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Poggiobonizio e le città toscane del medioevo: l’edilizia civile

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POGGIOBONIZIO
PISA
SAN GIMIGNANO
FIRENZE
SIENA

POGGIOBONIZIO

Di Poggio Bonizio, scriveva il Villani: “e quello di ricche mura e porte e torri di pietre adornarono, e fu sì forte e bello, e fornito di molti e ricchi abitanti, ch’elli curavano poco i Fiorentini o altri loro vicini[1]

A conferma delle affermazioni del Villani, gli scavi archeologici sul Poggio Imperiale, sede dell’antico abitato, stanno portando alla luce i resti di un centro urbano di notevoli dimensioni. Dell’originale carattere di centro feudale, lo scavo archeologico ha evidenziato una grande struttura palaziale, identificabile con la residenza del conte Guido Guerra poi trasferita al marchese Corrado del Monferrato nel 1178; la struttura del grande edificio indica chiaramente il carattere urbano che contraddistinse l’aspetto materiale dell’insediamento fin dalla fase dell’incastellamento iniziale.

Il settore C dell’ area 2 dello scavo (dimensioni di m 28,30 sul lato est-ovest e 9,70 sul lato corto nord-sud) appare occupato per gran parte della sua estensione da ampie cortine murarie, caratterizzate dall’utilizzo di malta come legante, le cui notevoli dimensioni (m 7,25 x 22,50) denotano la presenza di un palazzo - interpretato come palazzo del conte Guido Guerra - realizzato in conci di travertino perfettamente squadrati e lavorati in superficie, con la stessa tecnica riscontrata in altri edifici sul poggio. Sul lato occidentale il grande edificio è completato da un porticato che si affacciava sulla strada lastricata, con tre pilastri quadrangolari dei quali il centrale di m 1,03 x 1,06, e di 1,30 x 0,95 m circa quelli sui lati nord e sud. Un ulteriore base per piedritti di m 1 x 0,99, che si trova nella zona nord orientale e presenta le medesime catteristiche, distinguendosi solo per la lavorazione più rozza delle bozze di travertino, indica che il porticato doveva estendersi lungo tutti i lati, o quasi, del grande edificio. Il palazzo, tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, subì numerosi rifacimenti e forse anche cambiamenti nella funzione e nell’utilizzazione delle sue strutture. La tecnica costruttiva dei muri, la loro larghezza ed anche l’altezza (che sembra essere stata molto elevata) suggeriscono l’esistenza di pavimenti e scale in legno nei piani superiori, come si riscontra in molti edifici palaziali dell’epoca nell’Italia centro-settentrionale. Il grande ambiente di 22 x 7 m, sostenuto da grossi muri, aveva uno o due piani superiori con pavimenti e scale in legno e una probabile copertura a due falde, sorretta da capriate e rivestita con tegole e coppi. Piccoli frammenti di vetrata, [2] indicano l’esistenza di finestre a notevole altezza, chiuse da strutture vitree di una certa importanza. Ad ovest il palazzo era delimitato da un portico in travertino che proseguiva sul lato est e forse, su tutte e quattro le facciate dell’edificio. Sul lato est, esternamente alle strutture più antiche, appoggiava una cisterna quadrangolare per la raccolta dell’acqua (m 4,20 x 3,70), mentre poco più a nord esisteva un silos per il grano, entrambi strettamente dipendenti dal palazzo e realizzati contemporaneamente o pochi anni dopo. Tutta la zona a nord era priva di costruzioni e strettamente dipendente dal palazzo.

Nella seconda metà dello stesso 1178, Corrado dl Monferrato venne improvvisamente fatto imprigionare dall’arcivescovo Cristiano di Magonza, cancelliere imperiale, e dovette pagare una consistente somma di riscatto per raggiungere la quale - probabilmente - furono vendute dal fratello Ranieri e dal padre le terre di Poggibonsi e Marturi, i cui diritti vennero ceduti a Siena e Firenze. Quando nel 1185 l’imperatore Federico I annullò a Siena e Firenze i diritti acquisiti da Corrado di Monferrato, Poggio Bonizio si costituì rapidamente in Comune autonomo, dando avvio ad una propria politica territoriale e l’aspetto del castello iniziò a trasformarsi. La trasformazione politico-istituzionale portò ad una trasformazione urbanistica che ben presto si sviluppò con un esteso borgo esterno alle mura.
Lasciando inalterata la già monumentale disposizione delle strutture di uso e d’interesse comune, quali le chiese e la grande cisterna, il nuovo ordinamento pubblico trasportò nella parte più elevata dell’insediamento la propria immagine di attivissima classe imprenditoriale.

Nel XIII secolo la strada lastricata ad ovest, nel punto in cui esisteva il porticato, fu obliterata dalla costruzione di una macelleria e venne spostata qualche metro più ad ovest, lontano dall’entrata al palazzo e strettamente connessa al nascente lotto artigianale; lo spazio precedentemente vuoto a nord venne occupato da una seconda bottega - di fabbro - che si appoggiava in direzione sud ad uno dei suoi muri sfruttando la zona interna a due dei pilastri che formavano il porticato.
Contemporaneamente la costruzione degli ambienti D1 (m 7,60 x 3,40) e D2 (8,60 x mis. parz. 5,30) a nord-est del palazzo separò il silos granario dalle strutture cui precedentemente apparteneva. Il muro di travertino, disfatto e riutilizzato parzialmente negli ambienti D1 e D2 appare coevo alla costruzione del palazzo - a parte l’esistenza di un muro antecedente, forse romano, [3]

Oltre all’evoluzione della trama insediativa, uno degli elementi più evidenti che attestano il cambiamento è rilevabile nella trasformazione dei muri che, all’epoca della fondazione del castello, vennero edificati in regolari bozze di travertino ben squadrate, messe in opera da maestranze chiaramente specializzate al soldo di Guido Guerra. Alla trasformazione politica che vide l’emergere della classe mercantile, ora alla dirigenza del libero comune, corrispondono i nuovi edifici con murature realizzate in conci di calcare non perfettamente lavorati che, seppure di buon livello, sembrano opera di maestranze locali.
La rapida evoluzione del castello, atipico, monumentale e connotato sin dagli inizi da un carattere marcatamente urbano, si concluse nel breve spazio di 115 anni.

Il passaggio dal centro feudale all’organizzazione comunale portò alla formazione di un vero e proprio emporio commerciale, caratterizzato da una zona di servizi per i viaggiatori in transito e per i fiorenti traffici internazionali che interessavano la via Francigena.
La trasformazione non avvenne disordinatamente ma fu guidata da una volontà pianificatrice per la quale si programmarono delle lottizzazioni.
Probabilmente l’edificazione delle case a schiera seguì un progetto in lotti già prestabiliti nella prima fase di Podium Bonizi, al momento stesso della fondazione del castello; tale progetto fu poi portato a termine progressivamente nel corso dei pochi decenni successivi, come sembrano testimoniare i cambiamenti osservabili nelle murature delle abitazioni.
Gli spazi prima occupati dal grande edificio di tipo distintivo e dai suoi annessi (il probabile palazzo del conte Guido Guerra e dei marchesi del Monferrato) mostrano chiaramente le trasformazioni verificatesi. L’area si caratterizza ora per la costruzione di lunghe case a schiera, disposte in sequenza, con ingresso a doppia arcata e impostate su una planimetria base dalle dimensioni medie di 21 x 5,50 metri.
Lo scavo ha permesso di precisare le dimensioni di alcuni di questi edifici: casa a schiera 1: lunghezza m 39, larghezza m 13. Casa a schiera 2: lunghezza 32-34 m, larghezza m 10-12. Casa a schiera 3: lunghezza 40 m, larghezza 13 m. Casa a schiera 4: lunghezza in corso di scavo, [4] larghezza m 12. Cisterna: lunghezza m 5, larghezza m 5. [5]
Comparando la larghezza con la lunghezza di alcuni degli edifici scavati e considerando come unità di misura il braccio senese, pari a 0,595 metri, è interessante notare il costante riemergere del rapporto di circa 1:3, il quale indica che la modifica dell’assetto urbano in questo periodo avvenne secondo un progetto edilizio ben preciso. Strutture simili sono attestate quasi esclusivamente nelle città, mentre risultano molto rare all’interno dei castelli.
In questo momento Poggio Bonizio mostra pienamente il suo carattere cittadino, del resto già insito nella fondazione di Guido Guerra. I confronti più probanti per le case a schiera di Poggiobonizio provengono dall’articolata tipologia degli edifici civili di Pisa, la forte alleata di Poggio Bonizio che all’epoca era anche la città più grande della Toscana e una delle maggiori metropoli dell’occidente cristiano.

Casa-torre pisana Grazie agli studi del Redi sull’architettura civile pisana, [6] le similitudini si possono riscontrare sia con la tipologia di alcune abitazioni di tipo distintivo (gruppo B, classe BB, tipo b2) sia con quella di alcune abitazioni popolari (gruppo C, classe CA, tipo A-A2).

