti si concentrasse tanto nella ricca classe dirigente quanto nelle antiche casate e nelle famiglie di recente origine mercantile. Nonostante che, dalle deposizioni rese dalle numerose persone sottoposte al giudizio del tribunale ecclesiastico, appaia che l’eterodossia fosse diffusa indistintamente tra guelfi e ghibellini, resta evidente che le accuse dell’inquisizione erano rivolte contro i membri delle famiglie che partecipavano al governo cittadino.
La lotta della chiesa contro l’eresia fiorentina rivela quindi chiaramente la sua natura prettamente politica ed il preciso scopo di colpire il governo cittadino che, invece di sostenere il pontefice, aveva preferito appoggiare l’imperatore. Lo stesso fatto che molti degli eterodossi accusati appartenessero al Popolo, oltre a confermare il ruolo determinate svolto dallo stesso popolo nella politica fiorentina dell’epoca, è chiaro indice della politica filosveva del comune e del suo avvicinamento a Federico II.
Erano gli anni del grande conflitto tra Federico II, già scomunicato e poi deposto, e il pontefice Innocenzo IV, che intenzionato ad avere la meglio sull’imperatore, non disdegnò di ricorrere a qualsiasi tipo di armi ed anzi utilizzò ampiamente a questo scopo la lotta antiereticale. Si inserisce in questo contesto il ruolo giocato, dopo la deposizione dello svevo nel luglio 1245, dagli ordini mendicanti ed in particolare dai domenicani, ripetutamente invitati dal pontefice a diffondere pubblicamente, nelle loro chiese, la sentenza di deposizione dell’imperatore.
E’ a questo punto che venne di fatto teorizzata una nuova eresia di chi non intendeva accettare l’intromissione della curia romana negli affari civili: con la nascita dell’eresia politica, in base all’opposizione dell’autonomia del laico e del civile contro l’ingerenza del potere religioso, viene di fatto introdotta l’equazione “ghibellino uguale patarino”.
Dunque all’inizio del 1245 la chiesa in lotta contro il potere imperiale fini per provocare eccessi nell’uso del tribunale della fede; l’attività degli inquisitori, spintasi oltre i limiti sopportabili dalle autorità comunali, costrinse queste ultime a reagire contro un vero e proprio attacco perpetrato alla società civile dalle gerarchie ecclesiastiche. Per questa opposizione lo stesso podestà venne tacciato d’eresia, ed è in questa accusa, rivolta al podestà dal vescovo fiorentino e dall’inquisitore, che è chiaramente individuabile un caso esemplare di eresia politica. [15]

A Siena, il vescovo Bonfiglio, fino al novembre 1253, portò avanti una politica moderata in materia di eresia: solo dopo il 1251 si incontrano le prime tracce di condanne di patarini a Siena e nell’area circostante. [16]

Nel 1258 a San Gimignano l’inquisitore Giovanni Oliva arresta e consegna al braccio secolare il “consolato” Graziano di Persignano; lo stesso religioso l’inquisitore aveva scovato una comunità catara presso i minatori di Montieri, nei pressi di Volterra. [17]
Le indagini condotte dall’inquisizione francescana sull’eretico fiorentino Paganelli consentirono di stilare un’elenco dei “perfetti” catari residenti nella regione fra il 1250 e il 1280; il documento è della massima importanza dato che, attorno ad ogni “perfetto” gravitavano numerosi “credenti”. In base a ciò è possibile identificare la presenza di un’altra comunità, probabilmente minore, a Lucca [18]

Nella seconda metà del secolo le azioni repressive diminuiscono, ma aumentano le indagini retroattive; nel 1283 viene stilata la condanna postuma di Farinata degli Uberti e di sua moglie; nel 1290 a Siena viene bruciato sulla piazza del Campo un “patarino”. [19]
Ricadendo sotto la provincia monastica della Tuscia anche la Sardegna, dal 1285 Onorio IV vi inviò degli inquisitori con l’incarico di verificare l’eventuale presenza di rifugiati albigesi fuggiti dal continente; la scarsa documentazione al riguardo sembra indicare che le ricerche ebbero esito negativo [20]

Infine, dopo un lungo silenzio, l’ultima notizia pervenutaci è quella della della cattura, a Figline, nel 1321, di un tal Cione di ser Bernardi, che viene citato come “vescovo cataro”. [21] Il fatto appare completamente fuori tempo e senza collegamenti con l’eresia albigese in Italia.

Ancora allo scadere del XIV secolo, epoca delle ‘Trecentonovelle’, [22] era possibile fare dei riferimenti al catarismo dando per sottintesa la conoscenza dei fatti da parte dei lettori. [23]

BIBLIOGRAFIA

BISCARO, G., Inquisitori ed ertici a Firenze in “Studi medievali”, n.s., II, 1929.

CORSI, D., Aspetti dell’Inquisizione fiorentina nel ’200, in Eretici e ribelli del XIII e XIV secolo, a cura di D. Maselli, Pistoia 1974, pp. 65-91.

DUVERNOY, J., La religion des cathares, Toulose, Privat, 1976.

DUVERNOY J., L’histoire des cathares, ibidem, 1979.

D’ALATRI, M., Eretici e inquisitori, Roma, Istituto Storico dei Cappuccini, 1987, 2 voll.

