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Articoli e risorse sul territorio della val d’elsa

Poggiobonizio e le città medievali della Valdelsa: le chiese urbane

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POGGIBONSI

- Abbazia San Michele a Marturi (abbazia benedettina, attuale castello di Badia);
- Pieve di Santa Maria a Marturi (attuale Collegiata);
- San Benedetto a Marturi (scomparsa);
- Santa Croce a Marturi (scomparsa);
- San Gregorio Magno a Marturi;
- SS. Lorenzo e Agostino (chiesa agostiniana);
- S. Maria delle Grazie sul Ponte della Staggia (scomparsa);

- San Donato (scomparsa);
- Sant’Agostino (scomparsa);
- Sant’Agnese in Castello (scomparsa);
- Santo Stefano dei Talcionesi (scomparsa);
- San Lorenzo in Castello (scomparsa);
- San Salvadore in Castello (scomparsa);
- San Martino (scomparsa);
- Santa Croce in Poggiobonizio (scomparsa);
- Santa Maria a Camaldo (trasformata nella chiesa francescana di S. Francesco, poi S. Lucchese);
- San Francesco (già Santa Maria a Camaldo, poi S. Lucchese);

- Magione di S. Giovanni Battista in Jerusalem (cavalieri gerosolimitani e templari);
- Magione di Torri (cavalieri gerosolimitani);

SAN GIMIGNANO

- Pieve di Santa Maria Assunta a San Gimignano;
- San Lorenzo in Ponte;
- Santo Stefano in Canova. (trasformata nella chiesa domenicana della SS. Annuziata, scomparsa);

- San Bartolomeo (chiesa gerosolimitana);
- San Pietro;
- San Giovanni in Gerusalemme (chiesa gerosolimitana, poi San Francesco);
- San Francesco (chiesa francescana, scomparsa, poi trasferita in San Giovanni in Gerusalemme);
- San Jacopo al Tempio (chiesa templare);
- Sant’Agostino (chiesa agostiniana);
- SS. Annunziata (chiesa domenicana, scomparsa, già nell’area di S. Stefano in Canova);
- San Donato in S. Gimignano;
- San Matteo e San Biagio; (tracce presso la sede della compagnia della Misericordia);

- San Vittore in S. Girolamo.(monastero benedettino femminile);
- Santa Maria, detto le Romite di S. Caterina. (monastero benedettino femminile);
- Santa Maria Maddalena delle Agostiniane Romite. (monastero agostiniano femminile);
- Santa Lucia degli Olivetani.;

SEMIFONTE

- Pieve di San Hierusalem di Semifonte;(scomparsa).
- San Lazzaro in Castello;(scomparsa).
- San Niccolò a Magliano;(scomparsa).
- Parrocchiale al Bagnolo in Castello; (scomparsa; forse identificabile con S. Michele a Semifonte);

COLLE DI VAL D’ELSA

- Badia di San Salvatore a Spugna (scomparsa);
- Santa Maria a Spugna;

- Pieve di San Salvatore a Colle (trasformata nell’attuale cattedrale seicentesca);
- Santa Maria in Canonica;
- Santa Caterina in Borgo;
- San Francesco;

- Sant’Agostino (già Pieve in Piano);
- San Niccolò in Castronovo (scomparsa);
- San Jacopo a Castronovo de Colle (scomparsa);
- Pieve in Piano (scomparsa);

POGGIBONSI

Pievi e Cattedrali. I centri della valdelsa e le maggiori città del XIII secolo.Chiese degli ordini mendicanti. I centri della valdelsa nel contesto dei secoli XIII e XIV.Il confronto tra gli edifici ecclesiastici ancora esistenti o finora scavati nell’area sommitale di Poggiobonizio, e quelli coevi, presenti nei limitrofi centri valdelsani, evidenzia per i primi una monumentalità che trova riscontro solo nelle architetture delle maggiori città dell’epoca. Infatti le strutture delle due chiese finora riemerse all’interno del più antico circuito murario di Poggiobonizio (il castello del conte Guido Guerra), non appaiono confrontabili con i coevi edifici religiosi racchiusi entro i corrispettivi “castelli” [1] di San Gimignano e Colle di Val d’Elsa, i due maggiori centri medioevali superstiti della Valdelsa. Le due grandi chiese di Poggiobonizio, identificate con Sant’Agnese e Sant’Agostino, si distinguono nettamente dagli edifici ecclesiastici presenti tanto nei nucleo centrale di San Gimignano (contrade di Piazza e Castello), quanto in quello di Colle Val d’Elsa (noto appunto come “Castello”), entro i quali si incontrano rispettivamente due chiese: la pieve di Santa Maria Assunta e la piccola chiesa di San Lorenzo in Ponte a San Gimignano; la pieve di San Salvatore e la piccola chiesa di Santa Maria in Canonica a Colle.

In base alle strutture emerse fino alla campagna di scavi del 2006, la chiesa di Sant’Agostino in Poggiobonizio presenta una larghezza di m. 21,20 ca. per una lunghezza deducibile di almeno 60-65 m.; la monumentalità dell’edificio si coglie dal confronto con alcune coeve chiese cattedrali toscane: a Pisa, che all’epoca era la più grande città della Toscana, nonché una delle maggiori dell’occidente cristiano, la cattedrale di S. Maria Assunta, costruita dal 1063 a 5 navate e successivamente ampliata nel 1158, raggiunge una lunghezza di 100 m ca. con un’ampiezza di 27 m in facciata; a Lucca, già capitale del ducato e della marca di Tuscia durante i secolo dell’alto medioevo, la cattedrale di San Martino, prima dell’ampliamento a croce latina del XIV secolo, misurava 87 m di lunghezza per una larghezza di 27 m; la cattedrale di Santa Reparata a Firenze, prima dell’edificazione della nuova cattedrale di Santa Maria del Fiore, iniziata nel 1296, misurava internamente, incluso l’abside, m 58,5 di lunghezza, mentre la larghezza, incostante a causa dell’andamento obliquo del muro settentrionale, era di circa 25-26 m.; la cattedrale di Siena, che all’epoca manteneva l’attuale larghezza di m. 24,37 delle tre navate, raggiungeva la sua lunghezza massima di m 65,50 all’altezza della seconda campata dopo la cupola; la coeva cattedrale di S. Zeno a Pistoia misurava esternamente m. 54 di lunghezza (abside compreso), per una larghezza di 27 m., mentre nel caso particolare di Arezzo, [2] prima che nel 1277 si iniziasse l’edificazione dell’attuale cattedrale di S. Pietro Maggiore, la chiesa principale era senza dubbio Santa Maria della Pieve, larga 25 m. in facciata, con una lunghezza sull’asse centrale di m. 55. Altri confronti possono essere stabiliti con i maggiori edifici ecclesiastici posti al di fuori della Toscana, come la chiesa di San Nicola a Bari, il cui perimetro è pari a m 58 x 23, o la cattedrale di Modena, iniziata nel 1099 e terminata nel 1106, che presenta un perimetro di m. 53,40 x 24,60. [3] La Milano del XIII secolo presentava invece la particolare compresenza di due chiese concattedrali limitrofe: Santa Tecla e Santa Maria Maggiore, entrambe realizzate in epoca paleocristiana e dotate di battistero (rispettivamente San Giovanni alle fonti e Santo Stefano). Di queste, fino all’erezione del grandioso Duomo tardo-gotico iniziato nel 1386, l’edificio più vasto era la concattedrale di Santa Tecla, a cinque navate profonde 68 m. che si aprivano su una facciata larga 45 m. Aggiungiamo i dati su Notre-Dame di Parigi, nella sua qualità di cattedrale della maggiore città dell’occidente cristiano dell’epoca. Fondata nel 1163, la costruzione fu compiuta in più tempi: il coro nel primo ventennio, la nave nei dieci anni successivi, le ultime due campate e la facciata tra il 1220 e il 1225. Attorno al 1250 vennero eretti i due campanili e si diede avvio all’ampliamento del transetto e della facciata settentrionale. In seguito vennero aggiunte le prime cappelle absidali, le vetrate, i rosoni e quasi tutta la statuaria. La zona absidale, terminata nel 1282, venne ulteriormente ampliata con l’aggiunta delle cappelle radiali esterne al deambulatorio, che vennero saldate agli archi rampanti lanciati dai contrafforti perimetrali. Nella sua totalità la costruzione, che fu terminata nel 1345, raggiunge una lunghezza interna di 130 m., con una larghezza di 48 m sulla facciata.

Anche le dimensioni della chiesa, più piccola, di Sant’Agnese in Poggiobonizio, le cui misure ricostruibili sembrano indicare una lunghezza di almeno 53 m. per una larghezza di 19, [4] spiccano se paragonate alle coeve strutture della originaria pieve di Santa Maria Assunta a San Gimignano, dalla lunghezza ricostruibile in m. 42 ca. per una larghezza di 19 m., o alla larghezza di m. 17,70 - unica misura rilevabile - della pieve di San Salvadore a Colle.

Inoltre, tenendo conto della cronologia di alcuni documenti e del fatto che, generalmente, nei documenti dell’epoca, con la dicitura Castello si intendeva piò specificamente il primo nucleo centrale fortificato, [5] alle due chiese finora scavate all’interno dell’area identificata come il Castello del conte Guido Guerra, occorre aggiungere le chiese di San Lorenzo in Castello (citata nel 1180, “presso la fossa dello stesso castello“), di San Salvatore in Castello (citata nel 1247 e posta in “asio de la senese“), e la chiesa di Santo Stefano dei Talcionesi (citata nel 1180 come posta in aio de la senese), e quindi inseribile anch’essa nella stessa area urbana della precedente.

Già l’enumerazione di questi semplici dati ci consente di prendere per buone le parole di alcuni scrittori del Trecento. Primo fra tutti, Giovanni Villani, [6] il quale nel 1307, a distanza di trentasette anni dalla distruzione della città, scrisse che “Questo Poggibonizzi fu il più bello castello, e de’ più forti d’Italia, e posto quasi nel bilico di Toscana, e era con belle mura e torri, e con molte belle chiese, e pieve, e ricca badia, e con bellissime fontane di marmo, e acasato e abitato di genti com’una buona città; ma per la loro superbia, però che·ssi voleano essere per loro sì come castello d’imperio, e contastare il Comune di Firenze, fue abattuto e toltogli ogni giurisdizione.

Alle parole del Villani, forse influenzato dalla sua opera, fa eco Marchionne di Coppo Stefani, che nella sua Cronaca fiorentina scritta tra il 1378 e il 1385, aggiunge: [7]Innanzi che l’oste tornasse a Firenze andò a Poggibonizi, e quivi entrati dentro lo spianarono tutto e recaronlo a borghi in piano, e funne grande danno, imperocchè era il più nobile castello d’Italia e con gli più belli edifizj di marmo e di pietre, ma la superbia loro il fece, ch’eglino non vollono mai ubbidire a’ Fiorentini, nè essere mai amici nè Guelfi, e così si pagano le superbie.