Nel primo caso le strutture mostrano una planimetria lunga e stretta (6 x 16 metri circa), con ambienti generalmente sviluppati in profondità e tramezzati da pareti in gesso o in legno, oppure da graticci intonacati, muniti di scale e solai di legno; sul fronte presentano una struttura a doppio arco a pieno centro nel portico, che si apre in una muratura continua di calcare misto a tufo. Generalmente occupate dai ceti medi (piccoli mercanti, funzionari comunali, artigiani), queste abitazioni sorgevano in spazi di espansione o di ristrutturazione anche in aree già intensamente edificate ed erano delimitate da strade parallele od ortogonali oppure da una via e una corte retrostante.

Altri edifici sono paragonabili a quelli appartenenti al raggruppamento C, classe CA, tipo a-a2.
Si tratta di costruzioni a pianta rettangolare e murature piene, moderatamente verticali e profonde circa il doppio della larghezza, con luci ad arco di varia forma, talvolta ogivale.
Costruite a schiera, secondo una tipica lottizzazione programmata, nelle città più antiche come Pisa queste abitazioni si trovavano in aree di urbanizzazione omogenee o addossate a edifici signorili più antichi, seguendo l’espansione cittadina lungo le strade di secondaria importanza in cui si affacciavano le botteghe degli artigiani.

Gli edifici popolari, attestati a partire dalla metà del XII secolo, sono quelli che presentano i caratteri strutturali più vicini agli edifici emersi dallo scavo, che appunto interessa la parte sommitale del primitivo castello, sviluppatasi nella seconda metà del XII secolo come area insediativa del ceto medio emergente attorno al grande palazzo del feudatario. Questi edifici erano contraddistinti da una muratura continua al pianterreno, aperta in facciata su portici o arcate con archi singoli o doppi, a pieno centro, ogivali o ribassati. Presentavano un unico vano rettangolare suddiviso in più stanze, si affacciavano sulla via (secondaria o principale), ed avevano una piccola corte retrostante. Essendo parte di lottizzazioni programmate, tutti gli edifici di un unico isolato mostrano le stesse misure. Il tetto a due spioventi scaricava sulla via e sulla corte ed era coperto di tegole o, più raramente, con lastre di ardesia; la presenza di sporti o di ballatoi lignei denotava gli edifici signorili.

Secondo quanto riporta la Carta Archeologica della Valdelsa, la differenza sostanziale e strutturale che distingue le abitazioni popolari di Poggiobonizio da quelle a schiera di Pisa è l’assenza di muri “comuni”. A Poggiobonizio non sono infatti riscontrabili quelle pareti perimetrali indivise che, pagate da entrambi i confinatari con particolari modalità, nelle lottizzazioni programmate degli edifici popolari pisani permettevano di risparmiare spazio, forze e risorse economiche. Le costruzioni di muri contigui privati, attestata all’interno dell’isolato di Poggio Bonizio, era invece tipica delle residenze signorili.
Le case a schiera finora scavate hanno l’ingresso principale aperto su una strada lastricata con
grandi pietre poste di piatto, che probabilmente, coincidendo con l’apposita deviazione della Francigena, era la più importante di tutto il castello.
E’ stato notato che se il tracciato viario finora scavato corrispondesse con certezza alla “via di mezzo” citata nei documenti dell’epoca, un’ulteriore differenza sarebbe costituita dal fatto che questi edifici si affaccerebbero sull’asse stradale principale, mentre il carattere delle costruzioni popolari pisane sarebbe quello di affacciarsi sugli assi viari secondari o spesso trasversali a quelli principali di scorrimento. [7] In reatà, anche nella stessa Pisa gli esempi rimasti sono generalmente concentrati, in base al rapporto tra le esigenze di sviluppo e la reperibilità delle aree edificabili, lungo i principali assi stradali della città che conducono al fiume e sui lungarni. [8]

In conclusione, le caratteristiche della struttura urbanistica di Poggio Bonizio rimandano chiaramente a modelli d’ambito cittadino. In questi edifici risiedeva quella ricca classe borghese composta da commercianti e imprenditori, che - come nella vicina San Gimignano e nelle altre città dell’epoca - approfittando della prosperità degli ultimi decenni del XII secolo, doveva aver incrementato le sue fortune con la pratica del prestito ad usura. [9]

Realizzati su planimetrie definite dalle stesse dimensioni che contraddistinguono gli edifici delle grandi città, è probabile che questi modelli costruttivi fossero tradotti in una scala dimensionale più piccola, elaborata su di un minore numero di piani e di annessi, con tecniche costruttive forse meno raffinate. Tuttavia il grande spessore delle doppie murature, oltre a denotare la ricchezza della borghesia locale, suggerisce una notevole possibilità di sfruttamento in senso verticale di questi spazi che, ancora racchiusi entro la prima cerchia muraria, dovevano risultare particolarmente ambiti e articolati su molti piani, come in qualsiasi altro centro dell’epoca caratterizzato da una notevole crescita demografica.

Nelle caratteristiche strutturali di queste abitazioni di alto livello, in posizione centrale e contraddistinte da una maggiore imponenza, la presenza di elementi tipici dell’edilizia popolare connota casomai l’ascesa e le aspirazioni di una nuova classe sociale, in un contesto e in un’epoca in cui, a momenti di grande sviluppo, si alternarono periodi di grave instabilità.

Il riemergere delle grandi strutture ecclesiastiche di Poggiobonizio, quale la chiesa di Sant’Agostino, le cui dimensioni, equiparabili alla contemporanea cattedrale senese, superavano quelle di Santa Reparata, all’epoca cattedrale di Firenze, non depone certo a favore della tesi di un’edilizia minore, come del resto indica la fonte di Vallepiatta (fonte delle fate), unica struttura superstite dell’antico abitato, che rappresenta per dimensioni la più grande fontana pubblica di travertino di tutto il territorio senese. Una ulteriore conferma demografico si ottiene dal confronto tra i 1.457 sangimignanesi compresi tra i 18 e i 60 anni di età che erano in grado di giurare patti di alleanza nel 1227, e i corrispettivi 1.558 cittadini poggibonsesi sopra ai 18 anni in grado di giurare patti già sei anni prima, nel 1221, e che nel 1226 - un anno prima rispetto ai dati di San Gimignano - salgono a 1.695. Il dato dovrebbe essere sufficiente a comprendere la reale entità delle case-torri poggibonsesi, per niente dissimili da quelle del vicino comune valdelsano o dalle altre città contemporanee nel panorama dell’italia centro-settentrionale.

In tempi di guerra pressoché permanente, agli attacchi e alle distruzioni era necessario porre rimedio con rapide ricostruzioni; come San Gimignano, che nel 1255 fu costretta dai fiorentini, alla demolizione delle mura cittadine, [10] così anche Poggio Bonizio tra il 1254 e il 1257 subì una prima e più grave distruzione in seguito all’occupazione da parte delle milizie fiorentine che, presentatesi alle porte come alleate, una volta entrate nell’abitato iniziarono a smantellarne le difese per demolire in seguito anche molte abitazioni. I danni, interrotti grazie all’intercessione dei pisani e di re Manfredi, dovettero essere ben più rilevanti di un danno alla cortina muraria se il 23 febbraio 1260 i capitani della repubblica fiorentina elessero due ufficiali, Ugolino del Giunta e Jacopo Buere, per rimettere in piedi le abitazioni abbattute; ancora il 23 aprile dello stesso anno, Sinibaldo Tornaquinci, podestà di Poggio Bonizio, richiedeva al podestà di Firenze Jacopino Rangoni la dispensa per le milizie bonizzesi, impegnate a ricostruire le abitazioni delle popolazione rimasta senza tetto. [11]

Grave fu anche l’assedio del 1267, del quale il “Fioretto” riferisce che “il Siniscalco del re Carlo con la sua cavalleria si partì dalla battaglia di sul contado di Siena e venne al castello di Poggio Bonizio perché ritenevano che qui gli usciti ghibellini di Firenze, di Pisa e di altre terre vicine si davano ricetto […] I fiorentini vi cavalcarono a metà luglio e similmente ivi vennero gente di tutte le terre di Toscana, che erano a lega con i fiorentini e di parte guelfa, steccarono intorno e con torri e edifici di legname acciocché la gente, che vi era rinchiusa dentro non ne potesse uscire, né avere soccorso; dandovi aspre e diverse battaglie. Vi gettarono dentro molte grosse pietre con gli edifici di legname, briccole e trabocchi. Durante il detto assedio, il re Carlo fu fatto dal papa e dalla chiesa, Generale Vicario di Toscana mentre che l’imperio era vacante, come per le storie si dichiara. Venne di Puglia in Toscana il seguente mese di agosto con la sua baronia, entrò in Firenze, fu dai fiorentini ricevuto e onorato […] e di persona con tutta la sua cavalleria volle andare in guerra al nobile castello di Poggio Bonizio, perché sentiva che i pisani e i senesi e altri ghibellini facevano grande apparecchiamento di gente a cavallo ed a piedi per soccorrere Poggio Bonizio.[12]

