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Mura urbane: crescita e sviluppo delle città medievali in Toscana tra XIII e XIV secolo

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LE MURA URBANE E LA CITTA’ MEDIEVALE
POGGIBONSI
Marturi
Poggiobonizio
Poggibonsi
Poggio Imperiale, città simbolo di Arrigo VII
Poggio Imperiale, città ideale di Lorenzo dei Medici
SAN GIMIGNANO
SEMIFONTE
COLLE DI VAL D’ELSA
VOLTERRA
MASSA MARITTIMA
SIENA
AREZZO
CORTONA
FIRENZE
PRATO
PISTOIA
LUCCA
PISA
SAN MINIATO

LE GRANDI METROPOLI EUROPEE

PARIGI
LONDRA

LE MURA URBANE E LA CITTA’ MEDIEVALE

Evoluzione dei maggiori comuni toscani a confronto con le grandi metropoli europee.Attraverso il confronto con le dimensioni di Londra e Parigi, due delle maggiori realtà urbane europee del XIII secolo, è possibile comprendere il ruolo svolto dalle coeve entità comunali della Toscana, prima della definitiva evoluzione che, all’emergere dei centri maggiori, precedette la grande crisi della metà del XIV secolo. In particolare, la nostra intenzione è quella di evidenziare l’evoluzione di quelle città comunali che, tra l’inizio del XIII secolo - epoca della distruzione di Semifonte - ed il 1270 - anno della distruzione di Poggiobonizio - contraddistinse lo sviluppo di quelle cosidette “minori realtà comunali” che andarono sviluppandosi, a breve distanza l’una dall’altra, sulle colline della media Valdelsa.
Fu al tempo dei longobardi che la Valdelsa venne a trovarsi nuovamente inserita lungo un asse stradale di vitale importanza. Il nuovo tracciato, che probabilmente ricalcava il percorso della via Clodia, evitava la costa, sottoposta agli attacchi provenienti dal mare, e scansando le terre bizantine dell’Esarcato di Romagna, da Pavia, capitale del regno, raggiungeva Lucca, capitale del ducato di Tuscia, e attraverso la Valdelsa rendeva possibile il collegamento con Roma e i ducati dell’Italia meridionale. Firenze, già sede del rector tusciae durante gli ultimi secoli dell’impero romano, rimase esclusa dai grandi traffici e assunse un ruolo di importanza secondaria. Lungo questo itinerario, sotto il regno di Ratchis e Adelchi, i fratelli Anto, Marco ed Efro vennero inviati a fondare i monasteri benedettini di
Marturi e Abbadia San Salvatore, ai quali venne assegnata una funzione amministrativa sui beni demaniali della corona e la manutenzione del tracciato stradale.

In Valdelsa, la distanza dalle città diocesane permise l’emergere ed il convergere dei nuovi poteri feudali che trovarono nei Lambardi, signori di Staggia, i rappresentanti di una stirpe di dinasti locali il cui dominio si estendeva su un territorio che, incentrato sulla media Valdelsa, da Fonterutoli sui monti del Chianti raggiungeva Ancaiano sul versante senese della montagnola. Tuttavia il passaggio della francigena, rappresentando occasione di facili guadagni, attirò l’attenzione dei vescovi alla guida delle maggiori città, Volterra, Siena, Fiesole e Firenze, che qui vedevano convergere i territori delle loro diocesi.

Grazie all’azione combinata di nobili e clero si svilupparono quei centri che, nel giro di pochi decenni, si sarebbero evoluti nella forma di libere entità comunali. Così, all’intervento del marchese Ugo di Toscana si deve il decisivo sviluppo del centro che, sorto in epoca longobarda attorno al monastero di Marturi, nel corso del XII secolo si evolverà nel centro urbano e nel comune di Poggiobonizio; così il centro sviluppatosi grazie alla presenza del vescovo di Volterra maturerà nel libero comune di San Gimignano; allo stesso modo vedremo l’abitato sviluppatosi grazie all’azione degli Aldobrandeschi e al loro monastero di Spugna, evolvere nella realtà comunale di Colle val d’Elsa e, infine, la tardiva azione dei conti Alberti dar luogo alla breve stagione di Semifonte.

Il destino di due di queste quattro limitrofe entità comunali, Semifonte e Poggiobonizio, sarà imprescindibilmente segnato dal fatto di essere sorte sul territorio diocesano di Firenze, città che nel giro di due secoli, oltre ad assurgere al ruolo di capitale politica della Toscana, assumerà un ruolo di primissimo piano nell’economia e nella cultura europea. Tuttavia è proprio grazie a questi centri della Valdelsa che si pongono i presupposti della rapida ascesa di Firenze: è qui che le radici del suo assurgere a centro di risonanza mondiale incontrarono la loro linfa vitale.

Senza dubbio, dopo il genocidio della madre Fiesole, nel 1202 la distruzione di Semifonte costituisce il principale gesto di affermazione delle mire espansionistiche della futura grande città, le cui forze, ancor limitate e soggette alla forte presenza del potere imperiale, non le permettono la cattura dell’agognato tracciato della francigena.
Sessantotto anni più tardi, grazie all’avvento di Carlo d’Angiò e alla potenza del grande esercito guelfo che metterà fine alla casa di Svevia, sarà finalmente possibile la presa della roccaforte ghibellina di Poggiobonizio. Solo in questo preciso momento Firenze, dopo secoli di relativo isolamento, sarà in grado di pagare al re angioino quel forte riscatto che le consentì di acquisire e distruggere l’odiata città, permettendole finalmente la deviazione del corso della francigena.

Dopo la distruzione della città, Poggibonsi visse ancora un periodo di relativa autonomia, finché nel 1313 l’aperta ribellione contro i fiorentini che portò all’accoglienza dell’imperatore Arrigo VII e al tentativo di ricostruzione della nuova città di Poggio Imperiale, terminò con la morte improvvisa dell’imperatore e il definitivo assorbimento nello stato fiorentino.

Partendo dalla Valdelsa, nel giro di pochi decenni Firenze iniziò ad assoggettare, una ad una, tutte le principali città della Toscana: San Miniato nel 1347, Colle nel 1348, Prato nel 1351, San Gimignano nel 1353, Arezzo nel 1384. Pistoia, caduta nelle mani di Firenze una prima volta nel 1306, venne definitivamente sottomessa nel 1401, mentre Pisa, sconfitta dai genovesi alla Meloria nel 1284, passò sotto il dominio dei fiorentini nel 1406.

Le cinte murarie urbane, accompagnando lo sviluppo delle antiche città, costituiscono degli importanti marcatori sull’entità e la consistenza degli aggregati urbani durante il corso dei secoli. Dalle cinte megalitiche delle città etrusche allo schema adottato nella fondazione delle colonie romane, attraverso le città turrite del medioevo e le cinte bastionate del rinascimento, sviluppatesi proprio sull’esempio del circuito di Poggio Imperiale a Poggibonsi, le mura urbane sono rimaste una caratteristica fondamentale della struttura, dell’aspetto e della percezione stessa delle città, segnandone i limiti con il contado ed affermando l’immagine del potere urbano sul territorio, ininterrottamente, fino al secolo passato.
L’apertura delle mura e la loro demolizione nel corso del XIX secolo è infatti un fenomeno che trova un unico corrispettivo nella storia, più precisamente nel momento in cui l’affermazione dell’impero romano, che vide l’unificazione di vastissimi territori pertinenti a ben tre continenti, con l’avvento della Pax romana, rese inutile la manutenzione di tali enormi ed ingombranti strutture.
Il medioevo vedrà invece riproporsi, specie in Italia con le realtà comunali, il fenomeno delle antiche poleis, le città-stato, ora più largamente diffuse ma, come le città precedenti, cintate a difesa della loro autonomia, gelose del proprio territorio e in perenne contrasto tra di loro.
Perpetratesi sulle antiche città o sviluppatesi attorno ad un mercato, un castello o un’abbazia, sorte su antichi stanziamenti o attorno alle ville dei patrizi romani, le città medievali vedranno il loro sviluppo, a volte pianificato e regolarizzato, accompagnato dall’espansione della cinta muraria, che lentamente andrà inglobando i borghi sorti esternamente alle mura, lungo il tracciato delle principali strade che, dalle porte urbiche, si dipartono in direzione del contado e delle città vicine.
L’importanza della cinta muraria, primo attributo che definisce e distingue la città dal territorio che la circonda, è stata felicemente espressa da una nota affermazione di Renouard, [1] secondo il quale la “città medioevale coincide con la costruzione della sua prima cerchia di mura, e la sua fine con la distruzione dell’ultima”. All’interno delle mura, ogni notte la città comunale si rinchiudeva in sé stessa, serrando le porte a protezione dei suoi abitanti; ogni mattina le porte venivano aperte, mettendo nuovamente in comunicazione il centro abitato con la campagna.
Negli anni di crescita demografica che distinsero la fioritura delle città tra il XII e il XIV secolo, ad ogni marcato aumento della popolazione si rendeva necessario un ampliamento della cortina muraria, che generalmente, secondo i mezzi economici e le energie a disposizione, veniva effettuato per gradi, costruendo prima le porte in pietra e le palizzate, sostituendo poi il legno con pietre e mattoni. [2]
La formazione e lo sviluppo delle cinte murate, realizzate spesso con lungimiranza, prevedendo ampi spazi destinati alle coltivazioni ed all’accoglienza di eventuali espansioni del nucleo abitato, fornisce in ogni caso indicatori evidenti sull’entità demografica, politica ed economica delle città medioevali.
Attraverso l’analisi di questi dati è possibile comprendere il ruolo svolto, tra il XII ed il XV secolo, dalle città valdelsane, nel contesto delle maggiori città medievali toscane ed europee.