Infine, anche Antonio Pucci nel 1388 scrisse: [8]E fatto questo, com’io t’ho contato, / a Poggibonizi andar con sollazzi, / ed avuto il Castello a mano a mano, / disfatto fu, che non ne campò sprazzi. / Per la superbia lor fur posti al piano / di borgo in borgo, e s’allor parve ciancia, / ed oggi par d’ogni Castel sovrano.

Indubbiamente la parola superbia è quella che più ricorre nelle pur sommarie descrizioni trecentesche di Poggiobonizio. Estendendo all’aspetto materiale della città l’aggettivo utilizzato dagli autori per descrivere il carattere dei suoi abitanti, possiamo quindi tranquillamente affermare, e non a torto, che Poggiobonizio doveva apparire come una città veramente “superba”.

Ovviamente, la lettura di queste strutture va inserita nelle fasi di sviluppo dell’abitato, che è quello tipico di ogni città medievale: a partire dalle chiese costruite entro la prima cinta muraria - il “castello”, nel nostro caso sorto sulla parte sommitale dell’altura posta a poca distanza dall’altro castello dell’Abbazia di Marturi - gli edifici religiosi andranno sviluppandosi nei “borghi” formatisi esternamente al primo nucleo fortificato; nel XIII secolo, in seguito all’espansione delle città e all’erezione di una cerchia di mura più ampia, le chiese sorte nei borghi contigui alle vecchie mura verranno a ritrovarsi inserite all’interno della nuova cinta urbana, mentre le nuove chiese degli ordini mendicanti si insedieranno all’esterno di quest’ultimo circuito murario, spesso su preesistenti strutture di chiese extra-urbane.
Nella prima metà del secolo successivo, l’ulteriore crescita demografica delle maggiori città, definitivamente stroncata in seguito alla crisi scatenata dalla grande epidemia di peste del 1348, avrebbe portato ad inglobare le chiese degli ordini mendicanti all’interno di un terzo e più ampio circuito murario. Questa evoluzione schematica, che rimane il tipico iter di sviluppo delle città medievali, nel caso di Poggiobonizio si arresterà con la distruzione del 1270.
La crisi conseguente alla conquista fiorentina si evidenzia nel passaggio dalle dimensioni, sempre notevoli, della chiesa francescana di S. Lucchese e quelle ridotte della struttura agostiniana dei SS. Lorenzo ed Agostino. Parallelamente, il successivo assorbimento degli altri centri della Valdelsa entro l’orbita fiorentina, è chiaramente visibile nelle misure delle loro chiese mendicanti, che indicano un ridimensionamento dei ruoli assunti dopo la perdita dell’autonomia.

Secondo il Villani [9] Poggiobonizio era spartita “in VIIII (nove) contrade, come si fece di VIIII terre, e in ciascuna contrada ripuosono la chiesa principale de la loro antica terra onde s’erano levati, e quello di ricche mura e porte e torri di pietre adornarono, e fu sì forte e bello, e fornito di molti e ricchi abitanti, ch’elli curavano poco i Fiorentini o altri loro vicini“.

Stabilendo un parallelo tra i popoli e le relative contrade, in base alla titolatura delle rispettive chiese originarie, sembra possibile risalire, almeno in parte, ai popoli cui le singole chiese di Poggiobonizio erano pertinenti; sembra questo il caso di S. Donato, riferibile ai Gavignanesi in base al titolare della loro chiesa urbana che corrisponde a quello della chiesa nella loro località di provenienza. Così per la chiesa urbana di S. Stefano, edificata dai talcionesi, si pone un documento del settembre 1089, rogato “intus castro de Talcione territurio Sen.”, [10] nel quale, tra i beni pervenuti per successione “infra finibus Marcha Tuscie” a Mingarda di Morando e che questa dona a Giovanni di Benzo, si cita in primo luogo, tra i vari castelli, la “curte mea et castello de Talcione cum capella S. Stefani“. Dalle deduzioni storico-topografiche del Pratelli, [11] i senesi erano stanziati a mezzogiorno, di fronte al Ponte Nuovo; accanto a loro, sopra Calcinaia, i Talcionesi occupavano la porta Asturpiese; quelli di S. Agnese edificarono la loro contrada tra senesi e talcionesi, all’interno di Poggiobonizio, e la la loro chiesa sorgeva sulla via di mezzo, che attraversava il castello da porta Santa Maria a porta San Michele, “collocata più che a metà del poggio, come indicano i resti di una fontana devastata nel 1270 e ritrovata nel 1832 sul lato di levante, sino al Galloria, nella stessa direzione dove poi eresse le sue fortificazioni il Sangallo”; a confine con i talcionesi era la contrada dei gavignanesi, con la chiesa di San Donato. A lato dei gavignanesi era la contrada di quelli di Papaiano, dei quali si ignora il nome della chiesa. Sul lato di ponente e di tramontana edificarono i martigiani e i camaldolesi. Di loro era la chiesa plebana di S. Agostino e forse un’altra chiesa di S. Maria, che viene ricordata nei documenti del tempo. Nella contrada dei martigiani fu innalzato il palazzo della repubblica sul principio del secolo XIII, e questo palazzo, come risulta da varie indicazioni, esisteva in una piazza prospiciente la via di mezzo e nelle vicinanze della chiesa di S. Agostino.
Si chiamava castrum novum (Castello nuovo) un prolungamento di Poggiobonizio dalla parte della Galloria. Questo prolungamento avvenne nell’anno 1257 quando i fiorentini, a tradimento, entrarono in Poggiobonizio e i nostri castellani erano occupati allora nei lavori di questa parte come ben risulta dagli scritti dell’anonimo del 1300. A questo Castrum novum faceva capo la porta detta della Cateratta che immetteva nella ripida scesa della moderna via S. Lucchese.”
Sempre il Pratelli, in base alle sue riflessioni sui documenti studiati, indica i nomi delle popolazioni di sette contrade sulle nove conosciute: Martigiani, Camaldesi, Senesi, Talcionesi, S. Agnesini, Gavignanesi, Papaianesi. Delle restanti due contrade, deduce che una debba riferirsi agli abitanti di S. Lorenzo in Pian de’ Campi, in conseguenza delle contese verificatesi nel 1131 tra martigiani e asturpiesi a causa delle quali il parroco di S. Lorenzo in Pian de’ Campi (titolatura riscontrabile anche in una delle chiese attestate dai documenti), si separò da Poggio Asturpio e dalla diocesi volterrana per mettersi sotto la protezione della pieve di Marturi. Forse la nona contrada era composta dagli abitanti di Poggio Asturpio, parte dei quali, secondo il Fioretto, dopo l’attacco dei bonizzesi che nel 1267, per timore di una ribellione, portò alla distruzione del loro popoloso castello, vennero accolti entro le mura di Poggiobonizio. [12]

Alle parole del Villani è sempre stato attribuito il senso dell’esagerazione e anche gli stessi poggibonsesi hanno spesso interpretato le descrizioni di Poggiobonizio con l’occhio critico di chi, nella magnificazione della città nemica, vedeva una glorificazione dell’impresa della conquista fiorentina; stranamente lo stesso sguardo critico non è stato applicato alla vicina Semifonte, città gemella di Poggiobonizio, la cui brevissima esistenza di circa 30 anni però, impedì di fatto lo sviluppo di un maggiore centro abitato.

La stessa incredulità esprimeva nel XIX secolo il Repetti, il quale citato spesso come uno dei primi sostenitori del nuovo metodo scientifico di ricerca archivistica, trattando di Colle scrisse: “La storia di Colle avanti il mille è tuttora involta nell’oscurità; e sembra strano se non inverosimile, il racconto lasciatoci dal buon Villani, quando scrisse al capitolo 7 del libro V della sua cronica, che i fiorentini (circa l’anno 1175) feciono porre il castello di Colle di Val d’Elsa colà dov’è oggi per fare battifolle a Poggibonizzi, e colle genti di due vicine castelletta con altre ville d’intorno il popolaro. Nella quale circostanza, per la prima pietra che si mise a fondarlo, la calcina fu intrisa del sangue che si segnaro dalle braccia i sindachi a ciò mandati per lo comune di Firenze, a perpetua memoria e segno d’amicizia e fratellanza di quelli di Colle alla repubblica fiorentina.[13]
L’opinione del Repetti, appena sottintesa nel passo precedente, viene rafforzata nel momento in cui deve affrontare la storia di Poggibonsi, quando scrive: “dondechè può dirsi col Villani Poggibonsi posto nel bilico della Toscana. Che se uno dovesse prestar fede alle belle cose, senza dire della brutta azione fatta dai Fiorentini ad una fanciulla nel Borgo di Marturi, siccome lo stesso G. Villani raccontò, si crederebbe che il Poggibonizi antico fosse stato non solamente uno de più forti castelli con belle mura e torri, molte chiese, ed una pieve con ricca badia, ma che avesse avuto bellissime fontane di marmo, e che fosse stato abitato a guisa di una buona città. Ma il buon Villani era alquanto credulo e di troppo buona fede per registrare spesse volte nella sua cronica tradizioni antiche destituite di critica e di solide prove.” :””Repetti E., Ibidem, Vol. IV, p. 351. “:

Tuttavia, tra l’alto medioevo ed il XIV secolo, ben 19 edifici ecclesiastici si andranno sviluppando nell’area che vede la crescita del borgo di Marturi, lo sviluppo del centro urbano di Poggiobonizio con l’altro importante borgo di Camaldo, e la seguente distruzione della città con il trasferimento forzato degli abitanti rimasti nel vecchio borgo nel Piano di Marturi.
Nel 1986 Italo Moretti, commentando le parole di Giovanni Villani, scriveva: “E’ vero che il cronista fiorentino potrebbe aver accresciuto deliberatamente i meriti dell’antico “Poggiobonizzi” (o ‘Poggiobonizio”, come più spesso vuole la storiografia locale’) per esaltare indirettamente l’impresa della propria città, ma l’analisi dei resti, per quanto pochi essi siano, conferma che il castello distrutto doveva avere dimensioni quasi cittadine. La Fonte di Valle Piatta, oggi detta “delle Fate”, posta sulle pendici del colle che ospitava l’abitato, come quelle di San Gimignano, ha poco da invidiare a queste e non sfigura neanche se paragonata con quelle di Siena. Inoltre, tenendo presente che gli ordini mendicanti al momento del loro sviluppo, nei primi decenni del XIII secolo, si insediarono nelle città e nei centri più popolosi del contado e che l’ampiezza delle loro chiese si può considerare correlata al carico demografico, diventa allora significativo constatare che la chiesa francescana di San Lucchese, sorta a ridosso del borgo di Camaldo che si sviluppava a sud del castello di “Poggiobonizio”, è una delle più grandi tra quelle sorte fuori delle maggiori città toscane. Tanto per fare qualche esempio, le sue dimensioni sono superiori a quelle delle chiese francescane di Castelfiorentino, di Figline, di’Borgo San Lorenzo e di Asciano, oltre che delle chiese di Colle e di San Gimignano - tutti centri che sappiamo essere stati assai popolosi - e di poco inferiori nei confronti delle chiese mendicanti di Cortona e di Prato”. Senza considerare poi che nel borgo di Marturi potevano essersi inseriti gli Agostiniani di Lecceto già prima che “Poggiobonizio” venisse distrutto, che, comunque, sembra avessero già terminata la loro chiesa di San Lorenzo nel 1300, quando ormai prendeva forma e consistenza il nuovo Poggibonsi.[14]

In realtà, dopo la distruzione di Poggiobonizio, le dimensioni della basilica di San Lucchese verranno superate, almeno in lunghezza, [15] dalla chiesa di S. Agostino a Colle di Val d’Elsa, la quale, con la sua grande struttura costruita nei primi decenni del XIV secolo, attesta i primi sforzi dei colligiani per assumere quel ruolo di predominio sugli altri centri della Valdelsa che riusciranno formalmente ad ottenere solo alla fine del XVI secolo, con l’erezione della Terra in città e la trasformazione della pieve di S. Salvatore in cattedrale (3 giugno 1592).