Oltre alle abitazioni di pietra, che si concentravano lungo i principali assi stradali, le città medievali presentavano un’ampio numero di abitazioni costruite utilizzando tecniche edilizie più povere e temporanee.
La diffusione di case con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia contraddistingue l’edilizia locale da almeno il VI secolo a.C.; questo tipo di tecnica costruttiva era ovviamente utilizzato anche in molte strutture “povere” degli abitati tardo medievali. In alcuni casi la struttura in muratura di pietra si limitava al piano terreno, mentre la parte superiore veniva realizzata con strutture a graticci di legno riempiti con materiali deperibili, quali l’argilla o il fango pressato su una trama di incannicciato; gli elevati dovevano essere intonacati di bianco come in alcuni casi attestano i grumi di calce rinvenuti anche in stratigrafie di XIII-XIV secolo.
Normalmente diffuse nelle aree dei casalini, rinvenuti nelle aree di scavo comprese tra le mura ed il retro delle case-torri affacciate sella strada principale, la presenza di questo tipo di costruzioni è attestata anche nel nuovo insediamento di Poggibonsi, edificato nel piano dopo la distruzione della città. Ne resta memoria nelle vicende legate alla presenza dell’imperatore Arrigo VII, all’arrivo del quale i fiorentini, scacciati dalla popolazione, “em>arsero alcune case (di legno) nel luogo detto poi degli Abbruciatoi, facendo anche da quella parte una breccia nelle mura” [13]

A testimoniare i caratteri dell’edilizia privata in muratura, dopo le grandi spoliazioni che interessarono la collina tanto all’epoca della distruzione della città (1270), quanto nei due successivi periodi delle rifondazioni di Arrigo VII (1313) e di Lorenzo il Magnifico (dal 1482), per non parlare delle ulteriori spoliazioni che fino alle ricostruzioni seguite ai bombardamenti dell’ultima grande guerra hanno interessato per secoli la collina, restano i frammenti architettonici che, rinvenuti nello scavo, giacciono nuovamente abbandonati nei magazzini: conci pertinenti ad arcate ogivali, a tutto tondo o di tipo moresco con estradosso alla pisana, mensoloni per il sostegno dei ballatoi, frammenti di cornicioni finemente scolpiti e rocchi di colonne cilindriche. Purtroppo, per carenza di spazio, tali reperti non risultano esposti negli ambienti ridotti del locale museo, a grave discapito della percezione materiale della struttura fisica dell’antica città. Sarebbe auspicabile che, in seguito al restauro del grande capitello rinvenuto nella chiesa di Sant’Agostino, anche questi materiali lapidei trovassero una loro giusta collocazione negli spazi espositivi del cassero.

PISA

Per comprendere a pieno l’enità delle strutture abitative di Poggio Bonizio, di San Gimignano e, più in generale, della Toscana del XII-XIII secolo, è necessario osservare le strutture dell’edilizia civile pisana. E’ infatti a Pisa che, tra XII e XIII secolo si sviluppa e si assesta il tipo edilizio della casa-torre, ampiamente diffuso nell’età comunale. Caratterizzata da una successione in verticale dei vani e articolata normalmente su 4-5 piani, la tipologia della casa-torre raggiungeva i 14-18 m di altezza, a fronte di una esigua dimensione planimetrica caratterizzata da uno stretto fronte su strada (dell’ordine di 4/5 m) rispetto ad una profondità crescente nel tempo che, dalle dimensioni di un’unica cellula della profondità di 6-7 metri, si estenderà alla profondità di 15-20 metri, corrispondente allo spazio occupato da due o tre unità cellulari.

L’originalità dell’architettura pisana del medioevo, frutto dell’ambiente dinamico di una grande metropoli dell’epoca, è evidente nel tipo della casa a schiera pisana, sviluppata in altezza e basata su di un’associazione monocellulare verticale, chiamata per questo casa-torre. La soluzione costruttiva, a seconda delle varie tipologie di base poi sviluppatesi cronologicamente, si articola in quattro pilastri in pietra o due setti murari perpendicolari al fronte stradale, collegati ai vari piani da architravi in pietra e raccordati da un arco a tutto sesto o ogivale nella parte più alta, sul quale si scarica il peso della muratura piena della parete all’ultimo piano (o degli ultimi due piani). Le grandi aperture ai vari livelli, in origine tamponate con leggere pareti di legno o di incannicciato intonacato, presentavano porte e finestre che si aprivano sui ballatoi lignei dei vari piani, collegati tra loro, con il terreno e talvolta con gli edifici confinanti. Il piano terreno - talvolta anche il primo piano - era utilizzato per le attività commerciali, artigianali o come deposito di merci (da ciò il nome di case-fondaci); sui piani superiori si articolava invece l’abitazione. Gli sviluppi successivi di questa tipologia architettonica vedono adottare sempre più di frequente il laterizio negli archi ribassati - che vanno a sostituire gli architravi di pietra - e nei tamponamenti delle aperture sui vari livelli, il cui peso, tramite gli archi, si scarica sui pilastri o sui setti laterali a loro volta realizzati in mattoni. A partire dal ‘200, in conseguenza dell’aumento del costo della manodopera e a causa delle accresciute richieste, anche nelle zone ricche di pietra, il laterizio venne preferibilmente utilizzato in sostituzione dei materiali lapidei.
il tipo edilizio della casa-torre si trova diffuso, a partire da Pisa e sia pure con caratteri diversi e in maniera più sporadica, a Lucca, Volterra, Pistoia e nelle altre città interne della Toscana come Firenze, Siena, San Gimignano, Colle di Val d’Elsa, Poggiobonizio e Arezzo.
Il tipo edilizio caratterizza le famiglie abbienti della nuova borghesia mercantile comunale, come dimostrano la cura dell’esecuzione e dei particolari costruttivi, i materiali utilizzati, l’assenza di esempi “più ricchi” e la contemporanea presenza di tipi residenziali più popolari, testimoniata anche dalle fonti d’archivio. [14] A Pisa gli esempi rimasti sono in massima parte localizzati lungo i principali assi stradali, che conducono al fiume e sui lungarni. [15]

Case-torri pisane: tipologiaIl tipo della casa-torre, risultato dall’aggregazione verticale di cellule-base, risponde alle esigenze imposte dai limitati spazi edificabili all’interno delle popolose città murate dei secoli XII e XIII.

Un tipo A, più antico e risalente all’XI, prima metà del XII secolo, è caratterizzato da una struttura autoportante realizzata con muri pieni e rare aperture definite da archi a pieno centro o da architravi a timpano triangolare; l’accesso al piano terreno è garantito da un portale con arco a pieno centro [16] Le mensole in pietra ed i fori nella muratura testimoniano della presenza di numerosi ballatoi che, funzionali ad una facilità di spostamento e di difesa, rivestivano l’esterno della torre.

A questa tipologia, dalla seconda metà del XII alla prima metà del XIII secolo succedono i Tipi B e C, connotati da elaborazioni dello schema originario che comportano il passaggio dagli architravi in pietra e dalle tamponature esterne in legno, agli archi ribassati e alle tamponature in mattoni.

Nelle varianti B1 e C1, già dagli inizi del XIII secolo, alla lenta scomparsa dei ballatoi esterni in legno si accompagna l’adozione di grandi bifore o polifore aperte sul fronte esterno della facciata.

Le variazioni successive comportano, per le famiglie più abbienti, ampliamenti o accorpamenti di abitazioni con strutture “a pettine”, setti murari perpendicolari al fronte stradale, collegati in facciata da murature in laterizi con grandi aperture archivoltate.

Il tipo D, che si sviluppa in pieno XIII secolo ed ha il suo momento centrale tra XIII e XIV secolo (con successive elaborazioni quattrocentesche), viene realizzato quasi completamente in mattoni, lasciando semmai l’utilizzo della pietra solo nelle murature del piano terreno; caratterizzato dall’assenza di ballatoi e dalla cortina muraria autoportante in laterizio, mostra aperture con archivolti a tutto sesto, spesso polifore, legate a marcadavanzali e cornici che, nella variante D1, sottolineano i vari piani della facciata. E’ la tipologia che, assieme alla C1, trova maggiore fortuna essendo diffusa in numerose città (Lucca, Pistoia, Colle Val d’Elsa, Poggiobonizio e San Gimignano).

Il successivo tipo E, che si può considerare come una derivazione dai tipi B e D, è caratterizzato dalla presenza di loggiati impostati su colonne o pilastri che sostiuscono gli antichi ballatoi in legno. Nel XIV secolo mostra un fronte a scomparti sovrapposti e traforati da grandi polifore; tipicamente pisana, questa tipologia è visibile nelle strutture conservate in Borgo stretto o in via Oberdan.

Internamente queste abitazioni presentavano una struttura interna prevalentemente lignea, come la scala, che quando non era esterna generalmente correva lungo un fianco dell’abitazione con accesso diretto dalla strada nelle varianti B, B1, C, D, E. Con l’ampliamento della struttura in profondità, la scala veniva spesso a situarsi in posizione centrale e trasversale, per servire più agevolmente le due parti dei singoli piani con un’unica o doppia rampa, a seconda dell’edificio.