POGGIBONSI

Marturi

Poggibonsi. Evoluzione del circuito murario nel 1270.Giovanni di Cristoforo e Francesco d'Andrea. La battaglia di Poggio Imperiale del 1479. La Badia di Marturi (Siena, Palazzo Pubblico).Lo sviluppo medievale di Poggibonsi si deve alla presenza dell’abbazia di Marturi (attuale castello di Badia), che costituisce un raro esempio di monastero edificato all’interno di un precedente castello. Ai piedi dell’abbazia si andò sviluppando il primo abitato medievale di Poggibonsi, il cosidetto Borgo di Marturi, che corrisponde alla posizione tuttora occupata dal centro della città. Una prima cerchia di mura è testimoniata sul Poggio di Marturi dal documento del 12 luglio 970, relativo alla donazione del podere di Antoniano ed altri beni nel comitato di Modena, effettuata all’abbazia dal marchese Ugo di Toscana : “…per hanc cartualm offertionis pro anima mea et remedium anime de genitore meo et de genitrice mea offero in ecclesia sancti Michaelis archangeli quod est monasterio, qui est positus intus castello Marturi….[3] Ancora il castello è citato in un documento datato 25 luglio 998, nel quale il marchese “Ugo dux et marchio, lege vivente saliga, … ecclesiam edificavi in honore sancti Michelis archangeli in monte et poio qui dicitur castello de Marturi.” [4]
Il primo documento, datato 12 luglio 970, concerne la donazione all’abate Bononio della “curtis” Antoniano, nel comitato di Bologna-Ferrara, è ritenuto falso perché in quella data Bononio era verosimilmente in Egitto; il secondo documento del 25 luglio 998, in realtà redatto nell’XI secolo e quindi anch’esso falso, attesta la volontà di Ugo di trasformare la chiesa di S. Michele a Marturi, da lui eretta in passato, in monastero, e di conseguenza dona al costituendo monastero ben 210 proprietà sparse nell’Italia centro-settentrionale, nonché il terreno sul quale era edificata la badia ed il castello di Marturi; un terzo documento, autentico, è datato 10 agosto 998 e consiste in un’ulteriore donazione, in contrasto con quella del 25 luglio: si citano le stesse proprietà, pur donate, con piccole variazioni, ma non si include il terreno sul quale è edificato il monastero; lo stesso Ugo non si attribuisce il ruolo di fondatore e specifica inoltre la clausola per cui l’effettiva donazione avrà luogo solo alla morte di Ugo, nel caso questo rimanga senza eredi.
Sull’origine remota di questo monastero si può richiamare un privilegio di papa Alessandro II del 1 novembre 1068 a favore di Marturi, dove veniva citato un’elenco di documenti pontifici antecedenti redatti per il monastero che lo mostrerebbero già attivo all’epoca del pontificato di Stefano IV, cioè prima dell’816/17. [5] Secondo gli accurati studi del Kurze, sembra tuttavia possibile l’identificazione di Marturi con un’abbazia toscana di San Michele, menzionata in un documento del maggio 762 rilasciato a Nonantola e conservato nel fondo del monastro di S. Maria a Sesto al Reghena nel Friuli. L’origine dell’abbazia si inserisce così nell’epoca dei re longobardi Ratchis e Astolfo, i successori di re Liutprando, i quali attraverso la fondazione di monasteri regi realizzarono dei veri e propri centri amministrativi che, accanto “ai loro compiti missionari e culturali avevano anche importanti funzioni amministrative da esercitare al servizio dello stato. Essi coltivavano, amministravano e dissodavano vasti complessi di beni demaniali, curavano la manutenzione delle grandi vie di comunicazione”, il più antico tracciato della Francigena appunto, “ed erano tappe per i viandanti. Per la fondazione e la costruzione di questi centri amministrativi Ratchis e Astolfo chiamarono tra l’altro importanti personalità della nobiltà del Friuli, regione di cui erano originari, come Anselmo, il fondatore di Nonantola, e i fratelli Anto, Marco e Erfo che fondarono il monastero di S. Salvatore (all’Amiata) e l’abbazia di S. Michele a Marturi (Poggibonsi).” [6]
L’Antichi [7] riporta che “Già Agostino Neri aveva formulato l’ipotesi che Poggibonsi al tempo dei longobardi, vale a dire intorno ai secoli VIII e IX, avesse avuto un’importanza notevole. Egli appoggiava la sua asserzione sul fatto che l’antica chiesa di San Michele (che si trovava proprio dove è ora il castello di Badia) era chiaramente di origine longobardica ed indicava, quindi, che intorno doveva esservi un rilevante insediamento umano. Ed ecco che in tempi recenti, a suffragare tale ipotesi, sono stati ritrovati nei pressi della chiesa di San Lorenzo in Pian de’ Campi calici e patene di buona fattura del periodo precarolingio [in realtà di epoca gota].”

Sull’effettivo aspetto di questo castello, Valenti [8] nota che ancora nelle carte di fine X secolo non vengono citate le mura, ma si parla piuttosto di un fossato. L’ipotesi purtroppo non è stata indagata neppure durante la recente indagine archeologica, [9] ma a partire dalla chiara etimologia etrusca del nome Marturi (marisϑuras-marϑuri: del collegio di marte, se non dall’associazione del nome delle divinità di mari: marte, e turan: venere) e dalle notizie del rinvenimento di tombe etrusche nel sottostante Pian de’ Campi e in località Vada (dal lat. vadum: guado), [10] è possibile formulare l’ipotesi della presenza di un’oppidum etrusco con un luogo di culto dedicato a marte - come indica la tradizione erudita sulla fondazione, però romana, di Marturi - ipotesi che sembrerebbe indiziata anche dal culto cristiano di S. Michele Arcangelo, che nel suo aspetto guerriero incarna pienamente, in epoca longobarda, le caratteristiche della bellicosa divinità pagana.
A suffragare questa ipotesi, ancora l’Antichi [11] scrisse che “se vogliamo perderci in congetture, per certi avanzi e rottami di capitelli, colonnette e pilastrini di puro stile romano che rinvenuti a molta profondità tra le macerie del diroccato edifizio, potremmo argomentare che l’origine di Poggio Marturi fosse romana. Alcuni storici, forse lavorando di fantasia, hanno creduto di poter affermare che sul colle fosse esistito un tempio romano“.
Stando a Vitruvio, che riporta le regole etrusche per l’edificazione dei templi, [12]Il tempio di Marte dovrebbe essere fuori della città, nella campagna limitrofa. Quello di Venere vicino alle porte. Al riguardo, secondo quanto affermano le scritture della disciplina degli Aruspici Etruschi, i templi di Venere, Vulcano e Marte dovrebbero essere collocati in modo che i primi non insidino con Veneree perdizioni gli adolescenti e le matrone; che quelli di Vulcano siano assenti dalla città, in modo che questa sia libera dal timore degli incendi con i relativi riti e sacrifici che si effettuano nel suo tempio. Anche il tempio di Marte dovrebbe essere fuori dalla città, in modo che la pace tra i cittadini non sia turbata dalle liti e dalle armi, ma stia anzi a difesa dei cittadini dai loro nemici e dai pericoli della guerra. Si comprende quindi, la funzione di tale eventuale santuario in un’area da sempre considerata ai confini del territorio volterrano e sede, fin dall’epoca etrusca, di un nodo stradale di grande importanza.
Considerando che già in epoca arcaica le fiere ed i mercati, collegati alle feste delle divinità celebrate presso i vari santuari, si tenevano alla convergenza di quelle strade che garantivano un più facile scambio di merci, appare particolarmente significativo il fatto che a Poggibonsi, almeno dal medioevo, il martedì, giorno di marte, coincida tradizionalmente con il mercato settimanale. [13]

In epoca altomedievale, il castello era al centro di una vasta proprietà demaniale, amministrata dai monaci benedettini su concessione del marchese Ugo di Brandeburgo, vassallo imperiale in Toscana, il quale vi possedeva una “curtis domnicata“. [14] Dalla narratio inserita nel processo del 1075 risulta che l’abate amministrava Marturi tramite le figure di un gastaldo (“Bonizo gastaldo de Marturi”) ed del “vicecomes de Marturi” che “liberabat” e “placitabat”. [15]

Nonostante gli errori delle cronologie riportate dalla cronachistica medioevale, sembra che Marturi accogliesse parte degli esuli scampati alla distruzione di Fiesole del 1125, che finirono per stanziarsi sul colle di Camaldo, poche centinaia di metri ad ovest dell’abbazia, sul luogo in cui sorge oggi il convento di San Lucchese; sempre stando alle medesime cronache, a seguito di faide interne la popolazione di Camaldo si divise ulteriormente, dando luogo all’insediamento di Poggio Asturpio, su un colle posto più a sud, a poca distanza dai precedenti.

Frattanto gli attacchi perpetrati dai marturiensi ai vicini castelli di Casaglia [16] e di Poggio Asturpio (o Stuppio) nel 1130, [17] testimoniano lo sviluppo di una politica autonoma che vede gli abitanti di Marturi allearsi prima con gli stuppiesi contro Casaglia, poi con i fiorentini contro Asturpio; con l’apparire dei Boni Homines, che si vanno affiancando alle vecchie figure del gastaldo e del vicecomes, si gettano le basi per lo sviluppo del libero comune.

Ben presto i fiorentini si resero conto della posizione strategica di Marturi, che posto al confine meridionale del loro contado e attraversato dalla Francigena, costituiva anche il principale nodo stradale del loro territorio. Nel 1155 i fiorentini con molti armati si mossero contro i martigiani e camaldesi, che si difesero bravamente nell’altura fortificata di Poggio Marturi, ma sopraffatti dal numero degli assalitori furono sconfitti. Le fortificazioni suddette e gran parte di Camaldo furono abbattute e gli abitanti costretti a ritirarsi giù nel Borgo di Marturi. Il nome di Sassa rimasto alla località in vicinanza di Badia, forse venne in uso dalle rovine accumulate in questa circostanza. [18]

Poggiobonizio

Il sito di Poggiobonizio nel 1479. Giovanno di Cristoforo e Francesco d'Andrea. Battaglia di Poggio Imperiale. Siena, Palazzo pubblico. Il 10 luglio 1155 il conte Guido Guerra si accordò con i senesi e donò un’appezzamento di terra sul Podium o Mons Bonitiis alla chiesa di San Pietro in Roma e al papa Adriano IV, il quale concesse subito al vescovo senese Ranieri il permesso per edificarvi e consacrare una chiesa; l’erezione di una chiesa sottoposta al vescovo di Siena rappresentava una chiara offesa alla città di Firenze dato che il luogo, rientrando tra le pertinenze della pieve di Marturi, era parte integrante della diocesi fiorentina.