I documenti medievali, certamente più autorevoli di qualsiasi opinione, attestano la presenza di un buon numero di edifici ecclesiastici concentrati tanto a Marturi - l’attuale Poggibonsi - quanto a Poggiobonizio. Oltre alle 6 - o 7 - chiese di Marturi, che comprendevano l’antica Abbazia di San Michele, i documenti, confermando sostanzialmente le parole del Villani, attestano almeno 9 chiese nell’area urbana di Poggiobonizio a cui si aggiungono le due Magioni extraurbane: quella di San Giovanni Battista in Jerusalem al ponte di Bonizio (la Magione) e di quella di Torri. Va segnalata inoltre l’ulteriore presenza dell’oratorio di Santa Maria delle Grazie (detto del Piano), e il monastero di SS. Lorenzo ed Agostino, che risalgono all’epoca della distruzione: la prima iniziata nello stesso 1270 riutilizzando le rovine delle chiese della vecchia città; la seconda, insediata su un chiesa precedente, appare invece già attiva nel 1301.

Degli edifici ecclesiastici di Marturi, già inseriti nella diocesi fiorentina, ricordiamo con il Pratelli che “né fa gran che l’osservare che la Pieve di Marturi, fosse anticamente inclusa nel piviere di S. Appiano sul Monte Aureo, giacché chi sa qualcosa di storia di questi luoghi, deve aver inteso cdi tutta la val d’Elsa, costruita sulle rovine di un tempio pagano , luogo di devozione, ricercato anche da popolazioni lontane, e come il pievano locale abbia goduto una giurisdizione quasi episcopale sopra una importante porzione dell’arcivescovado fiorentino.[16] Occorre poi aggiungere che probabilmente le tracce di una delle due chiese di San Benedetto e di Santa Croce sono da individuare in alcune anomalie presenti nella struttura dell’attuale San Lorenzo (tracce dell’edificio preesistente nella facciata, nella prima campata della navata destra e nel portale laterale); permane il dubbio se l’altro dei due edifici possa invece essere identificato in una cappella che esisteva nel sito dell’attuale municipio, all’angolo tra la piazza del mercato (attuale Piazza Cavour) e via Maestra (attuale via della Repubblica), davanti al Palazzo Pretorio. [17] Resta inoltre da segnalare il caso particolare della chiesa di Santa Maria delle Grazie (scomparsa), fondata però nel 1271 dagli esuli bonizzesi e realizzata utilizzando abbondantemente materiali di reimpiego tratti dalle chiese di Poggiobonizio; l’edificio, a pianta basilicale con tre navate e cupola, insisteva su uno dei piloni dell’antico ponte sullo Staggia, che in epoca medievale lambiva le mura della nuova Poggibonsi. La chiesa venne demolita nel 1784. [18] Più tardi sono il santuario di Romituzzo, che si sviluppò dal XIV secolo, e la cappella di Maria Santissima sull’Elsa (sotto il cimitero comunale), che raccoglieva un’immagine miracolosa dipinta su una fiancata del ponte crollato nella piena del 1220: l’immagine fu ritrovata il 2 marzo 1540 e per conservarla venne eretta la cappella, attualmente in rovina. [19]

Alcune precisazioni: ricordiamo che spesso, nei documenti antichi, i toponimi Podiobonizzi e Marturi si alternano pur riferendosi alla stessa comunità; in proposito vedi il patto di alleanza tra Pisa, Siena, Poggiobonizio e Pistoia del 1228 nel quale, dopo l’elenco dei giuratari della “societatem factam et contractam inter Pisanos, Senen[ses] et Podiiboniz[enses] et Pistor[ienses]“, vengono citati i cittadini “Pisanos, Sen[enses] et Marturenses“; Un discorso simile vale per la pieve di Santa Maria a Marturi, [20] il cui Santo titolare nel 1106 [21] risulta essere San Giovanni: quest’ultima titolatura si spiega col fatto che, a partire dal X secolo, la sovrapposizione della dedica al Battista fu un fenomeno comune per le pievi, contraddistinte dal privilegio di ospitare il fonte battesimale. Occorre inoltre notare la confusione più volte ripetuta sulla presenza di una pieve in Poggio Bonizio (di volta in volta identificata con San Donato, Sant’Agostino o Sant’Agnese); ricordando che un fonte battesimale, presente in Sant’Agnese (quale unica chiesa di Poggiobonizio alle dipendenze dalla diocesi senese), venne distrutto in seguito alla sentenza emessa nel 1203 con il Lodo del Podestà Ogerio; da questo momento il pievano di Marturi restò di fatto l’unica autorità competente sulle chiese di Poggio Bonizio, tutte incluse nella diocesi fiorentina.

Individuando una comune identità tra le due chiese di Santa Croce a Marturi e Santa Croce in Poggiobonizio, citate nei documenti, appare chiaro che il Villani si riferisse a nove edifici collocati nell’area pertinente alla città alta soggetta alla demolizione nel 1270: inserendo la chiesa di Santa Croce - secondo quanto affermano i documenti relativi alla sua parrocchia - nell’area di Poggiobonizio e aggiungendo le chiese di S. Donato, S. Agostino, S. Agnese, S. Stefano, S. Lorenzo, S. Salvatore, S. Martino e S. Maria a Camaldo, otterremo il numero di chiese attestato dal Villani. Questo supponendo, ovviamente, che i documenti superstiti riportino la presenza di tutti gli edifici religiosi esistiti.
Non sorprende l’assenza di un convento dei domenicani nella ghibellina Poggiobonizio; in Valdelsa quest’ordine risulta infatti presente solamente a San Gimignano, dove si insediò solo in epoca tarda, essendo attivo solo a partire dal 1332. Occorre infatti notare che nel Duecento i frati predicatori, che svolgevano un ruolo importante nell’inquisizione contro gli eretici, erano apertamente schierati contro il partito ghibellino; significative in questo senso le rivolte popolari avvenute in Firenze nel 1245, al tempo del podestà Pace Pesamigola da Bergamo. Firenze, in quegli anni prolifica di eretici, era al centro della spregiudicata attività antiereticale del tribunale dell’inquisizione, che operava in città dal 1239 e al quale, nel 1244, si era aggiunto Pietro da Verona, noto frate predicatore che si era già distinto nella lotta all’eterodossia nella città di Milano. L’eresia, diffusa ampiamente in tutti gli strati sociali, era particolarmente comune tra i ceti dirigenti sia guelfi che ghibellini. Tuttavia, le deposizioni, rese davanti all’inquisitore in quegli anni, testimoniano che le attenzioni dell’inquisizione erano mirate più che altro a colpire il ceto dirigente cittadino, che all’epoca aveva preferito dare il proprio sostegno all’imperatore piuttosto che al pontefice.
La vicenda fiorentina, che incredibilmente ricorda le attuali questioni dell’ingerenza della curia romana sulla laicità dello stato, e che proprio per questo merita di essere ricordata, è stata chiaramente esposta da Silvia Diacciati: [22]Al centro delle vicende fu l’accusa di eresia che aveva colpito due fratelli, Barone e Pace del fu Barone Giubelli, i quali in seguito a numerose testimonianze rese davanti all’inquisitore ed al vescovo, erano stati condannati dal tribunale ecclesiastico. I due fratelli decisero di appellarsi al podestà, Pace Pesamigola da Bergamo, il quale, nonostante l’esplicito divieto stabilito dalla Santa Sede, ingiunse ad un notaio di fare pubblico atto di tale richiesta. L’ordine fu ribadito anche dai consoli dei giudici e notai fiorentini ed ebbe così avvio un duro confronto – caratterizzato da ripetuti tentativi di delegittimazione reciproca fino all’accusa di connivenza con gli eretici scagliata contro il podestà ed al ricorso alle supreme autorità, vale a dire al papa ed all’imperatore – tra le autorità laiche e quelle ecclesiastiche che sfociò in uno scontro armato. Il vescovo e l’inquisitore confermarono le condanne precedentemente scagliate, ma la vittoria dovette arridere al podestà che rimase in carica e concluse tranquillamente il suo mandato. […] In quegli anni decisivi per la sorte del grande conflitto fra Federico II, già scomunicato e poi deposto, ed Innocenzo IV; il pontefice, infatti, era del tutto intenzionato a sottrarre l’appoggio del comune fiorentino all’imperatore. Egli non mancò dunque di ricorrere a qualsiasi tipo di armi e, tra di esse, particolarmente affilata fu proprio quella della lotta antiereticale. A tal proposito, come sottolineato da Giulia Barone, è indispensabile tener presente il ruolo fondamentale svolto dagli ordini mendicanti nella propaganda antimperiale durante gli ultimi anni di regno di Federico II, ruolo che divenne di capitale importanza in seguito alla deposizione dello Svevo nel luglio del 1245, quando i Domenicani furono ripetutamente invitati a far conoscere la sentenza di deposizione, leggendola pubblicamente la domenica nelle loro chiese. E fu con essa che venne, di fatto, teorizzata una nuova eresia: l’eresia di chi non intendeva accettare l’intromissione della curia romana negli affari civili. Nasceva in tal modo l’eresia politica e veniva introdotta l’equazione “ghibellinismo uguale eresia”, nella quale il ghibellinismo è inteso come autonomia del laico e del civile dal religioso e come rifiuto di ogni indebita intromissione della Curia nel politico.
In conclusione, nel corso dei primi mesi del 1245, l’aspirazione della Chiesa ad avere l’appoggio del comune fiorentino nella lotta contro l’avversario imperiale finì per provocare eccessi nell’uso del tribunale della fede. L’attività degli inquisitori si spinse troppo oltre i limiti sopportabili dalle autorità laiche e civili e, alla fine, le magistrature comunali si videro costrette ad agire contro quello che si presentava come un vero e proprio attacco portato nei loro confronti dalle gerarchie ecclesiastiche. Il podestà, esecutore delle decisioni del gruppo dirigente e difensore dell’autonomia urbana di cui i comuni erano gelosi sostenitori, si oppose alle prevaricazioni ed all’ingerenza del tribunale ecclesiastico nel governo della città. Per questo motivo anch’egli fu tacciato d’eresia. In tale accusa rivolta al podestà dal vescovo fiorentino e dall’inquisitore si può dunque individuare un caso esemplare di eresia politica. Il Popolo, maggioranza di governo, non poté certo apprezzare l’invasione di campo compiuta dalle autorità ecclesiastiche e si mantenne fedele al podestà ghibellino allora alla guida della città. Dalla parte dell’inquisitore si saranno probabilmente schierati tutti coloro che erano contrari al governo urbano ed all’indirizzo politico che esso aveva dato al comune. La predicazione di Pietro martire avrà poi cercato di far leva sulle masse più umili della popolazione, ancora escluse dal processo decisionale. Gli inquisitori ed i loro fautori, tuttavia, fallirono nel loro tentativo di rovesciare il governo ed il podestà rimase in carica fino alla fine del mandato. Come è stato evidenziato già da Anna Benvenuti, [23] “il fatto che con gli episodi dell’agosto del 1245 si chiudesse la storia dell’inquisizione domenicana a Firenze è significativa testimonianza della reazione civica agli eccessi cui l’uso provocatorio del tribunale della fede aveva dato luogo
”.