La ricostruzione del tipo della casa-torre pisana di tipo C, degli inizi del XIII secolo (ma con scala trasversale), rappresenta, assieme al tipo B, l’espressione più compiuta ed originale della casa-torre pisana, con struttura portante in pietra a pilastri e archi di scarico ogivali, l’aggregazione verticale delle cellule, la muratura piena dell’ultimo piano, la struttura lignea interna e dei ballatoi e, sullo stesso fronte strafale, la distinzione tra gli accessi del fondaco e quelli dell’abitazione articolata ai piani superiori e il mezzanino sopra il piano terreno collegato alle attività commerciali del fondaco. Il sottotetto era destinato alla servitù e alla conservazione e cottura dei cibi, evitando o comunque limitando il rischio di incendi legati alle attività svolte nella cucina. Il tetto, generalmente a due falde, scaricava l’acqua sulla strada o in apposite condutture che la convogliavano nelle cisterne. L’utilizzo del legno, che dall’ XI al XIII secolo era diffusissimo, raggiunge la massima evidenza nei ballatoi esterni, appoggiati tramite incastri sulle mensole in pietra e incastrati nella struttura portante dei pilastri.

Case-Torri pisane.Pisa. Casa-torre dell'UniversitàA Pisa sono tuttora visibili, associate a palazzi gentilizi, alcune torri civili sorte in periodo medievale che, distinguendosi da quelle legate alle fortificazioni militari, sono state in parte inglobate da più recenti strutture edilizie.
Ne sono un esempio:
- le quattro case-torri Mazzarosa (da sinistra, di tipo C, B, C, C), all’incrocio tra le vie Santa Maria e A. Volta;
- le quattro unità delle case-torri di via San Martino (da sinistra, di tipo D, B1, D, D);
- la casa-torre Pratali su via Vernagalli, a muratura piena, con archi ogivali gemelli (tipo C);
- la casa-torre Gallicani in via delle Belle Torri (tipo C);
- la casa-torre dell’Università, in via della Sapienza (tipo C).

Altri esempi di queste costruzioni sono:
- La torre De Cantone, all’angolo tra le vie Santa Maria e San Nicola (tipo C), che mostra pilastri raccordati alla sommità da doppio arco di scarico ogivale sul lato lungo (via San Nicola) e unico su quello breve (via Santa Maria); ogni arcone comprende al suo interno tre architravi monolitici (che segnavano i solai originari) poggianti su mensole modanate contrapposte. Le aperture tra i pilastri, oggi tamponate da laterizi, permettevano l’accesso su tre solai a uno sporto ligneo aggettante che ampliava lo spazio abitativo della torre. Al di sopra degli archi di scarico, una serie di buche allineate testimonia l’esistenza, in antico, di un ballatoio di legno che doveva correre su più lati dell’edificio e al quale si accedeva tramite piccoli portali ad arco ogivale, oggi tamponati. Nota nel 1241 come torre “De Cantone”, in quanto posta sul canto della chiesa di San Nicola, precedentemente l’edificio viene generalmente indicato come “Domus” dei Dodi ed è annotata al suo interno l’esistenza di una “apotheca” o bottega. Almeno a partire dal secolo scorso la torre è comunemente detta “della Verga d’Oro”; tale nome deriva da un’altra struttura, oggi scomparsa, posta sull’angolo sud-est della via Santa Maria.
- La torre Lanfreducci (tipo B), a pianta rettangolare, è costruita fino al quinto solaio in conci di verrucano, squadrati agli angoli, sommariamente sbozzati e misti ad altro materiale sulle pareti, mentre gli ultimi due livelli sono realizzati in laterizio. Il lato ovest presenta un arco di scarico ogivale su pilastri liberi per tre solai, in origine separati da architravi marcapiano monolitici poggianti su mensole sagomate; queste sono affiancate dalle buche che in passato servivano da alloggiamento delle travi di sostegno per gli sporti; al di sopra dell’arco di scarico vi sono, a solai alternati, finestre a coppia e singole con arco ogivale in pietra, tranne che al quinto solaio: qui l’arco è in mattoni, probabile frutto di un rifacimento sempre risalente all’età medioevale. Nella porzione in laterizio si apre una bifora a doppio arco a pieno centro, con colonnina centrale sormontata da un capitello, mentre al piano superiore vi è un’unica piccola monofora. I due solai della sommità della torre sono inoltre decorati da cornici. Le altre facciate sono a muratura continua. In particolare, il prospetto nord ha finestre solo nella parte alta che, nella porzione in pietra sono costituite da aperture di diversa luce con arco ogivale in pietra o laterizio; nella porzione a mattoni vi è invece una bifora uguale a quella della facciata ovest, affiancata da due monofore con arco ogivale. All’ultimo solaio una piccola monofora è affiancata da due oculi. Sempre in questo livello, su questa e sulle rimanenti due facciate della torre, continua la decorazione a cornice. Il prospetto settentrionale presenta inoltre nella sua muratura tracce di addossamento di un’altra struttura fino al secondo solaio. Il lato est è caratterizzato da due piccole aperture pressoché quadrate corrispondenti ai vari livelli dei solai che, nella parte in pietra, sono dotate di architrave pentagonale o semplicemente rettangolare, mentre in quella in laterizio, che qui occupa gli ultimi tre solai, si aprono monofore con arco a pieno centro o ribassato. La parte inferiore della facciata meridionale è inglobata nel palazzo “Alla Giornata”. La parte superiore della torre, in laterizio, è frutto di un innalzamento e parziale rifacimento risalente al secolo XIV.
- La torre Del Campano, costruita nell’area in cui dal 1173 al 1186 è documentata una “domus” appartenente alla casata del Griffi, presenta pianta rettangolare (prossima la quadrato) e muratorea litica; quest’ultima è differenziata per pezzatura e lavorazione: ampi conci rifilati e spianati in pietra verrucana fino al terzo solaio (che identifica la struttura originaria) e blocchi piccoli e irregolari nella porzione superiore. Tutta la torre presenta nella muratora numerose buche pontaie lasciate dai ponteggi lignei utilizzati per la costruzione. La struttura si conclude con la sopralevazione (XVIII sec.) della cella campanaria.

Come è stato evidenziato dalle varie ricerche storiche e dalle esaurienti riflessioni critiche, il tipo edilizio della casa-torre subisce, nell’arco di due secoli, un lento processo evolutivo che interessa tanto le caratteristiche della distribuzione spaziale - che nel tempo si fa sempre meno verticale - quanto le soluzioni costruttive e formali relative all’impiego dei materiali, alla forma, al tipo delle aperture e alle caratteristiche decorative.
Il processo di addensamento delle costruzioni del XIV secolo e le successive trasformazioni sociali e culturali della città di Pisa, che dopo la conquista fiorentina del primo Quattrocento vedrà una lenta ma progressiva ripresa solo nel XVI secolo, porteranno ad una generale trasformazione delle case-torri che verranno a trovarsi inserite in maggiori complessi edilizi abitativi: i palazzi tardo-rinascimentali ormai caratterizzati da una distribuzione orizzontale degli spazi.
Con l’affermarsi della nuova concezione formale dell’edilizia abitativa civile, le emergenze turriformi, considerate inutili memorie di un primitivo passato da cancellare, vennero generalmente eliminate. Il processo spesso si attua tramite la trasformazione di più case-torri contigue in strutture unitarie, organizzate secondo la nuova logica distributiva degli spazi, che oltre all’eliminazione di tutto l’apparato ligneo esterno dei ballatoi, determina anche il frequente spostamento dei solai - e conseguentemente delle finestre - che vanno definitivamente ad assumere la forma quadrangolare.
Il tipo costruttivo della casa-torre, nonostante alcune variazioni distributive fondamentali, come l’introduzione della scala condominiale che disimpegna i vari piani corrispondenti alle abitazioni indipendenti, si è conservato laddove si è mantenuta la dimensione modesta del lotto. Tuttavia, sia le modifiche apportate con l’apertura di nuove finestre nella facciata, sia l’utilizzo dell’intonacatura generalizzata secondo i nuovi modelli formali di origine fiorentina, confondono la percezione delle caratteristiche formali e costruttive delle case-torri e il tessuto urbanistico medievale risulta compromesso ed alterato da un’ apparente impronta postrinascimentale.

SAN GIMIGNANO

A San Gimigano, come nelle altre città toscane che vissero il felice momento di espansione economica del XIII secolo, la spinta urbanistica fu incoraggiata dal comune che, oltre ad accordare l’esenzione di ogni gravame fiscale per 5 anni ai forestieri che avessero giurato la castellanza sangimignanese, deliberò che si dovesse mettere a loro disposizione un’area di braccia 24 di fronte e 12 di profondità, sulla quale poter costruire una casa. [17]
Nell’intesa di favorire l’espansione edilizia, il comune frenò la speculazione sulle aree edificabili attraverso una legge per la quale, il terrazzano che avesse voluto edificare una nuova casa, aveva diritto all’acquisto del terreno prescelto al prezzo di lire 10 lo staioro, a meno che il proprietario non provvedesse, nello spazio di dieci mesi dalla notifica, ad “accasare” lui stesso quell’area.