A partire dal 1155, sul colle sovrastante il borgo e di fianco all’abbazia di Marturi, detto appunto Poggio di Bonizio, viene costruita la cinta muraria di un nuovo insediamento. Il 9 aprile dello stesso anno, i martigiani e camaldesi, probabilmente aiutati dai senesi e dal conte Guido Guerra, attaccarono l’esercito fiorentino sotto il Borgo di Marturi, tra il Vallone e il Sasso Gocciolino, dove i fiorentini, sconfitti, dovettero ritirarsi. [19]
Infatti in coincidenza con le prime opere apprestate per la fondazione di Poggio Bonizio, risulta che Firenze attaccò la zona e distrusse il castello di Marturi; [20] il “castrum veteres de martura destructus fuit a florentinnis”, come riporta un documento della seconda metà del XII secolo. [21] Parallelamente all’edificazione di Poggiobonizio, anche il castello di Marturi venne ricostruito. Una carta del 1180 vede infatti tra i firmatari un tale Iacobo Longhi “castaldi ipsi monasteri”; [22] con questa riedificazione i monaci sembrano finalmente entrare in possesso del castello, rivendicato già dalla fine dell’XI secolo con la falsa donazione del marchese Ugo del 25 luglio 998.

Secondo quanto afferma il Villani, [23] Poggiobonizio era spartita “in VIIII (nove) contrade, come si fece di VIIII terre, e in ciascuna contrada ripuosono la chiesa principale de la loro antica terra onde s’erano levati, e quello di ricche mura e porte e torri di pietre adornarono, e fu sì forte e bello, e fornito di molti e ricchi abitanti, ch’elli curavano poco i Fiorentini o altri loro vicini“.

I documenti dell’epoca, attestando un considerevole numero di chiese urbane, sembrano confermare le parole del Villani. Dalle deduzioni storico-topografiche del Pratelli, [24] i senesi erano stanziati a mezzogiorno, di fronte al Ponte Nuovo; accanto a loro, sopra Calcinaia, i Talcionesi occupavano la porta Asturpiese; quelli di S. Agnese edificarono la loro contrada tra senesi e talcionesi, all’interno di Poggiobonizio, e la la loro chiesa sorgeva sulla via di mezzo, che attraversava il castello da porta Santa Maria a porta San Michele, “collocata più che a metà del poggio, come indicano i resti di una fontana devastata nel 1270 e ritrovata nel 1832 sul lato di levante, sino al Galloria, nella stessa direzione dove poi eresse le sue fortificazioni il Sangallo”; a confine con i talcionesi era la contrada dei gavignanesi, con la chiesa di San Donato. A lato dei gavignanesi era la contrada di quelli di Papaiano, dei quali si ignora il nome della chiesa. Sul lato di ponente e di tramontana edificarono i martigiani e i camaldolesi. Di loro era la chiesa plebana di S. Agostino e forse un’altra chiesa di S. Maria, che viene ricordata nei documenti del tempo. Nella contrada dei martigiani fu innalzato il palazzo della repubblica sul principio del secolo XIII, e questo palazzo, come risulta da varie indicazioni, esisteva in una piazza prospiciente la via di mezzo e nelle vicinanze della chiesa di S. Agostino.
Si chiamava castrum novum (Castello nuovo) un prolungamento di Poggiobonizio dalla parte della Galloria. Questo prolungamento avvenne nell’anno 1257 quando i fiorentini, a tradimento, entrarono in Poggiobonizio e i nostri castellani erano occupati allora nei lavori di questa parte come ben risulta dagli scritti dell’anonimo del 1300. A questo Castrum novum faceva capo la porta detta della Cateratta che immetteva nella ripida scesa della moderna via S. Lucchese.”
Sempre il Pratelli, in base alle sue riflessioni sui documenti studiati, indica i nomi delle popolazioni di sette contrade sulle nove conosciute: Martigiani, Camaldesi, Senesi, Talcionesi, S. Agnesini, Gavignanesi, Papaianesi. Delle restanti due contrade, deduce che una debba riferirsi agli abitanti di S. Lorenzo in Pian de’ Campi, in conseguenza delle contese verificatesi nel 1131 tra martigiani e asturpiesi a causa delle quali il parroco di S. Lorenzo in Pian de’ Campi (titolatura riscontrabile anche in una delle chiese attestate dai documenti), si separò da Poggio Asturpio e dalla diocesi volterrana per mettersi sotto la protezione della pieve di Marturi. Forse la nona contrada era composta dagli abitanti di Poggio Asturpio, parte dei quali, secondo il Fioretto, dopo l’attacco dei bonizzesi che nel 1267, per timore di una ribellione, portò alla distruzione del loro popoloso castello, vennero accolti entro le mura di Poggiobonizio. :”E. Rinaldi, Il nobile castello di Poggiobonizio, Firenze 1980, p. 34 nota 3. “:

La cinta muraria del nuovo insediamento si apriva su almeno cinque porte; sono infatti attestate da vari documenti redatti tra il 1174 ed il 1263 la Porta di Santa Maria, rivolta verso Santa Maria a Camaldo; la Porta Stupese, in direzione di Poggio Asturpio; la Porta di San Michele, rivolta verso l’abbazia di San Michele; la Porta della Cateratta, rivolta verso il “castrum veteri” di Borgo Marturi; la Porta di Vallepiatta, nei pressi dell’omonima fonte oggi detta delle Fate; un’altra porta, non citata nei documenti è stata individuata negli scavi nell’area retrostante la chiesa di Sant’Agnese e si apriva sulle ripidi pendici che guardano il corso dello Staggia e sovrastano l’attuale via senese.

E’ probabile che anche il vecchio Borgo di Marturi - o parte di esso - non sia rimasto sguarnito di fortificazioni. Un’estensione del perimetro delle mura al vecchio borgo di Marturi è deducibile dalla sottomissione del priore dei talcionesi al preposito ecclesie et plebis sancte Marie de Podio Bonizi dell’8 giugno 1203. Il documento si dice infatti Actum in predicta ecclesia plebis sancte Marie in castro Podii Bonizi, il che sembra alludere al fatto che la chiesa fosse apputo inclusa “in castro Podii Bonizi”. [25] Il toponimo “Borgo Marturi” si sarebbe quindi sedimentato ai tempi della formazione del primo insediamento ai piedi dell’abbazia, divenendo in seguito di uso comune.

Il conte Guido Guerra moriva l’11 aprile 1167 a Montevarchi durante un’eclissi di sole, lasciando erede suo figlio Guido, detto il giovane. Nel 1177 Poggiobonizio venne ceduta in risarcimento dal conte Guido Guerra il giovane ad Agnese del Monferrato, cugina dell’imperatore Federico Barbarossa, che lo ebbe prima nella persona del fratello Corrado, in veste di procuratore di Agnese, la quale lo concesse infine a Ranieri, fratello minore di Corrado - che appare ufficialmente citato per la prima volta proprio in questo documento - [26] cui era stata promessa in sposa Maria, figlia dell’imperatore di Costantinopoli Manuele Comneno. I nuovi legami stabiliti con l’imperatore di Costantinopoli nella seconda metà del 1178, indussero Corrado ad interrompere bruscamente la sua fedeltà al Barbarossa. Nello stesso 1178, a Viterbo, Corrado venne improvvisamente fatto imprigionare dall’arcivescovo Cristiano di Magonza, cancelliere imperiale, e dovette pagare una consistente somma di riscatto, per raggiungere la quale - probabilmente - furono vendute dal fratello Raineri e dal padre le terre di Poggibonsi e Marturi, [27] i cui diritti vennero ceduti a Siena e Firenze, “che li comprarono al prezzo di 4000 libbre di moneta pisana“. [28]
Nel 1185 Federico Barbarossa si portò a Poggiobonizio, dove annullò i diritti ceduti dai marchesi aleramici a Siena e Firenze, e consentì lo sviluppo di una libera entità comunale. L’anno seguente i bonizzesi, sotto il comando di Enrico, figlio del Barbarossa appena nominato re d’Italia, parteciparono all’assedio di Siena, la quale rimase sconfitta e perse i diritti su Poggiobonizio che, acquisiti al tempo della fondazione di Guido Guerra il vecchio, le consentivano la riscossione del pedaggio alla porta della contrada che loro stessi avevano popolato. Nel 1209 Ottone IV di Sassonia confermò i privilegi acquisiti al tempo del Barbarossa; i bonizzesi accolsero il nuovo imperatore di ritorno dalla sua incoronazione avvenuta a Roma per mano di papa Innocenzo III.
Sotto il regno di Federico II, Poggiobonizio, nominata città imperiale, [29] fu posta sotto la diretta protezione dell’imperatore che ne fece un caposaldo del partito ghibellino in Toscana. Alla morte dell’imperatore, avvenuta il 13 dicembre del 1250, successe il figlio Corrado IV, che morì inaspettatamente il 21 maggio 1254. La discendenza imperiale si trovò rappresentata solo dal piccolo Corrado, detto Corradino, figlio di Corrado IV; degli altri due figli di Federico II, Enzo rimase prigioniero a Bologna fino alla morte, mentre il figlio naturale Manfredi, zio del piccolo Corradino, governò inizialmente come tutore del nipote e poi in nome proprio. Con la sottomissione a Firenze del 1254 e l’occupazione fiorentina del 1257, vengono abbattute le difese, che però verranno ricostruite, ancora più estese, dopo la vittoria ghibellina di Montaperti, nel 1260, con una nuova cinta muraria che, oltre a sostituire quella primitiva, andò a inglobare una parte della abitazioni dei borghi esterni.
La fortificazione dell’intera collina, oltre a racchiudere parte dei borghi (nei documenti sono citati i borghi di Vallepiatta e di Santa Maria di Podium Bonizi (Camaldo), il borgo vecchio e il borgo nuovo, borgo Marturi, [30] incluse al suo interno la monumentale Fonte delle Fate, già fonte del borgo di Vallepiatta. A testimoniare tale ampliamento restano soprattutto il tratto di mura antistanti la fonte stessa - sconvolte dal recente “restauro” della fontana - e una torre, riutilizzata nella fortezza medicea, ma ascrivibile alla metà del XIII secolo; inoltre la scoperta dei resti della cinta, dello spessore di 1,40 metri, sul lato nord est, crollata e arretrata dopo il terremoto del 1192, per la quale i rapporti stratigrafici e i reperti rinvenuti mostrano una cronologia riconducibile al periodo indicato.
La nuova cinta, prendendo una leggera angolazione, doveva scendere dalla zona della torre a una curva di livello sottostante, corrispondente all’area della Fonte delle Fate, sino a raggiungerla, inglobarla e risalire, ricongiungendosi alla parte sommitale; in questa zona sono stati infatti riconosciuti tratti murari attribuibili alla cinta muraria (lato a valle e lato a monte). E’ in questo momento che probabilmente fu deciso di dare alla stessa Fonte delle Fate una nuova veste, sostituendo l’attuale costruzione a una struttura precedente ancora funzionale alla raccolta delle acque per servire il borgo esterno.