- Abbazia San Michele a Marturi (abbazia benedettina, attuale castello di Badia);
- Pieve di Santa Maria a Marturi. (attuale Collegiata);
- San Benedetto a Marturi. (scomparsa);
- Santa Croce a Marturi. (scomparsa);
- San Gregorio Magno a Marturi;
- -SS. Lorenzo e Agostino (chiesa agostiniana);
- S. Maria delle Grazie sul Ponte della Staggia. (scomparsa);

- San Donato. (scomparsa);
- Sant’Agostino. (scomparsa);
- Sant’Agnese in Castello. (scomparsa);
- Santo Stefano dei Talcionesi. (scomparsa);
- San Lorenzo in Castello. (scomparsa);
- San Salvadore in Castello. (scomparsa);
- San Martino. (scomparsa);
- Santa Croce in Poggiobonizio. (scomparsa);
- Santa Maria a Camaldo (trasformata nella chiesa francescana di S. Francesco, poi S. Lucchese);
- San Francesco (già Santa Maria a Camaldo, poi S. Lucchese);

- Magione di S. Giovanni Battista in Jerusalem (cavalieri gerosolimitani e templari);
- Magione di Torri (cavalieri gerosolimitani);

- Abbazia San Michele a Marturi (abbazia benedettina, attuale castello di Badia).

Abbazia di Marturi. Planimetria prima della ristrutturazione neogotica di fine Ottocento.Abbazia di Marturi.  L'antico accesso al monastero.Abbazia di Marturi. Il ponte levatoio aperto presso la torre di destra dell'antico corridoio d'accesso. Giovanni di Cristoforo e Francesco d'Andrea. La battaglia di Poggio Imperiale del 1479. La Badia di Marturi (Siena, Palazzo Pubblico). San Michele a Marturi rappresenta un esempio non comune di abbazia posta all’interno di un castello.
A partire dalla chiara etimologia etrusca del nome Marturi (ricostruibile in marisϑuras-marϑuri = del collegio di marte, [24] se non dall’associazione del nome delle divinità di mari = marte, e turan = venere), nonché dalle notizie del rinvenimento di tombe etrusche nelle sottostanti località di Vada (dal lat. vadum = guado), [25] e Pian de’ Campi, [26] è possibile formulare l’ipotesi della presenza di un’oppidum etrusco, sorto a controllo del sottostante nodo stradale, con un probabile luogo di culto dedicato a marte - come indica la tradizione erudita sulla fondazione, però romana, di Marturi - ipotesi che sembrerebbe indiziata anche dal culto cristiano di S. Michele Arcangelo, che nel suo aspetto guerriero incarna pienamente, in epoca longobarda, le caratteristiche della bellicosa divinità pagana.
A suffragare questa ipotesi, l’Antichi [27] scrisse che “se vogliamo perderci in congetture, per certi avanzi e rottami di capitelli, colonnette e pilastrini di puro stile romano rinvenuti a molta profondità tra le macerie del diroccato edifizio, potremmo argomentare che l’origine di Poggio Marturi fosse romana. Alcuni storici, forse lavorando di fantasia, hanno creduto di poter affermare che sul colle fosse esistito un tempio romano“.

Fatto sta che, nella vicina località di Vada, lungo il corso dell’Elsa ai piedi del poggio di Marturi, fu rinvenuta una “probabile tomba a pozzetto, da cui un’olla d’impasto e materiali bronzei, costituiti da un’ascia a lama trapezoidale con decorazione geometrica, una fibula a sanguisuga e due a navicella con due protomi di volatili sull’arco e apofisi laterali, una capocchia di spillone tipo Narce e quattro rotelle raggiate”. In questo contesto la presenza dell’ascia attesta l’emergere della figura di un “capo”, distinto appunto da tale insegna di comando, del quale è facile intravedere il ruolo di controllo alle vie di accesso e passaggio sul territorio, in questo caso individuabili grazie a quanto suggerisce il toponimo stesso, nella presenza di un guado. [28] L’importanza assunta da tale ruolo di controllo è confermata dalla funzione “pontificale” assunta proprio in questi tempi dai re della Roma primitiva.
I materiali, collocabili nella seconda meta dell’ VIII secolo a.C. (la fibula con volatili e lo spillone rientrano in questa cronologia, mentre il Fiumi attribuisce i materiali più genericamente all’VIII‑primi del VII sec. a.C. [29] Questi reperti, assieme ad altre tombe etrusche dell’età del ferro - con reperti conservati al museo archeologico di Firenze - ed Ellenistica, rinvenute nel ‘700 in Pian de’ Campi, [30] che hanno “restituito esemplari di urne tanto di produzione volterrana (in alabastro), quanto di produzione locale, forse opera di maestranze itineranti”, [31] sono da mettere in relazione ad un nucleo abitato, che i dati sulle distanze tra necropoli ed aree abitate in epoca orientalizzante-arcaica, rilevati dal Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena porterebbero ad individuare entro una distanza media di 2421 m. in epoca arcaica [32] e di 1.610 metri in epoca ellenistica. [33] I materiali sono forse da relazionare con le “quattordici grandi fibule in bronzo di tipo imprecisato” date come provenienti da loc. imprecisata nel territorio del comune di Poggibonsi e non rintracciate. [34]
Per quel che riguarda la limitrofa collina di Poggio Imperiale, che costituisce un’area monumentale e archeologica di grande rilievo, dal 1992 in corso di studio da parte del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena, sembra che il sito sia già stato oggetto di alcuni rinvenimenti occasionali, quali “terracotte bruciate raggruppate a mo’ di fornace”, di frammenti di ceramica decorata, di “piatti neri” (ceramica etrusco-campana a vernice nera?), “resti di mura costituiti da pietre squadrate” (più facilmenti riferibili alla fase medioevale) e “tracce di insediamenti umani databili fra l’età del ferro e l’epoca romana; di questi ultimi non sappiamo se si tratta della collina in senso stretto o dei dintorni”. [35]

All’epoca protostorica sembrano appartenere le tracce di frequentazione (buche e incavi nella roccia), rinvenute nell’area IV, in prossimità del crinale nord della collina, poco sotto i resti dell’abside della chiesa di S. Agnese.
La presenza dei “piatti neri”, forse interpretabili come ceramica ellenistica a vernice a nera, sembrerebbe attestare una continuità di frequentazione anche in epoca ellenistica (IV-I sec. a.C.), come conferma anche il rinvenimento di materiale ceramico acromo da cucina, attestato da “alcuni frammenti di olle ascrivibili tra II-I secolo a.C.”, rilevati nel corso della ricognizione di superficie del 1991 entro l’area PB IV, nella porzione di terreno che “occupa la quasi intera estensione del seminativo”, e che “prosegue con ogni probabilità sotto l’atuale residenza del proprietario del terreno” (la zona compresa tra l’attuale casa colonica e le mura medicee affacciate su Megognano). [36] Appare evidente che un insediamento della collina in generica epoca etrusca, non possa che rivestire le caratteristiche comuni a tutti gli insediamenti dell’Ager Volaterranus, connotati da un’esigua presenza di abitazioni distribuite in piccoli villaggi a larga maglia insediativa.

Allo stato attuale della ricerca, le tracce materiali di epoca più antica sembrano essere rimaste occultate dalle travagliate vicende che hanno visto la lunga occupazione della collina alternarsi a fasi di abbandono e di rioccupazione, queste ultime spesso precedute da massicci lavori di livellatura (nell’intervento di Arrigo VII per la fondazione di Poggio Imperiale nel 1313), o scavi di grandi trincee per il recupero del materiale edilizio (con l’intervento rinascimentale di Lorenzo il Magnifico per la fondazione della città medicea). Della probabile presenza di un’insediamento sul tipo della“villa” o grande azienda agricola di epoca tardo-antica, si sono rinvenute per il momento le tracce di alcune abitazioni con fondazioni in terra ed elevati in materiale deperibile (terra pressata); in particolare nell’ area PB II, alle strutture abitative si affiancano i rari resti fossilizzati di campo coltivato a porche del V sec. d.C., sotto il quale si intravedono i resti di strutture murarie precedenti. Ad ovest delle porche, tra queste e lo spazio abitativo, è stata individuata una canalizzazione per le acque piovane.
Le abitazioni tardo-antiche proseguono in area PB VI, affiancate da una grande calcara in area II, mentre in area V uno scarico di ossa animali si affianca al rinvenimento della metà di una grossa pietra da macina, riutilizzata nel piano di un focolare, mentre l’altra metà venne utilizzata come soglia in una casa trecentesca.
Sempre per la tarda antichità, sotto alcuni livelli di disfacimento di altri elevati in materiale deperibile, sono stati rinvenuti i resti superstiti di una pavimentazione in lastre di pietra di grandi dimensioni. Altre tracce di muri sono testimoniate dai loro livelli di disfacimento rilevati in più punti.
Il piano di calpestio ha restituito alcuni reperti (resti osteologici, vetri, ceramica) che attestano l’uso abitativo dell’edificio.
In area V è stato individuato un piccolo pozzo per la raccolta dell’acqua, la cui struttura in pietra è stata riutilizzata in età altomedievale come fornace, con la parte superiore della fornace in mattoni, dal piano impermeabilizzato e la muratura in pietra relativa al pozzo. Al centro dell’area II si trova una calcara di forma circolare, molto profonda, all’interno della quale si è impostata una sequenza di capanne altomedievali Il riempimento della calcara era costituito da pietre di travertino e calcare di grandi dimensioni e di forma irregolare e da terra bianca derivante dalla cottura delle pietre stesse.

Ancora l’Antichi [37] riporta che “già Agostino Neri aveva formulato l’ipotesi che Poggibonsi al tempo dei longobardi, vale a dire intorno ai secoli VIII e IX, avesse avuto un’importanza notevole. Egli appoggiava la sua asserzione sul fatto che l’antica chiesa di San Michele (che si trovava proprio dove è ora il castello di Badia) era chiramente di origine longobardica ed indicava, quindi, che intorno doveva esservi un rilevante insediamento umano. Ed ecco che in tempi recenti, a suffragare tale ipotesi, sono stati ritrovati nei pressi della chiesa di San Lorenzo in Pian de’ Campi calici e patene di buona fattura del periodo precarolingio [in realtà di epoca gota]. Ed ancora. Ho ritrovato in una recente pubblicazione che in itinerari, riportati dagli Annales, ricorre fra Siena e Firenze un solo nome che è indicato con Marcelburg o Martinosborg o Martirburch, o, latinamente Apud Martre, che sono evidenti corruzioni di Burgus Marturi e ne indicano chiaramente l’origine tedesca. A questo punto la questione rimane aperta. Si tratta di investigare con diligenza e, perché no, con fortuna fra gli antichi documenti, onde poter far luce su questo oscuro periodo della storia cittadina.”