A San Gimignano, i piani terreni dei palazzi, delle case della piccola borghesia e delle torri, furono adibiti a fondachi, a banchi di presto o a botteghe artigiane. Le case, quasi sempre in laterizio, presentano il piano terreno in filaretti di pietra. Ancora nel 1315 gran parte delle case di San Gimignano, specialmente le più signorili, poste nelle contrade centrali, avevano sul retro orti e vigne. Così, ad esempio, negli estratti contabili del comune troviamo, nella contrada di piazza, la casa di “Sassuccius Aiuti cuius una petia terre posita loco dicto subtus Turrim et alia petia terre posita loco dicto a la Selva et alia petia terre vineata posita a la Costa Campi Rossi, tax. in modiis octo“; nella contrada di Castello, la casa di “Albicçus Petri cuius una petia terre vineata posita in loco dicto Riocçolo, tax. in uno modio.[18] Ancora oggi il motivo paesistico dominante è costituito da quei piccoli pezzi di terra vignati che, ai margini del cardine massimo, degradano dolcemente fino al limite della cerchia murale. [19]

Le torri sono quasi tutte in pietra, ad eccezione delle superstiti torre Meliandri (poi Aldobrandini), sul lato sinistro del vecchio palazzo del Podestà, [20] in piazza del Duomo e della grande casa-torre dei Pesciolini (tipo D), in via San Matteo, del sec. XIII, entrambe innalzate con laterizi su piano terreno in pietra.
La maggioranza delle abitazioni presentava solo due finestre sul fronte e due piani sopra il piano terreno. Nel momento del massimo sviluppo urbano, le torri erano, secondo la tradizione, più di settanta, la maggioranza delle quali erette fra XII e XIII secolo entro i limiti del nucleo più antico, racchiuso tra il poggio di Montestaffoli e quello della Torre, sede del Castello del vescovo di Volterra; nel 1580 ne rimanevano venticinque, oggi ridotte al numero di quattordici.
Da Porta San Giovanni sulla sinistra, la torre Cugnanesi (tipo A); in piazza della Cisterna, la torre Lupi (detta del Diavolo), poi Cortesi; la torre Cetti e la torre mozza del Palazzo che fu del Capitano del Popolo; la torre dei Becci e le due torri degli Ardinghelli. In piaza del Duomo la torre Grossa del podestà (1300), la Rognosa, le torri gemelle Salvucci, quella degli Useppi poi Chigi, e la grande casa-torre dei Pesciolini, che si incontra scendendo oltre l’arco di Cancelleria verso Porta San Matteo. [21]

Case torri di S. Gimignano

La torre, o casa-torre, elemento dominante della struttura urbana di San Gmignano, che si accompagna sempre ad un’abitazione di rilievo, è espressione della potenza finanziaria e della conseguente posizione sociale del nucleo familiare che la possiede. In realtà, questa posizione preminente, all’epoca era ottenuta grazie alle attività feneratizie ed all’usura ampiamente praticata dalla borghesia mercantile d’epoca comunale; mercanti e prestatori erano i Gregorio, gli Oti, i Mangeri, i della Torre, i Paltoncini, i Gimignalli, i Braccieri, i Becci, i Pellari, i Meliandi, i Capi, i Coni i Baroncetti, i Gradaloni, i Salvucci, gli Ardinghelli e tutti gli uomini di primo piano nella vita politica ed amministrativa del XIII secolo, non certo della sola S. Gimignano. [22]
Nella prima metà del ‘200 le torri più frequentemente nominate sono: quelle binate dei figli di Gregorio, dove abitò anche il podestà, [23] la Rognosa, [24] le torri dei Pellari, [25] degli Ardinghelli, dei Mangeri, dei Salvucci, [26] che nel 1248 possedevano la torre più poderosa, tanto che il podestà ordino a Salvo di non alzarla oltre la Rognosa. [27] Nel 1254 una casa dei Gregorio venne demolita. [28] Sulla fine del Duegento, nei momenti più critici delle lotte politiche, il comune assumeva la sorveglianza delle torri più poderose, che erano le seguenti: in contrada S. Matteo la torre di messer Salvuccio di Ricovero; in contrada di Piazza la torre detta la Rognosa, che all’epoca apparteneva agli Oti, le torri Ardinghelli, dei Pellari, dei Becci, la torre dei Salvucci, quella dei Gottolini; in contrada di S. Giovanni la torre Cugnanesi. [29]
Come di norma, il piano terreno delle abitazioni, torri comprese, era occupato da spazi dedicati al commercio e alle attività manufatturiere. Un atto del 1228, venne rogato “in apotheca turris Gemignallorum de Platea“; [30] nel 1230 un pagamento venne fatto “super banco apotece turris” dei Becci; [31] ai piedi della torre Rognosa si aprì una bottega. [32] Fondaci erano anche nei palazzi Cattani, [33] Pellari, Moronti e Ardinghelli [34]
In epoca di piena fioritura, nelle contrade di S. Matteo e di S. Giovanni, si utilizzavano “i fondachi quasi intieramente al commercio dei forestieri“. [35]

Una legge del 1282 stabiliva che “nisi causa melliorandi et reficiendi de novo seu in melius“, ovvero che non si doveva demolire una casa o parte di essa se non per farla più bella. [36]
Dopo la metà del XIV secolo le contrade si ridussero da quattro a tre, includendo il Castello nella contrada di Piazza; infine anche la contrada di Piazza venne soppressa, restando la terra divisa nelle due contrade di S. Giovanni e S. Matteo.
Nel 1379, “notandosi che molte abitazioni erano in parecchi luoghi e contrade della terra guaste o disfatte” si pose una forte gabella su chiunque ardisse demolire case. [37]
Per evitare lo spopolamento del contado, tra il 1405 e il 1418 il Comune votò alcune leggi con le quali accordava l’esenzione dal pagamento delle tasse per cinque anni a quei contadini che, avendo abbandonato il territorio comunale per evitare il pagamento di debiti e imposte, volessero farvi ritorno. [38]
Nel 1428 le portate catastali denunciano il grande numero di botteghe e abitazioni spigionate e disabitate: delle case spigionate di Antonio e Ghirigoro di Cristoforo, di ser Bartolomeo nella contrada di S. Matteo, si afferma che “non se ne ricava niente, è cattiva e guasta“, così anche per le proprietà di Francesco Brogi e dei Capi; in S. Giovanni due torri dei Bracceri “non s’abitano da più di xx anni“; di una casa in Quercecchio si dice che “non vi sta persona, sta per cadere“; in Piazza una casa dei Gentiluzzi non si abita “perché è cadente la maggior parte“, e in S. Giovanni, la bottega sotto al monastero di S. Caterina è sfitta, così una di Dietiguardi; anche la spezieria di messer Michele di Gimignano è serrata, come quella degli eredi di Antonio di Niccolaio, mentre anche i Salvucci hanno due botteghe spigionate in contrada di Piazza. [39]
Nel gennaio del 1602, essendo stato riferito nel consiglio che alcuni intendevano demolire le torri guaste, fu ordinato di ripararle e conservarle “per la grandezza della terra[40] Attorno al 1670, essendo rovinate alcune case, i proprietari furono citati per togliere almeno l’ingombro delle rovine, e quelli nemmeno risposero. Rovinata un’altra casa nella via di Berignano, “ignorandosene il padrone“, fu restaurata dall’Opera della Madonna, cui venne assegnata in proprietà. [41] Nella seconda metà del ‘600 il 39,1% delle proprietà rurali è ormai in mano agli ospedali e alle comunità religiose (rispetto al 12% degli anni 1315-36), che in questo secolo costituiscono, in media, il 10% della comunità locale. [42]

FIRENZE

Nella Firenze del tardo medioevo le famiglie del ceto medio abitavano case costruite su lotti stretti e sviluppati in profondità in cui erano strettamente integrate la funzione residenziale e l’attività lavorativa commerciale (bottega) o artigianale (laboratorio). L’unità edilizia risulta di tre-cinque piani, con una larghezza di prospetto corrispondente all’ingresso dell’abitazione più l’apertura della bottega, per una dimensione minima fissata dagli Statuti in nove braccia (un braccio fiorentino corrisponde a 58 cm), corrispondenti a circa 5,22 metri. Queste case dalla tipologia così ben individuata vennero molto spesso rifatte all’esterno nei secoli successivi ma l’impianto strutturale e la pianta rimasero quelli antichi. Esse caratterizzano ancora oggi molte strade della fascia fra le due ultime cerchia di mura.

Le case comuni del popolo minuto, che fino alla metà del Duecento erano spesso di legno, furono le vittime più facili degli incendi e delle demolizioni. Così prevalse l’uso del laterizio per tutta la fabbrica, o per i piani superiori su pianterreno rivestito di pietra. La muratura di mattoni si lasciava a vista o si copriva d’intonaco; più tardi, nel XV secolo, ragioni economiche ed estetiche portarono a preferire sempre l’intonacatura riservando l’uso della pietra ai particolari strutturali.

Le numerose torri di Firenze, che si presentano oggi generalmente scapitozzate, vennero realizzate in pietraforte nel periodo a cavallo tra il XII e il XIII secolo; questi edifici, innalzati nell’area della cinta muraria del 1173, si presentano in una tale quantità che, nonostante in un primo momento possa apparire impressionante, acquista la sua giusta dimensione se confrontata al numero delle torri di San Gimignano, che nella stessa epoca erano più di settanta.