Poggiobonizio. Crop-marks realtivi alle strutture dell'antica città nell'area racchiusa dalle mura di Poggio Imperiale .Irragionevole appare l’ipotesi dell’esclusione della zona del cassero, [31] che per la sua naturale conformazione deve essere stata, fin da principo, interessata ad ospitare la parte più rilevante delle fortificazioni di una città nata con la precisa intenzione di sfidare Firenze; in nessuna città medievale si sarebbe mai immaginato di lasciare priva di fortificazioni l’area più difendibile di una città, dalla quale qualsiasi avversario avrebbe potuto arrecare offesa alle mura. Come d’altronde si rileva dalle tracce dei crop marks, il tratto di collina prospicente l’attuale struttura del cassero mediceo doveva ospitare un grande edificio quadrangolare, o una piazza, mentre dai documenti che vedremo più avanti risulta che nel 1268 re Carlo d’Angiò diede avvio alla costruzione di un cassero “in sul l’ovolo di verso il fiume; era nella parte più forte e non si finì per il molto daffare del re e dei fiorentini, come nelle storie si dichiara più lungamente e apertamente“; [32] sembra quindi ragionevole collocare questo fortilizio nell’area dell’attuale cassero mediceo. Proprio per la sua natura di punto fortificato più estremo e naturalmente difendibile, l’area del cassero dovette subire numerosi interventi di sterro, livellature e rifacimenti, testimoniati dalle varie fasi di intervento succedutesi sul fortilizio anche dopo la caduta di Poggiobonizio. Non vi è dubbio che in questa porzione della collina la resa archeologica relativa alle prime fasi di Poggiobonizio sia stata notevolmente compromessa; tuttavia l’area non è mai stata oggetto di uno scavo sistematico finalizzato a comprendere la situazione precedente all’edificazione della fortezza medicea.

All’ampliamento della cinta urbana corrisponde un’avanzamento delle porte precedentemente descritte che, per ovvie ragioni topografiche, vennero connotate dalla medesima denominazione delle precedenti.

I documenti testimoniano che sulle mura si aprivano almeno sei porte (Santa Maria, Stupese, San Michele, Cateratta, Galloria e Vallepiatta, [33] ), che al momento attuale della ricerca sembrano aumentare al numero di sette:

- Porta di Santa Maria (poi di S. Francesco); [34]
- Porta Stupese, [35]
- Porta di San Michele, [36]
- Porta della Cateratta [37]
- Porta della della Galloria, [38]
- Porta di Vallepiatta [39]
- un’altra porta, che chiameremo di Sant’Agnese per la sua vicinanza a questa chiesa, è stata individuata durante la campagna di scavi nel declivio a nord ovest della suddetta chiesa. [40]

Le mura erano circondate da un fossato. [41] Di mura molto alte, di porte “a due incastellate” (con antiporto) e di un grande fossato intorno, parla nel 1310 anche Fra Mauro da Poggibonsi, il quale in calce alla sua trascrizione del Tesoro di Ser Brunetto Latini [42] scrisse:

…Il poggio s’achasò, e belle rughe,
e li abitanti davan di gran fughe
a lor vicini, per lo gran coraggio,
fecieno spesso villania et oltraggio
in alchuno luogo a due incastellate
fecieno al poggio porte ben murate
di buone pietre di calcina pura.
Era cerchiato d’alte e grosse mura;
Sui fossi innalcuno lato,
Ampi ciascuno, ripido raggreppato…

La viabilità era rappresentata da una direttrice principale, la “via di Mezzo” dalla quale si dipartivano le strade secondarie. [43] e una via aderente alle mura. [44] Sulla piazza Maestra si affacciava il palazzo del Podestà, uno dei primi della Toscana e certamente terminato prima dei guasti fiorentini degli anni 1254-57. [45] Come in ogni città medievale, alle mura si addossavano spazi destinati ad area ortiva [46]

Il 23 maggio 1261 a Pisa il re Manfredi rinnovò la Lega ghibellina Toscana, cui aderì ovviamente Poggiobonizio; solo cinque anni più tardi, il 26 febbraio 1266 durante la battaglia contro Carlo d’Angio, il re Manfredi perse la vita a Benevento. Inizia il declino dell’impero, ma il partito ghibellino confida nel giovane Corradino di Svevia, figlio di re Corrado e nipote di re Manfredi. Il 10 aprile 1267 il papa cita Corradino davanti al suo tribunale; in questo atto di interdizione vengono menzionate le città di Poggiobonizio e San Miniato che, isolate, avevano innalzato i vessilli del nipote dell’imperatore ed avevano accolto ghibellini fuggiaschi da Firenze, mentre in quest’ultima città veniva accolto trionfalmente il re Carlo d’Angiò ed il suo esercito francese.
Stando al Fioretto delle Storie del nobile castello di Poggiobonizio, dal giugno al novembre 1267, Carlo d’Angiò assediò Poggiobonizio. I pisani e i senesi cercarono di soccorrere Poggiobonizio, che venne attaccata con l’ausilio di grandi torri e alti casseri di legno che consentivano di gettare pietre e fuoco all’interno della città. Nell’agosto 1267 il re Carlo d’Angiò figura personalmente alle operazioni di guerra; a metà dicembre del 1267 i bonizzesi, per fame, “si arresero al re Carlo salvando gli averi e le persone e giurando i forestieri e i terrazzani di non essere più contro alla maestà del re Carlo. Avuto il castello il re ivi soggiornò quindici giorni ed ivi lasciò podestà e fece cominciare una fortezza in sul l’ovolo di verso il fiume; era nella parte più forte e non si finì per il molto daffare del re e dei fiorentini, come nelle storie dette si dichiara apertamente.
Villani, Cronica. Re Carlo d'Angiò assedia Poggiobonizio nel 1267Dopo la conquista angioina e l’inizio della costruzione del cassero, molto probabilmente nell’area dell’attuale cassero Mediceo, Firenze acquistò i diritti sulla città e vi installò un presidio militare; per la costruzione di questa fortezza, nel primo semestre del 1268 il re Carlo impose ai fiorentini un contributo di libbre 1992, mentre la cifra pagata dai fiorentini per l’acquisto dei diritti sul castello, nonostante gli stessi avessero partecipato attivamente all’assedio, fu di libbre 20.000. Anche i prigionieri e gli ostaggi fatti dagli angioini durante la battaglia passarono ai fiorentini, e da un’atto del 27 marzo 1269 [47] risultano nelle carceri di Firenze.

L’anno successivo, in coincidenza con la calata di Corradino di Svevia, la popolazione cacciò i fiorentini e nel giugno 1268 accolse il giovane svevo, ponendosi sotto la sua protezione. I bonizzesi offrirono un contingente di truppe al giovane svevo, le quali prima di partire, per timore di una ribellione, provvidero a distruggere il grande castello di Stuppio (Poggio Tondo), che era inserito nel contado bonizzese. [48] Partito Corradino alla volta di Napoli, accompagnato da numerosi militi bonizzesi, venne a scontrarsi con Carlo d’Angiò nei pressi di Tagliacozzo. Dopo una serie di scontri positivi, l’esito della battaglia mutò improvvisamente e le truppe del giovane svevo vennero trucidate. Lo stesso Corradino, datosi alla fuga con Federico d’Austria, fu catturato a Torre Astura e venne decapitato sulla piazza del mercato di Napoli.
L’anno successivo, dopo la tragica fine dell’ultimo svevo, le aggressioni portate dai fiorentini alle mura e al contado di Poggiobonizio sfociarono nella nota battaglia di Colle, che vide la definitiva sconfitta del partito ghibellino.
Nel 1270 la città venne nuovamente attaccata da Guido di Montfort, vicario generale del re Carlo d’Angiò e dopo lunghi mesi di assedio cadde nuovamente per fame. Secondo il “fioretto” i nobili e i notabili raccolsero i loro beni e abbandonarono la città nottetempo; il fatto di non ritrovare più i nomi dei notabili negli atti successivi alla distruzione, fornisce conferme anche ai racconti, presenti nelle stesse cronache, della fuga, prima della resa definitiva, delle famiglie più eminenti che fuggirono nottetempo portandosi dietro quanto più possibile delle loro ricchezze. [49]

Villani, Cronica. I fiorentini distruggono Poggiobonizio (1270). La miniatura indica chiaramente la presenza del crollo di una cinta esterna con torri.Con atto deliberativo dato 5 dicembre 1270, Firenze acquisisce il diritto alla distruzione della città pagando la somma di 5.000 fiorini d’oro a Guido di Montfort, che con quest’impresa si guadagnò, per volontà di re Carlo, la nomina a Podestà di Firenze. Alla distruzione, che non si limitò alle strutture difensive ma comprese l’abbattimento delle abitazioni, delle chiese e l’interramento delle fontane, parteciparono attivamente i vicini comuni di San Gimignano e Colle Val d’Elsa.

Con questa azione, Firenze, rientrata in possesso della parte meridionale del suo antico territorio, e con esso dell’importante nodo stradale di Poggibonsi, impose un nuovo tracciato alla Francigena, assicurandosi il flusso di quei traffici e commerci dai quali, a causa della sua posizione periferica, era rimasta lungamente esclusa e che si rivelarono indispensabili a garantirle quella rapida ascesa che caratterizzò la storia della città durante il secolo successivo.

Dopo la distruzione, la popolazione rimasta venne fatta trasferire nel vecchio Borgo di Marturi e il veto imposto dai fiorentini impedì ogni tipo di costruzione sul poggio. Dovremo attendere l’arrivo dell’imperatore Arrigo VII, nel gennaio 1313, per vedere nuovamente avviare la costruzione di edifici e, a quanto pare, un primo abbozzo di una nuova cinta muraria destinata ad accogliere gli abitanti di una nuova città, Monte Imperiale, eretta a simbolo della rinnovata potenza dell’impero.