In seguito, le vicende sulla nascita e lo sviluppo di questo monastero dalla più remota fase altomedievale sono state oggetto di un’attenta e approfondita indagine da parte dello storico Wilhelm Kurze, il quale ipotizza che la sua fondazione risalisse all’epoca longobarda e che la dedicazione a San Michele fosse la stessa anche in passato. Infatti sull’origine di questo monastero si può richiamare un privilegio di papa Alessandro II del 1 novembre 1068 a favore di Marturi, dove veniva citato un’elenco di documenti pontifici antecedenti redatti per il monastero che lo mostrerebbero già attivo all’epoca del pontificato di Stefano IV, cioè prima dell’816/17. [38] Secondo gli accurati studi del Kurze, sembra tuttavia possibile l’identificazione di Marturi con l’abbazia toscana di San Michele, menzionata in un documento del maggio 762 rilasciato a Nonantola e conservato nel fondo del monastro di S. Maria a Sesto al Reghena nel Friuli. L’origine dell’abbazia si inserisce così nell’epoca dei re longobardi Ratchis e Astolfo, successori di re Liutprando, i quali attraverso la fondazione di monasteri regi realizzarono dei veri e propri centri amministrativi che, accanto “ai loro compiti missionari e culturali avevano anche importanti funzioni amministrative da esercitare al servizio dello stato. Essi coltivavano, amministravano e dissodavano vasti complessi di beni demaniali, curavano la manutenzione delle grandi vie di comunicazione (il più antico tracciato della Francigena appunto) ed erano tappe per i viandanti. Per la fondazione e la costruzione di questi centri amministrativi Ratchis e Astolfo chiamarono tra l’altro importanti personalità della nobiltà del Friuli, regione di cui erano originari, come Anselmo, il fondatore di Nonantola, e i fratelli Anto, Marco e Erfo che fondarono il monastero di S. Salvatore (all’Amiata) e l’abbazia di S. Michele a Marturi (Poggibonsi).[39] L’autore, oltre a considerazioni di carattere più generale che riguardano le modalità di edificazione dei monasteri toscani, ha condotto le sue ricerche analizzando la vasta documentazione archivistica disponibile e la Vita di San Bononio, scritta a Vercelli prima del 1044. L’abate Bononio, monaco benedettino vissuto a cavallo tra il X e l’XI secolo, fu un abile rivitalizzatore di cenobi ed enti religiosi decaduti; con questa mansione era già stato in Egitto “laborando ad reparationem ecclesiarum barbarica vastatione dirutarum. Ibidem quam plurimas reparavit, monasterium condidit, in quo abbatem et monachos ordinavit, quorum vitam secundum regulam Sancti Benedicti instituit”. Attorno all’anno 997 Bononio, fortemente vessato dal marchese Arduino d’Ivrea, fuggì dal monastero piemontese di Locedio, dove era abate, e giunse in Toscana, probabilmente dopo aver ricevuto asilo - oppure dietro richiesta o consenso - da parte di Ugo di Brandeburgo, marchese di Toscana; qui Bononio svolse la sua attività “reparato ad plenum monasterio et secundum legem Dei et Sancti Benedicti regulam instituto”.

Tutt’altro che infondate, le supposizioni del Neri e del Kurze hanno trovato preciso riscontro negli scavi condotti sul limitrofo colle di Poggio imperiale, con il rinvenimento delle case in terra di epoca Gota e le numerose strutture capannicole che, a partire dal VI secolo, in età longobarda, vengono impiantate sull’area sommitale del Poggio. Allo stato attuale della ricerca, le tracce materiali di epoca più antica sembrano essere rimaste occultate dalle travagliate vicende che hanno visto la lunga occupazione della collina alternarsi a fasi di abbandono e di rioccupazione, queste ultime spesso precedute da massicci lavori di livellatura (nell’intervento di Arrigo VII per la fondazione di Poggio Imperiale nel 1313), o scavi di grandi trincee per il recupero del materiale edilizio (con l’intervento rinascimentale per la fondazione della città medicea di Lorenzo il Magnifico). Della probabile presenza di un’insediamento sul tipo della “villa” o grande azienda agricola di epoca tardo-antica, si sono rinvenute per il momento le tracce di alcune abitazioni con fondazioni in pietra ed elevati in materiale deperibile (terra pressata); in particolare nell’area di scavo PB II, alle strutture si affiancano i rari resti fossilizzati di campo coltivato a porche del V sec. d.C. - purtroppo abbandonati all’incuria - sotto il quale si intravedono i resti di strutture murarie precedenti. Le abitazioni tardo-antiche proseguono in area PB VI, affiancate da una grande calcara in area II, mentre in area V uno scarico di ossa animali si affianca al rinvenimento della metà di una grossa pietra da macina tardo-romana, riutilizzata nel piano di un focolare, mentre l’altra metà venne usata come soglia in una abitazione trecentesca.

Della rifondazione di Ugo di Brandeburgo è testimone il Villani, [40] nel tomo della sua Cronica intitolato Del terzo Otto imperadore, e del marchese Ugo che fece la Badia di Firenze.
Dopo la morte del secondo Otto fue eletto imperadore Otto terzo suo figliuolo, e coronato per papa Gregorio quinto negli anni di Cristo VIIIIcLXXVIIII, e regnò questo Otto XXIIII anni. Poi che fue incoronato andòe in Puglia in pellegrinaggio al Monte Santo Angelo, e poi si tornò per la via di Francia in Alamagna, lasciando Italia in buono stato e pacefico. Ma lui tornato in Alamagna, Crescenzo consolo e signore di Roma cacciò il detto Gregorio del papato, e misevi uno Greco, ch’era vescovo di Piagenza, molto savio; ma sentendo ciò Otto imperadore, molto crucciato con sua forza tornò in Italia, e assediò in Roma il detto Crescenzo e ‘l suo papa in Castello Santo Angelo, che là entro s’erano fuggiti; il quale per assedio ebbe il detto castello, e Crescenzo fece dicollare, e papa Giovanni XVI trarre gli occhi e tagliare le mani, e rimise in sedia il suo papa Gregorio che di nazione era suo parente; e lasciando Roma e Italia in buono stato, si tornò in suo paese in Alamagna, e di là morì bene aventurosamente. Col detto Otto terzo venne in Italia il marchese Ugo: credo che fosse marchese di Brandimborgo, però che in Alamagna nonn-ha altro marchesato. A costui piacque sì la stanza di Toscana, spezialmente de la nostra città di Firenze, ch’egli ci fece venire la moglie, e in Firenze fece suo dimoro, sì come vicario d’Otto imperadore. Avenne, come piacque a·dDio, ch’andando lui a una caccia nella contrada di Bonsollazzo, per lo bosco si smarrì da sua gente, e capitò, a la sua avisione, a una fabbrica dove s’usa di fare il ferro. Quivi trovando uomeni neri e sformati che in luogo di ferro parea che tormentassono con fuoco e con martella uomeni, domandò che ciò era. Fugli detto ch’erano anime dannate, e che a simile pena era condannata l’anima del marchese Ugo per la sua vita mondana, se non tornasse a penitenzia; il quale con grande paura si raccomandòe a la vergine Maria, e cessata la visione, rimase sì compunto di spirito, che tornato in Firenze, tutto suo patrimonio d’Alamagna fece vendere, e ordinò e fece fare sette badie: la prima fu la Badia di Firenze a onore di santa Maria; la seconda quella di Bonsollazzo, ove vide la visione; la terza fece fare ad Arezzo; la quarta a Poggibonizzi; la quinta alla Verruca di Pisa; la sesta a la Città di Castello; l’ultima fu quella di Settimo: e tutte queste badie dotò riccamente, e vivette poi colla moglie in santa vita, e nonn-ebbe nullo figliuolo, e morì nella città di Firenze il dì di santo Tommaso gli anni di Cristo MVI, e a grande onore fu soppellito alla Badia di Firenze. E vivendo il detto marchese Ugo, fece in Firenze molti cavalieri della schiatta de’ Giandonati, de’ Pulci, de’ Nerli, de’ conti da Gangalandi, e di quegli della Bella, i quali tutti per suo amore ritennero e portarono l’arme sua adogata rossa e bianca con diverse intransegne.

In Toscana Bononio condusse la rifondazione di un monastero (forse distrutto o non efficiente), del quale viene omesso il toponimo ma che, documenti di poco posteriori, identificano esplicitamente in Marturi (la carta conosciuta come Narratio di Marturi). [41]

L’abbazia, così ricostituita da Bononio, il 10 agosto dell’anno 998 fu dotata da Ugo di Toscana di numerose proprietà; da questo documento di dotazione veniamo a sapere che l’abbazia era fondata “in monte et poio qui dicitur castello de Marturi” e che anche la “casa et curte […] cum omnibus casis […] castello de Marturi” furono trasferiti ai monaci.

Sull’effettivo aspetto di questo castello, Valenti [42] nota che ancora nelle carte di fine X secolo non vengono citate le mura, ma si parla piuttosto di un fossato. L’ipotesi purtroppo non è stata indagata neppure durante la recente indagine archeologica, [43]

Altri due privilegi, rilasciati al monastero dalla cancelleria di Ugo in data 12 luglio 970 e 25 luglio 998, e in contrasto col documento summenzionato, sono stati riconosciuti dal Kurze come falsi, prodotti dagli stessi monaci dello scriptorium dell’abbazia: il primo concerne la donazione - lecita perché citata anche nel testo autentico del 10 agosto 998 - della curtis “Antoniano” nella zona del comitato di Bologna-Ferrara, il secondo motiva la donazione al monastero del castello e del terreno sul quale è edificata l’abbazia, nonché di altre 210 proprietà sparse per l’Italia centro-settentrionale; promulga inoltre le norme per la libera elezione dell’abate attestando la volontà di Ugo di trasformare in monastero la chiesa di San Michele, da lui eretta in passato. L’intenzione, riuscita, dei monaci era di far credere che il monastero fosse stato fondato dal marchese Ugo come ente completamente indipendente e autonomo, proprietario tanto del terreno sul quale sorgeva, quanto dei numerosi beni sparsi nell’Italia centro-settentrionale. Effettivamente nel documento autentico del 10 agosto 998, il marchese Ugo elargisce si una ricca donazione, escludendo però il possesso del terreno su cui sorge Marturi e vincolando la validità dell’atto all’estinzione della sua famiglia; la mancata cessione degli spazi occupati dal monastero indica che tali terreni dovevano essere di proprietà regia, al pari di molti degli altri beni della dotazione, così come indicano altri indizi individuabili nelle vicende che caratterizzano la storia del monastero nell’XI secolo. L’abbazia di Marturi appare quindi fondata su un grande complesso di terre demaniali con il preciso scopo di curarne l’amministrazione. [44]