L’elenco di queste costruzioni riporta:
- La torre degli Acciaiuoli, in Borgo Santi Apostoli, costruita dai Buondelmonti attorno al 1280, appartenne a Niccolò Acciaiuoli, Gran Siniscalco del Regno di Napoli, che la incluse nel suo palazzo nel 1341;
- Le torri degli Adimari, in via Calzaioli, composte da due edifici superstiti di un gruppo che comprendeva una casa-torre posta in angolo alla via, dalla Torre del Guardamorto e da un’altra torre all’angolo tra il Vicolo degli Adimari e la Loggia degli Adimari, detta della Neghittosa;
- Torre degli Alberti, in Via de’ Benci all’angolo con Via Borgo Santa Croce, a pianta trapezoidale con loggetta antistante a due colonne con capitelli che presentano catene araldiche. Un primo intervento di rinnovo è ricordato nel 1356;
- Torre degli Albizi, con due portali e coppie di finestre ribassate su tre piani, risale al tardo Trecento ed era parte di un più ampio complesso di edifici in Borgo Albizi appartenenti alla stessa famiglia;
- Torre degli Amidei, in Via Por Santa Maria [43] detta anche Bigonciola o Bigoncia o Torre dei Leoni per le due protomi leonine inserite in facciata (tipo C con coppia di archi ogivali estradossati e ribassati);
- Torre degli Angiolieri, in Borgo San Jacopo, inclusa nelle mura dal 1172, risale almeno alla seconda metà del XII secolo e mostra un grande portale con un arco a tutto sesto. Al primo piano si apre una finestra più tarda, di forma rettangolare e divisa in due parti da una colonnina centrale. La finestra al secondo piano è ricavata dentro un archetto a tutto sesto;
- Torre dei Bagnesi, in Via dei Neri;
- Torre dei Baldovinetti, in Borgo Santi Apostoli all’angolo con Via Por Santa Maria, già dei conti Guidi (del XII secolo, tipo A);
- Torri dei Barbadori: la più nota si erge davanti alla Torre dei Belfredelli e risale al XII secolo, presenta un portale sormontato da una arco ribassato sopra al quale si apre l’antico accesso della torre, ovvero un piccolo portale ribassato sormontato da un grande arco a sesto acuto al quale si poteva accedere solo mediante una scala; i piani superiori, caratterizzati dal tipico filaretto di pietra a vista, mostrano alcune finestre non allineate, di forma e dimensione diversa e mensole per ballatoi. La seconda Torre dei Barbadori, che risale al XII secolo, è composta da due parti affiancate e sul piano terreno a bozze di pietra mostra alcuni portali, il principale dei quali è sormontato da ben tre archi sovrapposti, con finestre architravate sormontate da lunette. File regolari di finestre ad arco ribassato si aprono sui quattro piani superiori. Nella parte destra invece si dispongono alcune finestre asimmetriche e, all’ultimo piano, una loggetta aperta, elemento tipicamente tardorinascimentale;
- Torre dei Belfredelli, in Borgo San Jacopo, con finestre non allineate sui piani e mensole per ballatoi;
- Torre dei Buondelmonti, in Via delle Terme, già parte di un più ampio complesso di edifici della stessa famiglia; edificata nel XIII secolo, nel Quattrocento venne incorporata nel palazzo di famiglia; [44]
- Torre della Castagna, già edificata nel 1038 venne donata in quella data dall’Imperatore Corrado II ai monaci dell’attigua Badia Fiorentina. Fu il luogo di riunione dei Priori di Firenze fino alla realizzazione del Palazzo del Bargello. Il nome deriverebbe dalle castagne (ballotte) utilizzate durante le votazioni, da cui il termine ballottaggio;
- Torre dei Cerchi, tra il Corso, Via de’ Cerchi e Via dei Cimatori, già dei Conti Guidi, fu costruita tra il XII e il XIII secolo; acquistata dai Cerchi alla fine del Duecento, fu ampliata in altezza e larghezza con l’acquisto di edifici attigui durante il XIV secolo;
- Torre dei Ciacchi, costruita per la famiglia Ponci in Piazza Santa Cecilia, angolo Via Vacchereccia;
- Torre dei Compiobbesi, tra via Calimala, via Orsanmichele e via dell’Arte della Lana, del XIII-XIV secolo in forma di palazzo merlato, a due piani elevati su beccatelli con due ordini di tre finestre ad arco ribassato;
- Torre dei Consorti, o del Leono, sul Lungarno Acciaiuoli, apparteneva ad una consorteria di famiglie - tra cui gli Adimari, i Mannelli, i Belfredelli, i Vinciguerra ecc.:
- Torre dei Della Bella, in Via dei Tavolini, con grande arco ribassato e mensoloni per ballatoi su due piani;
- Torre dei Donati, in Via del Corso, con mensoloni per ballatoi, era parte di un complesso di torri della stessa famiglia che, a causa dei litigi con i prossimi Cerchi, diede origine alle sanguinose lotte tra guelfi bianchi e neri;
- Torri di Corso Donati, si trovano nello stesso isolato vicino a Piazza San Pier Maggiore, una su Borgo Albizi e una su Via Palmieri: la prima, incorporata nel Palazzo degli Alessandri, anticamente veniva chiamata anche Torre di Gemma, perché si pensava erroneamente che fosse appartenuta a Gemma Donati, moglie di Dante Alighieri. La seconda torre su Via Palmieri è collegata all’altra attraverso un palazzo, già dei Corbizzi, che si sviluppa sulla Piazza San Pier Maggiore e si presenta con beccatelli a sostengono dei piani superiori;
- Torre dei Filipetri, all’angolo tra Via dei Leoni e Via de’ Neri, sul retro di Palazzo Vecchio, al pian terreno mostra quattro portali con arco ribassato a ghiera archiacuta e, sul lato minore un portale come i precedenti affiancato da una piccola porta con architrave sormontato da un arco ogivale. il mezzanino presenta quattro finestre rettangolari sul lato maggiore e una sul minore. In corrispondenza del numero dei portali al piano terreno, grandi finestre ad arco ribassato si aprivano al primo piano, riducendosi di dimensione in quelle una volta presenti al secondo piano;
- Torre dei Foresi, all’angolo tra Via Porta Rossa e Piazza dei Davanzati, con quattro file di mensole per ballatoi che marcano i piani con tre finestre per lato ed un portale alto e stretto con architrave monolitico sormontato da un arco a tutto sesto;
- Torri dei Galigai, tra Via dei Tavolini, Via de’ Cerchi e Via del Corso, costruite tra il XII e il XIII secolo, presentano maestosi portali, con archi ogivali, rivestimento bugnato e mensole per ballatoi;
- Torre dei Gianfigliazzi, in Via Tornabuoni, costruita in forma di palazzo per la famiglia guelfa dei Ruggerini, mostra cinque file di finestre su altrettanti piani, con mensole allineate e beccatelli a sostegno della merlatura di tipo “guelfo”;
- Torre dei Giudi, in Via delle Terme, rivestita a bugnato con tre arcate sull’altezza di due piani: la prima archiacuta con architrave mediano, la seconda costituita da un arco rampate ribassato, la terza con arco ribassato. Mensoloni per ballatoi nei due piani superiori;
- Torri dei Giuochi, a fianco della casa di Dante (di tipo C e B1);
- Torre dei Lanfredini, in Via Santo Spirito, con il portale sormontato da un arco leggermente a sestoa acuto. Oltre la finestrella quadrata del primo piano si apre un altro arco che inquadra due finestre rettangolari. Sulla facciata, coperta da bozze regolari di pietra a vista, compaiono alcune buche pontaie senza mensole;
- Torre dei Mannelli, a fianco del Ponte Vecchio sul lato d’Oltrarno;
- Torre dei Marignolli, in Via dei Cerretani angolo Via Borgo San Lorenzo, rivestita con conci in pietra squadrati al piano terreno, nel quale si aprono due grandiosi portali sormontati da architravi monolitici e da ampie ghiere ad arco ogivale rialzato. Ai lati degli architravi si trovano le mensole per i ballatoi;
- Torre dei Marsili, in Borgo San Jacopo, risale al XII secolo;
- Torre dei Monaldi, detta anche La Rognosa, si trova in Via Porta Rossa e poggia su mensoloni in pietra, tipici della case “a sporto” con piani sporgenti sulla strada;
- Torre della Pagliazza, nella piccola Piazza Sant’Elisabetta, venne costruita dai bizantini tra il VI e il VII secolo su fondazioni di epoca romana;
- Torre dei Pazzi di Valdarno, in Borgo Albizi, presenta il fronte su Piazza San Pier Maggiore a lato dell’arco di San Pierino, e dei resti dell’antica chiesa di San Pier Maggiore. Della torre, che appartenne agli Alberti, resta un’arcone ribassato sovrastato dalla finestrella quadrangolare del mezzanino; le aperture ai due piani superiori sono posteriori;
- Torri dei Peruzzi, nell’omonima piazza, fanno parte di un gruppo di edifici impostati dalla potente famiglia di banchieri sui resti dell’anfiteatro romano;
- Torre dei Pierozzi, in Via dello Studio, presenta varie finestre di diversa dimensione allineate irregolarmente. Al piano superiore si affiancano regolarmente finestre ad arco ribassato: cinque sul lato più lungo e tre su quello corto. Al secondo piano si apre una porta che anticamente doveva funzionare da accesso tramite rampa di scale;
- Torre dei Ramaglianti, in Via dei Ramaglianti;
- Torre dei Rigaletti, in Via Lambertesca, angolo Chiasso Cozza, del XIII secolo con mensole per ballatoi;
- Torre dei Rossi-Cerchi, in Via Guicciardini, angolo Borgo San Jacopo, prospiciente al Ponte Vecchio, venne edificata nel Duecento dalla famiglia guelfa dei Rossi;
- Torre dei Sacchetti, in Via Condotta, risale al XIII secolo e mostra due ampi portali gemelli affiancati con archi ribassati;
- Torre dei Salterelli, nell’omonima piazza vicino a Via dei Georgofili, sul retro degli Uffizi, mostra portali e finestre ad arco ribassato;
- Torre degli Strozzi, in Via Monalda, con un grande portale ogivale successivamente allargato e ribassato;
- Torre degli Obriachi, all’inizio di Via de’ Bardi, nei pressi del Ponte Vecchio, appartenne all’omonima famiglia ghibellina di banchieri e usurai (Dante, Inferno, XVII, 61-63) mensionata nel 1173, che emigrata nel Veneto dopo la Battaglia di Benevento, vi esportò le tecniche della lavorazione dell’avorio e del legno (Bottega degli Embriachi) e si estinse a Venezia nel 1436; - Torre dei Visdomini, in Via delle Oche, nella struttura serrata e compatta, oltre la piccola finestra quadrangolare originale, si aprono due finestre ad arco ribassato frutto di un restauro in stile del secolo passato.