Poggibonsi

Pianta della Terra di Poggibonsi eseguita da Clemente Casini nel 1818.Poggibonsi nel 1479. Affresco di Giovanni di Cristoforo e Francesco d'Andrea. Siena, Palazzo Pubblico.Dopo la distruzione di Poggiobonizio nel 1270 e il forzato spostamento della popolazione, la costruzione di una piccola cinta attorno al vecchio Borgo Marturi, probabilmente compiuta attorno all’anno 1300, testimonia quella ricerca di autonomia portata avanti, nonostanti gli sforzi, per quasi cinque ulteriori decenni.

I bonizzesi, che non erano ancora completamente caduti sotto il dominio fiorentino e conservarono per quasi cinquanta anni una certa autonomia, misero mano alla costruzione del nuovo insediamento nel vecchio borgo attorno alla antica pieve di Santa Maria. Ingenti somme furono prestate dagli Strozzi e vennero erette le nuove mura, sul cui perimetro originariamente si elevavano ben ventisei torri, e sulle quali si aprivano quattro porte munite di ponte levatoio:

- la Porta di Santa Maria Assunta, detta in seguito delle Chiavi, nei pressi dell’inizio dell’attuale ripida via San Lucchese;
- la Porta del Poggiarello, tra le attuali via Marmocchi e via Ciaspini;
- la Porta di Sotto, detta inizialmente di San Jacopo e poi di San Giovanni;
- la Porta ad Cornetum, nei pressi dell’attuale piazza Savonarola. [50]

Nel 1381 le fortificazioni vennero restaurate; seguirono altri danni subiti nei primi decenni del XV secolo, causati dai numerosi scontri in cui Firenze e il suo stato venivano coinvolti. Le mura vennero nuovamente rafforzate nel 1478, per far fronte alla minaccia dell’esercito aragonese-pontificio.

Poggio Imperiale, città simbolo di Arrigo VII

Giovanni di Cristoforo e Francesco d'Andrea. La battaglia di Poggio Imperiale del 1479. Nei due piccoli archi a destra del Bastione, sopra l'immagine della Badia sono forse riconoscibili le rovine di S. Agnese (Siena, Palazzo Pubblico).Il 27 novembre 1308 venne eletto imperatore dei romani Arrigo VII, conte di Lussemburgo, che si rivelò monarca dalle idee grandiose, deciso a rivitallizzare la tradizione imperiale. Enrico entrò in Italia nell’ottobre del 1310 con un’esercito di 5000 uomini; nel 1311, non appena incoronato re d’Italia a Milano, vide scatenarsi la guerra civile e anche la sua discesa verso Roma, per cingere la corona imperiale, fu lentissima, essendogli la Toscana, a parte Pisa, completamente ostile. A Roma, dove dai tempi di Federico II non c’era più stata alcuna incoronazione imperiale, Enrico trovò la città leonina e parte dei quartieri sulla sponda sinistra del Tevere occupati dalle milizie angioine e fiorentine; per cui il 29 giugno 1312 l’incoronazione dovette avvenire in San Giovanni in Laterano e senza la presenza del papa Clemente V che, residente ad Avignone, acconsentì all’incoronazione, ma rifiutò di scendere a Roma. L’imperatore, vista la gravità della situazione, decise di attaccare i suoi principali nemici: Firenze e Napoli. Pose l’assedio a Firenze, ma per la scarsità delle truppe a disposizione i fiorentini si limitarono a chiudere le sole porte davanti al campo imperiale. Allora a causa dell’inutilità dell’assedio, ai primi di novembre Enrico si ritirò a San Casciano da dove prese a guastare il contado fiorentino; Barberino val d’Elsa, S.Donato e Cepparello vennero presi e distrutti mentre tanto dalla guelfa Siena che dal regno di Napoli stavano per giungere aiuti ai fiorentini. Il 6 gennaio l’imperatore partì da San Casciano diretto a Poggibonsi dove la popolazione scacciò le truppe fiorentine ed accolse l’imperatore, con l’offerta delle chiavi, presso la Porta di Santa Maria, poi detta appunto “delle chiavi”. Certamente l’accampamento dell’imperatore, con il suo esercito ed e il suo seguito imperiale, oltre ché dalla fedeltà bonizzese al partito imperiale e dalla posizione strategica, deve essere stato favorito dalla persistenza di almeno qualche struttura difensiva, forse da ricercarsi nelle fortificazioni del cassero angioino. Comunque sia, venne definita una nuova cinta urbana, probabilmente impostata sulle tracce della precedente cerchia, si definì il recinto e la posizione delle porte: Porta Romana, Porta Aretina, Porta Pisana e la Porta Nicolaia, in onore del suo consigliere senese, Niccolò Buonsignori; poi si iniziò la costruzione di abitazioni per richiamare popolazione dal territorio. La premura già rivolta al luogo da Federico II, e la convinzione della sua validità spinsero l’imperatore a ribattezzare il nuovo castello Monte Imperiale ed a progettarvi una residenza regale allo scopo di erigervi nuovamente una città.

Una volta delimitate le mura, vennero poste quattro porte:

Porta Romana;
Porta Aretina;
Porta Pisana;
Porta Niccolaia, verso Siena, in onore del suo consigliere, il senese Niccolò Buonsignori.

I lavori impostati nei pochi mesi in cui l’imperatore ed il suo esercito si stanziarono sulla collina, a quanto risulta dallo scavo archeologico, non furono di poca entità; si provvide infatti a spianare la collina e venne creato un nuovo piano di calpestio che, tra l’altro, ricoprì per oltre tre metri i resti della vecchia cinta sul lato nord est.
Siena, ora guelfa e alleata di Firenze, ma preoccupata per l’evolversi degli avvenimenti, inviò ambasciate segrete a Poggio Imperiale per trattare con l’imperatore; all’invio di frati agostiniani seguì quello dei domenicani e dei camaldolesi, che tuttavia non raggiunsero alcun accordo; infine i rettori senesi “chiesero all’imperatore che inviasse loro il vescovo Niccolò che era al seguito della corte imperiale, ma volendo i senesi che si trattasse sempre occultamente, Enrico ne fu sdegnato e respinse senz’altro ogni trattativa.[51]

Con l’accoglienza offerta all’imperatore Enrico VII, la ricostruzione nel 1313, certo parziale, della cinta urbana di Poggio Imperiale sul sito delle rovine di Poggiobonizio, prefigura un rinnovamento di quella realtà urbana già maturata precedentemente, stavolta diretta dal personale impulso del nuovo imperatore verso un tardivo compimento delle ambizioni della vecchia città, che sotto la guida del sovrano avrebbe finalmente raggiunto quel ruolo centrale affidatogli, prima di tutto, dalla sua naturale collocazione geografica. Certamente la protezione imperiale e l’avanzamento del progetto avrebbe consentito l’erezione di una città secondo quello “Stylum Romanae Ecclesiae“, ovvero quel ricorso al criterio vescovile che, per il “costume della Chiesa romana”, non veniva giustificato se non con l’autorevolezza di una tradizione inveterata, o con la volontà di una superiore potenza politica.

Raffronto tra l'emblema araldico dell'aquila imperiale e la cinta costruita  sul Poggio Imperiale da Lorenzo de' Medici.Per diversi mesi la popolazione di Poggibonsi e delle terre vicine affiancò gli imperiali nei nuovi lavori di erezione delle abitazioni e delle mura. Dalle stratificazioni dell’area e dai successivi monumentali interventi per la costruzione della città di Lorenzo il Magnifico è difficile dedurre la reale consistenza di questo nuovo abitato. E’ comunque possibile azzardare l’ipotesi che l’andamento delle successive mura rinascimentali ricalchi il percorso di quelle progettate da Arrigo - ridotte rispetto a quelle della precedente Podium Bonitii - al quale sembra verosimile assegnare la planimetria della cinta muraria, che approfittando dell’orografia collinare, nel suo percorso evoca araldicamente il disegno di una mezza aquila imperiale, affermando così ancor più marcatamente il valore simbolico di questa fondazione, già chiaramente espresso nel nome.
Risalgono infatti ad un’epoca di poco precedente i disegni delle architetture antropomorfe presenti nel noto “taccuino dei disegni” di Villard de Honnencourt :”Il “Taccuino”, della fine del XIII secolo, è conservato alla Bibliothèque Nationale di Parigi.”:

Successe poi nel 1313 la guerra dell’Imperatore Arrigo VII contro i Fiorentini, e considerando quel monarca all’importante posizione dell’ antico Poggibonizi, intraprese a riedificarlo cingendolo di steccati; quindi fattolo chiamare Poggio Imperiale, vi lasciò da circa mille abitanti con una forte guardia. – (NICCOLAI EPISC. BUTHRENT Itinerar. Henrici VIII.) Nei due mesi che quell’Imperatore, dal 6 gennajo al 6 marzo 1373, stette acquartierato al Poggio Imperiale, fu emanata una sentenza alla presenza di Arrigo VII contro i ribelli di Firenze e di altre parti della Toscana, rogata da Paolo Ranucci del Poggio a Monte Imperiale in mezzo agli accampamenti dello stesso Poggio che chiamossi Poggiobonizi, nella diocesi fiorentina. Di pochi mesi posteriore alla condanna preaccennata è l’atto di elezione fatto nel 9 luglio 1313 dal vicario dell’abate del Monastero di S. Michele a Poggibonizi, quando investì il nuovo rettore della chiesa di S. Ansano nel piviere di S. Maria in Castello. Actum dice l’istrumento, in Castro Montis Imperialis, quod Podio Bonizi nuncupatur. – (ARCH. DIPL. FIOR. Carte dell’Ospedale di Bonifazio.)[52]

Il 6 marzo del 1313 Enrico VII partì col suo esercito per Pisa; egli necessitava di fornirsi di uomini e mezzi per conquistare il regno di Napoli e per sconfiggere il re Roberto d’Angiò, che in qualità di imperatore aveva bandito dall’impero e condannato a morte. Lasciò comunque nella fortezza di Poggio Imperiale un suo vicario generale allo scopo di guidare il partito ghibellino toscano.
Frattanto da Avignone il papa Clemente V che aveva preso le difese di Roberto d’Angiò, suo vassallo, minacciava di scomunica Enrico, in caso di attacco al Regno di Napoli. L’imminente nuovo conflitto tra Chiesa e Impero venne evitato dalla prematura morte dell’imperatore, avvenuta a pochi mesi di distanza dalla fondazione della nuova città, il 24 agosto dello stesso anno 1313 a Buonconvento. Poco prima della morte dell’imperatore, le nuove fortificazioni vennero abbattute dai fiorentini.