Dopo la morte di Ugo, il suo successore Bonifacio nel 1009 si appropriò di tutti i beni del monastero, rivendicò il terreno su cui sorgeva l’edificio e occupò l’edificio stesso (i monaci denunciarono quasi settant’anni più tardi alcuni episodi di violenza nei loro confronti e la presenza di concubine e schiave del marchese). La vicenda è riportata anche dal Repettti il quale scrisse che “Morto però il Marchese Ugo, essendo stato fatto marchese Bonifazio figlio d’Alberto, venne a Marturi, e quella Badia che Ugo aveva edificato devastò a segno che cacciando di costà i monaci e l’abbate, appropriossi non solo i beni di quel luogo pio, ma introdusse in quel claustro servi, concubine e serve, derubò il tesoro della chiesa, cioè le tavole d’oro, ed il testo del vangelo prese e spezzò, e quegli oggetti preziosi e sacri fece ridurre in varii altri modi per proprio uso.” [45]

Il gesto di Bonifacio non fu però un’imposizione arbitraria; egli aveva precise ragioni giuridiche, la principale delle quali consisteva nella natura di beni regi della maggior parte delle proprietà inserite nella donazione del 998: quindi la sua azione era, per diritto, legittima. Inoltre per Bonifacio, che non possedeva grandi proprietà in Toscana, il complesso centrale dei beni di Marturi rappresentava un’importante base patrimoniale. Al contrario di quanto traspare dalle più tarde testimonianze dei monaci, dal contenuto della Vita Bononii sembra che l’episodio del contrasto tra Bonifacio e l’abate Bononio non sia stato di natura violenta; a quanto riporta la biografia menzionata, l’abate deve avere compreso le ragioni del marchese e la legalità del suo agire, così approfittando della calma ristabilitasi a Locedio, Bononio vi fece pacatamente ritorno: “prioris loci commotio sedata […] ad monasterium Locediense rediit”. Lo status di proprietà regia dell’area sulla quale sorgeva il monastero, del castello e di molti immobili inseriti nella dotazione è confermato anche dagli avvenimenti successivi.
Nel 1012 a Bonifacio successe Rainerio, il quale nominato dall’imperatore “advocator monasterii de Marturi”, ricevette l’ordine di reintegrare il monastero dei suoi beni; Rainerio eseguì la decisione dell’imperatore, che così facendo alienava beni della corona, ma trasferendo legalmente il terreno su cui sorgeva il monastero, trattenne comunque quella parte del patrimonio che considerava di proprietà del regno.
La natura demaniale dei beni di cui disponeva l’abbazia di Marturi, traspare anche dallo stesso processo intentato dai monaci nell’anno 1075 per la proprietà di Papaiano, generalmente noto come “Placito di Marturi”. Infatti nel lungo verbale conservato, i monaci che cercano di dimostrare la legalità della donazione asseriscono che Papaiano faceva parte dei beni allodiali del marchese, evitando di citare in partenza la donazione di Ugo, della quale, nonostante il falso del 25 luglio, conoscevano bene i contenuti.
Fin dai tempi di Bonifacio, il castello sembra rientrare tra i beni feudali della famiglia comitale per rimanervi stabilmente, tanto che agli inizi del XII secolo Matilde di Toscana lo trasferirì nel patrimonio dei Guidi in seguito all’adozione di Guido Guerra.
Lo stesso castrum non poteva considerarsi un bene allodiale di Ugo, che vi possedeva invece una curtis domnicata; [46] nella stessa Narratio inserita nel processo del 1075 vengono infatti citate le figure di “Bonizo gastaldo de Marturi” e del “vicecomes de Marturi” che “liberabat” e “placitabat”, la cui presenza e le cui azioni non si confanno ai caratteri di una proprietà personale. [47]

A metà dell’XI secolo aumenta l’importanza del monastero: nel 1022 vi soggiorna l’imperatore Enrico II [48] e nel 1046 il cancelliere imperiale Enrico; Intanto il monastero sviluppa il suo patrimonio fondiario tanto in Val d’Elsa che fuori della regione; così nel 1061 l’abate Giovanni riceveva una donazione da Alberto figlio di Obizzone “de loco et regno longobardia” di tutte le sue porzioni di corti, castelli, cappelle, con tutte le masserie ivi comprese, poste lungo il fiume Era e nei comitati di Lucca, Pisa e Volterra [49]
Dal 1068 con Alessandro II il monastero di San Michele in Marturi viene sottoposto direttamente all’autorità del papa, il quale conferma le donazioni di Ugo di Toscana del 25 luglio 998. [50]
Nel 1077 il pontefice Gregorio VII è ospite a Marturi dove, il 28 agosto, definisce le divergenze ecclesiastiche tra i canonici fiorentini e i monaci del vicino convento di San Miniato. Nel 1089 l’abate Uberto fonda un ospedale in Marturi e lo dota di una casa con due staia di terra intorno, di due terreni con vigna, di un ulteriore terreno che era pervenuto dalla dotazione di prete Berardo, includendo nei beni anche le decime competenti. [51]
Dal 1099 Matilde di Toscana conferma le donazioni al monastero di San Michele in Marturi o corte di Marturi, cui concede ufficialmente la sua protezione; tra i testimoni compare Guido Guerra dei conti Guidi e si menziona l’’“hospitale […] iuxta burgum”. [52]
Il rapporto privilegiato stabilitosi con la contessa è un chiaro segno della posizione preminente raggiunta da Marturi. Matilde infatti è spesso presente, con la sua corte, nel monastero o nel vicino borgo di Marturi a promulgare atti e donazioni che trascendono anche dall’ambito locale (anni 1076, 1078, 1103, 1109, 1110); nel 1107, presso il fiume “Cecinete” ella donò al monastero alcuni terreni posti lungo la riva destra dell’Elsa e presso lo stesso Cecina, comprese le decime di pertinenza; [53] 24 settembre 1109-24 marzo 1110 a Marturi la contessa Matilde riceve Enrico abate dell’Isola e gli concede di permutare a sua volontà i magazzini del monastero. [54]

L’enorme accumulo di ricchezza e potere nelle mani degli abati, finì con lo scatenare un conflitto di interessi a livello locale con i rappresentanti della pieve di Santa Maria a Marturi. Le prime evidenti avvisaglie si ebbero già nel 1108, allorquando l’abate Giovanni e il prete Bonaldo, in rappresentanza della pieve di Santa Maria a Marturi, si affrontarono per risolvere una vertenza sul possesso di quegli stessi appezzamenti di terreno lungo il fiume Elsa che, ceduti all’abbazia nel 1107 dalla contessa Matilde [55] erano stati precedentemente venduti dalla stessa contessa al pievano [56] il quale di conseguenza negò a tutti gli uomini della sua pieve il permesso di essere seppelliti presso la chiesa dell’abbazia.

Nel frattempo, grazie alla presenza dell’abbazia, la proprietà demaniale e i beni allodiali detenuti dalla casata marchionale, la stessa politica patrimoniale del monastero, protesa alla costituzione di un vero e proprio distretto rurale, l’incessante flusso di merci e persone che comportava la presenza della Via Francigena, si ebbe un decisivo incremento dello sviluppo della rete insediativa su uno spazio territoriale circoscrivibile in un raggio di circa due chilometri quadrati intorno al monastero e al castello. In età medievale quest’area era attraversata dalla Francigena di fondovalle che, provenendo da Lucca-Certaldo, si dirigeva verso Siena-Roma costeggiando la riva sinistra dell’Elsa e dello Staggia. Fin dall’antichità il percorso rappresentava un nodo stradale di grande importanza al quale si collegavano alcuni dei maggiori raccordi toscani: i percorsi Montemorli-San Gimignano e Pian de’ Fosci-San Gimignano che immettevano entrambi nella Volterrana sud; la strada per Firenze, dopo la deviazione per evitare il passaggio da Sant’Appiano; il raccordo con il Chianti in direzione Castellina; infine il tratto Staggia-Badia a Isola-Siena e la cosiddetta strada delle due abbazie fra Marturi e Badia a Isola. [57] Il tracciato di fondovalle, generalmente interpretato come diverticolo della Via Francigena in funzione probabilmente dalla fine del X secolo, benché chiaramente documentato dal XII secolo, secondo la nostra opinione, condivisa anche da alcuni studiosi, era in realtà il tracciato viario più antico, impostato in età protostorica e mai abbandonato completamente: proprio alla presenza di questo tracciato si deve lo sviluppo dell’abbazia in epoca longorbarda e l’anteriore presenza dell’insediamento di epoca tardo-romana e gota sulla collina di Poggio Imperiale. Questo tragitto ricalcava il percorso di una antica strada etrusca che, dalla piana di Monteriggioni si manteneva sulle alture a sinistra del torrente Staggia, evitando sia il fondovalle paludoso sia la zona palustre di Pian del Casone; proseguendo lungo la via di crinale, dove si erano sviluppati gli antichi insediamenti del castelliereoppidum di Maltraverso e Poggio Tondo-Asturpio (etr. strupe=ghirlanda), la strada giungeva ad attraversare il corso dell’Elsa ai piedi della stessa abbazia; qui la presenza in epoca antica di un guado e di un relativo insediamento risalente almeno all’epoca etrusca, le cui tracce, indicate dai già citati rinvenimenti di una tomba a pozzetto villanoviana nella vicina località di Vada e dalla presenza di una necropoli etrusca in Pian dei Campi, sono ulteriormente testimoniate dai toponimi di Vada (lat. vadum=guado) e di Marturi (che, come accennato sopra, è ricostruibile nell’etr. mari-thuras o mari-thuri=dell’ordine - o del collegio - di marte). Proprio nella piana ai piedi dell’abbazia, fin dall’epoca antica, si diramavano le strade che, su vie di crinale, lungo le valli qui convergenti, si dirigevano verso i principali centri dell’Etruria settentrionale. Probabilmente nei secoli successivi alla caduta dell’impero romano, con il progressivo impaludamento del fondovalle, si preferì utilizzare il tracciato impostato sulla via di crinale che attraversava l’abitato di San Gimignano. Oltre all’importanza di Marturi, testimoniano in favore della continuità di utilizzo del tracciato di fondovalle l’emergere nel corso dell’VIII secolo di insediamenti quale Staggia, sede della dinastia dei Lambardi, Castelfiorentino, con la sua antica pieve dei SS. Ippolito e Biagio, nonché San Genesio, posto alla confluenza dell’Elsa nell’Arno.