D’ALATRI M., L’inquisizione francescana nell’Italia centrale del Duecento, Ibidem, 1966.

LAMI G., Lezioni di antichita toscane e spezialmente della citta di Firenze, Firenze 1766.

MANNA J., L’albero di Jesse nel medioevo italiano. Un problema di iconografia, . Nuovo Rinascimento, Disponibile in rete, 2001

MANSELLI R., L’eresia del male, Napoli, Morano, 1963.

MANSELLI R., Testimonianze minori sulle resie: Giocchino da Fiore di fronte a Catari e Valdesi, in “Studi Medievali”, s. III, XVIII, II, 1977.

MANSELLI R., Eresia, in AA. VV., enciclopedia dantesca, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1970-1978, 6 voll., ad voc.

MANSELLI R., Per la storia dell’eresia nel secolo XII, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e Archivio Muratoriano”, LXVII, 1995.

SAVINI S., Il catarismo italiano e i suoi vescovi nei secoli XIII e XIV, Firenze, Le Monnier, 1958.

TOCCO F., Quel che non c’è nella Divina Commedia o Dante e l’eresia, Bologna, Zanichelli, 1899.

VATTI G., Montieri notizie storiche, 1930 p. 17. Ed. anast. 1970-1983.


Note all’articolo:
  1. Dalle ricerche di Felice Tocco, p. 7.
  2. Cronica fiorentina compilata nel secolo XIII, in ‘Testi fiorentini del Dugento e dei primi del Trecento’, con introduzione, annotazioni linguistiche e glossario a cura di Alfredo Schiaffini, edizione anastatica, Firenze 1954, pp. 83-150, a p. 119.
  3. Cfr.: Annanles Florentini in M.G.H., ss, XVIII, p. 224.
  4. DUVERNOY 1979, p. 172.
  5. D’Alatri 1996, p. 106, n. 2
  6. Manselli, 1963, p. 289
  7. Savini, p. 86.
  8. Manselli, 1963, p. 289.
  9. Savini, p. 86.
  10. Jacopo Manna, L’Albero di Jesse nel medioevo italiano, un problema di iconografia, p. 81; vedi anche Savini p. 119.
  11. M.G.H., ss, XXVIII, 412.
  12. Cfr.: Giuseppe VATTI, Montieri notizie storiche, 1930 p. 17. Ed. anast. 1970-1983.
  13. Tocco, pp; 54-57.
  14. Silvia Diacciati, Popolo e regimi politici a Firenze nella prima metà del Duevento, in Annali di Storia di Firenze, I -2006- pp. 58-59 ; Jacopo Manna, L’Albero di Jesse nel medioevo italiano. Un problema di Iconografia, in Banca dati Nuovo Rinascimento, 2001, pp. 81-82 . Per i documenti relativi all’attività antiereticale degli inquisitore Ruggero Calcagni e Pietro da Verona, si veda Tocco, F. Quel che non c’è nella Divina Commedia o Dante e l’eresia, con documenti e ristampa delle questioni dantesche, Bologna, Zanichelli, 1899, pp. 3-50.
  15. Cfr.: Diacciati S., Popolo e regimi politici a Firenze nella prima metà del Duecento, pp. 58-60, saggio tratto da Il Popolo ed il sistema politico fiorentino dalla fi ne del XII secolo alla metà del Duecento, Tesi di laurea in Istituzioni medievali, presentata presso l’Università degli Studi di Firenze, anno accademico 2001-2002.
  16. G. Severino, Note sull’eresia a Siena fra i secoli XIII e XIV, in Studi sul medioevo cristiano offerti a Raffaello Morghen, Roma 1975 in Studi storici, 83-92, p. 893; L. Zdekauer, La vita privata cit., pp. 21-22, nota. Per la politica di Bonfiglio in materia di eresia si veda. Pellegrini, Chiesa e città, cit., p. 154; per testimonianze fin dal 1251 di patarini condannati a Siena si veda Severino, Note sull’eresia cit., nota alle pp. 893-894. Inoltre vedi Gabriella Piccinni, ‘Un intellettuale ghibellino nell’Italia del Duecento. Ruggieri Apugliese, dottore e giullare in Siena. Note intorno all’uso storico di alcuni testi poetici’, p. 80; per il rogo previsto per crimini come l’eresia, la stregoneria, la sodomia vedi A. Zorzi, Rituali di violenza, cerimoniali penali, rappresentazioni della giustizia nelle città italiane centro-settentrionali -secoli XII-XV-, in Le forme della propaganda politica cit., pp. 395-425, alla p. 409.
  17. D’Alatri, 1966, pp. 78-79.
  18. Jacopo Manna, L’Albero di Jesse nel medioevo italiano, un problema di iconografia, p. 116; D’Alatri, 1966, p. 116.
  19. D’Alatri, p. 120; Jacopo Manna, L’Albero di Jesse nel medioevo italiano, un problema di iconografia, p. 120.
  20. D’Alatri, p. 1996, pp. 76-77.
  21. Savini, p. 134; Biscaro, p. 363.
  22. Scritte da Francesco Sacchetti attorno al 1392.
  23. Manselli, 1970-71, p. 721.

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