A quanto scrive il Pratelli, dalla fortificazione di Poggio Imperiale i poggibonsesi “fecero fronte ai fiorentini anche dopo la morte di Enrico a Buonconvento, e da ciò che si rileva dell’assedio del 1479, bene appare che in questa circostanza l’imperatore fece innalzare gran parte delle mura e l’antico cassero, giacché bisogna anche credere che se nel 1270 le armi guelfe avevano distrutto gran parte delle mura di Poggiobonizzo, ma non l’avevano però spianate dalle fondamenta. Anzi da un estratto dell’Iter Italicum Nicolai Episcopi Botrinensis si rileva come l’imperatore al termine della nuova fortezza fece ivi una grande festa dando ricompense ai suoi soldati per maggiormente affezzionarseli, e ad Enrico di Fiandra suo marescalco diede la città e il nome di conte di Lodi, al conte Forese il forte di Succino in Lombardia ed altri ducati e principati oltremontani.[53]

Nell’estimo del 1318 il luogo appare contraddistinto dalla presenza di un fossato, certamente pertinente alle fortificazioni precedenti. Nel 1319 Firenze iniziò a organizzare nuovamente il proprio dominio sulla zona; tra 1319 e 1329 tutti i villaggi posti nel vecchio distretto di Poggio Bonizio, giurarono fedeltà al podestà di Poggibonsi in qualità di rappresentante del Comune fiorentino. Con la crisi di metà Trecento sia il centro che il territorio furono oggetto di spopolamento, con abbandoni spesso definitivi e indirizzati verso le vicine Colle e San Gimignano, o più lontano in Romagna, Puglia, Roma, Padova. [54]

Nel 1429 risulta che vennero erette nuove fortificazioni, probabilmente limitate alla zona dell’attuale cassero ed in relazione alla costruzione primitiva iniziata da Carlo d’Angiò, il quale, come abbiamo visto, per la sua realizzazione, solo nel primo semestre del 1268 impose ai fiorentini un contributo di 1992 libbre. Ma se nelle vicende, seguite solo due anni più tardi, all’epoca della presa e della distruzione della città, è possibile immaginare che il progetto sia stato abbandonato, a quanto risulta dai documenti questa fortezza o “bastione” venne certamente utilizzato in seguito sia da Arrigo VII che dagli stessi fiorentini, tanto a presidio del sottostante nuovo insediamento quanto a causa della sua importante posizione strategica.
A questo punto sono possibili alcune congetture sulle caratteristiche della struttura impostata dall’angioino, della quale, nei successivi interventi anteriori alla fondazione della città di Lorenzo il Magnifico, deve essere stata mantenuta la tipologia e la pianta originale, sufficienti alle necessità belliche precedenti l’avvento delle nuove tecnologie improntate dall’utilizzo della polvere da sparo.
Sappiamo infatti che il re Carlo, la cui attività edilizia in Puglia ebbe inizio già nel 1268-69 con la cura dei castelli, oltre a richiamare maestranze d’oltralpe, come Giovanni di Toul [55] o Pietro d’Agincourt, dal 1269 al 1284 ripetutamente citato come prothomagister operum curie, [56] utilizzò abbondantemente gli ultimi discepoli delle maestranze già attive in epoca federiciana, come lo stimato incisor lapidum Nicola di Bartolomeo da Foggia, il protomagister Riccardo da Foggia o il magister Giordano da Monte Sant’Angelo, impiegati tanto nella costruzione che nel compimento di quei castelli, mura, fortezze e cattedrali, iniziati precedentemente sotto il regno di Federico II.
[57]
Tra i maestri lapidari di epoca federiciana che continuarono a prestare servizio al tempo di re Carlo basti citare il noto Giacomo da Lentini.

Ora, la caratteristica principale dell’architettura federiciana, specie nelle fortificazioni, consisté in una cristallizzazione e riduzione a forme estremamente geometriche delle strutture; ne è un’ esempio, oltre al ben noto castel del Monte di Andria, lo stesso castello dell’Imperatore realizzato a Prato.
Appare quindi molto probabile che il cassero iniziato da Carlo d’Angiò avesse una planimetria dalle stesse caratteristiche geometriche rilevabili nelle fortezze federiciane. Infatti, se ben poco sappiamo delle fasi costruttive e della reale entità della fortezza iniziata dal re angioino, dell’evoluzione di questo fortilizio rimane tuttavia un’immagine tardo-quattrocentesca nell’affresco celebrativo della battaglia di Poggio Imperiale del 1479, dipinto nella sala del mappamondo del palazzo pubblico di Siena da Giovanni di Cristoforo e Francesco d’Andrea. Qui, nella visione frontale, il fortilizio, contraddistinto dalla sovrastante dicitura “Bastione”, appare raffigurato nella forma di una rocca apparentemente poligonale (pentagonale, esagonale od ottagonale), con le mura serrate centralmente da due torri scarpate a pianta quadrangolare, dotate di feritoia frontale, che sembrano ripetersi a coppia sui lati esterni. In effetti la rappresentazione schematica potrebbe anche essere osservata come una prospettiva falsata di un’edificio dalla planimetria simile al cassero attuale, costruito alcuni decenni più tardi in forma pentagonale dal Sangallo. La netta distinzione della partitura muraria, dipinta inferiormente in rosso - ad indicare una probabile muratura in laterizi - e superiormente in bianco - ad indicare il travertino derivato dalla probabile spoliazione degli edifici di Poggiobonizio - sembra corrispondere all’immagine delle mura del Sangallo fornita dal Pratelli, secondo il quale “la cima delle mura era tutta adorna di merli in travertino” [58]

Giovanni di Cristoforo e Francesco d'Andrea. Il cassero (bastione) durante la battaglia di Poggio imperiale del 1479.La pittura, nel contesto solo apparentemente schematica, mostra in realtà, in una veduta “a volo d’uccello” abbastanza precisa, la fuga dei fiorentini che si ritirano in direzione di “Pogibonasi“. La scena appare racchiusa, a sinistra, entro la raffigurazione parziale di Poggibonsi sovrastata dal castello di “Strozagolpi“, mentre sul lato opposto la pittura si chiude dopo l’immagine de “Le Rochette” sul “fiume d’ elsa“. Nella rappresentazione genericamente schematica delle colline e della campagna, è possibile notare una maggiore attenzione rivolta a quegli elementi architettonici tipici del paesaggio locale di fine quattrocento. Più in particolare tra le mura turrite di “Pogibonasi“, il campanile della pieve di Santa Maria appare raffigurato per come realmente appariva a quei tempi, con il sovrastante coronamento a cuspide piramidale; nella torre a sinistra, sulla quale si scorge la sagoma di un grande orologio, è facile riconoscere la torre del Palazzo Pretorio, sulla quale era appunto collocato un’orologio, all’epoca segno caratteristico di distinzione, certamente noto e perciò riportato nell’affresco con fini chiaramente identificativi. [59]

Lo stesso dicasi per la raffigurazione del castello di “Strozagolpi“, rappresentato con la torre d’accesso merlata; [60] anche la chiesa di San Lucchese, allora nota come “Sancto Francesco”, appare raffigurata in maniera essenziale, ma con precisione, nello stato in cui si presentava all’epoca della battaglia; si può infatti notare l’assenza tanto della torre campanaria, che venne realizzata in sostituzione di un piccolo campanile a vela, quanto del portico antistante la facciata.
L’antico monastero benedettino fortificato, identificato dalla scritta “La Badia” appare chiaramente riconoscibile nel fronte delle mura bastionate racchiuso da tre torri circolari, sopra il quale si innalza la torre campanaria. Se si eccettuano il fronte merlato, l’impianto delle finestre neogotiche e la sopraelevazione della torre d’accesso, la raffigurazione della badia presenta essenzialmente lo stesso aspetto che contraddistingue la struttura attuale, compresa la cordonatura che tuttora cinge la sommità dei bastioni a livello dell’imposta dei merli.
La stessa raffigurazione della Rocchetta non si discosta dall’immagine attuale del fortilizio, costruito su uno sperone tufaceo con l’accesso inserito in una rampa fortificata e dominato da un’unica torre, ormai priva della merlatura e probabilmente smozzata.
Significativa appare inoltre la presenza, tra gli edifici di “Sancto Francesco“, del “Bastione” e de “La Badia” di una torre e di due strutture porticate, interpretabili come raffigurazioni delle rovine di Poggiobonizio; nella schematicità della raffigurazione, questi elementi, essenziali a contraddistinguere e caratterizzare il paesaggio della battaglia, sembrano felicemente interpretati: nella torre retrostante il convento francescano sembra di scorgere la torre ancora presente sulla cinta medicea di fianco alla porta di S. Francesco; [61] nelle due grosse arcate dipinte sopra la chiesa, a sinistra della precedente struttura, e nelle due minori, di apparente fattura ogivale, inserite a destra del “Bastione”, sembra scorgere un chiaro riferimento alle rovine delle due grandi chiese di S. Agnese (o S. Donato) e di S. Agostino.