Se già sembrano da porsi in relazione alla presenza dell’abbazia i villaggi di capanne sorti in epoca longobarda e franca sul Poggio imperiale, dalla metà dell’XI secolo, la presenza di abitazioni sparse e di appezzamenti di terra con abitazione, disseminate nella zona intorno a Marturi, darà origine allo sviluppo di un villaggio aperto sugli spazi immediatamente pianeggianti, noto con il toponimo di Borgo Marturi. Ricordato nelle fonti itinerarie, databili tra XII e XIII secolo, come “Martinus Borg”, “Macelburg”, “Michelburg” “Marthirburg”, questo insediamento ospitava anche una sede pievana, Santa Maria a Marturi, attestata dall’anno 1075 e in origine dipendente dalla pieve di Sant’Appiano, [58] mentre a metà del XII secolo sono note due ulteriori chiese nominate San Benedetto e Santa Croce. [59]

Data l’importanza assunta dal territorio intorno a Marturi, un secondo villaggio, detto Camaldo, si stava sviluppando sulla collina in cui sorge oggi il convento di San Lucchese; secondo la tradizione erudita qui sarebbero confluiti parte degli esuli scampati alla distruzione di Fiesole, portata dai fiorentini nel 1125. [60] Frattanto gli attacchi perpetrati dai marturiensi ai vicini castelli di Casaglia [61] e di Poggio Asturpio, [62] testimoniano lo sviluppo di una politica autonoma che vede gli abitanti di Marturi allearsi prima con gli stuppiesi contro Casaglia, poi con i fiorentini contro Asturpio; con l’apparire dei Boni Homines, che si vanno affiancando alle vecchie figure del gastaldo e del vicecomes, si gettano le basi per lo sviluppo del libero comune.

Ben presto i fiorentini si resero conto della posizione strategica di Marturi, che posto al confine meridionale del loro contado e attraversato dalla Francigena, costituiva anche il principale nodo stradale del loro territorio; la forte base patrimoniale qui detenuta dal conte Guido Guerra, loro temibile avversario fedele all’autorità imperiale, gli sviluppi di una politica autonoma locale e, non ultima, la probabile ricerca di autonomia della pieve di Marturi dalla giurisdizione spirituale del vescovo fiorentino, attirarono l’attenzione di Firenze. Nel 1155, in coincidenza delle prime opere apprestate per la fondazione di Poggio Bonizio, i fiorentini attaccarono la zona e vennero sconfitti, ma distrussero il castello di Marturi. La vicenda è testimoniata in un documento della seconda metà del XII secolo, che testualmente riporta “castrum veteres de martura destructus fuit a florentinnis”. [63] L’attacco dei fiorentini fu comunque solo uno dei numerosi episodi che segnarono l’inimicizia tra la città e i conti Guidi, che fu causa di numerosi scontri anche in altre zone della Toscana e che portò Guido e i senesi a decidere la costruzione del castello di Poggio Bonizio sulla collina di fronte al monastero: nel 1140 Guido Guerra il vecchio combatte contro il Comune di Firenze in Val di Sieve; nel 1143 le truppe fiorentine distruggono il castello di Cuona, feudo dei Guidi, e il monastero di Rosano, retto dalla badessa Sofia, sorella dello stesso Guido; viene inoltre assalito il castello di Monte di Croce, che di fatto fu occupato solo nel 1147. [64] Nei lavori di ricostruzione del castello sembra certa la partecipazione attiva dello stesso monastero; una carta del 1180 registra infatti tra i firmatari un tal Iacobo Longhi “castaldi ipsi monasteri”; [65] con la riedificazione i monaci sembrano finalmente entrare in possesso del castello, rivendicato sin dalla fine dell’XI secolo con la falsa donazione di Ugo datata 25 luglio 998.

All’epoca della fondazione di Poggiobonizio i monaci del monastero di Marturi, proprietari della collina di Bonizio, permutarono con i conti Guidi il terreno dell’area interessata all’erezione del nuovo castello. Il 28-29 marzo 1156, l’abate Ranieri scambiò con Guido Guerra conte di Toscana “una petia de terram que habeo e tengo in monte qui dicitur bonizi […]: ex uno latere est domo boni, exalio est via publica […], desuper est strata, desubtus fossa predicto castelli” [66]
Con lo sviluppo di Poggio Bonizio, la politica patrimoniale di Marturi si adattò alla nuova dimensione assunta dal popolamento e dalla rete insediativa della zona. Gli abati, la cui economia si basava sulla concentrazione di terreni agricoli tanto nel circondario come in località lontane, iniziarono un nuovo fronte di attività, e già dal 1159 si impegnarono in continue compra-vendita e permute di case e terreni posti tanto fuori che dentro il castello, come evidenziano i numerosi atti che, attestando questa complessa attività finanziaria e immobiliare di Marturi, si susseguono regolarmente negli anni. Inoltre, andando incontro alla domanda di abitazioni che si ebbe a causa dell’immediato incremento della popolazione, gli abati concedevano spesso in affitto spazi aperti sia all’interno che all’esterno dal circuito murario castellano, come nei suoi borghi, affinché vi venissero costruite altre case. Il pagamento del fitto, generalmente stabilito in denari lucchesi o pisani e talvolta parte in moneta parte in grano o in cavalli, era spesso accompagnato dalla consegna di un cero da una libbra e avveniva sempre a Natale, giorno nel quale il concessionario riceveva presso il monastero una buona colazione di pane, vino e carne; [67] gli atti che attestano questa complessa attività finanziaria e immobiliare di Marturi si susseguono regolarmente negli anni.
Secondo il Repetti, “Probabilmente dentro il giro del secolo XII si riedificò il claustro della badia di S. Michele nel Poggio Marturi, siccome lo farebbe credere un istrumento rogato nel dì 11 marzo 1275 nel chiostro del ‘l’Abbadia vecchia di Poggio Marturi’. – (ARCH. DIPL. FIOR., Carte dell’Ospedale di Bonifazio.)“. [68]

Nel frattempo l’abbazia di Marturi aveva gradualmente incrementato il consolidamento e l’espansione delle sue proprietà, cui conseguiva l’aumento tanto della sua giurisdizione spirituale quanto delle entrate relative alle decime. Sia la documentazione relativa alla sentenza del 1075, sia le cinque bolle pontificie emesse, in un periodo di quasi settant’anni fino alla prima metà del XIII secolo, [69] a conferma della validità della donazione di Ugo, mostrano che il monastero era attivamente impegnato nell’opera di ampliamento, tutela e garanzia del proprio patrimonio.

Le interminabili acquisizioni e permute di terreni e proprietà dell’abbazia si susseguono fino al al 1274, [70] evidenziando, tramite l’intensa attività di radicamento dei beni immobiliari posti nell’ambito di Poggio Bonizio, l’effettiva apertura di una nuova attività “affaristica”, legata all’affitto di abitazioni, che raggiunge il suo culmine nel primo trentennio del XIII secolo, in coincidenza del periodo di maggiore crescita demografica ed espansione urbanistica della città. Alla concessione di platee, dietro condizione di costruire una casa, quasi sempre, tra le clausole del fitto, si aggiungeva la promessa dell’assegnatario di seppellire i propri morti in perpetuo presso il monastero. Questo significava un ulteriore compenso in denaro, in vesti e parte dell’eredità del defunto, per il servizio reso secondo l’uso dell’abbazia.
Per avere un’idea del florido quadro economico venutosi a creare, a tutto ciò vanno aggiunti i molti benefici di cui godeva il monastero che, per esempio, come risulta dalla sua assenza negli elenchi delle Rationes Decimarum Tusciae, non pagava le decime; nuove entrate derivavano dalla volontà di molti abitanti del castello e dei borghi, che nonostante fossero ascritti in altre parrocchie, preferivano farsi seppellire nel cimitero di Marturi; ulteriori introiti derivavano dal giuspatronato su molte chiese dei dintorni. [71]

Inoltre, nonostante la totalità delle chiese di Poggio Bonizio, eccetto la chiesa di Sant’Agnese nella contrada senese e quella di Santo Stefano nella contrada dei talcionesi, entrambe officiate dai canonici di Talciona, fossero sotto la cura della pieve di Santa Maria a Marturi, quest’ultima si vedeva privata di forti entrate a causa del costume funerario diffuso nella popolazione dalla politica immobiliare dell’abbazia.

La rivalità tra i due enti religiosi giunse ben presto a sfociare in un episodio di eccessivo malcostume, riportato nel verbale di una pergamena del 1174, la quale ci informa che, durante il funerale di una giovane donna, i monaci dell’abbazia furono assaliti dai partigiani del clero plebano; per sottrarsi alla mischia furibonda i monaci gettarono la salma per terra dandosi alla fuga e il marito della donna fu costretto a raggiungere la fossa predisposta caricandosi le spoglie sulle spalle [72]
Dopo il caso già citato del 1108, la situazione era di fatto diventata talmente insostenibile e le due istituzioni religiose si citarono reciprocamente in giudizio [73]
I giudici stabilirono che il popolo di Borgo Marturi era da attribuire alla pieve di Santa Maria, alla quale, in caso di decisioni di sepoltura presso il cimitero del monastero, spettava la metà delle decime e dei vestimenti incamerati dal monastero; anche gli eventuali pellegrini che fossero deceduti in zona dovevano essere tumulati presso la pieve e anche nel caso di esplicita richiesta di sepoltura nel cimitero abbaziale, dovevano essere attuate le divisioni pecuniarie già descritte, mentre per quanto riguardava il diritto di decime, queste dovevano essere ripartite tra i due istituti.

La politica patrimoniale sviluppata dall’abbazia e i casi di conflitti d’interesse, indicano in maniera evidente il potere raggiunto da Marturi a partire dall’XI secolo e soprattutto negli anni a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Verso il 1225 l’accrescimento delle proprietà sembra subire una stasi; negli anni seguenti gli atti di acquisizioni o concessioni in affitto diminuiscono decisamente; nel periodo 1230-1240 sono attestate solo tre operazioni, che si riducono a due nel periodo 1241-1250, due tra il 1251-1260, una nel 1261. La decadenza economica di Marturi si relaziona al parallelo declino di Poggio Bonizio, attorno al quale gli abati avevano concentrato la maggioranza delle loro attività immobiliari.
Così all’occupazione fiorentina della città che nel 1254 portò allo smantellamento delle fortificazioni e di molte abitazioni, corrispondono i primi segni di decadenza dell’abbazia: il 2 marzo del 1254 la vendita da parte del monastero di Marturi di una casa in Poggio Bonizio posta in contrada Castellana, effettuata allo scopo di riparare, con il ricavato, il tetto della chiesa, [74] mentre nel gennaio 1257 si assiste alla protesta del monastero davanti all’abate di San Pancrazio di Firenze, in quanto a seguito delle distruzioni arrecate al castello di Poggio Bonizio dai fiorentini, non era in grado di pagare le imposizioni; [75] un mese più tardi Ventura, sindaco e procuratore di Benno, abate del monastero, ripete la supplica al procuratore delle diocesi fiorentine perché, essendo andati in rovina molti beni del monastero nel castello di Poggio Bonizio, per la sopraggiunta povertà, non poteva pagare le imposte; [76] infine, con un atto notarile rogato da Palmerio Benincasa nel palazzo comunale di Poggio Bonizio il 15 maggio 1257, i monaci di Marturi richiedono al Comune di Poggio Bonizio di non procedere contro lo stesso monastero durante una querela. [77]
Con i guasti conseguiti all’assedio e all’occupazione delle truppe francesi nel 1267, durante i quali forse l’abbazia fu anche depredata dall’esercito, [78] e dopo la feroce distruzione del 1270, che lasciò praticamente in piedi solo il vecchio Borgo Marturi, la situazione economica dovette crollare. A causa del solenne divieto di ricostruire sulla collina di Poggio Bonizio, imposto da Firenze, l’abbazia veniva a trovarsi ormai priva della maggior parte dei suoi beni immobili, delle entrate per enfiteusi e affitto provenienti dai terreni e dalle case possedute in Poggio Bonizio, nonché di quella notevole ricchezza derivata dalle molte decime e dai servizi funebri resi alla popolazione.