SIENA

Anche a Siena le torri erano un elemento caratteristico del paesaggio urbano; citate spesso nelle fonti, sono ampiamente testimoniate dalle opere d’arte. Tuttavia, delle numerosissime torri che dominavano il panorama dell’antica città, sormontando molti dei suoi palazzi, ben poche sono quelle sopravvissute e tutte comunque notevolmente sbassate. Resta a dominare la città, oltre alla notissima torre del Mangia, la sola torre Ballati, realizzata in filaretto di travertino, che emerge alle spalle di piazza Indipendenza.

La costruzione delle torri era consentita, tanto in città quanto nei borghi, a qualsiasi cittadino. Era lo stesso podestà ad assicurare a chiunque il libero esercizio di tale diritto, senza limiti di altezza o grossezza [45] Nel caso la torre fosse stata di proprietà consortile, ogni consorte aveva il diritto di murarvi, purché non ledesse i diritti di altro consorte. [46] Dalle successive disposizioni, [47] relative alla proprietà della torre da parte di un consorzio, è facile intendere che il caso della proprietà comune doveva essere abbastanza frequente, e alle torri venivano applicate le stesse norme in vigore per qualsiasi altro edificio cittadino. [48]

Una “quartam partem unius turris prope eccl. s. Petri de Camullia” viene citata nell’inventario dei beni di un certo Gentile Aroech, redatto nel 1192 dal suo curatore [49] come parzialmente appartenente al suddetto. La torre dei Malevolti viene menzionata al momento in cui si decise di ampliare la strada che passava sotto le abitazioni di quella famiglia in direzione del convento degli Umiliati. [50]
La torre di messer Mino di Malliata, sita nella “strada del pozzo da Sancto Martino“, viene citata al momento in cui si impone che vengano tolti i ballatoi della sua casa. [51]
Un’altra torre viene citata al momento in cui il comune decide di ampliare la via che “è sopra la postierla” e che va “dal canto del palazzo Forteguerra infino al canto della torre di Arrigo Iacomi“. [52] Una strada che conduce al palazzo di “Bartolomeo di Guerra” è individuata da una torre “la quale fue di Bonone[53] poco distante dal “muro antico” della città. [54]
Occorreva poi che dal lancio di oggetti dalle torri si scatenassero risse tra famiglie o fazioni nemiche. Al riguardo fu stabilito [55] che nel caso qualcuno gettasse qualcosa da torre nella città o nei borghi o tra gli antemurali per iniziare a fare battaglia, nel caso la torre fosse di proprietà privata e che il suo signore fosse responsabile di aver ordinato o eseguito il lancio, venisse condannato ad un’ammenda di 400 libbre di denari, mentre la torre doveva essere abbattuta dalle fondamenta. Colui che invece avesse solo eseguito il lancio era punito con un’ammenda di 200 libre e, nel caso di mancato pagamento, con il taglio della mano. Anche nel caso frequente in cui la torre avesse diversi proprietari venivano applicate le stesse disposizioni; qualora ad ordinare o eseguire il lancio fossero stati solo alcuni dei signori, venivano condannati solo i responsabili e la torre doveva essere distrutta in misura della quota corrispettiva alla proprietà dei soggetti responsabili.
Le stesse sanzioni erano applicate a coloro che avessero ordinato o eseguito il lancio da una casa-torre o da un “casamento” o palazzo nella città, nei borghi o tra gli antemurali. Se il lancio era effettuato da una semplice casa le pene erano di minore entità, ma anche in quel caso l’edificio veniva completamente o parzialmente distrutto, in base alle quote corrispondenti alla proprietà del responsabile. Qualora poi non fosse stato possibile risalire all’identità del responsabile di un lancio da una torre, casa-torre, casa, casamento o palazzo, le sanzioni venivano applicate al proprietario dell’edificio.
Quando il podestà faceva custodire o deteneva a nome del comune il possesso di una torre privata, non era raro il caso che il legittimo proprietario tentasse di rientrare in possesso della struttura con l’ausilio della violenza; in questa evenienza era prevista una multa di 200 libbre sia che il signore avesse preso parte all’assalto, sia che lo avesse ordinato o ne fosse comunque responsabile. In caso di mancato pagamento dell’ammenda, la torre veniva distrutta per un’altezza di venti braccia. [56]

Alla fine del XII secolo sorgevano le residenze delle grandi famiglie, con i loro apparati difensivi di tipi militare: i palazzi dei Montanini, dei Malavolti, allo scadere del secolo il castellare dei Salimbeni, nel 1208 il palazzo dei Tolomei.
I signori dei castelli del contado che, aspirando ad esercitare un ruolo nell’amministrazione politica del comune, trasferivano in città la propria residenza, costruirono dei veri e propri fortilizi nei quali la funzione abitativa si affiancava ad una evidente affermazione di potenza. E’ il caso di cinque dei sette figli del Berardengo Ugo di Ruggeri, i quali nel 1212 edificarono a Siena un complesso edilizio fortificato e fornito di torre che ancora è designato con il nome di “Castellare degli Ugurgieri”. La scelta del luogo in cui questo complesso fu costruito, vicino al monastero di S. Vigilio, dipendente dalla badia della Berardenga, chiarisce l’intento di mantenere in città quel rapporto con il monastero di famiglia caratteristico delle principali famiglie feudali, e che per i Berardenghi era appunto il monastero di S. Salvatore in Fontebona, detto della Berardenga. Il successivo utilizzo della torre come carcere si collega sia con l’assunzione di pubblici uffici in città da parte degli Ugurgieri, sia con il reddito che l’affitto del carcere garantiva ai membri della famiglia. Le torri, costituendo anche il simbolo materiale dell’affermazione del potere delle case nobiliari, furono anche soggette a distruzioni specialmente nei tumulti popolari del 1212. [57]

In totale, tra mozze e superstiti, sono 88 le torri rintracciabili o documentate nell’antico impianto urbano di Siena:

- Torre detta La Rocchetta
- Casa-torre posta in via Stalloreggi 91-93
- Torre dei Bisdomini
- Torre dei Bisdomini detta della Vittoria
- Casa-torre posta in via Stalloreggi 14-16
- Torre detta di Voltaia
- Torre degli Incontri
- Torre dei Forteguerri
- Torre dei Franzesi
- Torre dei Lambertini (superiore)
- Torre degli Incontrati detta di Pietramala
- Torre dei Manetti
- Torre degli Scotti
- Torre Antolini
- Torre dei Marescotti
- Torre dei Marescotti (oggi Chigi-Saracini)
- Torre dei Golli o dei Gollucci
- Torre dei Crescenzi
- Torre Baldinotti - Smiraldi
- Torre detta delle Sette Seghinelle
- Torre dei Piccolomini (casa torre)
- Casa Torre in via del Porrione 61-63 detta dei Leoni
- Torre posta in Via Pantaneto 35-37
- Torre Piccolomini-Montone
- Torre de’Rognoni
- Torre posta in via San Martino 47
- Torre dei Cauli
- Torre de’ Siri Galli
- Torre degli Assassini
- Torre dei Maconi (alle Logge del Papa)
- Torre dei Guastelloni
- Torre del Mangia
- Torre degli Angiolieri
- Torre dei Rinaldini
- Torre degli Ugurgeri (presso San Pietro Buio)
- Torre dei Buonsignori (fondazioni)
- Torre dei Salvani
- Torre di San Vigilio
- Torre degli Ugurgeri (nel Castellare)
- Torre di Serravalle
- Torre in via Calzoleria 6 angolo via del Viscione
- Torre interna a via Banchi di Sotto 35
- Torre posta nel vicolo dei Pollaioli
- Torre dei Sansedoni
- Torre Vincenti (forse Rocca Bruna)
- Torre Piccolomini
- Torre degli Accarigi
- Torre Trombetti
- Torre dei Codenacci - Caponsacchi
- Torre Mignanelli
- Torre dell’Orsa o dei Gallerani
- Torre Mignanelli (detta la Squilletta)
- Torre dei Rinuccini (forse deiTolomei)
- Torre in via Calzoleria 38
- Torre dei Buonsignori
- Torre Tolomei
- Torre Bandinelli
- Casa-torre in via Banchi di Sopra 50-52
- Torre dei Rossi
- Casa-torre in via Banchi di Sopra 73-75
- Torre del Pulcino
- Torre dei Selvolesi
- Torre dei signori di Tornano
- Torre Bulgarini
- Torre Montanini (contraddistinta dall’iscrizione “vero et vale“, a lungo ritenuta romana)
- Torre dei Salimbeni
- Torre Montanini - Galli - Tegolei
- Torre dei Salimbeni (interna alla Rocca)
- Torre Montanini (San Donato)
- Torre dei Ponzi
- Torre dei Malavolti (vicino all’antico arco)
- Torre dei Malvolti
- Torre degli Aldobrandeschi
- Torre Bulgarini
- Torre dei Barattucci
- Torre dei Gazzani
- Torre di Campansi
- Torre Bandinelli - Paparoni
- Torre dei Conti d’Elci
- Torre del Gricci
- Torre Guerra (Bartolomei Guerre)
- Torre degli Orlandini
- Torre dei Bartalucci
- Torre dei Benvoglienti
- Torre di Bartolomeo Villani
- Torre dei Sevaioli

Links utili:

http://www.limen.org/BBCC/tutela/Conservazione%20delle%20citt%E0/Toscana/Firenze/torri/torri%20firenze.htm

http://www.limen.org/BBCC/tutela/Conservazione%20delle%20citt%E0/Toscana/Firenze/palazzi300/Altoviti/palazzoaltoviti.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Palazzi_di_Firenze

http://www.comune.pisa.it/doc/etn/ent_it/pisa1.htm

http://cartografia.comune.siena.it/

Note all’articolo:
  1. G. VILLANI, Cronica, VI, 7 - Come di prima fu edificato il nobile e forte castello di Poggibonizzi e quello di Colle di Valdelsa.
  2. M. Valenti -a cura di- Poggio Imperiale a Poggibonsi: dal villaggio di capanne al castello in pietra. I, Diagnostica archeologica e campagne di scavo 1991-1994. Firenze, 1996, cap. IX, paragrafo 2 e p. 313.
  3. Cfr. op. cit. p. 247. Muro con direzione sud ovest-nord est costituito da ciottoli di fiume non squadrati legati con malta color rosso-chiaro; spessore medio di 90-100 cm. La struttura, che non appare collegabile a nessuno degli edifici medievali, è tagliata dall’escavazione della capanna 5 ad ovest ed è coperta dall’abbandono degli strati altomedievali nella parte sud, per cui è indubbio che la struttura è pertinente ad un muro precedente al villaggio altomedievale, forse realizzato in epoca tardo-romana. Vedi M. Valenti -a cura di-, Poggio Imperiale a Poggibonsi, dal villaggio di capanne al castello in pietra. I, Diagnostica archeologica e campagne di scavo 1991-1994. Firenze, 1996, pp. 238-250.
  4. All’epoca della pubblicazione del testo di M. Valenti.
  5. CAV, p. 350, nota 217.
  6. REDI F., Il palazzo Lanfranchi e l’edilizia medievale nel quartiere di Chinzica, in AA. VV., Un palazzo, una città, Palazzo Lanfranchi in Pisa, Pisa 1980; REDI F., Pisa medievale: una lettura alternativa delle strutture esistenti, Estr. ‘Actes du colloque organisé par l’Ecole Française de Rome avec le concours de l’Université de Rome’ -Rome 1-4 decembre 1986-, Roma, 1989, pp. 591-607; REDI F., Pisa com’era. archeologia, urbanistica e strutture materiali (secoli V-XIV), Napoli, 1991.
  7. CAV, p. 351.
  8. Cfr. Fanelli-Trevisonno, Città antica in Toscana, Firenze, 1982-83, p. 125.
  9. Vedi ad es. il Testamento di Forzore di Siribuano del 4 dic. 1251, in U. MORANDI, San Lucchese nel testamento di un mercante, Siena, 1980.
  10. ‘destructi fuerunt muri castri comunis S. Gem.’ - DAVIDSOHN R., Ibidem, II, nn. 719 b, 719 d, 722, 724, 784 f; IV, pp. 119 e sgg.
  11. VILLANI, Cronica, VI, 63; STEFANI, II, 112, PRATELLI, Storia, pp. 162-165.
  12. RINALDI, Il nobile castello di Poggio Bonizio, 1980, pp. 30-31.
  13. Attuale piazza Imre Nagj, cfr. PRATELLI, op. cit. p. 244.
  14. cfr. REDI F., 1980.
  15. Cfr. Fanelli-Trevisonno, Città antica in Toscana, Firenze, 1982-83, p. 125.
  16. REDI F., 1980.
  17. FIUMI E., Storia economica e sociale di S. Gimignano, 1961, p. 152- ‘De spatiis dandis a comuni’, Statuti del 1255 in PECORI L., Storia della Terra di San Gimignano, Firenze, 1853, p. 734.
  18. ASS., Est. cont., 185, cc. 1, 5.
  19. Fiumi, San Gimignano, 1961, p. 129, nota 15.
  20. Ricostruito nel 1239 sulle case dei Mantellini, ingrandito nel 1337 e sovrastato dai 51 m della torre detta La Rognosa.
  21. Cfr. Fanelli-Trevisonno, Città antica in Toscana, Firenze, 1982-83, pp. 68-81.
  22. FIUMI E., 1961, pp. 91-92.
  23. ASS, Perg. S. Gim., n. 177.
  24. Ibidem, n. 23; ASF., Carte S. Gim., 61, c. 14 t
  25. ASS., Perg. S. Gim., n. 58.
  26. Collectio chartarum pacis privatae medii aevi ad regionem Tusciae pertinentium, a cura di G. Masi, in Orbis Romanus, Biblioteca di testi medievali, 16, Milano, 1943, p. 404, a. 1248; ASF., Carte S. Gim., 61, c. 14 t., a. 1251.
  27. Collectio chart., pp 404, 424.
  28. SANTINI, Documenti, App., p. 349.
  29. Arch. Com. S. Gim., NN 20, cc. 24 t., 36 t.; ASF., Carte S. Gim., 228, c. 25 t.; cfr. FIUMI E. 1961, pp. 152-153.
  30. ASF, Carte S. Gim., 7, c. 3 t., 12, c. 32.
  31. Ibidem, 12, c. 7 t.
  32. Ibidem, 266, genn. 1320.
  33. ASF, Not., R 44, 11 apr. 1310.
  34. ASF., Carte S. Gim., 7, c. 55, a. 1228.
  35. VENEROSI PESCIOLINI G., La strada francigena nel contado di Siena nei secoli XIII e XIV, in La Diana, fasc. II, 1993.
  36. ASF., Carte S. Gim., 153, 21 mag. 1282.
  37. PECORI, Storia, p. 193.
  38. Arch. Com. S. Gim., NN 112, c. 84 t., 9 sett. 1413, che fa seguito ad una legge votata ai primi dello stesso anno per tutto il territorio fiorentino -Ibid., c. 10 e Bibl. Com. S. Gim., Libro Bianco, c. non numer., 7 dic. 1405.
  39. ASF., Cat., 233, cc. 77, 271, 498, 544, 583; 234, cc. 46, 144, 202, 609, 635, 639; Ibid., c. 341.
  40. Pecori, Storia, p. 483.
  41. Ibidem, p. 304.
  42. FIUMI, 1961, p. 225.
  43. Dall’assassinio di Buondelmonte dei Buondelmonti, ad opera di un Amidei, avrebbero preso avvio gli scontri tra guelfi e ghibellini.
  44. Dagli scontri tra Buondelmonti e Amidei sarebbero iniziati gli scontri tra guelfi e ghibellini.
  45. Costituto 1262, 4, 1.
  46. Costituto 1262, 4, 2.
  47. Costituto 1262, 4, 3-5.
  48. RS 513, 19 settembre 1213; RS 515, 17 ottobre 1213. Zdekauer, Costituto di Siena del 1262, p. XLIII; Cammarosano-Passeri, p. 247. nota 80.
  49. RS 355, 1192, 11 marzo
  50. Costituto 1309-10, 3, 21.
  51. Costituto 1309-10, 3, 48.
  52. Costituto 1309-10, 3, 64.
  53. Costituto 1309-10, 3, 81.
  54. Ibidem, 1309-10, 3, 81, 82.
  55. Costituto 1309-10, 5, 9.
  56. Costituto 1309-10, 5, 11.
  57. Cammarosano-Passeri, p. 247. nota 81.

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