Poggio Imperiale, città ideale di Lorenzo il Magnifico

Dopo oltre un secolo e mezzo dalla calata di Arrigo VII, le gravi vicende della congiura de’ Pazzi, che organizzata da papa Sisto IV e dal duca Federico di Montefeltro, culminò con l’attentato del 26 aprile 1478 nella cattedrale di Firenze, causarono l’assassinio di Giuliano de’ Medici. La successiva repressione sanguinaria che colpì tra i sicari, oltre a Jacopo e Francesco de’ Pazzi, lo stesso arcivescovo di Pisa, attirò su Firenze la scomunica del pontefice, il quale, si alleò al re di Napoli Ferdinando d’Aragona. Gli eserciti papalino e napoletano mossero contro Firenze, penetrando nella parte meridionale del territorio fiorentino. La dura sconfitta subita dai fiorentini sul Poggio Imperiale nel 1479, convinse Lorenzo de’ Medici a promuovere l’impresa della ricostruzione di una nuova città sullo stesso luogo delle fondazioni precedenti; la nuova città ideale del rinascimento, iniziata da Lorenzo il Magnifico nel 1482, avrebbe dovuto salvaguardare dalla sua posizione arroccata i confini meridionali dello stato fiorentino; il progetto, affidato a Giuliano da Sangallo e proseguito da Antonio da Sangallo, portò alla realizzazione della prima cortina muraria urbana bastionata: un modello che sarebbe servito da prototipo per le tutte le fortificazioni dei secoli successivi. La morte improvvisa di Lorenzo nel 1492, il successivo esilio dei Medici nel 1494 e l’instaurazione del regime teocratico di Fra Girolamo Savonarola crearono un ostacolo al progetto della nuova città sul Poggio Imperiale, che tuttavia non venne completamente abbandonato: attorno al 1500 si portò a compimento gran parte della cinta muraria mentre verso il 1510 si completò il cassero.
Nei libri comunali del ‘500, a pag. 148 trovasi una lista di spese fatte per la venuta del re di Francia Luigi XII, che forse in quella circostanza venne tra noi per ammirare le fortificazioni di Poggio Imperale, una delle più grandi opere dell’ingegneria militare italiana. [62]
Nel Diario fiorentino di Luca Landucci si annota che “E a dì 24 d’agosto 1507, venne presi in Firenze 20 pisani e mettevangli nelle Stinche, e chi mandavano a lavorare al Poggio Inperiale. E a dì 28 d’agosto 1507, ne venne presi altri 40 pisani e mandavangli legati insino al Poggio a lavorare.
Del grandioso progetto, Giorgio Vasari ebbe a scrivere: “E volendo il magnifico Lorenzo, per utilità publica et ornamento dello Stato lasciar fama e memoria, oltre alle infinite che procacciate si aveva, fare la fortificazione del Poggio Imperiale sopra Poggibonzi su la strada di Roma per farci una città, non la volle disegnare senza il consiglio e disegno di Giuliano; onde per lui fu cominciata quella fabbrica famosissima, nella quale fece quel considerato ordine di fortificazione e di bellezza che oggi veggiamo. Le quali opere gli diedero tal fama, che dal duca di Milano, a ciò che gli facesse il modello d’un palazzo per lui, fu per il mezzo poi di Lorenzo condotto a Milano, dove non meno fu onorato Giuliano dal duca che e’ si fusse stato onorato prima dal re quando lo fece chiamare a Napoli. Per che presentando egli il modello per parte del magnifico Lorenzo, riempié quel Duca di stupore e di maraviglia nel vedere in esso l’ordine e la distribuzione di tanti begli ornamenti, e con arte tutti e con leggiadria accomodati ne’ luoghi loro: il che fu cagione che, procacciate tutte le cose a ciò necessarie, si cominciasse a metterlo in opera. Nella medesima città furono insieme Giuliano e Lionardo da Vinci, che lavorava col Duca; e parlando esso Lionardo del getto che far voleva del suo cavallo…[63]

I lavori furono diretti inizialmente da Antonio da Sangallo, come rileva anche Pratelli da una deliberazione dell’8 maggio 1497 degli operai del palazzo della Signoria. [64] Alla fine del 1510 il corpo di fabbrica del cassero era ormai ultimato, ma mancavano ancora numerosi lavori necessari a rendere operativo il fortilizio; si procedeva quindi allo scavo e alla definizione di cannoniere e casamatte, alla realizzazione degli scarichi dei fumi di volata e degli alloggi per le artiglierie. In quest’ultima fase i lavori procedevano con una lentezza esasperante e, nel 1511, erano ancora assenti gli acquartieramenti per le milizie e le armi difensive. Il 13 giugno 1511 una lettera venne indirizzata ad Andrea Niccolini dai Dieci della Balia: [65]

Il 15 gennaio 1512, Giovenco della Stufa, essendo commissario di Poggio Imperiale scriveva ai Signori Dieci “Mi resta a fare intendere a V.S. come questa due torre, choperte, Antonio da Sangallo tagliò li tetti si rasente che piove per tutto, e l’acqua per non avere il suo scholation tiene in chollo in modo che infradiciono le travi e i merli“.
Ancora il 5 ottobre 1512, il della Stufa aggiungeva che “importerebbe di far fare una chasellina disperata dalla muraglia per mettervi la polvere, come già disegnò per mestro Antonio da Sangallo Architetto di tetto luogo”. [66]

Neanche una perizia conseguente a un sopralluogo eseguito da Niccolò Machiavelli riuscì ad accelerare le attività e, ancora nel 1513, all’indomani del restaurato dominio mediceo, la fortezza era priva degli alloggiamenti. L’impresa urbanistica di Poggio Imperiale, giudicata ormai troppo costosa per le limitate possibilità dello stato fiorentino, veniva definitivamente abbandonata nel luglio di quell’anno. L’incompletezza della cinta urbana attesta il ridimensionamento dell’ambizioso progetto di Lorenzo il Magnifico, tanto più che il tratto mancante coincideva con il lato più scosceso e meglio difendibile del pendio.

Con il progetto di Lorenzo il Magnifico venne abbandonato anche il proposito di realizzare una nuova città, che per essere considerata tale necessitava della presenza di un vescovo; Probabilmente già al tempo del regime teocratico del Savonarola, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico (8 aprile 1492) e l’esilio (1494) del figlio Piero lo Sfortunato (1472-1503), il progetto della città, troppo dispendioso per i nuovi tempi, si dové accantonare una prima volta in favore di Colle; di queste vicende troviamo traccia in un passo del Repetti, il quale trattando delle origini della diocesi colligiana, ebbe a scrivere: “Cotesta diocesi [di Colle] avrebbe contato un’anzianità maggiore di un secolo di quella che ha, se cause a noi ignote non avessero impedito al governo della Repubblica fiorentina di effettuare il progetto che la Signoria di Firenze aveva intavolato sulla fine del secolo XV con il Pontefice Alessandro VI [Rodrigo Borgia, eletto pontefice il 10 agosto 1492, morto il 18 agosto 1503]; il qual progetto è dimostrato da diversi atti esistenti nell’Arch. delle Riformagioni di Firenze, e specialmente da un breve di Roma li 28 luglio 1498, nel quale si dichiara qualmente il Pontefice Alessandro VI stante il desiderio esternato dalla Signoria era disposto ad erigere in cattedrale la chiesa collegiata di S. Alberto di Colle, e che aveva già nominato, in primo suo vescovo Francesco Rucellaj, (allora canonico decano della Metropolitana di Firenze), ma che ora il S. Padre vedendo che la Signoria trascurava di ultimare un tale affare, con quel breve l’esortava di avvisare la S. Sede a manifestare sopra tal proposito la sua ultima decisione e volontà.[67]
E’ il periodo segnato della calata in Italia del re Carlo VIII di Francia (1483-1498), che dopo la morte di Ferrante d’Aragona (1458-1494), venne a riaffermare il suo diritto, in quanto angioino, alla successione al regno di Napoli. Proprio a Poggibonsi il Savonarola fu ricevuto per ben tre volte in udienza dal re Carlo VIII, il quale minacciava di attaccare Firenze: il Savonarola supportò la causa del re francese, ricevendo in cambio il suo appoggio che, oltre alla formazione di un governo democratico in Firenze (dal 1494 al 1498), permise di scacciare l’inetto figlio di Lorenzo il Magnifico, Piero de’ Medici, e di instaurare una Repubblica teocratica che mutò tanto l’assetto politico, quanto la vita stessa della città. [68]

Col ritorno dei Medici a Firenze e la costituzione del Granducato, la fortificazione del Poggio Imperiale venne utilizzata sotto il regno di Cosimo I, al tempo della guerra con Siena, servendo da base per le operazioni militari fino alla presa della città, il 2 agosto 1554.
Tuttavia, ancora più tardi, sempre sotto il regno di Cosimo I de’ Medici, l’intenzione di istituire un priorato dell’ordine dei Cavalieri di Santo Stefano a Poggibonsi, suggerisce che l’idea della città di Lorenzo non fosse ancora stata del tutto accantonata. Risale infatti al 27 ottobre 1571 una lettera che il granduca Cosimo I de’ Medici scrive ad Alessandro di Ottaviano de’ Medici (poi papa Leone XII) perché ottenga l’autorizzazione papale per trasferire l’oratorio della Madonna del Romituzzo ai Cavalieri di Santo Stefano:
[…] Ms. Hieronimo Adimari canonico fiorentino ci ha fatto noto come l’oratorio della Madonna del Romituzzo vicino a Poggibonzi e sotto il Poggio Imperiale essere di patronato d’una parte della casa delli Adimari e che a tale oratorio è concorso tanta la devotione dei popoli offerendovi elemosine che sino a oggi si trova depositato sul Monte della Pietà scudi mille cinquecnto di denari contanti e continuando la devotione possono anco venire in maggiore somma; et vorrebbe incorporare et unire detto oratorio con tutto quello che ha e con li detti denari alla Religione di Santo Stefano; et che se ne facesse una precettoria per un Cavaliere milite di casa loro mentre durasse con augmentarla di loro proprio per il valore di scudi mille in tanti beni stabili, e perché questo non si può fare senza la gratia e beneplacito di S.S.tà [Pius V] vi conmettiamo che gnene parliate per parte nostra […]”.