Dopo questa data, l’unica nuova operazione finanziaria risale al 1274 e concerne una permuta di pochi terreni intorno al monastero; successivamente le azioni di Marturi si concentrarono sul giuspatronato e il controllo delle chiese degli immediati dintorni, come dimostra l’ennesima controversia con la pieve di Santa Maria per l’elezione del rettore della chiesa di Sant’Ansano. [79] Con l’arrivo di Arrigo VII nel 1313, la ricostruzione della città, le devastazioni seguite all’impresa dell’imperatore e la profonda crisi di metà XIV secolo, peggiorarono ulteriormente la situazione patrimoniale di Marturi. Nell’Estimo stilato a Poggibonsi nel 1318, [80] a fronte di un censimento delle proprietà immobiliari di settantuno soggetti d’imposta, le citazioni di terreni confinanti con beni del monastero si limitano a quattro, e tutte collocate a breve distanze dal monastero: alla Sassa, a Calcinaia, a Monteleonti, a Luco.
Con la grave perdita subita nella seconda metà del XIII secolo, la decadenza del monastero sembra accelerarsi, anche in conseguenza della crescita d’importanza del vicino convento di San Lucchese, che già citato con lo pseudonimo di “Casa ‘a Frati” o “Casa dei Frati”, come luogo nel quale vengono stipulati gli atti notarili rogati dopo il 1270, crebbe d’importanza durante tutto il XIV secolo; quando, agli inizi del XV secolo, passò dalla direzione dei Padri conventuali a quella dei Francescani dell’Osservanza, soppiantò gradualmente il ruolo rivestito nella comunità dall’abbazia di Marturi, acquisendone sia il peso economico che quello devozionale [81]

Nel 1445 l’abbazia di Marturi venne ceduta in commenda al monastero femminile di Santa Brigida a Firenze; i poggibonsesi reclamarono con la sede apostolica nel 1451 per la nuova gestione, che fu accusata di aver fatto decadere la fortificazione del monastero, usato spesso come fortilizio dai fiorentini; [82]
Anche nel 1479, durante la battaglia di Poggio Imperiale, l’abbazia subì gravi danneggiamenti a causa dell’assedio del Duca di Calabria; tuttavia le Brigidine continuarono ad amministrare i beni dell’ex abbazia, finquando papa Clemente XII dell’antica famiglia bonizzese dei Corsini, con bolla del 15 maggio 1734, abolì l’ordine delle Brigidine e unì i loro beni al nuovo conservatorio dei poveri dell’ospedale San Bonifazio di Firenze [83] Successivamente, a causa dell’incuria e del deterioramento i rettori dell’ospedale cedettero il complesso a privati che lo ridussero ad uso agricolo. Nel 1886 la proprietà passò al signor Marcello Galli-Dun che riedificò le mura e ricostruì la struttura in stile neogotico, risparmiando solo parte dell’antico chiostro.

- Pieve di Santa Maria a Marturi (attuale Collegiata).

Planimetria dell'antica pieve romanica di Marturi (da Pratelli).La vecchia pieve di Santa Maria a Marturi in un disegno dell'Ottocento. Giovanni di Cristoforo e Francesco d'Andrea. La battaglia di Poggio Imperiale del 1479. Si distingue la torre comunale (a sinistra, contraddistinta dalla mostra dell'orologio), affiancata sulla destra dal campanile della Pieve di Marturi (Siena, Palazzo Pubblico).Già filiazione della pieve di Sant’Appiano, [84] la pieve di santa Maria viene menzionata per la prima volta nel 1075 nella Narratio del Placito di Marturi; [85] Nel marzo 1108 l’abate Giovanni e prete Bonaldo in rappresentanza della pieve di Santa Maria a Marturi, si affrontano per una vertenza concernente il possesso di terreni lungo il fiume Elsa, che il pievano aveva acquistato precedentemente dalla contessa Matilde di Toscana; inoltre il pievano nega a tutti gli uomini della sua pieve il permesso di essere seppelliti presso la chiesa dell’abbazia; [86] Il 4 aprile 1156 nella pieve di Santa Maria del Borgo Marturi Guido Guerra dona ai consoli e al popolo senese l’ottava parte del monte chiamato Bonizi nella valle Marturi, del castello, un quartiere con una sua chiesa, una porta sul circuito delle mura; [87] La sentenza di pacificazione tra il pievano di S. Maria e l’abate di Marturi, redatta il 20 dicembre 1174, attesta la presenza di una comunità di canonici presso la pieve. [88] Al 14 giugno 1188 risale invece l’“Actum in Podio Bonizi intus dormitorio clericorum supradicte plebis Marturensis […]“, [89] che testimonia la funzione svolta dei canonici della pieve nell’amministrazione del culto nelle chiese di Poggiobonizio; Un documento del 1206 attesta che la pieve aveva un capitolo canonicale e che il pievano, con il titolo di proposto, aveva una giurisdizione quasi episcopale dato che confermava la presentazione dei parroci nel suo distretto. [90]

Dell’importante ruolo amministrativo svolto dal Proposto di Marturi durante l’epoca delle crociate, si trova traccia in una testimonianza trascritta dal Pratelli. [91] A quanto riporta un documento raccolto a suo tempo dal Proposto A. Neri tra i suoi documenti - purtroppo mancante della citazione dell’originale dal quale è stato trascritto - risulta che diversi bonizzesi presero parte alla quinta crociata, bandita da Innocenzo III, alla cui morte il successore Onorio III stabilì la partenza per il 1 giugno 1217; le famiglie di costoro vennero poste sotto la protezione del nuovo pontefice con Breve datato 8 febbraio 1218, inirizzato al proposto di Marturi. “LX - 1218 - 8 febbraio - Honorius Episcopus servus servorum Dei dilectis filiis Praeposito Marturensi et…archipresbitero de Colle Florentinae et Vulterranae dioecesis salutem et apostolicam benedictionem. Cum dilectos filios cruce signatos de Podiobonizi, qui zelo fidei ac devotionis accensi proposuerunt in Terrae sanctae subsidium proficisci, cum famulis et omnibus bonis suis quae in praesentiarum rationabiliter possident, susceperimus sub protectione Apostolicae Sedis et nostrae, statuentes ut ea omnia integra conserventur donec de ipsorum reditu vel obitu certissime cognoscatur, discretioni vestrae per apostolica scripta mandamus quatenus ipsos super his non permittatis ab aliquibus molestari, molestatores corum indebitos per censuram ecclesiasticam, appellatione postposita, compescendo.

Del Proposto di Marturi Repetti scrive che “Il pievano di Poggibonsi fino dal principio del secolo XIII fu insignito del titolo che tuttora conserva di Preposto, siccome lo dichiara una carta del 14 marzo 1223 della Badia a Isola, scritta all’epoca in cui viveva il pievano Tebaldo Preposto di S. Maria a Marturi, diocesi fiorentina. Anche due carte del 25 settembre e 25 novembre 1228, della Comunità di Volterra, rammentano il Proposto di Marturi della diocesi fiorentina. - (ARCH. DIPL. FIOR., Carte del Mon. di S. Eugenio, e della Comunità di Volterra.)” Tuttavia il pievano di Marturi appare già contraddistinto dal titolo di proposto nella sentenza di Ogerio del 4 giugno 1203, [92] titolo ripetuto nell’atto dell’8 giugno dello stesso anno, nel quale il priore della pieve dei talcionesi si sottomette al proposto di Marturi [93]

Il 7 giugno 1239 il proposto di Marturi, essendo chiamato come testimone nella causa tra lo spedale di Siena e il monastero della Berardenga e non potendo recarsi a Siena per infermità, delega in sua vece il canonico di Marturi. Atto dato nel chiostro della pieve di Marturi. [94] Ancora il Pratelli ci informa che “verso l’anno 1330 la pieve di Santa Maria fu eretta a Propositura, e che quindi il titolo che compare anteriormente collegato ai pievani è da ritenersi un privilegio personale. [95]

Gli antichi storici locali, che hanno generalmente scorto nel nome di Marturi l’antica origine romana di Poggibonsi, hanno solitamente individuato la supposta sede del culto di Marte nella vecchia chiesa plebana di S. Maria. In base a queste supposizioni il noto erudito locale Attilio Ciaspini scriveva: “Che questo tempio rimontasse a epoca anteriore all’Era Cristiana, vi è stato chi l’opinò sul fondamento che essendo esistito il Borgo Marturi 69 anni almeno avanti l’indicata Era Cristiana, era ben naturale che quella popolazione avesse il suo Tempio; nè qui se ne osserva alcun altro che accenni rimontare a maggiore antichità. Gli ornati dei capitelli delle colonne ov’erano scolpite teste diquadrupedi, cioè di Arieti, di Bovi ec. mal sarebbero convenuti a Templi d’origine cristiana. Scendendo a tempi posteriori, nella chiesetta sotto il Presbiterio è facile ravvisarvi una di quelle fabbriche dette confessioni, che si osservano soltanto in Templi che risalgono all’epoca delle più antiche Chiese che potavano costruirsi i Cristiani”. [96] Ancora il Ciaspini ci informa che “Molti si rammentano ancora qui a Poggibonsi quale era l’interno di quest’antico Tempio avanti che nel 1789, l’ignorante Proposto Frosini avesse terminato di spogliarlo di ogni pregio di venerabile antichità. Era infatti sostenuto da colonne formate di più blocchi di travertino, i capitelli delle quali erano intagliati a scartocci e teste di quadrupedi, che mal si converrebbero a Templi di origine cristiana. Molte lapidarie iscrizioni ornavano le pareti del Tempio le quali in gran parte furono spezzate ed adoprati i rottami confusamente con altri sassi da muro, ed altre furono impiegate a cuoprir fogne e latrine all’intorno della chiesa e della Canonica, nè si sa come e perchè venissero risparmiate quelle poche, e di poco merito che si vedono situate sotto il loggiato esteriore del Tempio, e che pure erano nell’interno. Sotto il presbiterio vi esistono ancora le cosi dette confessioni, che quanto all’oggetto stanno ad un certo unisono col loggiato: e queste costituiscono una Chiesetta sorretta da volta e colonne di un sol pezzo di travertino, ma senza ornamenti, ed era corredata da due altari. Questa parte fu pure destinata da quel Proposto a stanza da carbone e da legna; e sebbene non alterate nella sua forma primitiva si mantennero ancor sotto il di lui successore in questa deturpante destinazione.[97] Secondo il Rinaldi [98] sotto il presbiterio dovrebbe esistere ancora l’antica cripta, riempita di detriti, capitelli, parti di colonne e frammenti architettonici per ripianare il pavimento, come è possibile notare da una porticina richiusa che