Ancora un fatto più tardo, se evitato, avrebbe forse potuto risollevare la questione; è di questi giorni la scoperta dell’effettiva morte per avvelenamento da arsenico del granduca Francesco I de’ Medici (1541-1587) e della consorte Bianca Cappello (1548-1587). Francesco de Medici, introverso principe alchimista, figlio del primo granduca di Toscana Cosimo I (1519-1574) ed Eleonora di Toledo (1522-1562), oltreché nipote di Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526), era stato sposato in prime nozze con Giovanna d’Austria (1548-1578), figlia dell’imperatore Ferdinando I (1503-1564), alla cui prematura morte Francesco non esitò a convolare in nozze segrete con la bella cortigiana veneziana Bianca Cappello. Nove anni più tardi, la strana e contemporanea morte dei due giovani coniugi (19 e 20 ottobre 1587), che la storiografia, non senza sospetti, diceva improvvisamente ammalatisi di malaria dopo un pasto consumato alla presenza del fratello del granduca Ferdinando (1549-1609), allora cardinale, portò sul trono di Toscana il cardinale omicida. La successione di Ferdinando I, che pose fine alla scandalosa relazione tra il fratello e la malfamata granduchessa Bianca Cappello, evitò di fatto l’ennesimo scandalo della possibile ascesa al trono di Don Antonio de’ Medici (1576-1621), il quale, tacciato come bastardo pur essendo figlio morganatico di Francesco I e Bianca Cappello, dopo la prematura morte del fratello maggiore Filippo (1577-1582) rimaneva l’unico possibile erede al trono di Toscana. A nulla valsero le richieste fatte da Francesco sul letto di morte al fratello Ferdinando: la sua volontà, più volte ribadita nel proclamare Antonio erede universale con i suoi successori, venne placata da Ferdinando con la promessa di adempire i suoi desideri, promessa che rimase tale anche dopo la morte: infatti appena spirato il fratello, il cardinale Ferdinando corse a Firenze e assunto il comando delle milizie si assicurò il passaggio del granducato. Se non si può certo biasimare la politica di Ferdinando I e la sua azione riformatrice che rivitalizzò la Toscana, resta il fatto che la figura di Don Antonio, vittima del colpo di stato, venne sempre mantenuta nell’ombra dallo zio, il granduca Ferdinando, il quale pur obbligando il nipote a rinunciare al titolo principesco e ad ogni pretesa sull’eredità paterna, gli riconobbe un appannaggio regale di tremila scudi l’anno. Don Antonio de’ Medici oltre a vivere di rendita in alcune delle ville di famiglia, viaggiò molto svolgendo azioni diplomatiche e militari in qualità di cavaliere e priore del priorato gerosolimitano di Pisa, fu inoltre un raffinato cultore dell’arte dotato di vivace interesse scientifico; di lui, che numerose leggende locali dissero nato da una povera famiglia di Poggibonsi, resta in quest’ultima città il palazzo di una delle sue residenze di campagna, che affacciandosi sulla via Maestra dominava la retrostante tenuta medicea lungo il corso del torrente Staggia. Attorno a queste vicende del granducato mediceo, per tornare al discorso del definitivo accantonamento della realizzazione di una città sul Poggio Imperiale, aggiungiamo solo che, tra le azioni di Ferdinando I, il quale nel 1589 sposò Cristina di Lorena (1565-1637), si colloca l’erezione di Colle in città e la trasformazione della pieve di Sant’Alberto in cattedrale. Con questo atto formale del granduca usurpatore, il 3 giugno del 1592, si pone definitivamente fine alla questione di una nuova città sul Poggio Imperiale.

Alcuni lavori di ammodernamento alla fortezza sono attestati intorno alla metà del Cinquecento, così come interventi di restauro sono documentati per gli anni 1634 e 1659.
In seguito della cessione a privati del complesso venne costruito l’edificio all’interno del cassero, che ancora assente nel rilievo eseguito intorno agli anni 1546-47 dal Belluzzi, sembra già in opera nella planimetria riferibile alla prima metà del XVIII secolo. [69]

SAN GIMIGNANO

San gimignano. Evoluzione del circuito murario nel 1270.Taddeo di Bartolo. il vescovo S. Gimignano regge il modellino della città. 1391 ca.In periodo etrusco e romano, il territorio che in in età comunale formerà la piccola repubblica di San Gimignano, era compreso nel municipio volterrano. Vi sorgevano dei piccoli vici e delle stazioni di modesta importanza, le cui popolazioni erano dedite esclusivamente all’agricoltura. [70] L’indagine archeologica, rivelando l’esistenza di due necropoli abbastanza estese, l’una presso Collemuscioli, [71] l’altra sul poggio della Torre, [72] attesta che una stazione etrusca sorgeva sul poggio della città, che sovrasta Collemuscioli e Cellori, ed una entro il circuito della odierna San Gimignano. Le vecchie pievi di Cellori e di San Gimignano che, come tutte le pievi, erano situate fuori del muro del “castrum“, indicano appunto l’ubicazione dei due nuclei demograficamente più importanti della zona nell’antichità classica.

La costruzione della francigena è quasi certamente dovuta ai longobardi, i quali si preoccuparono di tracciare a rispettosa distanza dall’Esarcato la loro principale via di comunicazione tra il nord e il sud d’Italia. Sui documenti giunti fino a noi il nome di San Gimignano appare per la prima volta nel 929. Ugo di Provenza, re d’Italia, concede ad Adalardo, vescovo di Volterra, il dominio sul monte “qui dicitur Turris de iure regni nostri et de comitatu Vult. pertinentem propre Sancto Geminiano adiacente […] de nostro iure et dominio in eius et dominium ominino transfundimus et delegamus[73]

Il misterioso poggio della Torre, che gli eruditi locali ricercavano invano nel contado, identifica il castello primogenito che, inserito poi entro l’abitato sangimignanese, darà nome alla contrada detta appunto di Castello. Un ampio fossato, munito di ponte, la cui memoria è tramandata dalla chiesa di S. Lorenzo in Ponte, fabbricata dal comune nel 1240, [74] prospetta il poggio della Torre, che sugli altri lati precipita in un dirupo. Il “castrum” vescovile, separato dalla terra dal suddetto fossato, diede origine al borgo. Sul poggio della Torre, oltre alla chiesa di Santo Stefano e all’abitato, sorgevano il palazzo vescovile, la Canova e la curia; qui il vescovo di Volterra risiedeva frequentemente, riscuoteva tributi e pedaggi e amministrava la giustizia. Ancora nel ‘200 il palazzo episcopale si chiamava “la Canova”, dalla quale derivò appunto il nome della chiesa di Santo Stefano in Canova. Il nome derivava dal fatto che il vescovo, in epoca feudale, provvedeva ad approvvigionare il grano durante le carestie e a distribuirlo alla popolazione. E’ probabile che qui, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, il vescovo avesse istituito un mercato. [75] In San Gimignano il mercato aveva luogo ogni sabato sul poggio di Montestaffoli e vi si contrattava soprattutto bestiame: “in foro de Montestaffoli die quadam sabati“. [76] Ancora nel XV secolo il mercato si svolgeva a Montestaffoli [77]
Nel borgo sulla francigena vennero costruiti ospizi per pellegrini e viandanti, dalla campagna affluirono uomini che aprirono botteghe e innalzarono abitazioni. Ad un certo momento, attorno alla fine del X secolo, fu opportuno cingere di mura questo nucleo densamente abitato, che allora assunse una propria fisionomia tra Montestaffoli e il poggio della Torre, sede dell’originario Castello di San Gimignano. Infatti nel 949 San Gimignano è ancora designato come borgo: “prope burgo Sancti Geminiani in Marciniano“. [78] Nel 998 le mura erano state sicuramente innalzate: “Act. in loco Casale prope castello Sancti Geminiano[79] e ancora: “Act. in loco intus castello Sancti Iemminiani[80] e inoltre “oppidum Sancti Geminiani[81]

Nel 1103, una bolla di Pasquale II ribadiva che il castello di S. Gimignano, “oppidum vestrum, quod Sancti Geminiani dicitur“, con “Montestafili iuxta posito et cum universo territorio suo“, spettava al vescovo di Volterra. Né costui, né altro ministro della chiesa avevano facoltà di dare in feudo il castello e Montestaffoli, locare, vendere e commutare terre nemmeno con conti o con marchesi, “sed sicut hodie est sic semper in proprio volat. ecclesie iure permaneat[82]
Tra Montestaffoli ed il poggio della Torre o della Canova (ex penitenziario) si era formato un borgo, attraversato in senso longitudinale dalla via Francigena.

La particolare situazione di San Gimignano presenta due castelli che si fronteggiano, divisi da un fossato munito di ponte: uno è il castello del vescovo, l’altro è il castello civico. Nel ‘200, per distinguerlo dalla prima cerchia (tra l’arco dei Becci e Cancelleria, e dalla pieve all’arco di Goro), il circuito delimitato dalla seconda cerchia di mura, comprendente i borghi di San Matteo e di San Giovanni si chiamerà castello nuovo, tuttavia il vero “castrum vetus” è il poggio della Torre, come dimostrano la contrada di Castello, sulla via appunto di Castello, la chiesa di San Lorenzo in Ponte, la chiesa di Santo Stefano in Canova, :”ecclesiam S. Stephani de Castello cum pertinentiis suis” Bolla di Lucio III, a. 1183, in Reg. Volt., n. 213; PECORI, Storia, p. 634. “: sia l’ubicazione della Porta Pisana, la quale prima che il poggio della Torre venisse inglobato nella seconda cinta urbana, era una porta del castello episcopale. [83]

A lato del castello vescovile, situato sul poggio della Torre, si formò il borgo di San Gimignano; il tracciato delle mura che sulla fine del X secolo racchiude l’abitato, si sviluppa per un perimetro di m. 1108,62 [84] ed è delimitato a nord dall’arco della Cancelleria, a sud dall’arco dei Becci e Cugnanesi, a est dall’arco di Goro (Santo Stefano in Canova), a ovest dalla porta per Montestaffoli.
L’incremento demografico dei secoli XI e XII determinò la formazione dei borghi di San Giovanni e di San Matteo, sviluppatisi esternamente alle porte della Cancelleria e dei Becci; lo sviluppo lungo l’asse nord-sud della francigena fu forzato dalla presenza della rocca di Montestaffoli e della rocca della Torre, che precludevano lo sviluppo nelle direzioni occidentale ed orientale. [85] Tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo fu avvertita l’esigenza di incastellare i popolosi borghi di San Giovanni e di San Matteo e si iniziò la costruzione di un più ampio circuito murario. Nel 1205 si parla di un “castrum vetus” e di un “castrum novum“, [86] mentre nel 1214 i sangimignanesi promettono franchigia e sicurezza a tutti coloro che fossero venuti ad abitare entro le mura del castello vecchio e del castello nuovo [87] Nel 1224 si cita una casa posta ‘in burgo S. Mattei prope portam castri novi‘; [88] nel 1230 il palazzo Cugnanesi in contrada S. Giovanni è localizzato ‘in platea ante palatium et turrim Cugnanensium extra portam castri veteris[89]
Castello vecchio e Castello nuovo indicano genericamente un aggregato di abitazioni circondato da mura, nella toponomastica locale il “Castello” è il fortilizio episcopale sul poggio della Torre [90]
Sia il Poggio della Torre che quello di Montestaffoli erano rimasti esclusi dal circuito murario citato nelle carte del 1205 e del 1214; sul poggio della Torre aveva ancora la signoria il vescovo di Volterra, mentre Montestaffoli venne inserito nel circuito delle mura solo nel 1251, quando maestro Giovanni da